Consiglio Grande e Generale: i lavori ripartono dal “caso Ciacci”
Consiglio Grande e Generale, sessione 19,20,21,22,23,26 gennaio 2026
Lunedì 19 gennaio 2026, pomeriggio
Il Consiglio Grande e Generale torna a riunirsi, nel pomeriggio di lunedì 19 gennaio, per la prima seduta del 2026. I lavori prendono avvio dal comma “comunicazioni”: in apertura l’Ecc.Reggenza esprime messaggi di cordoglio per la recente scomparsa di Simone Rossini e Oreste Pelliccioni. Molti i temi trattati: dalla politica estera, con le crisi in Iran e Venezuela, alla sanità fino alla “questione morale” al centro della precedente sessione.
Ma a tenere banco, in primis, è la polemica che tocca da vicino il Segretario di Stato Matteo Ciacci per i toni utilizzati nei confronti della consigliera di RF Maria Katia Savoretti. Ciacci prende la parola chiedendo scusa all’Aula, alla consigliera Savoretti e a tutte le persone coinvolte, ammettendo che la reazione è stata “assolutamente eccessiva” e non adeguata al ruolo istituzionale. Sottolinea che, anche di fronte ad attacchi strumentali, reagire in quel modo significa “passare dalla parte del torto” e ribadisce la necessità di tenere comportamenti coerenti con la funzione ricoperta per non compromettere il lavoro del Governo. La consigliera Savoretti prende atto delle scuse pubbliche del Segretario di Stato Ciacci, ma ritiene necessario ricostruire i fatti. Spiega di aver chiesto esclusivamente informazioni su una presunta cena interna all’Azienda Autonoma di Stato per la Produzione e di aver ricevuto in risposta messaggi e vocali offensivi e aggressivi. “Sono stata attaccata non solo come consigliere, ma come donna e come madre. Tirare in ballo mio figlio per colpire me e Repubblica Futura è stato davvero ignobile. In questo caso il rispetto non c’è stato. Si è andati oltre ogni limite di decoro e di rispetto, violando la sfera familiare e personale”. Andrea Menicucci (RF) riconosce al Segretario di Stato Ciacci il gesto delle scuse, ma giudica gravissimi gli attacchi rivolti alla consigliera Savoretti, al figlio e a privati cittadini, parlando di una pagina “buia” per la politica sammarinese. Denuncia una deriva personalistica e mediatica dell’azione politica che mina la dignità delle istituzioni. Annuncia infine la presentazione di un ordine del giorno di censura, condiviso dalle forze di opposizione, per chiedere una presa di distanza formale del Congresso di Stato. Il capogruppo di Rf Nicola Renzi sostiene che la vicenda Ciacci non sia un fatto personale ma il segnale di un problema sistemico. Chiede all’Aula se vi sia la volontà di assumere un impegno comune perché simili comportamenti non si ripetano, ricordando che “il potere non è arbitrio. Il potere è servizio”. Conclude interrogandosi sul silenzio calato sulla “questione morale”, domandando se sia ancora una priorità per la politica sammarinese. Giulia Muratori (Libera) riconosce che il Segretario di Stato Ciacci ha compiuto “l’unica scelta possibile e giusta”, assumendosi la responsabilità dell’accaduto e chiedendo scusa pubblicamente, definendo il gesto un atto necessario per ristabilire un corretto clima istituzionale. Spiega che Libera ha scelto di non rispondere per iscritto alla lettera di Repubblica Futura per privilegiare un contatto diretto. Sottolinea che episodi di questo tipo “non devono ripetersi”, ma invita a non alimentare ulteriormente la polemica per concentrarsi sulle priorità del Paese. Gemma Cesarini (Libera) esprime piena vicinanza alla consigliera Savoretti e al figlio, definendo quanto accaduto “spiacevole, inadeguato e inopportuno” e riconoscendo che le scuse pubbliche erano dovute. Precisa però che si tratta di “uno scivolone personale, non politico”, ritenendo corretto che la responsabilità resti in capo al diretto interessato e invitando l’Aula a distinguere i piani e a tornare a concentrarsi sui provvedimenti di merito. “Noi – dice Fabio Righi (D-ML) -. denunciamo da tempo che molti cittadini non si avvicinano alla politica per paura di ritorsioni e minacce. Il Segretario Ciacci l’ha fatto in modo sfacciato, ma è un meccanismo che esiste da tempo”.
Sandra Stacchini (PDCS) interviene sul tema della natalità e del sostegno alla famiglia, evidenziando l’avvio concreto di nuovi interventi normativi e il confronto avviato su una bozza di riforma della legge del 2022. Illustra le principali misure previste, dal bonus bebè al rafforzamento dei congedi, fino al riconoscimento del caregiver, sottolineando che oltre all’azione dello Stato è necessario un cambiamento culturale che renda la maternità compatibile con lavoro, dignità e libertà, senza contrapposizioni ideologiche. Carlotta Andruccioli (D-ML) concentra l’intervento sull’azione del Governo, auspicando un cambio di metodo e di atteggiamento, giudicati finora inadeguati. Critica duramente alcune riforme, dalla IGR alla legge sulla casa, ritenute nate male e prive di risultati concreti, e segnala criticità su sanità, famiglia, natalità e gestione della spesa pubblica. Esprime preoccupazione per il peggioramento dei servizi sanitari e per l’assenza di interventi strutturali, come quello sulla libera professione medica. Matteo Zeppa (Rete) riporta al centro il tema della “questione morale”, denunciando il silenzio calato su vicende gravi come la tentata scalata a Banca di San Marino e gli arresti collegati. Critica l’atteggiamento delle istituzioni di vigilanza e segnala intrecci opachi tra finanza, politica e mondo sportivo, richiamando anche il rischio del football trafficking. Esprime preoccupazione per una continuità di pratiche e protagonisti della “San Marino da bere” che danneggiano l’immagine del Paese. Anche il capogruppo Emanuele Santi (Rete) denuncia il silenzio calato sulla vicenda Banca di San Marino, vicenda che a suo avviso ha inciso sugli equilibri politici, tirando in ballo soprattutto la Dc. Il capogruppo Massimo Andrea Ugolini (PDCS) respinge l’idea di una crisi di Governo, sostenendo che la maggioranza in un anno e mezzo si sia concentrata su riforme difficili come quella dell’IGR per riequilibrare i conti pubblici. Contesta le richieste di elezioni anticipate, definite strumentali. Sul tema della “questione morale” chiede di rispettare il lavoro della magistratura e la separazione dei poteri, evitando accuse generiche e personali in Aula. Il capogruppo Paolo Crescentini (PSD) rivendica la solidità della maggioranza e del Governo, escludendo qualsiasi crisi e ribadendo l’intenzione di arrivare fino al termine naturale della legislatura nel 2029. Contesta l’idea di una scarsa produzione normativa nel 2025, ricordando i numerosi provvedimenti approvati e annunciando nuove leggi in arrivo, a partire da quella sulle licenze. Sottolinea come le difficoltà abbiano rafforzato la coalizione, respingendo le richieste di elezioni anticipate.
