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San Marino. Attiva-Mente ringrazia la CSdL sull’inclusione lavorativa

In un ambito nel quale, nonostante gli impegni assunti e le norme approvate, molti diritti continuano a rimanere sulla carta, ogni occasione pubblica di approfondimento e confronto rappresenta un contributo utile. Pertanto desideriamo ringraziare la CSDL e tutti i relatori intervenuti. L’incontro ha consentito di riunire attorno allo stesso tavolo rappresentanti delle istituzioni, del sindacato e del mondo imprenditoriale, riportando l’attenzione sulla necessità di superare una legislazione ormai inadeguata. La qualità della futura riforma, e lo abbiamo fatto presente, si misurerà anche sulla capacità di coinvolgere stabilmente le persone con disabilità nei luoghi in cui le decisioni vengono pensate, discusse e assunte, secondo il principio “Nulla su di noi senza di noi”.

A nostro avviso, oltre all’assenza di dati adeguati e la mancanza di strumenti e sostegni indispensabili, tra i quali l’assistenza personale, una riforma realmente inclusiva dovrebbe avere il coraggio di affrontare alcune profonde contraddizioni culturali e strutturali del sistema attuale. Ne citiamo un paio: La prima riguarda le soglie di reddito da lavoro che le persone con disabilità titolari di pensione non possono superare senza rischiare la riduzione o la revoca della prestazione. È un paradosso che rasenta l’ipocrisia: da una parte si afferma di voler favorire l’inclusione lavorativa e l’autonomia delle persone con disabilità; dall’altra, quando una persona trova un’occupazione o prova a migliorare la propria condizione economica, il sistema finisce per penalizzarla. Le prestazioni economiche collegate alla disabilità non dovrebbero essere considerate un premio per chi non lavora, né il lavoro dovrebbe trasformarsi in una minaccia alla sicurezza economica della persona.

Occorrerebbe riconoscere che la disabilità comporta spesso costi aggiuntivi permanenti, che non scompaiono con l’ingresso nel mondo del lavoro, e costruire meccanismi graduali, equi e capaci di rendere sempre conveniente lavorare. Una seconda contraddizione è emersa nel recente dibattito politico sulle ulteriori possibilità lavorative da riconoscere alle persone pensionate. Anche in quel contesto, alla classe politica non è venuto in mente di considerare anche le persone con disabilità titolari di pensione. È difficile non cogliere l’incoerenza: si ragiona su come consentire a chi è in pensione di continuare o tornare a lavorare, eventualmente anche per un maggior numero di ore, ma non si estende la stessa riflessione a persone che, nonostante una disabilità e i relativi costi aggiuntivi, chiedono da anni di poter lavorare senza che il sistema si ritorca contro di loro.

Tutto ciò è sufficiente per dimostrare quanto la disabilità continui a essere trattata come un settore separato, da affrontare soltanto attraverso provvedimenti speciali, anziché come una dimensione trasversale che dovrebbe essere considerata in tutte le politiche pubbliche, previdenziali, economiche e del lavoro. Eppure, per individuare la direzione da seguire, gran parte di ciò che dovrebbe caratterizzare una riforma è già indicato nell’articolo 23, comma 4, della Legge 10 marzo 2015 n. 28, la Legge-quadro per l’assistenza, l’inclusione sociale e i diritti delle persone con disabilità. Quella disposizione riconosce il diritto delle persone con disabilità a mantenersi attraverso un lavoro liberamente scelto o accettato, in un mercato del lavoro libero e in un ambiente aperto, inclusivo e accessibile. Prevede il divieto di discriminazione, condizioni di lavoro eque, accesso all’orientamento e alla formazione, opportunità di carriera, inserimento nel settore pubblico e privato, lavoro autonomo e imprenditorialità, adeguamento dell’ambiente lavorativo, acquisizione di esperienze nel mercato del lavoro aperto, mantenimento del posto, riqualificazione e reinserimento professionale. Strettamente collegata al tema del lavoro è la riforma della Commissione per gli Accertamenti Sanitari Individuali (CASI), prevista da uno dei tanti Decreti Delegati rimasti nel dimenticatoio. Anche l’accertamento della disabilità non può più essere ricondotto a una valutazione esclusivamente medico-sanitaria o alla mera attribuzione di percentuali. In coerenza con la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (CRPD), dovrebbe considerare l’interazione tra la persona e le barriere che ne ostacolano la partecipazione, nonché i sostegni necessari per garantirne autonomia, inclusione e piena partecipazione, anche nel lavoro. Si tratta, dunque, di trasformare i principi già solennemente riconosciuti prima dalla CRPD e poi dalla Legge-quadro del 2015 in obblighi chiari, strumenti operativi, risorse, responsabilità, controlli e risultati misurabili. La qualità della futura riforma si misurerà, anche, sulla sua capacità di tenere insieme diritti, sostegni, responsabilità e verifica dei risultati. Si misurerà sulla possibilità concreta di accedere al lavoro, di mantenerlo e di progredire professionalmente; sulla capacità di rendere il lavoro sempre conveniente; sulla disponibilità di strumenti personalizzati; sulla preparazione delle imprese e dei servizi; sull’effettiva applicazione degli accomodamenti ragionevoli.

Alcune importanti direttrici le avevamo già indicate pochi giorni fa, presentando il recente report dell’European Network on Independent Living dedicato all’inclusione lavorativa delle persone con disabilità. Durante il dibattito, tra i diversi interventi, non ci sono sfuggiti i suggerimenti formulati dal professor Paolo Pascucci. In particolare, ci sembra molto interessante, anche in vista del progetto di legge in elaborazione, la proposta di iniziare a pensare e costruire un sistema più accogliente che, nel solco della responsabilità sociale d’impresa, accompagni le aziende a prepararsi in anticipo all’inserimento di una persona con disabilità, anziché intervenire soltanto quando si presenta una specifica situazione e diventa necessario predisporre un adattamento. È una prospettiva importante. L’inclusione non dovrebbe essere improvvisata, né dipendere esclusivamente dalla sensibilità del singolo datore di lavoro. Dovrebbe diventare parte stabile della cultura organizzativa, della programmazione, della prevenzione e della responsabilità sociale di ogni impresa. Il confronto pubblico promosso dalla CSDL ha avuto il merito di riportare questi temi al centro dell’attenzione. Abbiamo visto che anche le altre Confederazioni sono sensibili al tema, e tutto ciò non può che alimentare positivamente un percorso verso una maggiore consapevolezza e responsabilità collettiva, di cui su queste questioni vi è estremo bisogno. San Marino deve dimostrarsi capace di non limitarsi a dichiarare l’inclusione, ma di tradurla finalmente in scelte coerenti, strumenti concreti e opportunità reali.

Attiva-Mente