«Io, Guccini Francesco cantastorie di Pàvana, contengo moltitudini.»
Il 6 agosto, giovedì, è morto Francesco Guccini. Tutto così fulmineo e inaspettato, nel bel mezzo di ordinarie occupazioni e sfumati progetti di canzoni, qui su Caravan.
E dunque tutto si ricentra nella tristezza di un non più, e di un ancora e ancora. Diciamolo, chi di noi non ha versato una lacrima o anche un pianto alla notizia? Francesco era uno di noi, è stato sempre con noi – sia per chi l’ha incontrato di persona, sia per i tanti che non l’hanno nemmeno sfiorato, ma di sicuro almeno una delle sue tante canzoni hanno cantato.
È vero, non è che l’ascoltassi tanto in casa, da solo. Le sue poesie in musica sono da compagnia, da suonare e cantare con gli amici di sempre, o con chi vuoi tu. Ha scritto 174 canzoni, che hanno attraversato generazioni di italiani e dentro ci sentivi Pascoli, Carducci, Leopardi, ma anche Cecco Angiolieri e Boccaccio.
Semplice come un contadino di montagna (“io, tirato su a castagne ed ad erba spagna”) , ma colto e raffinato come nessun’altro. Schivo per ipocriti e leccapiedi (“dico addio a chi si nasconde con protervia dietro a un dito,a chi non sceglie, non prende parte, non si sbilancia”) ma capace di far mattina giocando da Vito a tarocchino tra fumo e bottiglioni. Aspro come un sentiero scosceso (“addio a chi si dichiara di sinistra e democratico però è amico di tutti perché non si sa mai”) e dolce e aperto come una cucina di casa .
“Io tutto, io niente, io stronzo, io ubriacone, io poeta, io buffone, io anarchico, io fascista
Io ricco, io senza soldi, io radicale, io diverso ed io uguale, negro, ebreo, comunista
Io frocio, io perché canto so imbarcare, io falso, io vero, io genio, io cretino
Io solo qui alle quattro del mattino, l’angoscia e un po’ di vino, voglia di bestemmiare”
Io, Guccini Francesco cantastorie da Pàvana, contengo moltitudini.
E ora non più. Eppure ancora , e con più amore, lo cantiamo. E lo rivedo nel 1976, come un gigante barbuto a Villa Pallavicini a Bologna, e lo ricordo allegro a raccontarci le nostre vite alla Caciosteria a Pavana nel 2014, insieme ai miei amici Ipodoeroi. Uno che ascoltava, uno che stava lì con noi, come un semplice amico. E mi viene da pensare all’eredità che il gigante può aver lasciato. È inutile e sciocco cercare eredi diretti, non ce ne sono. La verità è un’altra. Come per molti colossi dell’arte, l’eredità vive dove non si percepisce: i veri maestri ti insegnano a essere te stesso e quindi a essere diversi da loro.
Mauro Pagani nel 2019 produsse due tributi discografici intitolati Note di viaggio. A cantare Guccini ci sono Elisa, Manuel Agnelli, Carmen Consoli e tanti altri. Prova che uno come lui, uomo libero, è entrato nella vita e nelle canzoni di tutti. Ho scelto, per oggi, di far cantare Guccini a musicisti di altre generazioni, a chi ha raccolto il testimone e a sua volta lo porgerà ai giovani di oggi. Per cantare tutti assieme col Maestrone.
Auschwitz (La canzone del bambino nel vento), risale al 1966.
Uscita in formato singolo e cantata dall’Equipe 84. Il cantautore arriverà a inciderla a sua volta un anno dopo, in occasione dell’uscita di Folk Beat n.1, 1967, il 33 giri che ne segna l’esordio.
Auschwitz · Elisa
«Una delle più belle pagine d’amore e di non amore», la definisce Roberto Vecchioni, che sei anni dopo dedicherà a Guccini “Canzone per Francesco”: “La rabbia un tempo la scandiva soltanto la locomotiva gettata a sasso sulla strada. Adesso è giorno di mercato: spuntano a grappoli i poeti, tutte le isole han trovato”. Incontro (nell’album Radici del 1972) è uno dei momenti più lirici, emozionanti e devastanti del percorso di Francesco Guccini, che in pochi accordi di morbido country, descrive – lo dice lui – la «vacuità del vivere, il senso del tempo che inesorabile se ne va».