Ampio spazio viene dedicato anche alle questioni internazionali e geopolitiche. Giuseppe Maria Morganti (Libera) richiama l’attenzione del Consiglio Grande e Generale sui gravi fatti in corso in Iran, parlando di una lotta di liberazione contro una dittatura che dal 1979 governa con repressione e violazioni dei diritti umani. Esprime piena solidarietà al popolo iraniano, in particolare a donne e giovani,. Presenta un ordine del giorno che condanna la repressione, chiede la moratoria delle esecuzioni capitali e impegna San Marino ad attivarsi in sede ONU per fermare le violenze. Gerardo Giovagnoli (PSD) difende il ruolo dell’Unione Europea come spazio di tutela per i Paesi più deboli e come argine alle derive autoritarie. Si associa alla condanna dei regimi dittatoriali, in Iran e Venezuela, ma ribadisce che la liberazione dei popoli non può avvenire tramite occupazioni o imposizioni esterne. Invita San Marino a mantenere una posizione chiara a favore della democrazia, dello Stato di diritto e della risoluzione pacifica dei conflitti. Dalibor Riccardi (Libera) condanna con fermezza l’intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela, definendolo una violazione del diritto internazionale e un precedente pericoloso, mascherato da pretesti come la lotta al narcotraffico. Critica il silenzio del Governo sammarinese, ritenuto una rinuncia al ruolo storico di neutralità attiva e difesa dei diritti umani. Presenta un ordine del giorno che impegna San Marino a condannare l’intervento militare, le violazioni del regime Maduro e a riaffermare il proprio impegno per pace, multilateralismo e sovranità dei popoli. Giovanni Zonzini (Rete) condivide le preoccupazioni sul deterioramento dell’ordine internazionale e ritiene corretto sostenere l’ordine del giorno di Libera, pur evitando letture strumentali. Richiama il valore delle azioni simboliche di San Marino, come il riconoscimento della Palestina e l’accoglienza dei profughi, esprimendo forte preoccupazione per i rigurgiti di razzismo e xenofobia emersi nel dibattito sull’ospitalità ai palestinesi. Invita Governo e maggioranza a difendere con chiarezza la tradizione sammarinese di solidarietà e accoglienza. Marco Mularoni (PDCS) difende il ruolo dell’Unione Europea, ricordando dati concreti e segnali positivi come il rientro del Regno Unito nel programma Erasmus+, e ribadisce la centralità del diritto internazionale per San Marino, riconoscendo anche l’impegno portato avanti dal Segretario di Stato agli Affari Esteri Luca Beccari negli organismi multilaterali. Infine chiede al Segretario competente di vigilare sul futuro di Villa Filippi, sollecitando confronto e tutela di un patrimonio culturale che appartiene all’intera Repubblica. Gaetano Troina (D-ML) richiama la necessità di prudenza diplomatica per un piccolo Stato come San Marino, la cui forza storica è la neutralità e la capacità diplomatica, sottolineando che ogni parola detta “al microfono ha un peso e richiede responsabilità. Se nella scorsa legislatura qualcuno avesse anche solo ipotizzato la presentazione di ordini del giorno come quelli che abbiamo visto circolare oggi, l’aula si sarebbe letteralmente ribaltata”. Rispetto alla questione venezuelana, il Segretario di Stato Luca Beccari ribadisce che San Marino riconosce da sempre il valore centrale del diritto internazionale e del multilateralismo. Ricorda che anche l’Aula si è già espressa in passato sulle violazioni dei diritti umani in Venezuela, ma sottolinea che l’attuale ordine del giorno, “per come è scritto e impostato”, non rispecchia l’approccio tradizionale di moderazione del Paese. Si dice disponibile a un confronto per un testo condiviso, richiamando il metodo adottato sul riconoscimento dello Stato di Palestina: una posizione chiara sui diritti umani, ma calibrata e attenta a evitare derive o letture estreme. Conclude auspicando una sintesi che rappresenti in modo equilibrato la posizione della Repubblica di San Marino sulla scena internazionale. Il capogruppo di Libera, Michele Muratori, sottolinea che, per un piccolo Stato come San Marino, richiamarsi al diritto internazionale, alla Carta delle Nazioni Unite e al multilateralismo non è una formula retorica, ma una necessità politica. Sul Venezuela, spiega che, partendo da posizioni iniziali più rigide, la maggioranza ha lavorato a una mediazione per arrivare a un ordine del giorno che chiarisse la posizione sammarinese, valorizzando il principio della neutralità attiva.
Comma 1 – Comunicazioni
Segretario di Stato Matteo Ciacci: Ci tengo a intervenire per primo, in particolare per via delle vicende che sono state diffuse sui media locali e che hanno fatto riferimento alla mia persona, in seguito a uno scambio con il consigliere di Repubblica Futura Maria Katia Savoretti e successivamente a uno scambio sui social davvero poco edificante da parte del sottoscritto, del quale ritengo doveroso prendermi tutte le responsabilità del caso, chiedendo scusa all’Aula. L’ho già fatto nei contesti istituzionali a cui ho partecipato, in particolare alle Loro Eccellenze al Congresso di Stato, negli organismi istituzionali e negli organismi anche di partito a cui ho presenziato. Credo che il rispetto del ruolo sia un elemento importante, oltre alle azioni e alle attività che vengono svolte nel merito della mia Segreteria. Anche gli atteggiamenti devono essere sicuramente diversi. Penso inoltre che non debba cadere in azioni inutili e che debba impegnarmi nel ruolo per il quale ho avuto fiducia da parte della popolazione. Chiedo quindi scusa non solo al consigliere Savoretti, ma anche a tutte le persone che ho impropriamente coinvolto in questa spiacevole situazione, e certamente ne farò tesoro. Errare è umano e noi, come Segretari di Stato, siamo costantemente impegnati, sempre sotto pressione, spesso anche sotto attacco, talvolta anche in modo strumentale. Fa parte del gioco della politica, ma se anche quell’attacco era strumentale, reagendo in quel modo, me ne rendo conto, si passa dalla parte del torto. Quindi ho sbagliato e non ho problemi ad ammettere questo aspetto. Ritengo pertanto corrette e giuste le critiche che arrivano e arriveranno, in questo caso del tutto meritate, soprattutto rispetto al ruolo, da parte di chi certamente non ha ben colto l’atteggiamento tenuto sui social successivamente all’articolo che era stato pubblicato. Per il resto, e anche questo ci tengo a precisarlo, ritengo che il sottoscritto non abbia mai offeso nessun consigliere, né lo abbia fatto per ragioni che fanno riferimento a elementi di genere o quant’altro. Ho reagito in maniera particolarmente accesa, privatamente, nei confronti del consigliere Katia Savoretti. La mia reazione è stata assolutamente eccessiva e ha vanificato tutte le considerazioni che avrei potuto fare, ma che oggi devo tacere e devo semplicemente chiedere scusa. Detto questo, mi rammarico perché questo scivolone vanifica molto spesso anche tutta l’azione che, come Governo, come maggioranza e anche come Segreteria stiamo cercando di mettere in campo. Tantissimi sono stati i nostri concittadini che apprezzano una serie di attività che vengono svolte non solo sul territorio, ma anche a livello di iniziativa politica e pubblica da parte del Governo e dell’Esecutivo. È chiaro che questi atteggiamenti devono essere differenti, perché si rischia di minare un bel lavoro che stiamo facendo. Sapete che sono spesso un passionario: ho i miei limiti a livello caratteriale, i miei enormi difetti, qualche pregio, ma certamente l’atteggiamento tenuto è stato un atteggiamento non adeguato.
