Dietro l’odio e la violenza, spesso si nascondono fragilità e insicurezze. Solo il rispetto è segno di maturità
Jack Volpinari
Leggendo questa lettera degli insegnanti della scuola media di San Marino ho pensato a come la stessa metta in luce qualcosa che va ben oltre la scuola e oltre i singoli episodi di odio online. C’è un problema sociologico profondo nel modo in cui, come società, stiamo “imparando” a relazionarci gli uni con gli altri.
Viviamo in un’epoca in cui l’arroganza viene spesso scambiata per forza e la violenza verbale per libertà di espressione. I social network hanno amplificato tutto questo, trasformando il confronto in scontro e la differenza in motivo di attacco. Ci stiamo abituando a parlare degli altri come se non fossero persone, come se dietro a ogni una di esse non ci fosse una storia, una sensibilità, una dignità.
Ma c’è un aspetto ancora più profondo: molto spesso questi atteggiamenti aggressivi e arroganti non nascono da una reale forza, bensì da fragilità personali. Dietro l’odio, la prepotenza e il disprezzo si nascondono insicurezze, frustrazioni, paure non elaborate, un bisogno di affermarsi che non trova altre strade se non quella di sminuire l’altro. Offendere diventa allora un modo per sentirsi superiori, per mascherare le proprie debolezze, per non fare i conti con sé stessi.
Invece, a mio parere, rapporti sereni, rispettosi e caratterizzati da confronti costruttivi sono gli unici che potranno fare progredire l’umanità.
Il problema, quindi, non è tecnologico, è culturale ed emotivo. È l’idea che per esistere si debba schiacciare qualcuno. È la perdita progressiva del rispetto umano come valore fondante della convivenza. È l’incapacità di sostenere il dissenso senza trasformarlo in odio.
E ciò che più preoccupa è che questo modello relazionale non nasce tra i giovani: viene mostrato loro ogni giorno dagli adulti. Dai commenti sotto i post, dalle parole scelte nei dibattiti pubblici, dal silenzio di fronte agli eccessi. I ragazzi osservano, imitano, interiorizzano. Se l’arroganza è normalizzata, diventa la norma. Se la violenza verbale non ha conseguenze, diventa accettabile.
Siamo di fronte a una crisi della responsabilità delle parole. Le parole non sono mai neutre: costruiscono realtà, relazioni, identità. Quando diventano strumenti di umiliazione e disumanizzazione, impoveriscono tutti, non solo chi le subisce.
Forse dovremmo fermarci e chiederci non solo che società vogliamo educare, ma che tipo di persone vogliamo essere. Perché il rispetto non è un segno di debolezza, ma di maturità. E riconoscere le proprie fragilità, invece di nasconderle dietro l’odio, è il primo passo per costruire una comunità più umana, più consapevole e davvero civile.



