Politica

Settore veicoli, decreto sotto accusa: scontro politico su ritardi e interventi urgenti (report seduta del Consiglio Grande e Generale – 18 marzo 2026 mattina)

Consiglio Grande e Generale, sessione 16,17,18,19,20, 23 marzo 2026

Mercoledì 18 marzo 2026, mattina
Il Consiglio Grande e Generale, nella seduta del mattino di mercoledì 18 marzo, prosegue – al comma 13 – la ratifica dei Decreti Delegati. Si riparte dal Decreto – Legge 5 marzo 2026 n.33 – “Disposizioni in materia di sostegno al settore veicoli”.
L’opposizione insiste sul fatto che il problema sia noto da anni e che si sia intervenuti troppo tardi e con uno strumento inadeguato, mentre la maggioranza difende il decreto come un passaggio necessario per dare risposte immediate a un settore colpito anche da fattori esterni, in particolare dalle nuove regole italiane.
Sara Conti (RF) ricorda che il problema non nasce oggi ma è noto da tempo, anche grazie ai lavori della Commissione Antimafia, e sottolinea come si sia intervenuti solo ora con uno strumento emergenziale. Il punto centrale del suo intervento è chiaro: il settore va sostenuto, ma non in modo selettivo, perché “non si possono fare interventi mirati a singoli soggetti, creando disparità di trattamento, con operatori di serie A e operatori di serie B”. Anche Antonella Mularoni (RF) insiste su questo aspetto e parla apertamente di un problema sottovalutato per anni, evidenziando il rischio che certe dinamiche abbiano compromesso i rapporti con l’Italia e la credibilità del Paese. Emanuele Santi (Rete) porta il confronto su un piano ancora più politico e divide il tema in due: da una parte il decreto, dall’altra le responsabilità accumulate nel tempo. Sul provvedimento è netto: lo definisce “un decreto legge arrivato d’urgenza, calato dall’alto”, mentre sul passato ricorda che per anni il settore è stato segnalato come fuori controllo senza interventi concreti. Anche Matteo Casali (RF) contesta l’uso del decreto legge, sostenendo che la necessità e urgenza siano state create dalla stessa politica che non ha agito prima, e propone di fermarsi per costruire una legge più solida con un confronto vero tra tutte le parti. Michela Pelliccioni (indipendente) esprime forte perplessità sul contenuto del decreto, sostenendo che mescoli aiuti al settore con interventi su debiti pregressi, con il rischio di utilizzare risorse pubbliche senza una visione chiara.
Dalla maggioranza arriva invece una lettura diversa. Massimo Andrea Ugolini (PDCS) riconosce che si sarebbe potuto intervenire prima, ma sottolinea che oggi è necessario dare risposte concrete e che, grazie agli emendamenti, il testo è stato migliorato e può aiutare gli operatori seri. Michele Muratori (Libera) evidenzia la distorsione del mercato, parlando di una crescita anomala delle concessionarie e di un sistema che ha penalizzato chi ha sempre lavorato correttamente, e sostiene che il decreto sia un intervento necessario per ristabilire equilibrio. Gian Nicola Berti (AR) amplia il ragionamento e collega il tema a una fragilità più generale del sistema economico sammarinese, esposto a tentativi di utilizzo distorto da parte di soggetti esterni. Per Berti il punto è difendere gli operatori onesti e rafforzare i controlli, anche con misure più stringenti. Sulla stessa linea Gemma Cesarini (Libera), che individua nelle differenze tra monofase e IVA uno dei nodi strutturali e sottolinea l’importanza del dialogo con l’Italia, considerato fondamentale per risolvere davvero il problema.
Una parte del dibattito si concentra poi sullo scontro tra maggioranza e opposizione sulle responsabilità del passato. Carlotta Andruccioli e Mirko Dolcini (D-ML) respingono l’idea che nella precedente legislatura ci sia stata una minimizzazione, sostenendo che il problema fosse stato affrontato e che oggi si stia costruendo una narrazione politica strumentale. Dall’altra parte, esponenti della maggioranza come Guerrino Zanotti (Libera) ribadiscono che il fenomeno è stato sottovalutato e che oggi se ne pagano le conseguenze.
In chiusura, il Segretario di Stato Rossano Fabbri spiega che il provvedimento nasce anche come risposta a una situazione eccezionale legata alle nuove regole italiane e a episodi che hanno coinvolto il sistema sammarinese, chiarendo però che non si tratta di una soluzione definitiva ma di un aiuto immediato. Pur non essendo risolutivo, l’intervento – sostiene il Segretario di Stato – “rappresenta un aiuto che gli operatori aspettano da tempo. È un aiuto importante che consentirà di superare questo momento e di arrivare, nei diversi ambiti – nuovo, usato, motocicli – a soluzioni più strutturate e definitive”.
Inizia quindi la discussione degli emendamenti: quelli proposti dal Governo e quelli interamente soppressivi presentati da Rete.
Alle 13.00 la seduta viene sospesa. I lavori riprenderanno alle 15.00.
Di seguito un estratto dei lavori
Comma 13 – Ratifica Decreti – Legge e Decreti Delegati
Ratifica Decreto – Legge 5 marzo 2026 n.33 – Disposizioni in materia di sostegno al settore veicoli
Sara Conti (RF): Intervengo su questo decreto perché è evidente che si tratta di un tema che conosciamo bene e che mi tocca anche da vicino più di altri, considerato il mio ruolo all’interno della Commissione Antimafia. Non è infatti un tema nuovo: sappiamo da tempo che il settore delle automobili è attenzionato sotto questo profilo. Non parliamo di elementi emersi ieri, ma di risultanze investigative che risalgono già a diversi anni fa, scaturite anche dalle relazioni finali delle precedenti Commissioni Antimafia di questo Consiglio. Proprio perché non si tratta di una novità, ci saremmo aspettati che si intervenisse già prima per mettere in sicurezza questo comparto. È noto come il settore automobilistico possa essere utilizzato da circuiti malavitosi per operazioni di triangolazione che coinvolgono il nostro Paese, spesso finalizzate all’evasione fiscale in territorio italiano. Devo dire che i governi precedenti, e in particolare quello passato, non sembrano aver recepito adeguatamente queste segnalazioni, che non arrivavano solo dalla Commissione Antimafia ma anche dal tavolo congiunto, il quale, peraltro, ci ha riferito più volte di non essere mai stato incontrato dal Governo, nonostante avesse prodotto regolarmente le proprie relazioni semestrali, come previsto dalla normativa. Intervenire con un decreto legge solo quando emerge una situazione che riguarda soggetti specifici, dando l’impressione che si voglia favorire qualcuno in particolare, non è accettabile. La prima versione del decreto, lo dico chiaramente, lasciava intendere con evidenza che fosse costruita su misura, perché leggendola si poteva quasi individuare un nome e un cognome. Questo non è il modo corretto di operare. Se il settore deve essere sostenuto, va sostenuto nel suo complesso, a tutela degli imprenditori onesti. Non si possono fare interventi mirati a singoli soggetti, creando disparità di trattamento, con operatori di serie A e operatori di serie B. Va chiarito che la nostra posizione non è contraria al sostegno del settore, tutt’altro. Siamo favorevoli a interventi che aiutino un comparto in difficoltà, ma ciò deve avvenire con modalità corrette e trasparenti. Prendiamo atto che, attraverso gli emendamenti depositati, il decreto è stato profondamente modificato rispetto alla versione iniziale, risultando certamente migliorato. Tuttavia, questo non cancella le criticità legate al metodo con cui si è arrivati a questo testo. Gli emendamenti li abbiamo ricevuti soltanto ieri e, come già ricordato dal capogruppo di Repubblica Futura, siamo stati contattati telefonicamente appena due giorni fa da un collaboratore del Segretario Fabbri per esaminare insieme il decreto. Se questo è il livello di confronto su un tema così delicato, riteniamo che non sia adeguato. L’obiettivo deve essere quello di sostenere gli operatori onesti e difenderli da chi, negli anni, ha sfruttato il settore per attività opache. Abbiamo assistito a periodi in cui si aprivano concessionarie in maniera anomala, con numeri sproporzionati rispetto alla dimensione del territorio, arrivando ad avere più concessionarie che abitanti. Era evidente che non tutte quelle attività potessero essere genuine e che fossero necessari controlli più stringenti. Le segnalazioni ci sono state e hanno portato anche ad indagini, condotte in collaborazione con la DIA, che hanno effettivamente fatto emergere traffici illeciti con passaggi sul nostro territorio. Questo dimostra che, quando si lavora seriamente e in sinergia con gli organismi di controllo, i risultati arrivano. Ma serve volontà politica e continuità nell’azione. Non possiamo invece continuare a intervenire solo quando la situazione diventa urgente o quando emergono interessi particolari. Per tutte queste ragioni, la nostra posizione su questo decreto non può essere di pieno sostegno. Non tanto per il merito delle misure contenute, quanto per il metodo adottato.
Massimo Andrea Ugolini (PDCS): Credo che il Governo si sia fatto carico di un problema che si trascinava da tempo, relativo a un settore che aveva manifestato evidenti criticità. È stato ricordato anche ieri sera dai banchi della maggioranza come si sarebbe potuto intervenire prima su un comparto che era già finito all’attenzione delle Commissioni, in particolare della Commissione Antimafia, rispetto alla quale era possibile avviare azioni più tempestive, soprattutto nell’ottica di proteggere gli operatori seri che hanno sempre lavorato all’interno della Repubblica di San Marino. Riteniamo che, probabilmente, sarebbe stato più opportuno intervenire attraverso un progetto di legge con una cornice più ampia, in grado di affrontare complessivamente il tema della crisi d’impresa. Tuttavia, è altrettanto vero che, nel momento in cui un settore manifesta criticità importanti e crescenti, è necessario mettere in campo degli interventi concreti. In questo senso, pur ribadendo che una visione più organica sarebbe stata preferibile, prendiamo atto del lavoro svolto dalla Segreteria all’Industria insieme alla Segreteria alle Finanze, che hanno avviato un confronto con le parti coinvolte. Anche grazie agli emendamenti depositati, riteniamo che il provvedimento possa oggi contemplare una pluralità di esigenze e iniziare a fornire risposte agli operatori seri che da anni operano nella Repubblica. Per questo, senza strumentalizzare lo strumento normativo, crediamo sia importante entrare nel merito del testo, valutare attentamente gli emendamenti e comprendere le reali necessità del settore, con l’obiettivo di sostenere chi ha sempre lavorato in modo corretto nel nostro territorio.