Giuseppe Maria Morganti (Libera): Io approfitto di questo spazio per portare l’attenzione del Consiglio Grande e Generale sui gravi fatti che si sono svolti in questi giorni in Iran e sul tentativo di lotta di liberazione che si è espresso in quell’area e che potrebbe, in questa frangente, portare finalmente alla liberazione di un intero popolo. Mi esprimo in questi termini perché è dal 1979 che il popolo iraniano subisce pesantemente la dittatura e l’autoritarismo di un regime spietato, che ha avuto e continua ad avere la cattiveria di imprigionare tantissimi dissidenti, torturarli e anche impiccarli. Le impiccagioni hanno riguardato non solo uomini, ma anche donne e anche adolescenti. Molto spesso i Paesi, allettati dalla ricchezza di questo territorio, hanno abbassato la guardia rispetto a quella che è la dimensione inumana che viene espressa. Direi che le espressioni di volontà che si sono manifestate con grandissimo coraggio da parte della popolazione, in questo frangente, devono trovare tutta la nostra solidarietà, affinché si possa in qualche maniera almeno dare conforto a chi rischia la vita pur di affermare i principi di democrazia e di libertà. Parlavo prima del 1979 perché è stato l’anno in cui si è svolta una prima rivoluzione nei confronti di un altro potere autoritario, anche se apparentemente più liberale, quello dello Scià di Persia. In quel frangente specifico la popolazione, già cosciente della necessità della propria autodeterminazione, ha portato avanti un progetto di rinnovamento e di riforma integrale nella gestione dello Stato. Purtroppo, in quel frangente, gli ayatollah hanno preso il potere e hanno massacrato tutti gli altri oppositori che si erano opposti prima allo Scià, uccidendone addirittura dodicimila. Oggi l’espressione che si manifesta all’interno delle manifestazioni è molto chiara: il popolo iraniano vuole autodeterminarsi, vuole una propria libertà, una propria dimensione autonoma nell’affermare un processo che ci auguriamo possa essere di sviluppo nel prossimo futuro. A tal fine abbiamo preparato un ordine del giorno che ci auguriamo possa trovare il consenso dell’intera Aula consiliare. Le proteste in corso in tutto l’Iran rappresentano la massima espressione del coraggio dei cittadini determinati a rovesciare una dittatura che da decenni governa con il terrore, impedisce le forme più elementari di libertà e genera condizioni economiche di povertà nonostante le immense ricchezze del Paese. Attraverso slogan potenti e inclusivi come “libertà, libertà, libertà” e “abbasso il dittatore”, il popolo iraniano intende respingere tutte le forme di dittatura e chiede l’instaurazione di una repubblica democratica e laica. Si contano centinaia di manifestanti uccisi dalle forze della repressione, molti altri sono rimasti feriti e migliaia sono stati arrestati. I popoli liberi non possono che rendere omaggio al coraggio e alla determinazione dell’intero popolo iraniano, in particolare delle donne e dei giovani, che nonostante i gravi rischi si battono per la democrazia, lo Stato di diritto e le libertà fondamentali. La Repubblica di San Marino condanna fermamente la repressione e le violazioni dei diritti umani da parte del regime iraniano e chiede l’immediata moratoria delle esecuzioni capitali e il rilascio dei detenuti politici. La Repubblica di San Marino, esprimendo la propria solidarietà al popolo iraniano e alle sue legittime aspirazioni di libertà, ne riconosce il diritto legittimo di opporsi alle forze repressive di ogni regime e di instaurare uno Stato democratico e laico. Il Consiglio Grande e Generale dà mandato al Segretario di Stato per gli Affari Esteri di farsi promotore presso l’Assemblea delle Nazioni Unite affinché adotti le misure necessarie per impedire ogni forma di repressione nei confronti dei manifestanti.
