Politica

Perché la Repubblica di San Marino potrebbe ancora far gola alle mafie

di Vincenzo Musacchio

La Repubblica di San Marino non è più la “ripulitrice finanziaria” degli anni passati: il velo dell’anonimato societario è stato squarciato, il segreto bancario è stato sostanzialmente smantellato e l’uscita dalle black list fiscali ha avviato una stagione di maggiore trasparenza. Le relazioni della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) italiana, tuttavia, segnalano chiaramente che l’interesse della criminalità organizzata — in particolare della ‘ndrangheta — per San Marino non è scomparso, ma si è trasformato. Comprendere questa evoluzione è essenziale per definire contromisure efficaci.

Il primo motivo di attrazione non è normativo ma geografico ed economico. San Marino è un’enclave incastonata tra Emilia-Romagna e Marche, a breve distanza dalla Riviera Romagnola: un’area tra le più dinamiche del Paese per turismo, commercio e intrattenimento. Le indagini antimafia recenti hanno dimostrato come cosche calabresi e clan campani siano saldamente radicati in Emilia-Romagna. Per queste organizzazioni la micro-Repubblica rappresenta dunque un naturale prolungamento economico del territorio in cui operano. In questo contesto il confine statale assume il ruolo di barriera amministrativa che può rallentare le indagini italiane, ma non impedisce la penetrazione e l’integrazione degli affari illeciti nell’economia locale.

Le strategie criminali si sono evolute: non si tratta più soltanto di trovare sportelli compiacenti per depositare contanti, come emerso nel caso del Credito Sammarinese e nell’operazione “Decollo Money”. Oggi i clan operano come fondi d’investimento sofisticati. Cercano per esempio l’infiltrazione nell’economia reale mediante l’acquisizione d’imprese in difficoltà, l’immissione di capitali attraverso reti di società e la creazione di filiere commerciali apparentemente pulite. Aprono filiali, acquistano quote societarie, rilevano micro-imprese della filiera produttiva e usano triangolazioni commerciali tra Stati per rendere opache le transazioni. Tale strategia consente il riciclo sistematico di utili illeciti e l’acquisizione di attività legittime che assicurano reddito costante e legittimazione sociale.

Un altro fattore di rischio è la spinta verso l’innovazione tecnologica e finanziaria. San Marino ha investito per collocarsi come hub normativo e tecnologico nel settore della blockchain e dei digital asset. Quest’approccio attrae innovazione legittima, ma crea anche un terreno fertile per le cosiddette “mafie 4.0”. Organizzazioni come la ‘ndrangheta e la camorra si dotano oggi di hacker, broker e operatori specializzati nel cyber-riciclaggio; un piccolo Stato con regolamentazioni proprie sui digital asset, se privo di apparati di vigilanza tecnologica adeguati — infrastrutture di monitoraggio blockchain, capacità di analisi forense digitale, cooperazione internazionale in tempo reale — rischia di trasformarsi in un laboratorio per sperimentare nuove schermature dei capitali tramite canali cripto, notoriamente più difficili da tracciare per le autorità tradizionali.

Il problema più critico e strutturale rimane di natura dimensionale. Le forze dell’ordine e la magistratura sammarinese operano con organici ridotti, commisurati a una popolazione di poco più di trentamila abitanti. Di fronte a loro si collocano organizzazioni criminali che fatturano decine di miliardi di euro e possono avvalersi di studi legali internazionali, fiscalisti di alto livello e strutture societarie offshore complesse. Questa sproporzione di risorse ostacola l’analisi preventiva di operazioni finanziarie sofisticate, in particolare quando sono mascherate tramite fiduciarie estere, prestanome o complesse architetture societarie transfrontaliere.

La minaccia più insidiosa è la sottovalutazione del fenomeno, alimentata dal mito dell'”isola felice”. L’assenza di eventi eclatanti di violenza — omicidi, attentati, estorsioni plateali — può indurre la percezione errata che la mafia non sia presente. Al contrario, le organizzazioni criminali preferiscono mantenere la massima tranquillità: la stabilità sociale e la bassa visibilità sono condizioni ideali per consolidare investimenti, acquistare immobili, rilevare aziende e integrarsi nel tessuto economico legittimo. Il silenzio e l’apparente normalità costituiscono, dunque, il miglior contesto operativo per far prosperare affari illeciti.

Per mitigare questi rischi è necessario un approccio pluridimensionale: rafforzamento degli organici investigativi e giudiziari, potenziamento delle capacità tecniche di vigilanza sui digital asset, cooperazione giudiziaria e investigativa rafforzata con l’Italia e altri partner internazionali, e strumenti normativi mirati a limitare l’uso di strutture societarie opache. Parimenti importante è promuovere una cultura della trasparenza nel settore privato e rafforzare i controlli su acquisizioni aziendali sospette e operazioni immobiliari significative. Solo combinando risorse umane, tecnologiche e normative, San Marino potrà difendere efficacemente la propria reputazione e impedire che il suo sviluppo economico diventi terreno di espansione per le nuove mafie.

Vincenzo Musacchio è docente di strategie di contrasto. alla criminalità organizzata, associato al RIACS di Newark (USA)