Michele Muratori (Libera): Dal dibattito che si è sviluppato, in particolare da ieri sera, mi pare che, con tutto il rispetto, si tenda a guardare più la pagliuzza che la trave. Cosa intendo dire? Abbiamo un problema evidente in un settore del nostro Paese: basta entrare dal confine di Dogana e percorrere la superstrada per rendersi conto della crescita esponenziale delle rivendite di autovetture negli ultimi anni. Ci siamo trovati di fronte a una proliferazione di concessionarie, spesso collocate in monolocali dove a malapena trovava spazio un’auto per l’esposizione, e in molti casi non è nemmeno chiaro se vi fossero dipendenti. Questa situazione ha generato una distorsione evidente del mercato, penalizzando i concessionari storici che hanno sempre operato con serietà e onestà sul territorio. Voglio essere coerente con quanto espresso anche nella scorsa legislatura: già allora, dai banchi dell’opposizione e anche da quelli di Rete, erano emerse perplessità sul settore della rivendita di autovetture, così come sul settore “beverage”, rispetto al quale erano state segnalate criticità. Devo dire che, nella scorsa legislatura, nonostante le sollecitazioni – e sono disponibile a fare pubblica ammenda se sbaglio – questo problema veniva in qualche modo minimizzato. Oggi, invece, è esploso in tutta la sua portata. Abbiamo quindi il dovere di intervenire su più livelli: da un lato per ristabilire un corretto rapporto con i vicini italiani, dato che questa situazione ha creato problemi anche nei rapporti con l’Italia; dall’altro per salvaguardare le aziende sane che hanno sempre operato correttamente e che oggi si trovano in difficoltà proprio a causa delle distorsioni generate da questa proliferazione. Ritengo che questo decreto sia un provvedimento di buon senso. Come classe politica abbiamo il dovere di tutelare chi è in difficoltà e di intervenire per ristabilire condizioni di equità nel settore. Per questo motivo esprimiamo il nostro sostegno al decreto e ringraziamo il Governo per aver affrontato la questione. Si tratta di un tema sul quale siamo particolarmente attenti, anche perché la stagione del cosiddetto “biricchinaggio”, del cercare di eludere le regole o di approfittare delle falle del sistema, deve essere definitivamente superata. Permangono ancora alcune criticità, che definirei dei “rigurgiti”, per usare un termine già richiamato ieri sera dal collega Iro Belluzzi, che sono il segnale di problemi ancora presenti. È nostro compito intervenire tempestivamente per colpirli e risolverli sul nascere.
Antonella Mularoni (RF): Anch’io vorrei intervenire su questo decreto legge, perché siamo di fronte all’ennesimo provvedimento emergenziale su una problematica che, quantomeno come opposizione, abbiamo cercato di evidenziare fin dall’inizio di questa legislatura. Non ero presente nella precedente, ma da quanto emerso è evidente che il tema fosse già stato sollevato anche allora, trattandosi di un settore attenzionato da anni dalle autorità di controllo del Paese. Eppure, fino a pochissimo tempo fa, in quest’Aula abbiamo continuato a sentire minimizzazioni da parte del Governo. Mi dispiace doverlo dire in questi termini, ma avendo vissuto direttamente fasi molto difficili nei rapporti bilaterali con l’Italia, ritengo fondamentale che questo Paese si doti finalmente degli anticorpi necessari affinché certe situazioni non si ripetano. L’impostazione secondo cui si consente a chiunque di operare e si rimandano i controlli a distanza di anni è, a nostro avviso, profondamente sbagliata. È evidente che il principale interlocutore di queste dinamiche è l’Italia, perché chi veniva ad acquistare autoveicoli a San Marino erano prevalentemente cittadini italiani. Quando le autorità italiane comprendono la portata del fenomeno e il danno erariale connesso, reagiscono, e chi ne paga le conseguenze è San Marino. È stato riferito ieri sera che le attività nel settore sono circa 100-120: un numero che, per un Paese di 60 chilometri quadrati, appare del tutto sproporzionato rispetto al volume reale di vendite. Ancora più anomalo è il fatto che, nel pieno della crisi del mercato automobilistico durante il periodo Covid, mentre le vendite crollavano a livello globale, sul nostro territorio si assisteva a una proliferazione di nuove attività, spesso con sedi del tutto inadeguate, dove a malapena trovava spazio un veicolo. I soggetti che hanno generato i problemi sono scomparsi, lasciando dietro di sé danni economici e reputazionali, e difficilmente sarà possibile recuperare risorse. A pagarne le conseguenze sono invece le imprese storiche, i lavoratori e, più in generale, l’intero sistema economico. Vorrei quindi capire meglio quanto emerso ieri sera dalle parole del Segretario alle Finanze, anche con delega ai trasporti, in merito all’apertura di un tavolo con l’Agenzia delle Entrate italiana. Non è chiaro se da questo confronto siano già scaturite soluzioni operative oppure se siamo ancora nella fase delle proposte. È fondamentale conoscere i tempi entro i quali si prevede un ritorno a una situazione di normalità per gli operatori del settore, perché questo incide direttamente sull’efficacia delle misure di sostegno che stiamo discutendo. Se destiniamo risorse pubbliche, che incidono sul bilancio dello Stato, dobbiamo avere la ragionevole certezza che queste siano funzionali a una reale ripresa delle attività. Diversamente, rischiamo di sostenere temporaneamente imprese destinate comunque alla chiusura, e in tal caso sarebbe necessario valutare strategie diverse. Permane inoltre una forte criticità sul metodo. Se il problema è noto da anni, non si comprende perché si intervenga con un decreto legge all’ultimo momento, per poi avviare un confronto con l’opposizione solo successivamente. Questo non è un modo corretto di procedere. È positivo che il Segretario Fabbri abbia riconosciuto l’esistenza del problema, ma questo arriva dopo anni di rassicurazioni che si sono rivelate infondate. A ciò si aggiunge una modalità operativa difficilmente comprensibile: si adottano decreti legge o decreti delegati e, pochi giorni dopo, si presentano numerosi emendamenti che ne modificano profondamente l’impianto. Sarebbe più opportuno attendere qualche giorno in più e presentare fin da subito un testo compiuto. Pertanto, non si comprende la necessità di procedere con questa fretta, a scapito della qualità normativa. Questa impostazione è inoltre poco rispettosa del ruolo dell’opposizione, che si trova a dover esaminare, in tempi ristretti, emendamenti spesso tecnici, senza la possibilità di un adeguato approfondimento anche con esperti del settore. Il nostro obiettivo non è fare interventi superficiali, ma contribuire in modo costruttivo, con cognizione di causa. Rimane infine il dubbio sulla reale finalità del decreto nella sua versione iniziale, che appariva chiaramente indirizzato a una specifica attività in difficoltà da tempo. È necessario capire se il provvedimento sia realmente idoneo a rilanciare quell’attività o se risponda ad altre logiche. Si pone anche un tema di equità nell’allocazione delle risorse pubbliche. Per alcune situazioni si interviene con grande rapidità, mentre per altre, come le famiglie in difficoltà, si registrano ritardi significativi per carenza di fondi. Questo crea una percezione di disparità che non è accettabile. Infine, ritengo necessario affrontare anche il tema delle responsabilità politiche. Non è possibile minimizzare un problema per anni e poi, quando esplode, intervenire con risorse pubbliche senza che vi sia alcuna assunzione di responsabilità. Chi ha avuto il compito di vigilare e non lo ha fatto adeguatamente dovrebbe avere il coraggio di riconoscere gli errori e trarne le conseguenze. Per queste ragioni esprimiamo forte amarezza rispetto al percorso seguito e alle modalità con cui si è arrivati a questo decreto.
Gian Nicola Berti (AR): Chi mi ha preceduto sostiene che questo Governo starebbe minimizzando, ma io credo che sia esattamente il contrario. Ricordo bene quando in quest’Aula c’erano Noi Sammarinesi, Marco Arzilli, e si affrontava il tema del settore delle auto, un settore nel quale San Marino veniva utilizzato per una serie di truffe a vari livelli. In quel contesto c’era un Segretario di Stato che si trovava in grande difficoltà anche all’interno del proprio Congresso di Stato, perché stava cercando di fermare ed eliminare fenomeni distorsivi molto rilevanti. Quel Segretario è riuscito a eliminare quei fenomeni distorsivi, pagando però un prezzo politico molto alto, perché si è inimicato molte persone. Successivamente quel Governo è terminato, è arrivato il Governo Adesso.sm, con il Segretario Zafferani alla Segreteria Industria, e abbiamo assistito a un progressivo smantellamento di quelle garanzie che erano state introdotte proprio per evitare infiltrazioni nel settore delle rivendite di auto da parte di soggetti poco chiari. Poi è arrivata la gestione Righi alla Segreteria Industria e il fenomeno si è ulteriormente ampliato, perché nel contesto della liberalizzazione non sono stati introdotti presidi adeguati per evitare queste distorsioni. Oggi ci troviamo quindi a dover correre ai ripari. Dobbiamo correre ai ripari perché, come spesso accade, c’è chi ha fatto affari – pochi soggetti, spesso non sammarinesi – e c’è chi paga il prezzo, cioè i rivenditori onesti della Repubblica di San Marino. Questo è un problema serio, perché mette in crisi non solo le imprese, ma anche i lavoratori che operano in questo settore. Da questo punto di vista, ritengo che l’intervento del Governo, pur con tutte le criticità che possono essere sollevate sul metodo, abbia una sua utilità. Le critiche sono legittime e vanno ascoltate, ma è necessario anche valutare come evitare che questi fenomeni si ripetano. Oggi dobbiamo trovare un equilibrio, anche nel rapporto con l’Italia, per impedire e scoraggiare queste distorsioni e queste truffe che spesso arrecano danno all’Italia, ma in alcuni casi anche a San Marino. Esistono anche fenomeni legati a privati che svolgono attività di compravendita di autovetture senza alcuna licenza, sfruttando un sistema distorto per cui, nel passaggio di proprietà, è necessaria solo la firma autenticata del venditore. In molti casi si verificano situazioni in cui persone ignare o compiacenti intestano veicoli per finalità di commercio distorto. A ciò si aggiungono operatori esterni che utilizzano il sistema sammarinese attraverso documentazione spesso falsificata, creando ulteriori criticità. Ci sono quindi due linee di intervento che ritengo fondamentali. La prima è prevedere, per le compravendite di autovetture che coinvolgono la Repubblica di San Marino, l’autenticazione notarile sia della firma del venditore sia di quella dell’acquirente, così da garantire che le operazioni siano reali e non fittizie o strumentali. La seconda riguarda una riflessione più ampia, che emerge anche dai lavori della Commissione Antimafia. Non è solo il settore delle auto a presentare criticità: lo abbiamo visto anche nel settore delle bevande, in quello delle armi e nell’e-commerce. Il nostro sistema economico opera in un contesto territoriale, quello tra Rimini e Pesaro, fortemente esposto alla criminalità organizzata, e i tentativi di utilizzare San Marino come piattaforma per attività illecite sono costanti. Dobbiamo quindi difenderci. Questo comporta anche delle scelte, magari non semplici, per evitare che siano sempre gli operatori sani a pagare il prezzo più alto. Una prima misura potrebbe essere quella di inserire questi settori critici tra quelli da disincentivare, introducendo una valutazione preventiva più rigorosa. Un altro aspetto riguarda il ruolo della politica. Molti citano Clara Boscaglia: io ho avuto la fortuna di conoscerla e ricordo bene il suo approccio. Diceva che il Governo deve governare, e governare significa assumersi responsabilità, avere il coraggio di dire “tu sì” e “tu no”. È vero che in passato questa discrezionalità è stata utilizzata in modo distorto, e abbiamo visto casi gravi anche all’interno delle istituzioni, con episodi documentati. Ma non possiamo per questo rinunciare alla responsabilità politica. La nostra economia può reggersi solo se garantiamo condizioni corrette di mercato e se proteggiamo gli imprenditori onesti dalla concorrenza sleale, disonesta e legata alla criminalità.