Sandra Stacchini (PDCS): Si inizia a parlare concretamente di nuovi interventi a sostegno della natalità e della famiglia. Devo convenire con chi sostiene che avremmo potuto accelerare questo percorso, ma sono oggi soddisfatta e motivata dall’energia che vedo muovere sul tema da ogni direzione e appartenenza. Un Paese che valorizza le famiglie investe sul proprio futuro, promuovendo sviluppo, solidarietà e integrazione sociale. Il Segretario di Stato per la Giustizia, la Previdenza e la Famiglia ha presentato in queste settimane a tutte le forze politiche e alle parti sociali una prima bozza di progetto di legge di modifica della legge n. 129 del 2022, la quale prevedeva primi interventi a sostegno della famiglia che sarebbero stati valutati nella loro efficacia e di conseguenza aggiustati. L’intervento del 2022, seppur giudicato non esaustivo, negli anni ha comportato un impiego di circa 8 milioni di euro in favore dei nuclei familiari e nel 2025, anche se il dato non deve in alcun modo rallentare le riforme in programma, San Marino ha visto invertire il trend negativo delle nascite, passando dai 144 nuovi nati del 2024 ai 165 del 2025, con un incremento di circa il 15 per cento. Il tema delle nascite non è l’unico al quale il Paese deve dare sostegno all’interno dei nuclei familiari. Le famiglie che devono occuparsi di disabili e di persone anziane al loro interno non devono essere abbandonate. Sintetizzando i primi significativi temi che la bozza del progetto di legge tratta, per quanto riguarda il potenziamento della natalità, sono previsti: un bonus bebè, una somma in denaro alla nascita di ogni figlio; il raddoppio dei giorni di congedo di paternità; il raddoppio delle percentuali di stipendio per il congedo parentale, con importi minimi garantiti; l’allungamento a quattro anni della possibilità di usufruire del post partum; l’implementazione della disciplina del lavoro agile. Per quanto riguarda invece il sostegno ai disagi delle famiglie, la bozza del progetto di legge prevede l’istituzione della figura del caregiver, colui che si prende cura di un familiare bisognoso di assistenza permanente e che per questo ruolo sarà retribuito dallo Stato; l’accumulabilità dei congedi di assistenza; l’istituzione di un punto di assistenza e formazione per le famiglie; la ridistribuzione degli assegni familiari in funzione del reddito, dando di più a chi ha più bisogno. In tema di natalità, questi interventi ipotizzati saranno sufficienti per tornare, nel medio termine, a riempire le nostre scuole di bambini e ad avere, nel lungo termine, un numero di lavoratori sufficiente a coprire i costi delle pensioni? Certamente no. Ma oltre al ruolo dello Stato, che ha il compito di creare le condizioni affinché la maternità torni a essere compatibile con la dignità, con il lavoro e con l’autonomia, la maternità deve anche tornare a essere un desiderio delle donne. Prima si doveva essere madri per essere complete, oggi spesso si deve dimostrare di poterne fare a meno per essere considerate davvero emancipate. Per troppo tempo il dibattito pubblico ha contrapposto maternità e libertà come se fossero alternative inconciliabili. Così facendo non abbiamo liberato le donne, abbiamo semplicemente cambiato la forma della pressione. Oggi molte donne non rinunciano alla maternità perché non la vogliono, ma perché il contesto le spinge a considerarla una perdita, anche una perdita di riconoscimento sociale. Per questo, bene l’intervento dello Stato, ma bisogna lavorare anche a livello europeo e non solo locale, soprattutto sul piano culturale. Infine, per concludere, a mio avviso e immediatamente a seguito di questi interventi, occorrerà legiferare in favore dei sostegni alle famiglie sammarinesi in seria difficoltà, che con sempre maggiore frequenza si rivolgono ai centri di sostegno presenti sul territorio, come la Caritas e la SUMS, e che spesso non rientrano nei requisiti per accedere ai sussidi statali, ad oggi piuttosto ristretti, come quelli previsti per l’accesso al Fondo di Solidarietà.
Miriam Farinelli (RF): Ho ascoltato con molto piacere l’intervento del Segretario Ciacci. Il mio intervento lo avevo scritto qualche giorno fa e rimane comunque attuale, per cui ritengo opportuno dire due parole sulla condotta dei politici. La condotta dei politici rappresenta un tema centrale per la qualità della democrazia e per la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Il modo in cui gli eletti si comportano, le scelte che compiono e i valori che incarnano influenzano profondamente la percezione pubblica della politica e la legittimità del sistema democratico. Chi assume cariche politiche accetta implicitamente una responsabilità che va oltre gli interessi personali, poiché ogni decisione ha conseguenze su altre persone, sull’ambiente e sull’intera società. Questa consapevolezza dovrebbe guidare l’azione politica, dal comportamento quotidiano fino alle scelte strategiche più complesse. Tuttavia, la distanza fra questo ideale e ciò che avviene quotidianamente è spesso significativa. I politici operano in un contesto di pressioni esercitate dagli elettori, dai partiti, dai media e dai vincoli istituzionali. Navigare tra questi interessi richiede competenza tecnica, integrità morale e carattere, qualità che non devono lasciare spazio a sfuriate scomposte e offensive nei confronti degli altri, ma devono tradursi in comportamenti adeguati in ogni situazione. Il modo in cui i politici comunicano ha subito trasformazioni radicali. L’avvento dei social media ha amplificato la tendenza alla semplificazione, allo slogan e alla polarizzazione deliberata. Molti politici hanno compreso che l’indignazione genera più attenzione della riflessione e che l’attacco personale attrae più consenso del dibattito sui contenuti. Questo fenomeno ha conseguenze evidenti sulla qualità del discorso pubblico: si creano bolle informative, si alimentano divisioni e si demonizza l’avversario, anziché confrontarsi sulle idee. Il cinismo comunicativo può produrre vantaggi elettorali nel breve periodo, ma danneggia la capacità della società di affrontare problemi complessi che richiederebbero confronto e cooperazione. Molti cittadini lamentano un declino generale della qualità della classe politica, evidenziando una minore competenza tecnica, una ridotta visione strategica e una debole capacità di leadership. Le cause di questo fenomeno sono molteplici. Spesso la fedeltà ai partiti viene privilegiata rispetto alla competenza e, di conseguenza, persone capaci tendono ad allontanarsi dalla politica perché la percepiscono come un ambiente tossico. Sarebbe invece necessario rieducare i cittadini a una cittadinanza critica e informata, valorizzare esempi positivi di servizio pubblico, creare spazi di dialogo che vadano oltre la logica dell’arena mediatica e promuovere una cultura della responsabilità e della vergogna per comportamenti inaccettabili. Il rapporto fra politici e media è uno degli aspetti più dinamici e complessi della vita democratica contemporanea ed è caratterizzato da una relazione di reciproca dipendenza e da tensioni continue. I politici moderni investono molte risorse nella gestione della propria immagine mediatica. Le piattaforme digitali consentono una comunicazione immediata e senza intermediari con i cittadini, ma rendono anche evidente che cancellare un messaggio non ha più significato: le offese scritte e poi rimosse hanno già prodotto i loro effetti. Se da un lato ciò può favorire una percezione di maggiore autenticità e rapidità di risposta, dall’altro espone al rischio di messaggi impulsivi, nei quali il carattere fumantino può prevalere sulla buona educazione e sul rispetto dovuto alle persone. Gli attacchi personali fra politici, soprattutto attraverso i media e i social network, sono diventati una componente sempre più frequente del dibattito politico. Il confronto si è progressivamente spostato dalle idee agli attacchi personali, arrivando talvolta a coinvolgere anche i familiari, ed è un aspetto che non può essere ritenuto accettabile. Questo tipo di comunicazione contribuisce a erodere la fiducia nelle istituzioni democratiche e, secondo alcuni studiosi, favorisce l’allontanamento dei cittadini dalla vita politica, perché disgustati e impauriti. Anche il nostro piccolo Paese ha conosciuto negli ultimi anni un’intensificazione degli scontri verbali fra esponenti politici, in particolare attraverso i social media. Dichiarazioni apparentemente minori possono avere grande risonanza e generare tensioni durature nella comunità. Fermiamoci tutti un momento a riflettere: stiamo assistendo a una pericolosa deriva e a un imbarbarimento dei comportamenti nei quali è sempre più difficile riconoscersi.