Incontro · Ligabue
Quando a vederlo erano a migliaia, Guccini stava lì, sulla sedia, la bottiglia di vino a fianco, e tra una canzone e l’altra raccontava, con la sua ironia ispida. Spesso interrompeva le canzoni a metà, poi ripartiva. L’avvelenata, amata, prediletta, geniale in ogni capoverso, la commentava, “voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossia, però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia” cantava, e poi si fermava, per puntualizzare, sviluppare il concetto, sapendo di essere in parte bugiardo e di voler mettere le mani avanti perché nessuno come lui sapeva quanto una canzone possa essere importante, decisiva. Poi ti folgorava con una battuta quando, dopo aver cantato “io canto quando posso e come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi, vendere o no non passa tra i miei rischi, non comprate i miei dischi e sputatemi addosso”, si fermava e precisava: “L’immagine è puramente metaforica”. (L’ avvelenata , da Via Paolo Fabbri 43, 1976)
L’avvelenata · Manuel Agnelli · Mauro Pagani
Canzone quasi d’amore non è una canzone d’amore o lo è solo in parte. È una canzone d’amore che non ha la forza di esserlo, rispedita al mittente senza essere giunta a destinazione. E torna delusa, affranta, fremente di pensieri balordi e illuminazioni grandiose, sbrindellata dopo aver raccolto tutta la sporcizia del sottosuolo. È l’invettiva mesta suonata in Via Paolo Fabbri 43 che si contrappone all’invettiva sagace e luciferina de “L’avvelenata”. Qui Guccini spegne le luci, la voce a tratti si strozza, le parole commuovono. Ne nasce un torrente di riflessioni veementi che ci investe a valanga, un’urgenza disperata di esternare il blocco massiccio che ci si porta dentro.
Canzone Quasi D’amore · Malika Ayane
“Ricordi?
Le strade erano piene di quel lucido scirocco
che trasforma una realtà abusata e la rende irreale
sembravano alzarsi le torri in un largo gesto barocco
e in via dei Giudei volavan velieri,
come in un porto canale.”
Scirocco, da Signora Bovary, 1987. Io penso che di fronte a questo testo anche Montale si sarebbe levato il cappello. Poesia pura.
Scirocco · Carmen Consoli
“Ma guarda quante stelle su nel cielo sparse in incalcolabile cammino
Tu credi che disegnino la traccia del destino?
E che la nostra vita resti appesa a un nastro tenue di costellazioni
Per stringerci in un laccio e regalarci sogni e visioni”
(Stelle, da D’amore di morte e di altre sciocchezze, 1996)
Come non andare dritti dritti al Giacomo Leopardi di Vaghe stelle dell’Orsa ?
E che pensieri immensi,
Che dolci sogni mi spirò la vista
Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
Che di qua scopro, e che varcare un giorno
Io mi pensava, arcani mondi, arcana
Felicità fingendo al viver mio!
Stelle · Giuliano Sangiorgi
Nelle canzoni d’amore , se il tema è l’amore, soprattutto quello ferito o perduto, molto spesso il rischio è la banalizzazione. Diverso è il caso, meno comune, dei testi che cantano l’amore sfiorando o raggiungendo i confini della poesia, entrando in maniera dirompente nella realtà. Credo che a questa categoria appartenga “Vorrei”, scritta da Francesco Guccini nel 1996 e collocata nell’album “D’amore di morte e di altre sciocchezze” .
“Vorrei conoscer l’odore del tuo paese
Camminare di casa nel tuo giardino
Respirare nell’aria sale e maggese
Gli aromi della tua salvia e del rosmarino”
È significativo quest’inizio: si percepisce che la persona che abbiamo di fronte, con cui condividiamo la nostra vita, ha un vissuto, una provenienza, una storia familiare e territoriale con cui ora la nostra storia si compenetra. Ma è anche coraggioso iniziare una canzone in questo modo, parlando di sale, salvia e rosmarino, e proseguire così: «Vorrei incontrare le pietre, le strade, gli usci e i ciuffi di parietaria attaccati ai muri, le strisce delle lumache nei loro gusci, capire tutti gli sguardi dietro agli scuri».
È in fondo la conferma che «vive in fondo alle cose la freschezza più cara», come scriveva il poeta inglese Gerard Manley Hopkins.
Vorrei è sicuramente una delle più belle canzoni d’amore della musica italiana.
Vorrei · Brunori Sas
Ed è giunto il commiato. Ha detto Michele Serra che “Il gigante era stanco. Gli ultimi anni gli erano pesati molto. I suoi anni, pieni di acciacchi, e gli anni del mondo, un mondo che lui non capiva più (…) Non so se sapesse – e fino a che punto lo consolasse – che ci sono ragazzi di vent’anni che sanno a memoria le sue canzoni. Nonni, genitori e nipoti che conoscono i suoi versi. Vecchi e ragazzi riuniti dalla stessa metrica.” Così lo ricordo all’Osteria delle Dame, e più tardi da Vito – a tagliare fette di salame e tracannare bicchieri di lambrusco, imbracciare una chitarra e cantare Le osterie di fuori porta fino all’alba.
Farewell, Francesco.
“Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta
Ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta”
Canzone Delle Osterie Di Fuori Porta · Samuele Bersani · Luca Carboni
Mauro Bianchi