Emanuele Santi (Rete): Io penso che il tema di oggi vada diviso in due. Il primo aspetto è quello legato al decreto. Un decreto legge arrivato d’urgenza, calato dall’alto, probabilmente calato dall’alto anche rispetto alla stessa maggioranza, perché arriva un testo che aveva qualche problemino e che oggi, dopo forse cinque, sei, dieci giorni di confronto, viene completamente stravolto in molti aspetti. Questo decreto viene portato all’attenzione dell’Aula perché c’è un settore in crisi. Bene, sgombriamo subito il campo dalle strumentalizzazioni. Noi, come Rete, ci siamo sempre resi disponibili negli anni: quando c’è una crisi aziendale, quando si parla di posti di lavoro, di dare una prospettiva ai lavoratori, noi ci siamo sempre stati. Ricordo l’inizio della legislatura con la crisi dell’Alluminio Sammarinese: quando è arrivato il decreto, noi c’eravamo. Su questo decreto, però, i capigruppo di opposizione hanno ricevuto una telefonata giovedì mattina, se non ricordo male. Io personalmente mi sono reso disponibile a confrontarmi il venerdì mattina, nonostante non fossimo stati coinvolti prima. Ho detto: vengo, ascolto. L’incontro poi è saltato perché mancava il Segretario di Stato e forse anche qualcuno della Segreteria. Però il punto è un altro: se c’è una crisi aziendale o un settore a rischio, bisogna portare il tema almeno ai capigruppo, per capire di cosa stiamo parlando. Il consigliere Zeppa ha detto una cosa vera: quali sono i dati? Voi della maggioranza oggi votate questo decreto, ma avete contezza del problema? Perché altrimenti state votando al buio. E allora dico: se c’è un settore in crisi, questa crisi deriva dal decreto italiano uscito ad agosto 2024. È da un anno e mezzo che i rivenditori ci dicono che, con le nuove regole – l’IVA “propagata”, per semplificare – non riescono più a vendere auto in Italia. È un anno e mezzo. Quindi il tempo di reazione del Governo e della maggioranza è stato di un anno e mezzo. O i tempi sono biblici, oppure l’emergenza è arrivata perché c’è qualcuno in difficoltà. E allora bisogna dirlo chiaramente: questo decreto è per qualcuno? Per cinque operatori, per tre, per dieci, per tutti? Perché quando si mettono in campo aiuti pubblici, la politica deve essere chiara. Poi c’è la seconda fase, quella che abbiamo già vissuto. Io sono in Aula dal 2020. Dal 2021, gli organismi di polizia ci dicevano chiaramente che il settore auto era fuori controllo. E non ci voleva la polizia: bastava percorrere la superstrada da Dogana a Domagnano per vedere che in un anno erano state aperte decine di società, tra concessionarie e attività improvvisate in sottoscala, piadinerie, negozi minuscoli. E ci dicevano che non solo aumentavano le licenze, ma anche le operazioni sospette. Ci sono stati almeno dieci dibattiti in quest’Aula tra il 2021 e il 2023. E il Governo – rappresentato allora come oggi dal Segretario Gatti, con Righi all’Industria prima e Fabbri oggi – ha sempre minimizzato. Segretario Gatti, anche nel suo intervento di ieri ha continuato a minimizzare, parlando di un’azienda di Napoli che falsificava i certificati di immatricolazione. È vero, ma non è solo quello. Ci sono oltre dieci società revocate, chiuse o indagate perché in odore di malavita organizzata. Questo però non lo ha detto nella relazione accompagnatoria al decreto italiano di agosto 2024. In quella relazione si dice che nel 2023, a fronte di una media di 3.400 immatricolazioni a San Marino, c’è stato un flusso di oltre 9.000 veicoli. Di questi, solo 446 sono riconducibili al caso che lei ha citato. Gli altri chi li ha fatti? San Marino è stato utilizzato come piattaforma e questo l’Italia lo sa benissimo. E non riguarda solo le auto. Nelle bevande siamo fuori controllo, nell’e-commerce siamo fuori controllo. Tra poco arriverà anche quel problema. E poi ci stupiamo se l’Italia ci impone nuovi addendum perché non si fida della nostra vigilanza. Le responsabilità politiche sono enormi. Perché quando chiedevamo di intervenire con controlli preventivi, fideiussioni, verifiche sui soggetti, stretta sulle aperture e chiusure sospette, non è stato fatto nulla. E oggi venite a dire che avete risolto il problema. No, il decreto italiano è la conseguenza diretta di un immobilismo che, se si fosse intervenuti nel 2021, 2022 o 2023, avrebbe evitato tutto questo. Erano gli stessi operatori economici sani, quelli che lavorano da trent’anni, a chiederci di intervenire. Di mettere barriere contro le società truffaldine, non contro chi lavora seriamente. Quante volte l’abbiamo detto. E oggi cosa succede? Arrivano i decreti e il settore è a terra. E adesso vi fate belli dicendo che aiutate tutto il settore. Io vorrei capire chi ha davvero bisogno. Faccio anche una postilla: negli emendamenti avete inserito anche operatori con un dipendente e attivi da quattro o cinque anni. Attenzione, perché nel 2021 già aprivano società problematiche. Non vorrei che tra i beneficiari rientrassero anche soggetti di quel tipo. Siccome non abbiamo dati, lo chiedo a voi: avete verificato? Avete chiesto al Segretario Gatti qual è la situazione reale? Noi abbiamo presentato emendamenti soppressivi non perché siamo contrari ad aiutare il settore, ma perché vogliamo discutere articolo per articolo. È l’unico modo per capire cosa state facendo. I Segretari devono spiegare ogni intervento e noi faremo le nostre valutazioni. Il nostro non è un no al decreto né al principio di sostenere l’economia e i lavoratori. Vogliamo solo vederci chiaro in una situazione che, come tante in questo Paese, resta sempre nebulosa.
Matteo Casali (RF): Subito due parole sul metodo utilizzato, quello del decreto legge, che dovrebbe essere utilizzato in caso di necessità ed urgenza. Io sono assolutamente d’accordo con molti che mi hanno preceduto: non è questo lo strumento adatto, altri sono i casi di necessità ed urgenza. Ieri abbiamo ascoltato un Segretario di Stato che ha detto che, semplicemente, se c’è bisogno di snellire la procedura è assolutamente legittimo ricorrere al decreto legge. Allora viene da chiedersi perché non facciamo solo decreti legge. Inoltre, ammesso e non concesso che questa situazione di necessità e urgenza fosse sussistente, occorre evidenziare che questa necessità e urgenza è stata creata dalla politica, dalla classe governante. Io faccio riferimento a quello che ho visto in quest’anno e mezzo: è innegabile che un Consiglio sì e un Consiglio no questa situazione venisse evidenziata. E attenzione, viene evidenziata anche in altri settori, ad esempio nel beverage. Quindi quando le opposizioni suonano il campanello d’allarme, qualche volta sarebbe il caso di ascoltarle. Io cito il progetto di legge di Rete, in giacenza dal febbraio dello scorso anno, in cui si chiedeva di regolamentare il settore auto. Un’altra cosa: abbiamo assistito a uno spettacolo poco bello ieri, quando qualcuno, Segretario Gatti, le imputava delle responsabilità e lei ha risposto “io rispondo di questo, per il resto non è affar mio”, scaricando il barile addosso al suo compagno di governo. Si è parlato di dialogo: dialogo interno, come ha detto Fabbri con le associazioni di categoria, e dialogo esterno con l’Italia, come ha detto Gatti. Però su questo dialogo non si è capito nulla. Noi vogliamo sapere cosa produce e cosa produrrà: il sistema si stabilizzerà o no? I concessionari seri possono pensare che la situazione tornerà alla normalità oppure no? Questo non è stato spiegato. Il decreto in sé è un decreto molto travagliato, “farmacistico”, fatto di soglie, sotto soglia, sopra soglia. Invece di tagli così netti, si poteva lavorare per fasce, per scaglioni, dosando meglio gli interventi. Poi si parla di ripristinare la leale concorrenza. Attenzione, perché si rischia di alterarla. Se ci sono soggetti con difficoltà pregresse, non legate alla contingenza, magari dovute a cattiva gestione o investimenti sbagliati, rischiamo di risolvere loro problemi che non hanno nulla a che vedere con la crisi attuale. C’è molto da dire anche sul tema dei controlli, ma entreremo magari nel merito degli articoli. Io però dico una cosa: è evidente che le idee non sono chiare. Lo dimostra il fatto che gli emendamenti cancellano metà del decreto legge. Allora io faccio una proposta: perché non fermiamo le bocce? È un settore in crisi, lo ha detto tutta l’Aula. Noi non vogliamo mettere in difficoltà nessuno, vogliamo contribuire a risolvere il problema. Allora istituiamo subito un tavolo tecnico rapido, con Governo, maggioranza, opposizioni e rappresentanti del settore, e arriviamo al prossimo Consiglio Grande e Generale con una legge d’urgenza fatta bene. Perché qui rischiamo che, nel tentativo prima di salvare qualcuno e poi di salvare tutti, alla fine non salviamo nessuno. Ho la sensazione che, così facendo, le realtà imprenditoriali che vogliamo salvaguardare non le salvaguarderemo. Il modo in cui state trattando l’articolato dimostra che non avete le idee chiare. È possibile che gli emendamenti falcidino metà del decreto? È possibile che si parli di uno, tre dipendenti, 50%, 40%, senza avere un quadro preciso? Allora fermiamo la macchina, istituiamo rapidamente un tavolo di lavoro, confrontiamoci con le categorie e affrontiamo la situazione nel modo migliore. E ascoltate anche le opposizioni. Perché non vorrei che fra 15-20 giorni o un mese siamo qui con un altro decreto legge per un’altra categoria. Qui ci sono responsabilità politiche: una politica che è stata sorda a quello che diceva la minoranza e cieca quando percorreva la superstrada.
