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Antonio Morri e Davide Bagnaresi relatori alla conferenza USL su storie di rifugiati ebrei a San Marino. Una bugia diventa meravigliosa quando salva una vita

Angela Venturini

Negli anni terribili della Seconda guerra mondiale, quando ogni diritto umano fu calpestato dall’ideologia nazifascista, c’è un Paese, uno Stato intero, che in silenzio offre pane e rifugio, salva le vite e le famiglie. Ci sono storie che danno il senso dell’amore e della solidarietà, attraverso gesti quotidiani, semplici e spontanei; nomi sconosciuti, altri che appartengono alla memoria collettiva. Il nome di Celio Gozi, gerarca fascista; quello di Francesco Balsimelli, storico, studioso, Reggente nell’aprile/settembre 1944; padre Cesari, rettore del Nobile Collegio Belluzzi, che aveva 25 poderi in cui trovarono rifugio decine e decine di ebrei come braccianti; Ezio Balducci, fascista perseguitato dai fascisti, personaggio chiave per la salvezza di tantissimi rifugiati. Ciascuno di essi, a modo suo, insieme alla popolazione sammarinese, ha contribuito a salvare persone.

La Grande storia e la piccola storia quotidiana delle persone comuni è tornata a rivivere nelle parole del dottor Antonio Morri e dello storico Davide Bagnaresi nel corso di una conferenza pubblica organizzata da USL in occasione della Giornata della Memoria dal titolo: “Storie di rifugiati ebrei nella Repubblica di San Marino”.

Le ragioni di questa scelta, nelle parole della segretaria USL Francesca Busignani: “Custodire e trasmettere questa memoria significa riconoscere il valore di una scelta storica fondata sull’umanità e sul rispetto della persona, affinché il ricordo resti un riferimento etico saldo e un richiamo costante a non smarrire mai il principio della dignità come fondamento di ogni società civile”.

Nei loro racconti, Morri e Bagnaresi hanno fuso la loro passione per la storia con la riscoperta di un senso civico e umanitario che ha coinvolto un Paese intero, capace di sfornare 80 mila pagnotte al giorno, in tempi di carestia, e di distribuirle a tutti, senza distinzione di razza, religione, condizione sociale. Si avvalgono delle loro ricerche attraverso documenti di archivio e le testimonianze dirette dei pochi superstiti di quegli anni, più spesso tramandate dai loro discendenti. Citano frequentemente anche il volume: Il viale delle rose, di Giuseppe Marzi, che ricostruisce le storie degli ebrei rifugiati a San Marino, partendo da un’evidenza, mai approfondita prima: l’impennata del numero di passaporti sammarinesi emessi nell’anno 1944, quasi 800.

L’introduzione del concetto di razza – ha spiegato Morri – ruppe l’dea di civiltà”. Anche San Marino emanò, in grandissimo ritardo rispetto all’Italia, la legge razziale. Non poteva farne a meno, vista la sua collocazione geografica, e anche se questa rimane una vergogna, il Consiglio mise nella legge alcune particolarità del tutto insolite, come l’annullamento dei matrimoni (e qui il voto degli avvocati Consiglieri fu determinante).  Alla votazione finale, ci furono 18 voti contrari, cosa inammissibile in epoca di regime. Venne inserito anche il divieto dei matrimoni misti (cristiani ed ebrei) che venivano vietati ufficialmente, ma celebrati comunque in via riservata. Commovente la rivelazione che nella chiesa di Serravalle, dove si celebravano tantissimi matrimoni perché la più vicina al confine, i testimoni erano sempre il tabaccaio e l’orologiaio, cioè Galassi e Arzilli.

In pratica, la prassi vigente era che nei documenti ufficiali si salvaguardava la facciata de rapporti bilaterali e veniva respinta qualsiasi richiesta da parte di cittadini stranieri, che poi venivano aiutati in qualsiasi maniera, con documenti falsi, ospitalità, un posto di lavoro, cure mediche e quant’altro. Così, a San Marino c’era un frate che girava con le calze di seta, tale Fra Giuseppe Cialenti, al secolo Camillo Castiglioni, ricchissimo, fondatore della BMW, nella top ten degli ebrei ricercati dai nazisti. Salvato grazie ai frati del convento di San Francesco. E poi, Camilla Grinberg, che grazie all’aiuto di Balsimelli, salvò se stessa e il suo bimbo vestendolo da bambina. Ma sono decine e decine le microstorie che si intrecciano nell’omertà dei sammarinesi, tutti votati allo stesso obiettivo: salvare vite umane. Nessuna delazione, nonostante la promessa di sostanziose compensazioni. Le gallerie del treno non solo rifugio per decine di migliaia di sfollati, ma anche luogo dove tanti ebrei si sono ritrovati. Molti di loro hanno lasciato opere che sono state vitali per la ripresa economica degli anni successivi: la fabbrica delle torte al wafer e cioccolato, il colorificio, la conceria, eccetera.

Negli interventi di Antonio Morri e di Davide Bagnaresi c’è molto di più del semplice racconto storico, c’è in filigrana una tensione etica che investe un’intera popolazione e le sue istituzioni, quantunque quasi sempre sostenuta da tante piccole bugie. Quand’è che una bugia diventa meravigliosa? Quando dura per lungo tempo senza essere scoperta, quando è frutto di tante complicità, quando è l’origine di tante fragili bugie che generano una tacita intesa. Una bugia è «meravigliosa» quando salva una vita