Francesco Mussoni (PDCS): Intervengo in qualità di Capodelegazione dell’Unione Interparlamentare per riferire all’Aula consiliare che è pervenuta una nota dal Segretario Generale dell’Unione Interparlamentare e per comunicare al nostro Parlamento che sono pervenute le osservazioni conclusive e le raccomandazioni della Commissione delle Nazioni Unite per l’eliminazione della discriminazione contro le donne, la CEDAW, a seguito dell’esame del rapporto periodico riguardante le misure adottate da San Marino per dare attuazione alla Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne. L’esame si è tenuto durante la novantunesima sessione della Commissione CEDAW, svoltasi a Ginevra dal 16 giugno al 4 luglio 2025. Sinteticamente, la Commissione raccomanda che venga dato un adeguato seguito a livello parlamentare, tramite apposito dibattito, alle raccomandazioni contenute nel rapporto e, in particolare, che il nostro Stato possa, entro due anni dalla ricezione delle osservazioni, adottare misure che recepiscano le raccomandazioni previste ai paragrafi 10, 16 e 20. Il Segretario Generale, inoltre, raccomanda che le osservazioni siano portate a conoscenza dell’apparato amministrativo e giudiziario e che vi sia una piena consapevolezza, all’interno del nostro ordinamento giuridico, delle raccomandazioni e dell’adesione alla Convenzione, che riguarda l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne. Si tratta di un percorso che il nostro Stato sta portando avanti da anni. Il rapporto evidenzia aspetti positivi in termini di recepimento, ma anche la necessità di adottare ulteriori misure per essere pienamente conformi a quanto la Convenzione e il rapporto stesso indicano. Il mio intervento vuole quindi essere un riferimento di carattere generale. Seguirà, per il tramite della Segreteria istituzionale, la consegna di tutta la documentazione ai gruppi consiliari e credo che, nell’ambito dell’Ufficio di Presidenza, si possa attuare un dibattito che, già di per sé, costituirebbe il recepimento della prima raccomandazione pervenuta dal rapporto.
Oscar Mina (PDCS): Riferisco in merito alla trasferta della delegazione presso l’Assemblea parlamentare dell’OSCE, recentemente effettuata nelle date dal 17 al 19 novembre. Volevo soltanto menzionare la partecipazione della delegazione alle varie commissioni, nelle quali il tema principale affrontato era quello del multilateralismo, attraverso il dialogo e la cooperazione. Ciò è avvenuto sia nella Commissione Affari Politici, sia nella Commissione Affari Economici, Ambientali e Diritti Umani. I colleghi Muratori e Conti hanno svolto il loro compito egregiamente e credo che questo sia stato molto apprezzato sia dalla Commissione stessa sia dai membri della direzione di questo consesso. Abbiamo inoltre partecipato a un panel e ho avuto l’onore di intervenire come relatore sul tema della disinformazione in tempi di conflitto, nel quale ho potuto esprimere alcuni concetti che sono poi stati oggetto di dibattito all’interno dello stesso panel. Come dicevo, depositerò quindi questa relazione agli atti. Oltre a questo, volevo informare il Consiglio che, assieme alla delegazione, abbiamo predisposto una nota che verrà inviata all’Ufficio di Presidenza, in quanto vi è la necessità di istituire anche per questa delegazione un capitolo di bilancio specifico. Da anni, infatti, le spese sostenute dalla delegazione vengono imputate al fondo dei lavori del Consiglio Grande e Generale, cosa che risulta anomala, anche considerando che le altre delegazioni dispongono di capitoli di bilancio dedicati. Nella nota abbiamo quindi richiesto di poter disporre di un capitolo specifico anche per la nostra delegazione. Preciso inoltre che, oltre alle quote di partecipazione, delle quali avevo già informato l’Ufficio di Presidenza in merito all’ammontare, queste sono state raddoppiate da circa due anni e oggi ammontano a circa 10.000 euro. Ritengo quindi importante che tali spese siano ripartite in maniera rigorosa, anche in un’ottica di spending review, dal momento che è necessario programmare sia queste risorse sia le trasferte. Per questo motivo abbiamo chiesto l’istituzione di un apposito capitolo di bilancio.
Maria Donatella Merlini (PSD): Con questo intervento desidero portare all’attenzione dell’Aula alcuni elementi emersi dal convegno dedicato ai settant’anni dell’Istituto per la Sicurezza Sociale, che non è stato una semplice celebrazione, ma un momento di riflessione profonda sul presente e sul futuro della sanità sammarinese. Dal confronto tra istituzioni, forze politiche, sindacali, mondo sanitario e sociosanitario, è emersa innanzitutto una convinzione forte e condivisa: l’ISS non è solo un ente amministrativo o un insieme di servizi, ma rappresenta uno dei pilastri dell’identità della Repubblica, un patrimonio collettivo fondato su valori di solidarietà, universalismo e coesione sociale. Il modello di sanità pubblica universalistica e gratuita, nato nel 1955 con un consenso politico trasversale, resta un punto fermo. Dal convegno è emersa con chiarezza la volontà comune di preservare questo modello, perché è ciò che ha garantito per settant’anni il diritto alla cura a tutti i cittadini, indipendentemente dalle condizioni economiche o sociali. Allo stesso tempo, però, il confronto ha messo in luce un’altra consapevolezza altrettanto importante: difendere quel modello oggi significa avere il coraggio di farlo evolvere. I tempi sono cambiati profondamente rispetto a settant’anni fa. Dal convegno è emerso con forza che non possiamo permetterci una sanità ferma, costruita per un contesto che non esiste più. La sanità pubblica va adattata ai tempi, se vogliamo che resti sostenibile, efficace e capace di garantire qualità. Un altro messaggio centrale emerso dal confronto è la necessità di uscire da una logica di isolamento. San Marino non può e non deve pensarsi autosufficiente su tutto. Il futuro dell’ISS passa attraverso la capacità di fare rete, di costruire scambi e sinergie con l’esterno, mantenendo una forte regia pubblica, ma aprendosi al confronto con altri sistemi sanitari, con realtà di eccellenza e con il privato accreditato, in modo ordinato e governato. È emersa chiaramente l’idea che si possano e si debbano costruire eccellenze anche sulle attività ordinarie, su prestazioni diffuse ma di alta qualità, capaci di dare risposte ai cittadini e, allo stesso tempo, di rendere il sistema più attrattivo. È stato ribadito che senza medici, infermieri e operatori sociosanitari motivati e valorizzati non esiste sanità pubblica che possa reggere. Per questo è fondamentale creare condizioni attrattive che tengano insieme qualità del lavoro, crescita professionale e sostenibilità del sistema. In questo quadro si inserisce anche la legge sulla libera professione medica di prossima presentazione, che rappresenta uno strumento importante per rendere il nostro sistema più competitivo e attrattivo, senza snaturarne la natura pubblica. Accanto al tema sanitario in senso stretto, dal convegno è emersa con forza anche la centralità del sociosanitario, che oggi