Michela Pelliccioni (indipendente): Innanzitutto devo esprimere un rammarico, perché apprendo dai colleghi di opposizione che sono stati, seppur tardivamente, contattati dalla Segreteria proponente per un incontro chiarificatore, un incontro che avrebbe dovuto illustrare questo progetto di legge. Purtroppo io di questa telefonata non ho avuto contezza, quindi arrivo in Aula senza aver avuto neanche l’offerta minima di un confronto e di questo, devo dire, mi rammarico alquanto. Detto ciò, ho dato un’occhiata al testo del decreto e devo dire che a me ha dato un’impressione molto precisa. Non so se avete presente quando sul lungomare ci sono quei giochi con i tre bicchieri che girano e c’è la pallina da trovare. Perché dico questo? Partiamo da monte. Ci sono diversi piani da analizzare e il primo, che non vorrei venisse usato come fumo negli occhi, è quello legato alla politica miope. Una politica miope che non ha saputo attenzionare per tempo un problema legato a un mercato che presentava distorsioni. Non si è trovata una soluzione che potesse dare beneficio agli operatori che internamente praticavano con serietà la propria attività, mentre altri la praticavano molto meno. E la soluzione l’ha trovata la vicina Italia, ma la vicina Italia ha tagliato le gambe a tutti, agli operatori onesti e a quelli disonesti, pretendendo tra le altre cose il pagamento anticipato dell’IVA, che chiaramente ha mandato in grandissima difficoltà il settore. Però noi, politicamente, una soluzione ancora non l’abbiamo trovata, perché la soluzione sul tavolo non c’è. Come al solito si corre ai ripari dicendo paga lo Stato, paga Pantalone, ma questa è politica miope e non è accettabile. Gli operatori vanno aiutati, certamente, ma vanno aiutati anche con una politica che guardi in prospettiva e trovi soluzioni che non siano sempre quelle di dare per cassa. Questo è il primo tema. Ma ce n’è un altro. Io vorrei capire dove vuole arrivare questo decreto, chi deve aiutare e soprattutto con che modalità. Ed è qui che, secondo me, la pallina va trovata, perché dentro il testo ci sono molte parti che lasciano perplessi. Si dice che il decreto serve a risolvere problematiche, anche conseguenza dei cambiamenti normativi internazionali. Però in questo decreto noi non ci limitiamo a parlare di agevolazioni: creiamo tutta una serie di meccanismi anche per debiti pregressi. E sottolineo pregressi. Perché voi sapete bene che a San Marino ci sono tante aziende e ognuna, a prescindere dal settore, può aver avuto problematiche di buona o cattiva gestione. Ma qui lo Stato interviene a protezione anche delle attività pregresse, senza porsi il problema che quelle attività pregresse magari hanno finanziamenti sul sistema finanziario e coinvolgono anche attori privati. Ecco, qui si parla di ristrutturazione anche dei finanziamenti pregressi, ma poniamo un punto: lo Stato di San Marino entra a gamba tesa anche sui limiti alla classificazione del credito o alla revoca. Cioè non solo dà e concede agevolazioni finanziarie, ma dice alt ai settori privati, in questo caso al settore finanziario. Poi però, quando si tratta di fallimenti, non funziona più così, come al solito. Ma allora io mi chiedo: dobbiamo anche pensare che non tutti gli operatori sono uguali. Ci sono operatori che magari hanno finanziamenti anche con la vicina Italia. E la vicina Italia, di questo cappello protettivo che noi ci stiamo dando internamente, è contenta? Cioè noi vogliamo andare in Europa con decreti di questo tipo? Vogliamo raccontare della trasparenza e dei meccanismi virtuosi con decreti di questo tipo? Detto questo, ci sono anche ulteriori benefit. Qui si parla di esenzioni anche dalle imposte di registro, di tutto, anche per le ristrutturazioni pregresse. Ma stiamo parlando di decine, di centinaia di migliaia di euro che paga lo Stato, perché sono soldi che non entrano nelle casse dello Stato. Ma a fronte di cosa? Noi parliamo e attenzioniamo il problema delle auto e del discorso IVA, ma se poi allarghiamo tutto anche al pregresso e faccio una ristrutturazione che a quel punto ha un cappello protettivo su tutto e viene esentata anche dalle imposte di registro, io questa cosa l’avevo già vista, purtroppo, in una finanziaria anche per i trasporti. Perché noi ogni tanto ci facciamo dei grandi regali, e spesso è difficile capire quale sia la finalità vera. I settori in difficoltà sono tanti. I settori virtuosi in questo Paese che hanno difficoltà, soprattutto in questo momento storico, sono tanti. Però noi continuiamo ad andare in una sola direzione. Che nella maggioranza dei dubbi ci siano, secondo me lo dimostrano gli emendamenti. Però gli emendamenti hanno fatto peggio di prima, perché hanno esteso a tutti lasciando questi meccanismi. Ma vi rendete conto del pericolo che si crea sul sistema con strumenti di questo tipo? Allora il mio invito è collegato a quello del collega che mi ha preceduto: fermiamoci. Facciamo i seri per una volta. Riguardiamo bene tutti i passaggi. Aiutiamo davvero il settore, perché nulla ho da dire su quello che è successo, pur guardando in prospettiva, ma facciamolo in maniera seria.
Carlotta Andruccioli (D-ML): Come diceva il collega Santi, bisogna dividere il ragionamento in due parti. Il primo è il contenuto di questo decreto, rispetto al quale c’è tanto da dire, anche per come è arrivato. Anche noi ci sentiamo di ribadire che rispetto a un intervento di sostegno alle attività economiche, magari anche storiche della Repubblica di San Marino, ma in generale ai settori, c’è la massima collaborazione e la massima disponibilità a mettersi al tavolo, se solo fossimo stati chiamati, perlomeno non il venerdì per cinque minuti di confronto. Credo che ci si debba veramente fermare e si debba mettere in atto un confronto serio nel solco di quelli che sono i numeri, di quelle che sono le dinamiche, capire se certi aiuti dipendono semplicemente dalla problematica emersa un anno e mezzo fa sull’anticipo dell’IVA e sull’aumento della burocrazia che richiede l’Italia, oppure se ci sono anche dei pregressi e delle motivazioni pregresse. Oltre al contenuto del decreto, su cui avremo modo di intervenire anche nel corso del dibattito, vorrei parlare anche di quello che è emerso nel corso del dibattito, anche nella serata di ieri, perché, permettetemi una battuta, sono seriamente preoccupata dell’ossessione che qualche esponente di Libera ha nei confronti del collega Righi. Dispiace che, per pretesto, per questioni di strumentalizzazione o strategie che non conosco, si tenti di screditare il lavoro fatto nella precedente legislatura, andando ad utilizzare una narrazione che è parziale e, soprattutto, per certi aspetti, veramente falsa. Io credo che sia assolutamente accettabile contestare i provvedimenti, non essere d’accordo magari sulle modalità di controllo, sul potenziamento di un servizio piuttosto che di un altro. Questo è legittimo. Ma un conto è entrare nel merito dei provvedimenti e un conto è screditare le persone, raccontare falsità come quella che l’ex Segretario Righi e il partito che lo sosteneva abbiano minimizzato le problematiche emerse e non abbiano fatto nulla per potenziare i controlli. Come è stato detto anche ieri sera, quando sono emerse determinate problematiche rispetto al rapporto con l’Italia, è stato l’ex Segretario Righi stesso, insieme al Governo, a segnalare determinate problematiche al Governo italiano, tra l’altro, permettetemi, un Governo composto dalle stesse persone e spesso negli stessi ruoli del Governo attuale. Quindi anche qui viene difeso a spada tratta questo Governo e il problema sarebbe solo del Governo precedente, ma le persone in molti casi sono sempre le stesse. Comunque il fatto che vorrei sottolineare è che su questa problematica, diversamente dal passato, è stato San Marino a segnalare all’Italia che qualcosa non funzionava. Con questo non si vuole dire che non esistano delle problematiche o che San Marino sia immune da determinati pericoli. Nessuno ha mai minimizzato e nessuno vuole minimizzare, ma si tratta di riportare i fatti per come sono avvenuti e non per come si vogliono raccontare per comodità. Il consigliere Berti ci dice: prima Adesso.sm, poi con Righi è esploso il problema. Dice che il problema è la liberalizzazione. Io, per modalità di approccio, non credo che sia questo il problema. La liberalizzazione può aiutare gli onesti e può aiutare anche qualche disonesto, ma disincentivare del tutto determinati settori non mi trova d’accordo, perché va a colpire gli onesti, mentre i disonesti troveranno sempre il modo di operare anche in altri settori. Quindi non è tanto disincentivare a monte i settori, ma potenziare i controlli sull’operatività. E su questo il Segretario Righi, nella scorsa legislatura, ha presentato insieme al Governo e alla maggioranza dei provvedimenti che oggi vengono contestati, e io vorrei che venissero contestati nel merito e non con slogan. Il problema è sull’operatività, perché sono emerse problematiche di evasione della monofase, evasione dell’IVA, triangolazioni fiscali, quindi problematiche tributarie. Con il Decreto 50 del 2024 e la norma 103 del 2023 si è agito proprio su questo, potenziando l’Ufficio Attività di Controllo, che aveva tre operatori, tre dipendenti, a controllare circa 5.000 attività economiche. Si è potenziato l’ufficio. La domanda è: come mai non sono state aggiunte le risorse? È un problema della norma o è un problema di chi non ha voluto potenziare quelle risorse? Allora, non diciamo castronerie. Diciamo le cose come stanno.
Gemma Cesarini (Libera): Il settore ha subito un duro colpo, soprattutto gli operatori storici del nostro contesto economico. Ma è altrettanto evidente che il problema non è una novità. Il problema nasce, in realtà, dalla nostra caratteristica normativa, cioè la monofase. La monofase e l’IVA sono due imposte indirette che non dialogano e, nelle ombre di queste normative, si infilano queste attività opache che danneggiano gravemente quelle trasparenti. Quindi la chiave qual è? Io non penso che la chiave di risoluzione dei problemi sia inventarsi soluzioni astruse, impossibili o controverse che ci passano per la mente. La chiave, ce l’ha detto anche ieri sera il Segretario Gatti, è il tavolo di confronto che si è aperto con l’Agenzia delle Entrate, è la collaborazione amministrativa con l’Italia. Sulla scia di questa collaborazione, di questo coordinamento, di questo tavolo di lavoro con l’Italia, dovremmo prendere esempio e muoverci allo stesso identico modo. Quando parliamo del “clarify addendum”, bisogna instaurare un dialogo attivo, una collaborazione, una linea diretta, una politica di collaborazione con l’Italia, perché questi fenomeni non sono nuovi, anzi si ripetono negli anni. Io credo che poi il decreto legge sia un intervento che va a dare una mano, ma chiaramente non è risolutivo. Poi è tutto emendato, quindi se vogliamo ragionare insieme in quest’Aula per parlare dei requisiti, per parlare di quelle che possono essere delle migliorie, siamo tutti qua, parliamone e possiamo farlo. Chiaramente la questione dell’apertura anche a chi ha soltanto un dipendente, che non sia socio amministratore, è una scelta di apertura anche verso le piccole imprese, non soltanto quelle grandi. Allo stesso tempo abbiamo previsto che le attività siano consolidate e continuative da più di cinque anni sul territorio. Vogliamo parlare ancora dei requisiti? Facciamolo, siamo qua e approfittiamone. Per quanto riguarda invece l’aspetto dei controlli, vorrei rispondere a Motus: non c’è nessun tipo di ossessione, è semplicemente un punto di vista completamente diverso. Per noi i controlli devono essere in parte preventivi, perché la nostra realtà è piccola, e quindi dobbiamo parlare anche di controlli preventivi, oltre che successivi. È semplicemente un punto di vista differente. Detto questo, io vorrei ringraziare il Segretario Fabbri e il Segretario Gatti, entrambi, perché hanno portato all’attenzione dell’Aula un decreto legge che va ad aiutare un settore in difficoltà, soprattutto gli operatori storici. E io credo che, almeno per quanto riguarda il nostro gruppo consiliare, ci sia apertura per ragionare sui requisiti e su eventuali miglioramenti.
Mirko Dolcini (D-ML): Io ieri purtroppo non sono potuto essere presente alla serata. Mi è stato raccontato che ci sono stati un po’ di attacchi scomposti nei confronti del nostro ex Segretario, nei confronti di Motus. Dispiace, perché è evidente che, quando non si comprendono i problemi, non si riesce neanche a risolverli e quindi non si riesce ad approfondirli in maniera analitica. Ma perché dico questo in questo progetto di legge? Innanzitutto la prima stesura, che poi evidentemente verrà emendata, per fortuna, faceva riferimento all’aiuto per aziende con un numero di dipendenti di almeno tre. E già qui si comprende che c’è qualcosa che non torna. Evidentemente era un progetto di legge fatto su misura per qualcuno, perché numerose sono le attività storiche e oneste che non raggiungono i tre dipendenti. E allora quelle non andavano tutelate? Uno dei problemi sono le immatricolazioni delle auto vendute a San Marino, ad esempio ad italiani, perché le Agenzie delle Entrate, i vari uffici sparsi in tutta Italia, si comportano in maniera diversa relativamente all’IVA e alla burocrazia, caso per caso. Questo crea enormi difficoltà a chi lavora davvero, perché si ritrova con lungaggini in un’agenzia piuttosto che in un’altra, a dover portare documenti che altre agenzie non chiedono, a volte documenti che è impensabile riuscire a produrre. Queste difformità tra i vari uffici si potrebbero risolvere, ad esempio, con una circolare dell’Agenzia centrale italiana delle Entrate a tutte le succursali. Ma su questo serve una condivisione operativa con il sistema italiano, con il Governo italiano e con chi si occupa di queste cose in Italia. Ci è stato detto che esiste un tavolo di confronto con l’Agenzia delle Entrate. Ma a che punto è quel tavolo? Abbiamo bisogno di riscontri. La mancanza di capacità analitica si evidenzia anche nella mancanza di volontà di un confronto con l’opposizione da subito, non tardivo, non solo per lavarsi la coscienza. Questo confronto non c’è stato. Poi addirittura si dice che è un problema da sempre. Si fa riferimento all’ex Segretario Antonella Mularoni, ad Adesso.sm, fino a Fabio Righi. Ma voi, signori del Congresso di Stato e della maggioranza, siete lì dal 2024, siamo nel 2026, e arrivate con un progetto di legge adesso, che viene completamente stravolto. Allora dov’è la capacità analitica di risolvere un problema? E se anche si vuole risolvere, si riuscirà a farlo in questo modo? Io ho forti dubbi. E rispondo anche a quanto detto dal collega Michele Muratori: non è vero che nella scorsa legislatura si è minimizzato il problema. Tutt’altro. Il problema si è cercato di affrontarlo e si è fatto tutto quello che era possibile con gli strumenti del momento. Anzi, si puntava a quello che poteva davvero creare un controllo capillare, cioè la digitalizzazione, che non avete consentito. Se una colpa ha Fabio Righi, è quella di aver creduto che si potesse fare quel passo e che si potesse risolvere in quella maniera. Ma non è stato voluto. Tra l’altro vi ricordo che l’apoteosi dello scandalo nacque da una truffa realizzata da soggetti italiani in Italia, con falsificazione di atti anche notarili sammarinesi. Eppure già lì, strumentalizzando, si dava la colpa alla Segreteria Industria, a Righi, quando il problema era tutto italiano. E quel problema si è risolto proprio perché quel Governo, con Fabio Righi, ha segnalato la situazione all’Italia. Tra l’altro c’è questo scaricabarile continuo che non mi piace per niente: il Segretario all’Industria Fabbri, Righi, Mularoni. Ma il Congresso di Stato è un organo collegiale. Lo è sempre stato. Le delibere le firmate tutti e vi vedete ogni settimana. Quindi non prendiamoci in giro.
Maria Katia Savoretti (RF): Qua la musica si ripete, perché con questo decreto torniamo ancora una volta sul problema auto. Io nella passata legislatura, per un certo periodo, sono stata nella Commissione Antimafia e ricordo bene che questo problema era stato portato sul tavolo della Commissione, quindi sono anni che se ne parla. Però vediamo che delle soluzioni a questo problema non si è voluto trovarle, o comunque non si è fatto qualcosa perché venissero trovate e il problema migliorasse, perché più volte e in più occasioni lo abbiamo fatto presente, così come anche i membri attuali della Commissione Antimafia. Ricordo poi che, Come Repubblica Futura, abbiamo anche presentato un’interrogazione al Governo per avere delle informazioni proprio sulla problematica sollevata dai concessionari, cioè la difficoltà a vendere in Italia, o meglio a cittadini italiani, auto con targa sammarinese. Le risposte che abbiamo avuto sono state: “va tutto bene, il problema non sussiste, il problema è stato risolto”. Ma il problema non è stato risolto. Ieri, oltretutto, il Segretario Gatti, quando è intervenuto, ha fatto una sorta di scaricabarile, dicendo che il problema è dell’Italia e non è nostro. Io invece penso che il problema sia nostro, perché se l’Italia ha un problema è perché siamo noi che glielo abbiamo creato. Io penso che un tema così importante, che riguarda tutti e dovrebbe riguardare tutti, non si possa affrontare in questa maniera. Ancora una volta il metodo è: interveniamo perché si deve intervenire, poi se l’opposizione non ci dà disponibilità non interessa, e magari poi si dice che è sempre colpa dell’opposizione. No. L’opposizione la disponibilità la dà, ma non certo in questa maniera. Se la diamo, vogliamo che sia presa sul serio, non semplicemente perché veniamo informati all’ultimo. Poi, oltretutto, saremmo stati coinvolti in un confronto su un decreto legge che, come vediamo dagli emendamenti depositati, è stato cambiato, forse perché anche all’interno della vostra maggioranza tutta questa compattezza non c’era, e forse non c’è ancora. Quando avete fatto il decreto c’era una posizione, poi con gli emendamenti ne emerge un’altra. Quindi questo problema c’è, ma non è soltanto il problema legato alle auto. Ce ne sono altri e, se li vogliamo veramente affrontare per tutelare il Paese, non è questo il modo, assolutamente. Da parte nostra, lo ripeto, c’è disponibilità, però non in questa maniera. Dobbiamo essere seri. Non dobbiamo sempre intervenire con decreti a spot perché dobbiamo salvare qualcuno. Lo dobbiamo fare per salvare il Paese. Dispiace ancora una volta vedere che non ci sia la volontà di fare quadrato, perché voi chiedete a noi di farlo, ma siete voi che non lo volete fare. Ci sarà modo di affrontare questo decreto nel dettaglio ed esprimeremo le nostre contrarietà. Ma non possiamo neanche sentir dire che il settore è in crisi oggi: il settore è in crisi da tanto tempo. Lo sapevate voi, lo sappiamo noi, lo sa tutto il Paese. Se vogliamo davvero aiutare questo settore, come altri settori, dobbiamo agire in maniera diversa, in maniera molto più responsabile.
Gaetano Troina (D-ML): Innanzitutto, riguardo questo decreto, tengo a ribadire che non penso fosse materia da decreto legge, perché, per carità, posso capire che il settore sia in crisi, ma come hanno detto i colleghi si poteva tranquillamente depositare un progetto di legge con procedura d’urgenza, come è stato fatto per altri casi, e procedere con quella modalità. Detto questo, comprendo che ci fosse la necessità di intervenire. Resto dell’idea che sia necessario intervenire sempre e comunque quando si fa un provvedimento normativo a favore della generalità e dell’astrattezza dei nostri operatori e dei nostri cittadini. Quindi ben venga il testo revisionato dagli emendamenti, perché nella sua prima formulazione sicuramente non poteva trovare accoglimento. Noi siamo sempre disponibili a valutare nel merito provvedimenti che intervengono a salvaguardia e a collaborare, se interpellati per tempo, però non due giorni prima, su provvedimenti così delicati che incidono su settori della nostra economia in difficoltà. Vengo alla seconda parte dell’intervento, che è la più importante, perché ho l’impressione che qualcuno in questo Paese, dalla scorsa legislatura, si diverta a costruire notizie, dibattiti e informazioni per raccontare, come al solito, una versione della realtà che fa comodo per costruire determinate situazioni politiche. Innanzitutto, non stiamo discutendo del sistema dei controlli nella Repubblica di San Marino, stiamo discutendo di un decreto che interviene nel settore auto. Si parla di cose che molti nemmeno sanno o che non dovrebbero sapere, e invece sembra che tutti conoscano perfettamente il contenuto di una relazione che non è ancora arrivata in aula. Questo non va bene. Questo dibattito è stato pilotato politicamente in questo modo perché c’era un obiettivo, il solito obiettivo che dalla scorsa legislatura si porta avanti: far passare qualcuno come uno che minimizza. Signori, io non so più come spiegarvelo: quando un soggetto, un operatore economico incensurato, chiede di aprire un’attività nella Repubblica di San Marino e magari lo fa come prestanome, potete fare tutti i controlli preventivi che volete, non lo saprete mai. Il prestanome è incensurato, per definizione. Potete cercare in tutti i database del mondo, non troverete nulla. Quindi un sistema di controlli costruito per accumulare carta su carta, certificati e autocertificazioni su persone che non hanno mai commesso illeciti, non serve a niente. Deve esserci, certo, come base, perché se qualcuno non è a posto è giusto che emerga subito, ma i controlli devono essere parametrati e costruiti anche sulle fasi successive, in modo che quando emerge un’anomalia si possa intervenire immediatamente. Tutti dite che non si deve colpire l’imprenditore onesto, siamo d’accordo, ma se si complica la burocrazia in maniera innaturale e pesante, anche l’operatore onesto ne paga le conseguenze. Nella scorsa legislatura si è parlato di un registro telematico delle attività economiche con alert automatici che segnalassero anomalie agli uffici. Non si è voluto fare. E allora è Righi che minimizza? È tutta la scorsa legislatura che si dice che l’Ufficio Attività Economiche non ha personale sufficiente per i controlli e il segretario Righi lo chiedeva. È colpa del segretario Righi? Ci sono decine di uffici che fanno controlli in questo Paese e si sovrappongono continuamente. È colpa del segretario Righi? Noi siamo arrivati qui nel 2018. Chi c’era prima non ha responsabilità? È sempre facile puntare il dito sugli altri. Io capisco che quando non si hanno argomenti li si debba costruire, però la gente a casa ascolta, si rende conto, ci conosce e sa come lavoriamo. Se si vuole costruire questa falsa realtà per cercare di screditare una forza politica che non ha niente da nascondere e che fa della moralità il suo punto di forza, non si va lontano. Io quindi invito seriamente chi ha fatto riferimento alla Commissione Anticrimine, ai lavori della Commissione Anticrimine, ad attendere che venga in quest’aula la relazione che è stata depositata, a leggere i contenuti e a rendersi conto che il problema dei controlli in questo Paese è che si è costruita, nel tempo, un’architettura troppo complessa. Talmente complessa che non può funzionare per forza. Perché se ci sono tre o quattro uffici che fanno le stesse cose, che si sovrappongono, e allo stesso tempo questi uffici non hanno personale sufficiente per farlo, di chi è la colpa? Di chi è il compito di organizzare gli uffici in modo che funzionino, con adeguato personale, adeguata formazione e adeguata struttura? In più si continua a dire che San Marino è il Paese che non si comporta in maniera virtuosa e che l’Italia ci guarda storto. Io, di questo, non ho riscontro. Mi risulta invece che la collaborazione con l’Italia ci sia e che le storture emerse siano venute fuori proprio grazie a questa collaborazione tra i due Stati. Allora, le cose o le dicono persone che le sanno, oppure chi non le sa dovrebbe evitare di dire falsità. Perché la collaborazione tra San Marino e Italia su questi temi esiste, tra le forze di polizia esiste, e continuare a raccontare il contrario, screditando anche il nome della Repubblica in quest’aula, è profondamente scorretto.