rappresenta una delle principali sfide del sistema. I nuovi bisogni della popolazione non riguardano solo la cura della malattia acuta, ma sempre più la presa in carico delle persone lungo tutto l’arco della vita, in particolare nelle fasi di fragilità. È stato sottolineato come l’invecchiamento della popolazione, la crescita delle patologie croniche, l’indebolimento delle reti familiari e l’aumento delle situazioni di solitudine richiedano un cambio di paradigma: non una sanità centrata esclusivamente sull’ospedale, ma un sistema capace di integrare sanità, sociale e comunità. È stato molto forte il richiamo alla necessità di una presa in carico continuativa, che abbia come riferimento la persona e non il singolo servizio, alla valorizzazione del territorio, al sostegno al caregiver, allo sviluppo di reti formali e informali che aiutino le persone a vivere più a lungo e meglio, non solo a curarsi. Un ulteriore elemento emerso con chiarezza riguarda la necessità di una visione più razionale della sanità: non una sanità costruita per sommatoria di servizi, ma una sanità capace di definire priorità, misurare i bisogni, valutare l’appropriatezza e rendere conto delle risorse utilizzate e dei risultati ottenuti. Trasparenza, responsabilità e universalismo non sono in contraddizione, ma sono condizioni necessarie per la sostenibilità del sistema. Tutti questi elementi si collegano direttamente a un tema di grande rilevanza politica, quello del nuovo ospedale, richiamato anche nella conferenza di fine anno del Governo. Dal convegno è emersa una posizione molto chiara: il nuovo ospedale è necessario, ma non può essere pensato come un semplice intervento edilizio. Prima del progetto strutturale serve il disegno della sanità futura. Occorre decidere quale tipo di sanità vogliamo costruire, quale ruolo deve avere l’ospedale rispetto al territorio, come integrare sanità e sociosanitario, quali servizi devono essere interni e quali affidati alla rete esterna. Alla luce di quanto emerso, ritengo necessario un invito politico chiaro alla maggioranza e al Governo ad avviare già nelle prossime settimane un confronto serio, strutturato e condiviso sul futuro della sanità sammarinese. Non un confronto episodico, ma un percorso di lavoro che metta insieme visione, dati, competenze e responsabilità politiche. Il convegno per i settant’anni dell’ISS ci ha restituito un patrimonio di idee, analisi e proposte. Sta ora alla politica raccogliere quel patrimonio e trasformarlo in scelte concrete, per garantire che l’Istituto per la Sicurezza Sociale resti anche nei prossimi decenni uno dei pilastri fondamentali del nostro sistema di welfare.
Maria Katia Savoretti (RF): Ringrazio innanzitutto il Segretario di Stato Ciacci per aver pubblicamente rivolto le sue scuse nei confronti della sottoscritta. Mi fa piacere che si sia reso conto di aver sbagliato e di aver tenuto un comportamento inopportuno. È però evidente che la situazione mi ha coinvolto e toccato profondamente e ritengo quindi doveroso raccontare come sono andati i fatti, anche per respingere con fermezza l’accusa di essere stata l’autrice di una presunta fake news, come ho letto in alcuni articoli, che avrebbe addirittura giustificato il comportamento aggressivo del Segretario di Stato nei miei confronti. Ritengo inoltre che chi ricopre ruoli istituzionali abbia non solo il dovere, ma l’obbligo di tenere comportamenti rispettosi e decorosi verso chiunque. Vengo quindi ai fatti. Durante il Consiglio di dicembre ricevevo sul cellulare un messaggio nel quale mi veniva segnalato che era stata organizzata una cena prenatalizia presso l’Azienda Autonoma di Stato per la Produzione, alla quale sembrava fossero stati invitati solo alcuni dipendenti e che, pertanto, all’interno dell’azienda si era creato un certo subbuglio. A quel punto, esclusivamente per avere ulteriori informazioni, mi sono rivolta a un consigliere di Libera che in quel momento era seduto accanto a me, mentre stavo interloquendo con un altro consigliere. A distanza di qualche ora ricevo su WhatsApp diversi messaggi, sia scritti sia vocali, da parte del Segretario di Stato Ciacci, nei quali, con toni aggressivi, venivo insultata e addirittura accusata, con espressioni offensive e non certo lusinghiere. Basita di fronte a tali messaggi, mi sono avvicinata al banco di un altro consigliere di Libera, al quale ho spiegato l’accaduto, facendo leggere i messaggi e ascoltare anche i vocali. Dopo alcune battute, mi veniva confermato che la voce relativa a una cena organizzata, non ben definita nei dettagli, circolava già da qualche tempo all’interno dell’Azienda Autonoma di Stato per la Produzione. A quel punto rispondo al Segretario di Stato Ciacci con un messaggio WhatsApp, precisando che avevo chiesto esclusivamente delle informazioni e che, a mio avviso, un Segretario di Stato non avrebbe dovuto rivolgersi in quel modo. Tuttavia, ricevo nuovamente in risposta solo insulti e offese, con frasi del tipo: “Questo lo dici tu”, “meno…, più serietà non guasterebbe per chi è consigliere”, “ormai il Paese ti conosce”, “ringrazia che ti rispondo in privato”. A quel punto, molto scossa da questi ulteriori messaggi, contatto un altro consigliere di Libera affinché intervenisse personalmente. Informato il mio gruppo politico, anch’esso molto contrariato dal comportamento del Segretario di Stato Ciacci, decidiamo insieme di inviare una lettera al Segretario politico di Libera subito dopo le festività natalizie, con l’intento di informarlo ufficialmente dell’accaduto, chiedere un chiarimento e ricevere scuse formali. Arriviamo così a domenica 11 gennaio, quando il Segretario di Stato Ciacci, condividendo sulla propria pagina Facebook un comunicato di Repubblica Futura, intraprendeva una vera e propria battaglia mediatica. In tale contesto venivano pubblicati commenti offensivi e oltraggiosi nei confronti della sottoscritta, arrivando a tirare in ballo anche mio figlio, senza alcun motivo, giustificazione o spiegazione, e insultando persino privati cittadini. Non potete immaginare ciò che abbiamo provato io e mio marito in quel momento. Avvisati da un consigliere di opposizione, abbiamo visto i messaggi vergognosi che stavano circolando su Facebook e, ancora oggi, a distanza di una settimana, provo dolore nel rileggere certe frasi. È stato un colpo basso e meschino, Segretario, inaccettabile per lei e per il ruolo che ricopre. Sono stata attaccata non solo come consigliere, ma come donna e come madre. Credo che nessuno di voi, colleghi consiglieri, avrebbe trovato accettabile leggere simili commenti rivolti ai propri familiari. Non si è trattato di semplici commenti vivaci e certe giustificazioni le ritengo addirittura ancora più offensive verso me e la mia famiglia. Anzi, ciò ha reso ancora più grave quanto accaduto, proprio per il ruolo istituzionale che lei ricopre. Una cosa sono gli attacchi politici, altra cosa sono quelli personali. Questi ultimi non li tollero nei miei confronti e non li tollero nei confronti di nessuno. La famiglia non si tocca. Tirare in ballo mio figlio per colpire me e Repubblica Futura è stato davvero ignobile. Si è andati oltre ogni limite di decoro e di rispetto, violando la sfera familiare e personale. Io mi sono limitata a chiedere informazioni, le ho chieste direttamente a Libera, non ho fatto post, non ho rilasciato interviste e non ho dato alcuna pubblicità alla vicenda. A fare nomi e cognomi è stato lei, Segretario. Un Segretario di Stato avrebbe dovuto fare le opportune verifiche direttamente, personalmente, e cercare di rimediare se vi erano voci in circolazione, non accusare e offendere la sottoscritta senza motivo. Oggi è toccato a me, domani chissà a chi toccherà. Mi auguro sinceramente che ciò non accada mai più, perché se questa è la nuova politica, io non ci sto e non mi appartiene. Non si può continuare a legittimare e giustificare tutto. Desidero ringraziare per i numerosi messaggi di vicinanza ricevuti e anche alcuni consiglieri di Libera che, nel corso della settimana, mi hanno contattato a titolo personale. Mi spiace però constatare che non sia mai arrivata una risposta ufficiale da parte di quel partito. Dopo la nostra lettera ci saremmo aspettati almeno un cenno, una richiesta di incontro, perché avremmo potuto chiarire tra di noi senza tanta esposizione mediatica, con le dovute scuse, risolvendo tutto in maniera più dignitosa. Nessuno di noi vuole affossare il Segretario di Stato Ciacci, né io né il mio partito. Tuttavia, non posso tollerare certi comportamenti, così come non li tollera Repubblica Futura. Ritengo che il minimo che il Segretario potesse fare oggi fosse quello di scusarsi al microfono, ma le scuse, oltre che a me, le deve anche a mio figlio, che è stato coinvolto senza alcun motivo. Mi auguro davvero che episodi di questo genere non si ripetano più.
Matteo Casali (RF): Sono sinceramente colpito dall’intervento della collega Savoretti, e credo lo siamo un po’ tutti. È noto a tutti che è stata appena approvata una legge di bilancio che ha registrato un aumento considerevolissimo – qualcuno potrebbe dire un’esplosione – della spesa a livello sanitario, direi purtroppo pressoché a parità di servizi erogati, almeno in termini di quantità e qualità. Provenivamo da un bilancio previsionale 2025 che, per il Fondo di azione per le attività sanitarie e sociosanitarie, stanziava 87 milioni e 7; abbiamo assestato questa cifra a 98 milioni nel novembre 2025. Il previsionale è stato confermato per il 2026 e abbiamo probabilmente già in pista una richiesta di 105 milioni. Nessuno dice che non si debba spendere in sanità, assolutamente. Ma, al netto di poste contingenti, di fronte a un aumento della spesa ci si aspetta un aumento della qualità e della quantità dei servizi. Non è accettabile sentirsi rispondere semplicemente: “Abbiamo investito in sanità”. È scattata la difesa d’ufficio del nuovo Comitato esecutivo, insediato a metà dello scorso anno, le cui responsabilità forse non sono riferibili al 2025. Le prime notizie a cavallo dell’anno sono state le seguenti: abbiamo assistito all’annuncio di tagli lineari agli emolumenti dei medici convenzionati pari al 10%. Quindi, per sanare il bilancio, si procede al taglio della risorsa principale: la competenza medica. Lo stesso consigliere Merlini ha detto che un nostro problema atavico è quello di mantenere l’attrattività dei medici. Io mi chiedo quale sia la logica che da un lato dichiara di voler rendere attrattivi i medici e dall’altro taglia la risorsa della competenza medica sui servizi convenzionati che sono, diciamo così, servizi di specialità, di élite, che portano casistica e lustro a San Marino. In questo contesto si colloca il “cameo” del noto e stimato ortopedico che, vedendosi decurtare l’emolumento, ha salutato e se n’è andato. Abbiamo poi assistito alla sparizione della guardia attiva pediatrica in favore della reperibilità, e stiamo vedendo, in queste ore, molte persone doversi rivolgere per i propri figli al Pronto soccorso o alla guardia medica. Non vorrei che in questo ci fosse un segnale dell’ospedale di Loch Ness, quello che ogni tanto compare e poi riappare carsicamente. Non vorrei che, visto che ci è stato raccontato che l’ospedale nuovo si deve fare con la finanza di progetto, si stia iniziando a preparare la strada all’esternalizzazione di determinati servizi – cucina, lavanderia, pulizie, manutenzioni – che poi diventeranno, nella visione di qualcuno, i prossimi flussi sui quali finanziare l’ospedale. Mi dicono che questo modello è già stato utilizzato in Italia, ma che è un modello risultato fallimentare. Speriamo di non percorrere questa strada. In definitiva, cosa succede? Succede che quel modello di evoluzione della sanità, quel nuovo modello verso il quale dovremmo tendere anche per conformare la struttura fisica del nuovo ospedale, stenta a essere partorito dalla politica e dalla classe dirigente. Noi abbiamo chiesto che la classe dirigente ci aiutasse in Quarta Commissione a proporre l’elaborazione di modelli e possibilmente a condividere questi modelli su asset strategici quali la sanità: a condividerli, non a partorirli eventualmente in maniera autonoma, ammesso e non concesso che vengano elaborati e partoriti, perché io ho i miei dubbi. Ho la sensazione che si navighi a vista, raschiando la spesa un po’ di qua e un po’ di là, e le evidenze che ho riportato mi sembrano dimostrarlo, quantomeno dimostrare che non vi sia una reale condivisione degli obiettivi e dell’elaborazione di questi modelli. Abbiamo invece assistito alla proposizione di indirizzi deboli da parte della politica – mi riferisco all’elaborazione degli indirizzi per il Piano sanitario – a una scarsa capacità della dirigenza di proporre modelli, a un approccio algebrico alla spesa e non a un approccio strutturale alla composizione della spesa, e a nessuna condivisione. Se il risultato, dopo un anno e mezzo di governo sulla sanità è questo, allora io alzo le mani. Le politiche di Bevere non erano condivise. Le politiche che sono state messe in atto con queste prime azioni in campo sanitario, sono politiche condivise? Questa è la domanda. Vengo per concludere al “modello” di nuova modalità di comunicazione politica e democratica che ci ha dato il Segretario Ciacci nelle ultime settimane. Vanno bene le scuse. Non so fino a che punto queste scuse possano essere sentite. Tant’è. Devo però dire una cosa: al di là della caduta di stile a me ha colpito il silenzio della politica. Non è vero che ci sia stato un gran clamore su questo tipo di situazione e, in particolare, mi ha colpito il fatto che la dirigenza di Libera, un partito sedicente portatore di determinati valori – e io glieli riconosco – a una richiesta formale non abbia preso alcuna posizione formale, né in quest’Aula né rispondendo per difendere, condannare o giustificare. Questa difesa è stata lasciata al blog estero che ha preso carta e penna e ha difeso il Segretario di Stato dicendo che, tutto sommato, le cose andavano bene, anche riportando fatti che solo il Segretario poteva sapere. Se il partito più importante della sinistra sedicente tale abdica su questi temi e lascia la risposta a un giornale, siamo messi bene.