Guerrino Zanotti (Libera): Devo dire che mi è dispiaciuto non essere stato presente al dibattito per problemi personali, però già questo finale dell’intervento del collega che mi ha preceduto mi basta per dire che qui si sta un po’ travisando la situazione. Sembra quasi che a screditare il Paese sia chi oggi denuncia il fatto che esiste un’economia non solo opaca, ma anche legata alla criminalità, che infanga il nome della Repubblica e mette in difficoltà San Marino nei rapporti con gli altri Stati, in particolare con l’Italia. Ora, che sia questo dibattito a mettere in luce un problema così grave, che peraltro conosciamo da anni, anche all’interno della Commissione Antimafia, dove si è discusso del commercio degli autoveicoli usati anche con l’Italia, io continuo a dire che su questo tema c’è stata una minimizzazione da parte di chi aveva responsabilità nella scorsa legislatura. Oggi invece ci viene detto che è grazie al lavoro immane svolto che si sono scongelati i rapporti con i settori coinvolti della Repubblica Italiana. Però, scusatemi, i provvedimenti restrittivi che oggi impediscono un commercio veloce, come il fatto che i veicoli che escono da San Marino debbano avere l’IVA prepagata per essere immatricolati, allungando i tempi di vendita, non sono forse provvedimenti adottati quando voi eravate al governo? A me sembra proprio di sì. Quindi il lavoro sui tavoli con gli omologhi italiani, che dite di aver fatto, evidentemente non ha portato i risultati sperati. Questo è un dato di fatto. Anche l’atteggiamento che c’è stato nell’ultima sessione consiliare, rispetto alla relazione del servizio ispettivo della Polizia Civile che evidenzia problemi gravissimi in diversi settori, dall’auto alle bevande e altri ancora, lascia perplessi. Quello che noi intendiamo dire è che queste situazioni ci preoccupano, e ci preoccupano tantissimo, perché al pari di quanto si diceva ieri sul sistema bancario, anche qui sembra che abbiano operato e operino forze e organizzazioni che hanno avuto mani libere in alcuni settori, e che noi non siamo stati in grado di fermare. Negli ultimi anni c’è stato un atteggiamento, diciamo così, lasco rispetto a questi fenomeni. Non sto accusando nessuno di volontà precise, ma certamente le maglie sono state lasciate troppo larghe. E questi fenomeni minano la credibilità del Paese e danneggiano fortemente i settori coinvolti, soprattutto le attività storiche che operano in quei comparti. Infatti il decreto portato in aula dal Segretario Fabbri va nella direzione di cercare di tutelare e dare una mano a questi settori per superare il momento di difficoltà. E non si interviene solo con strumenti di sostegno, ma anche cercando di rimediare alle distorsioni che si sono create. Non ho sentito citare, per esempio, il decreto numero 23 del 2026, sempre della Segreteria Industria, che interviene proprio su quei fattori di distorsione nel settore degli autoveicoli. Quindi credo che ci sia disponibilità anche a discutere il testo e gli emendamenti, che è vero hanno trasformato il decreto, ma lo hanno anche reso più fruibile per un numero maggiore di attività. E questo credo vada incontro anche a richieste che sono arrivate dalle opposizioni.
Repliche
Segretario di Stato Rossano Fabbri: Indubbiamente credo che sia stato anche un momento di confronto che è andato oltre i confini del decreto stesso. Giustamente sono questioni importanti e sensibili per il Paese, quindi alcuni ragionamenti sono esondati rispetto al decreto legge specifico. Lo ribadiamo, e lo hanno sottolineato molti interventi. Io ringrazio tutti gli intervenuti, anche coloro che hanno portato contributi critici, che mi sono sembrati comunque costruttivi. Alcuni sono andati oltre, ma il ragionamento va riportato rispetto a questo decreto e a quella che è la realtà dei fatti, così come realmente avvenuti. C’è un fatto: al di là delle motivazioni e delle ragioni esterne, c’è stata una normativa della vicina Italia. È stato ricordato correttamente che quella normativa nasce, purtroppo, da un episodio che ha coinvolto la Repubblica di San Marino in maniera molto relativa. Perché se anche noi eliminassimo tutti i concessionari e ne rimanesse uno solo, basterebbe che qualcuno utilizzasse i dati di quell’unico operatore per simulare operazioni inesistenti, falsificare timbri notarili, falsificare firme di vendita. Quella famosa truffa è stata l’evento scatenante della problematica. Il Congresso di Stato, come è stato ribadito, è al tavolo con gli uffici competenti da diverso tempo e questo decreto serve a dare ossigeno a chi ha subito un fatto del tutto eccezionale e indipendente dalla propria volontà. È un intervento risolutivo? No. Sarà risolutivo quando verranno ripristinate condizioni di concorrenza e di operatività per i nostri operatori. Saranno fondamentali le settimane e i mesi a venire per trovare un quadro che consenta di ripristinare pienamente il settore. Questo provvedimento va letto insieme al decreto legislativo che introduce dei paletti importanti per il settore. In quell’altro decreto ci sono modalità e interventi che aiutano a risolvere problematiche già emerse nei tavoli di concertazione. Sono problematiche diverse: il nuovo ha certe dinamiche, l’usato ne ha altre, e uscendo dalle auto anche i motocicli presentano ulteriori criticità. Quindi è un intervento importante. In alcune parti questo decreto anticipa anche strumenti su cui si sta lavorando in altri tavoli, penso ad esempio agli strumenti di gestione della precrisi o crisi d’impresa, già presenti in altri ordinamenti. Ci sono poi altri ragionamenti che è giusto che l’aula faccia. Non sempre c’è una visione univoca sulle modalità di intervento. C’è chi ha parlato, ad esempio, della reintroduzione temporanea del nulla osta per i settori sensibili. Io, in astratto, sono contrario, ma nel caso specifico, come misura temporanea, sono anche d’accordo, perché se non riusciamo ancora a intervenire pienamente sul cuore del problema, dobbiamo tutelare il sistema e limitarne gli abusi. Va detto con chiarezza: nell’economia esistono anche fenomeni distorsivi. Non è realistico pensare che non esistano. Il problema è reprimerli con forza e mettere tutti gli enti di controllo nelle condizioni di farlo. In questo senso, già da tempo abbiamo interessato gli uffici competenti, in particolare l’Ufficio Attività Economiche e la mia Segreteria, affinché relazionino sulle problematiche. Ma una cosa va detta: noi qui creiamo le condizioni affinché i controlli avvengano, diamo gli strumenti, ma non siamo noi, da quest’aula, a poter fare materialmente l’attività di monitoraggio e controllo. Con questo spirito, aperto a qualsiasi contributo, ci approcciamo all’articolato che, pur non essendo risolutivo, rappresenta un aiuto che gli operatori aspettano da tempo. È un aiuto importante che consentirà di superare questo momento e di arrivare, nei diversi ambiti – nuovo, usato, motocicli – a soluzioni più strutturate e definitive.
Nicola Renzi (RF): Questo dibattito è stato, oltre che molto partecipato, anche utile, perché finalmente per la prima volta abbiamo sentito mettere nero su bianco, da parte del Governo e del Segretario Fabbri, qual è lo stato dell’arte. Cioè il fatto che purtroppo l’Italia ha attenzionato in maniera diretta la Repubblica di San Marino a fronte delle tante distorsioni che si sono verificate in questo settore e che hanno danneggiato per primi gli operatori seri che in questo settore operavano, esistevano ed ancora esistono. Ci è stato dato anche un altro dato che a mio avviso è abbastanza inquietante: 120 operatori nel settore. Allora, davvero pensiamo che San Marino possa permettersi 120 rivendite di auto? E di fronte a questo dato sembra che non si possa fare niente. Il Governo continua a ripetere, come ha fatto il Segretario Gatti, che si tratta di qualche caso, di qualcuno che ha frodato l’Italia e che ha danneggiato anche la Repubblica di San Marino. Io credo invece che sia una scelta della politica. Se sulle attività economiche deve esserci un controllo, la scelta della politica deve essere quella di lavorare sulla qualità, cioè sulle realtà storiche, strutturate, capaci, e non sulla quantità di soggetti che arrivano, saccheggiano, danneggiano noi, danneggiano l’Italia e poi se ne vanno. Questo dovrebbe essere il principale obiettivo della politica: garantire libertà di impresa, aiutare con strumenti leciti, con servizi, con chiarezza normativa, chi vuole intraprendere seriamente, ma non contribuire a creare distorsioni. Noi vi abbiamo detto che il metodo utilizzato per arrivare a questo decreto non è condivisibile. Oggi non si capisce nemmeno più quale sia la versione del decreto: una prima versione, poi una seconda, poi emendamenti su emendamenti. Diventa difficile anche per noi interagire su una disciplina se nemmeno voi avete chiaro quale sia il testo definitivo. Per questo vi abbiamo fatto una proposta, ieri, stamattina e la ripetiamo ancora: fermatevi un attimo. Convocate una riunione seria, con i dati sul tavolo. Ragioniamo insieme sulle soluzioni, perché noi non vogliamo contribuire a far chiudere nessuno, anzi vogliamo salvaguardare quello che di buono c’è nel nostro Paese. Fermatevi un momento e noi ci impegniamo, nel prossimo Consiglio Grande e Generale, a ratificare un provvedimento serio, quando lo riterrete opportuno. Ma deve essere un provvedimento serio, non un provvedimento schizofrenico che rischia addirittura di non arrivare all’obiettivo che si pone.
Emanuele Santi (Rete): E che dal 2021, anno in cui sono emerse le prime criticità, un Congresso di Stato miope ha voluto tirare la corda un po’ troppo e nel 2024 la corda si è spezzata, nonostante le avvisaglie, nonostante il proliferare di queste attività. E non è solo questo il settore, perché oggi parliamo di auto, ma le stesse cose andrebbero dette per le bevande, per l’e-commerce e per tanti altri ambiti. Si è tirata troppo la corda. C’è una responsabilità politica enorme per non essere intervenuti nel 2022, quando la realtà dei fatti era già chiara. Nel 2024 l’Italia, con un decreto, di fatto non consente più alle nostre aziende sammarinesi di immatricolare e vendere verso l’Italia. Il settore delle auto è entrato in seria difficoltà e noi lo dicevamo. Le misure che chiedevamo allora servivano proprio per difendere le tante società serie, e le conosciamo tutti. È anche inopportuno fare nomi, ma sappiamo bene quali sono: concessionarie che lavorano da 20, 30, 40, 50 anni a San Marino. Sono quelle realtà storiche che hanno sempre operato correttamente. Ma se arriviamo a 120 operatori, vuol dire che ce ne sono altri 70 o 80 nati in questi anni, e tra questi, lo abbiamo detto, ci sono almeno una decina di casi di società in odore di malavita. Quindi la questione è seria. Molto seria. E una parte della politica ha preferito mettere la testa sotto la sabbia. Noi siamo disponibili, lo ribadisco: se c’è una vera crisi del settore, siamo disponibili a partecipare e anche a votare questo decreto. Però c’è un però. Vogliamo conoscere i dati. Vogliamo che venga detto chiaramente quali sono le situazioni. E vogliamo mettere dei paletti, perché questo decreto così com’è scritto non ci va bene. Io personalmente avevo dato disponibilità al confronto: sono stato chiamato giovedì per incontrare il Segretario di Stato, avevo dato disponibilità per il venerdì, poi l’incontro è saltato non per mia volontà. Quindi, nonostante il decreto sia arrivato improvvisamente, anche alla maggioranza, come si vede dal fatto che da dieci giorni non si parla d’altro e che è stato completamente stravolto, restano problemi di fondo non risolti. E il punto è questo: se questo decreto serve per mettere a posto qualcuno, bisogna dirlo chiaramente. Sono uno, due, tre operatori? Va detto. Quando siamo venuti in aula per la crisi dell’alluminio sammarinese, due anni fa, quel decreto lo abbiamo votato. Lo abbiamo votato perché quando si parla di posti di lavoro e di difesa delle imprese, qui dentro siamo tutti disponibili a fare squadra. Ma a queste condizioni no.
Matteo Zeppa (Rete): Io rimango sempre un po’ stupito del fatto che, di fronte a una norma come quella del decreto, si continuino a fare ragionamenti senza entrare davvero nel merito dei dati. In questo caso, per bocca del Segretario Gatti, ieri è stato detto chiaramente: 120 operatori, 120 ditte. Il Segretario Fabbri ha parlato di un decreto che serve a dare ossigeno alle attività, e questo concetto lo posso anche condividere. Però, come ha ricordato bene anche il collega Guerrino Zanotti, noi nello scorso Consiglio abbiamo discusso, in comma comunicazioni, la relazione di un’autorità di vigilanza, il SICAE. In quella relazione, che tutti i consiglieri hanno, si evidenziano delle storture molto chiare: chi fa i controlli segnala che, nonostante i ripetuti richiami alla politica, non si è mai intervenuti con una normativa che prevedesse almeno un sistema di monitoraggio efficace. Allora io le faccio alcune domande, Segretario Fabbri, perché almeno lei è presente e può rispondere, visto che il Segretario Gatti mi pare impegnato in altro e non risponde. Di queste 120 ditte, sono tutte in bonis? Sono tutte aziende senza problemi finanziari? Vorrei capire questo. Io stesso ho parlato con operatori che mi hanno spiegato che una moto o un’auto venduta restava bloccata anche tre o quattro mesi per via delle procedure con l’Agenzia delle Entrate italiana. Questo significa mancati incassi, significa difficoltà concrete. Quindi, su queste 120 ditte, quante sono realmente sane e quante invece sono in difficoltà? E ancora: voi avete allargato il perimetro del decreto fino a includere anche le aziende con un solo dipendente subordinato. Prima erano tre, adesso è uno, purché non sia amministratore. A me viene da sorridere, perché a questo punto tanto vale includere tutti. Ma la domanda vera è: di queste 120 ditte, quante hanno esposizioni verso lo Stato? Quante hanno piani di rientro in corso? Quante hanno rapporti con il sistema bancario in sofferenza? Perché è importante sapere questo. All’inizio sembrava che il decreto fosse costruito per coprire alcune situazioni specifiche. Allora lo chiedo chiaramente: ci sono ditte che operano in questo settore con debiti verso lo Stato o verso il sistema finanziario che vengono ricomprese in questo provvedimento? Se vogliamo fare un intervento serio, questi dati vanno messi sul tavolo.
Emendamento abrogativo dell’articolo 1 proposto da Rete
Emanuele Santi (Rete): L’ho detto anche in premessa durante il mio intervento: gli emendamenti soppressivi che abbiamo presentato come gruppo nascono dalla volontà di discutere articolo per articolo questo provvedimento. Ci auguriamo quindi che, diversamente da quanto accaduto al termine del dibattito, alle domande che poniamo venga data risposta, perché il Governo finora non ha risposto e le questioni restano tutt’altro che chiarite, anche alla luce della tensione ancora evidente in Aula e, mi pare, anche all’interno della maggioranza. In questo senso, l’intelligenza e il buon senso suggerirebbero di sospendere temporaneamente questo decreto, perché non è accettabile affrontare un passaggio così rilevante senza una linea condivisa nemmeno tra chi lo sostiene. Il rischio è di compiere un errore grave. Reitero quindi la richiesta: se necessario sospendete l’esame, approfondite con calma nel corso del mese e riportate il testo ad aprile, perché così non ha senso procedere. Detto questo, torno a chiedere che venga chiarita in modo trasparente la finalità del provvedimento, supportandola con dati concreti sulla situazione del settore auto. È evidente che si è verificata una crisi, legata anche ai provvedimenti italiani, ma è altrettanto evidente che per anni non siete intervenuti e lo fate ora, a posteriori. Il timore è che, dietro una difficoltà reale del comparto, si faccia passare un messaggio generalizzato e che invece il decreto sia costruito su misura per situazioni specifiche. Questo va detto chiaramente, anche perché la confusione è evidente persino tra i vostri banchi. Serve chiarezza sulle finalità reali e sull’urgenza, perché se la crisi risale ad almeno un anno e mezzo fa, non si comprende perché si intervenga oggi con strumenti straordinari. Un Governo serio dovrebbe presentarsi con dati puntuali e condividere un percorso, anche con l’opposizione, che si è resa disponibile. Così com’è, invece, il decreto presenta criticità evidenti e lascia il sospetto che alcuni interventi siano mirati. Serve il coraggio di dirlo e serve anche riconoscere che la situazione del settore auto non è affatto sotto controllo.
Matteo Zeppa (Rete): Lei, Segretario Fabbri, ha detto che bisogna dare ossigeno alle attività, mentre il Segretario Gatti ha sostenuto che è tutto sotto controllo: delle due l’una, qualcosa non torna. Proprio per questo torno a sottolineare che, sebbene l’estensore del decreto sia il Segretario Fabbri, le informazioni dovevano arrivare dal Segretario alle Finanze, che invece non ha fornito né dati né risposte. Io posso condividere la ratio dell’emendamento, cioè la finalità, ma serve anche ammettere responsabilità politiche, perché il decreto parla chiaramente di interventi urgenti e straordinari per sostenere imprese in difficoltà a seguito di mutamenti normativi internazionali. A questo punto si potrebbe aggiungere, con una battuta ma non troppo, anche l’incapacità politica del Governo, perché le criticità erano note da tempo, anche rispetto ai provvedimenti italiani contro forme distorte di commercio. Noi abbiamo aperto le porte a soggetti che sono arrivati, hanno fatto operazioni discutibili, aperto e chiuso attività lasciando debiti e situazioni irrisolte. Di questo chiediamo ancora i dati, Segretario Gatti, perché è sua competenza. Le chiedo quindi: tra le circa 120 licenze attive, quante hanno piani di rientro con Banca Centrale? Questo è fondamentale, perché il decreto rischia di sovrapporsi a situazioni pregresse e di favorire soggetti già in difficoltà strutturale. In un sistema come il nostro, dove contano anche relazioni e conoscenze, il dubbio che il provvedimento sia cucito su misura per alcuni operatori è legittimo. Serve chiarezza su questo punto.
Sara Conti (RF): Intervengo anch’io su questo emendamento abrogativo, perché il senso del ragionamento è già stato espresso dai colleghi di Rete: non siamo contrari alla finalità del decreto, perché nessuno può dirsi contrario a sostenere un settore in difficoltà. Non lo siamo mai stati quando si sono presentate problematiche di questo tipo. L’abrogativo è però un segnale chiaro, perché il decreto legge dovrebbe essere utilizzato per situazioni di reale urgenza, e questa urgenza non ci è stata rappresentata in modo adeguato. Il Governo e il Segretario avrebbero dovuto coinvolgerci per tempo, perché se il settore è davvero in crisi, saremmo stati disponibili a collaborare per costruire una misura efficace e condivisa a sostegno degli imprenditori onesti. Così non è stato: si è arrivati a una telefonata a decreto già definito e pubblicato. Oggi ci troviamo di fronte a un testo che verrà probabilmente stravolto da emendamenti, e questo è un metodo al quale purtroppo siamo abituati, ma che non può essere accettato su temi così seri. Parliamo infatti di un settore che ha subito anche infiltrazioni e utilizzi distorti da parte di circuiti malavitosi, con danni evidenti agli operatori seri, all’economia e alla reputazione del Paese. Noi non intendiamo accettare passivamente quanto proposto e non abbiamo l’anello al naso. Vorremmo che queste problematiche venissero affrontate con serietà, per arrivare a soluzioni realmente applicabili e utili anche per l’immagine di San Marino. Il continuo rinvio e la mancata risposta alle segnalazioni, anche da parte degli organismi di controllo, non sono modalità che possiamo condividere.
Matteo Casali (RF): L’emendamento abrogativo dell’articolo 1 consente di entrare nel merito delle finalità del provvedimento. Ribadisco che l’utilizzo dello strumento della necessità e urgenza non può essere giustificato senza dati oggettivi a supporto, e questi dati non sono stati forniti, se non in maniera frammentaria durante il dibattito. Si è fatto riferimento alle circa 120 licenze attive, ma quando si interviene su un settore economico, e in particolare con strumenti straordinari, è indispensabile basarsi su elementi chiari e condivisi. Questo non è avvenuto. La dimensione del fenomeno la intuiamo e ne siamo consapevoli, anche perché non è nuova, ma proprio per questo sarebbe stato necessario circoscrivere con precisione il perimetro dell’intervento. Voglio inoltre evidenziare un ulteriore aspetto: nelle finalità si parla di riequilibrio della concorrenza, anche in relazione ai mutamenti normativi internazionali, in particolare alla stretta sulle immatricolazioni derivante dall’Italia. Tuttavia, se si interviene anche per effetti di quella causa, si finisce per includere situazioni diverse e non omogenee. Non si può quindi richiamare il principio della libera concorrenza in modo generico, perché le difficoltà delle imprese possono derivare anche da fattori pregressi. Questo non significa che non si debba intervenire, ma che è necessario definire meglio ambito e presupposti. Occorre quindi ridefinire le finalità, conoscere con precisione i numeri e avere piena consapevolezza del perimetro di intervento. Serve un confronto reale tra Governo, maggioranza e categorie, per arrivare a un provvedimento coerente e ben indirizzato.
Segretario di Stato Rossano Fabbri: Qualche breve considerazione sugli elementi che sono emersi a seguito della disamina di questo emendamento abrogativo, per dare all’Aula alcuni dati che magari aiutano a ragionare quando arriveremo agli articoli più centrali. In realtà la Repubblica di San Marino non ha 120 ditte, ma ne ha 72 che si occupano del commercio all’ingrosso e al dettaglio di autoveicoli. Il numero di 120 deriva dal fatto che la stessa ditta ha una doppia licenza, quindi in realtà gli operatori sono 72. Di queste 72 ditte, 16 non hanno dipendenti, 11 hanno un dipendente, 12 ne hanno due, 11 ne hanno tre, 9 ne hanno quattro, 6 ne hanno cinque, una ne ha sei, una ne ha sette, due ne hanno otto, una ne ha nove, una ne ha 14, una ne ha 40 e una ne ha 84. Alla luce di questi dati, anche per rispondere a chi adombra che la misura possa essere direzionata verso alcuni soggetti, è evidente che chi ha una struttura più ampia beneficerà maggiormente dell’intervento, ma vedremo poi nei criteri di accesso che le agevolazioni non sono riconducibili a un solo operatore. È prevista infatti la licenza attiva da almeno 5 anni ininterrottamente, e questo esclude fenomeni di apertura e chiusura. Inoltre, non si può accedere alla misura se vi sono debiti non regolarizzati con lo Stato. Se il debito è inserito in un piano di ammortamento regolare, si può accedere; in caso contrario no. Questi sono alcuni dati, poi entreremo nel merito dell’articolato.
Emanuele Santi (Rete): rendiamo atto della puntualizzazione, cioè che in realtà sono 72 e diventano 120 per via della doppia licenza tra ingrosso e dettaglio. Quindi parliamo di 72 operatori. Però l’analisi che faccio è questa: i dati bisognerebbe averli prima, magari nella relazione accompagnatoria del decreto. Non possiamo arrivare in Aula senza numeri e poi vedere che qualcuno, in fretta e furia, li porta durante il dibattito. Facciamo finta che questi dati ci fossero già, perché evidentemente esistevano. La stesura originaria prevedeva che 39 imprese sotto i tre dipendenti rimanessero fuori, mentre 33 venivano ricomprese. Con l’emendamento che porterete al prossimo articolo, verranno ricomprese 56 imprese, mentre 16, quelle senza dipendenti, restano escluse. Però il punto che ribadisco, al di là dei numeri, è il dubbio che questo decreto venga portato in Aula per dire che c’è un settore in crisi, mentre in realtà si vuole intervenire su pochi operatori in difficoltà. Su questo non abbiamo avuto risposta. Noi continueremo a incalzare il Governo articolo per articolo, per capire cosa sta succedendo, e poi valuteremo il voto finale.
L’emendamento è respinto.
Emendamento abrogativo dell’articolo 2 proposto da Rete
Emanuele Santi (Rete): C’è un’amarezza, e questo lo voglio ribadire, perché di fatto questa inattività, questo lavarsi le mani di fronte a questo problema ha provocato che il decreto del 2023 ha messo in ginocchio tante società e aziende che lavorano seriamente da anni, le ha messe letteralmente in ginocchio. E dall’altra parte si è consentito, in questi anni, di proseguire con situazioni che hanno portato anche a casi di cronaca, dove il nostro Stato è stato segnalato più volte per attività che hanno fatto operazioni truffaldine. Questa è l’amarezza. Tanti concessionari sono venuti da noi a dirci: noi lavoriamo seriamente, ma ci sono alcune società “apri e chiudi” che stanno mettendo in cattiva luce tutto il mercato dell’auto. Ce lo dicevano chiaramente: questi aprono, chiudono e fanno truffe ovunque. E questo è il risultato. A un certo punto la corda si è spezzata e l’Italia è intervenuta. Noi diciamo di aver cambiato le dinamiche del Paese, ma poi, alla prova dei fatti, tra DES, bevande, commercio e auto, emergono criticità evidenti, e l’Italia questo lo vede. Non ce lo dice ufficialmente, ma lo vede, e quando si tira troppo la corda, poi gli effetti arrivano. Questa inerzia ha prodotto danni, e quindi la responsabilità politica è enorme. Le misure devono essere calibrate contro gli operatori truffaldini, quelli che aprono e chiudono, e dobbiamo invece preservare gli operatori seri. Bisogna mettere un paletto forte su queste imprese “apri e chiudi”. Il tema è che sono sempre gli stessi soggetti. L’amarezza è che un settore sano è stato compromesso da pochi, ma sufficienti a danneggiare tutto. Se si fosse intervenuti già nel 2022, probabilmente oggi non saremmo in questa situazione.
Nicola Renzi (RF): Io sono convinto che chi ci sta lavorando lo faccia con l’intento di fare bene, non ho motivo per dubitarne, però torniamo a dire che non si può lavorare così. Non stiamo parlando di una cosa banale, ma dei posti di lavoro delle persone, delle imprese e della serietà di chi ha costruito negli anni attività solide, poi messe in crisi anche da atteggiamenti del Governo che ha preferito non vedere. Prima si parlava di 120 operatori. A me questo numero ha lasciato stupito. È stato fornito dal Congresso di Stato, ma possibile che nessuno si sia posto il problema di come possa un Paese come San Marino avere 120 operatori nel settore auto? Questo è il punto. Noi vi abbiamo detto di fermarvi, perché anche da quello che emerge in Aula questo decreto è un intervento tampone, non risolutivo, e dovremo tornarci sopra. E allora perché non fermarsi prima? Avevate almeno un anno da quando gli operatori vi hanno segnalato le difficoltà, lo sapevate. Avete tenuto questa situazione per un anno e oggi arrivate con tre versioni diverse: il decreto, gli emendamenti e ulteriori modifiche che stanno circolando. Vi sembra un modo serio di operare? Chi vuole investire a San Marino può pensare che questo sia un Paese affidabile, dove le regole cambiano così? Noi vi abbiamo fatto una proposta seria: fermatevi e portate ad aprile un testo strutturato, magari condiviso. Così è il modo peggiore per affrontare un tema così delicato. È evidente che noi voteremo gli abrogativi e non possiamo partecipare oltre, perché il confronto non lo volete.
Matteo Zeppa (Rete): Mi rivolgo sempre al Segretario Fabbri perché evidentemente ha dato dei numeri che ripropongono esattamente la dinamica dell’urgenza e di quanto sia sviluppato questo settore. Evidentemente questi dati li deve comunicare anche il Segretario alle Finanze, che parlava di 120 ditte e che evidentemente fa un po’ a pugni con i numeri, e poi le conseguenze di questo si vedono anche nei dati che non vengono forniti. Il Segretario alle Finanze non dà i dati, questo è evidente. Segretario Fabbri, le chiedo una cortesia. Lei ha specificato i dati e ha chiarito che non possono accedere ai benefici coloro che hanno debiti verso lo Stato non regolarizzati. Le ripropongo quindi la domanda: visto che lei è stato l’unico a fornire dati, ci può dire quante di queste 72 ditte hanno un piano di rientro con Banca Centrale? È un dato importante, perché si collega direttamente alla ratio del decreto. Io condivido quello che lei ha detto: è inutile fare un decreto per salvaguardare un settore messo in crisi dalla politica se poi non si distinguono le situazioni. È giusto che non accedano agli aiuti coloro che hanno debiti non regolarizzati, lo abbiamo visto anche in altri provvedimenti, come quello sugli alberghi. Però la politica può fare tutto, e allora serve chiarezza. Siccome lei ha fatto una puntualizzazione corretta e ha dimostrato di avere i dati, le chiedo di dirci quante di queste 72 ditte hanno già un piano di rientro in essere con Banca Centrale per debiti accumulati negli anni precedenti.
Segretario di Stato Rossano Fabbri: Molto brevemente rispetto alle richieste di puntualizzazione. Ho già interessato gli uffici per capire quante di queste 72 ditte abbiano piani di rientro, ma un concetto è chiaro: se il piano di rientro è regolare, hanno la possibilità di accedere ai benefici; se invece non c’è un piano di rientro, oppure il piano non è stato onorato, non hanno la possibilità di accedere ai benefici. Oltretutto, come vedremo nell’articolato, la possibilità di accesso è prevista solo per coloro che, nel quinquennio, hanno avuto la licenza attiva senza sospensioni o interruzioni. Questo serve proprio a scongiurare il fenomeno dell’“apri e chiudi”, perché se c’è stata discontinuità negli ultimi cinque anni non si può accedere alle misure. Un breve riferimento anche alle modalità con cui è stato portato il provvedimento. Dopo confronto con gli uffici legislativi, è stato ritenuto possibile utilizzare lo strumento del decreto legge, anche se la tempistica non è coincidente con l’insorgere del problema. Personalmente ritengo che si sarebbe potuta utilizzare anche la delega del 2023, che sarebbe stata applicabile anche in questo caso. È stata fatta questa scelta per sottolineare l’urgenza del provvedimento, ma non era l’unica strada possibile.
L’emendamento è respinto.
Emendamento abrogativo dell’articolo 3 proposto da Rete
Emanuele Santi (Rete): A mio avviso l’emendamento che avete fatto è peggiorativo e vi spiego perché. La stesura iniziale prevedeva almeno tre lavoratori subordinati e operatività da almeno 5 anni. Io ho capito quello che dice il Segretario Fabbri, cioè che i 5 anni devono essere continuativi, però il fenomeno parte dal 2021 e non vorrei che dentro questi 5 anni rientrino anche società nate in quel periodo che magari stanno facendo qualche giochino. Noi dobbiamo votare questo articolo senza avere un quadro completo: conosciamo i dipendenti, ma non conosciamo la situazione debitoria. Ad esempio, le aziende da uno o due dipendenti che ora vengono ricomprese, che debiti hanno? Sarebbe utile saperlo per valutare. Avete chiesto questi dati? Quante aziende, quanti dipendenti e quanto debito? Io non vedo nessuno che se lo chiede. L’altra questione è quella dei dipendenti. Abbassare a uno può anche essere comprensibile per estendere la platea, ma escludendo l’amministratore si rischia di ricomprendere anche soggetti truffaldini. Quindi è peggiorativo. Di fatto si fa rientrare tutti per coprire poche situazioni. Non diciamo che è per tutti se in realtà è per pochi. Se volevate fare una cosa seria, potevate abbassare a uno ma alzare a 10 anni di attività. Così avremmo preso davvero le realtà storiche. Con 5 anni dentro ci finiscono anche quelli nati nel 2021, e questo è un problema.
Matteo Casali (RF): Io sull’articolo vorrei fare una riflessione di merito. Nella calibrazione degli interventi, sia nella versione originaria sia negli emendamenti, è stato previsto uno scalino secco. Io mi chiedo se, volendo intervenire davvero a sostegno del settore, non fosse meglio costruire un intervento più scaglionato. Faccio un esempio: oggi si prevede una riduzione del margine operativo pari o superiore al 50% nel biennio. Ma chi ha una riduzione del 48% non è in difficoltà? Secondo me sì, come anche chi ha una riduzione del 30%. Si potevano quindi calibrare interventi diversi in base alla perdita e magari al numero dei dipendenti, visto che oggi abbiamo questi dati. Si poteva costruire una matrice più articolata, invece di uno schema rigido in cui o sei dentro o sei fuori. Anzi, in alcuni casi si sarebbero potuti anche potenziare gli interventi, perché un’azienda con 80 dipendenti e una perdita del 30% può avere più bisogno di una con un dipendente e perdita del 51%. Così invece si è scelto uno scalino netto. Altra osservazione: ieri ci è stato detto che le realtà erano 120, oggi sono 72. Ma il problema del settore non nasce da qualcuno che falsificava timbri in un sottoscala. Se fosse stato quello, era un problema di polizia. Qui c’era un fenomeno diffuso che non è stato controllato, e a un certo punto chi di dovere ha alzato le barriere. Questa è la realtà.
Emendamenti modificativi dell’articolo 3 del Governo
Segretario di Stato Rossano Fabbri: Gli emendamenti sono tre modificativi dello stesso articolato. Con il primo si interviene sulla lettera A del comma 1 dell’articolo 3, chiarendo che il riferimento è all’esercizio 2025 rispetto ai valori medi del biennio 2023-2024, come risultante dal bilancio o da dichiarazioni sostitutive, e si individuano le riduzioni previste. Con il secondo emendamento, relativo alla lettera B, si prevede che le imprese abbiano almeno un lavoratore subordinato, purché non sia amministratore o socio. Con il terzo si chiarisce che l’operatività nella Repubblica deve essere continuativa da almeno 5 anni. Inoltre viene soppressa una previsione relativa al rinnovo dei finanziamenti. La ratio è questa: con il primo emendamento si chiarisce che si tratta di una crisi finanziaria legata a norme entrate in vigore, e non di una crisi strutturale di impresa. Si individua meglio il momento in cui la crisi ha prodotto effetti, cioè il 2025. Con il secondo si recepisce una richiesta delle associazioni di categoria per includere anche imprese con un dipendente. Con il terzo si introduce la continuità quinquennale per evitare fenomeni di “apri e chiudi”. Le norme italiane non sono fatte contro San Marino, ma riguardano tutti gli Stati europei e non prevedono trattamenti differenziati. Inoltre non si tratta di crisi di impresa, ma di crisi finanziaria legata a questi cambiamenti normativi. È importante chiarire che non ci sono aiuti a fondo perduto né interventi economici diretti. Si tratta esclusivamente di una moratoria, cioè della sospensione per massimo 12 mesi di alcuni tributi. Quindi non siamo di fronte a interventi a pioggia con denaro pubblico, ma a strumenti di supporto finanziario temporaneo. La misura non è risolutiva, ma serve ad accompagnare una fase di difficoltà. Va quindi letta per quello che è: una moratoria limitata, non un sostegno strutturale.