Gerardo Giovagnoli (PSD): Allora, “non sono più tuo amico”, dice il bambino capriccioso quando, giocando, non ottiene quello che vuole e si porta via il pallone. “Perché il vostro Paese ha deciso di non assegnarmi il premio Nobel per la Pace, nonostante abbia contribuito a fermare più di otto guerre, non mi sento più tenuto a pensare esclusivamente alla pace”. E io mi figuro il presidente Trump che dice: “Nobel, Nobel, Nobel”. E questo Nobel non arriva. Ecco, di fronte al ripetersi di queste cose, sono sempre più contento di vivere da quest’altra parte del mondo, che ha nei suoi fondamentali numeri e statistiche migliori sotto tanti punti di vista: l’aspettativa di vita, la mortalità infantile, il tasso di povertà, il debito pubblico, il debito degli studenti. Un cittadino degli Stati Uniti, appena nasce, ha quarantamila dollari di debito perché dovrà pagarsi l’istruzione. Il tasso di omicidi ogni centomila abitanti è più del doppio negli Stati Uniti; la popolazione in prigione è cinque volte tanto; le donne che lavorano sono il 57% contro il 71% in Europa; le morti sui posti di lavoro 3,5 ogni centomila contro 1,63 nell’Unione Europea. Cito questi dati perché in questo continente si respira un’aria di dismissione, di sfiducia, soprattutto verso l’istituzione continentale, l’Unione Europea. Ma bisogna registrare che la verità è molto diversa da come spesso la si dipinge. In questi ultimi anni, nonostante molti dicano “bisogna uscire dall’Unione Europea, anzi dall’euro”, devo registrare che dall’euro non è mai uscito nessuno, anzi: il primo gennaio 2023 è entrata la Croazia, il primo gennaio di quest’anno è entrata la Bulgaria – altri Paesi hanno aderito. L’unico Stato che è uscito dall’Unione Europea, il Regno Unito, a dieci anni dal referendum in cui si decise di uscire e a cinque anni dal momento in cui non è più parte dell’Unione, registra sondaggi sempre più favorevoli a un eventuale reingresso. L’unico Paese che è uscito. Un altro Paese che aveva interrotto il percorso di adesione all’Unione Europea, l’Islanda, un piccolo Stato che peraltro fa parte dello Spazio economico europeo deciderà, con un nuovo referendum che sarà innescato dal governo tra qualche settimana, se riprendere o meno il processo negoziale. Allora, i fatti e queste emergenze relative a ciò che succede fuori da noi ci dicono che, se una speranza c’è, non sta nello stare da soli, ma nell’aderire e riuscire a stare dentro una famiglia più grande, soprattutto per chi è più debole. Se davvero gli Stati Uniti dovessero attaccare un Paese che è all’interno della NATO, esiste anche un dispositivo nel Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea – l’articolo 42 – che dice che quando un attacco viene portato contro uno dei Paesi, per un articolo definito di solidarietà ma anche di difesa comune, tutti gli altri Stati devono intervenire. E quindi, ogni tanto, bisogna anche essere contenti di dove si vive e lavorare affinché questa parte del mondo sia ancora più sicura di quanto già non sia, cosa che non avviene in altri Stati. Mi associo all’appello appena fatto dal consigliere Morganti sull’Iran. Quello è un regime disumano e anche logoro. Faccio una riflessione anche sul Venezuela, sperando che il Paese liberato da una dittatura assolutamente sconsiderata e dal suo capo non si comporti come il “liberatore”, cioè gli Stati Uniti. Non si può infatti non riconoscere che sia positivo il fatto che non vi sia più un dittatore a capo di un Paese sovrano, ma ciò che accadrà dopo è fondamentale: deve essere rispettata, tanto nel caso dell’Iran quanto in quello del Venezuela, la determinazione dei rispettivi popoli. Il fatto di intervenire dall’esterno per “liberare” e poi occupare non corrisponde a ciò che i cittadini vogliono. Su questo credo che San Marino debba prendere, negli organismi internazionali, una posizione diplomatica e politica chiara: noi siamo per la democrazia e per lo Stato di diritto. Non ammettiamo dittature, ma non ammettiamo nemmeno che uno Stato possa essere conquistato semplicemente perché è stato liberato dal suo dittatore. E quindi, concludo: visto che da questa parte del mondo i dittatori non ci sono e ci sono le elezioni, è vero che qualcuno, forse da qualche parte d’Europa, vorrebbe avere un ruolo come quello di Trump o quello dell’Iran, senza avere peraltro né le forze armate né le “guardie” della ineffabilità del regime, come in Iran. Ma qualcuno può davvero pensare di rovinare la democrazia anche da questa parte del mondo, dove guardiamo certe realtà con disagio, con stupefazione, con inorridimento proprio perché sono così lontane da noi? Ricordiamocelo: noi non siamo così. E se c’è una strada da proseguire è quella intrapresa negli ultimi settant’anni, nei quali le controversie in questa parte del mondo non vengono risolte con l’uso della forza. E questo mentre i leader dei Paesi più importanti – in primo luogo quello che ha le forze armate più potenti di tutte – pensano, in nome del bene del proprio Paese, di poter ignorare il bene di tutti gli altri. Questa è la situazione nella quale ci troviamo al gennaio 2026. Per millenni è stata l’Europa a portare guerra un po’ dappertutto, oltre che dentro se stessa. Non è così adesso. E se oggi vi è un’esigenza di sicurezza è perché c’è chi minaccia direttamente, e la cui minaccia deve essere presa sul serio: i proclami sono altissimi, ma poi, purtroppo, arrivano anche le azioni.
Dalibor Riccardi (Libera): Prima di procedere all’intervento che avevo intenzione di svolgere, permettetemi una breve premessa in riferimento a quanto è stato detto sia dal Segretario di Stato Ciacci sia da alcuni interventi provenienti dai banchi di Repubblica Futura. Io credo che in politica, molto spesso, il chiedere scusa venga visto come un segno di debolezza. Per quanto mi riguarda, invece, apprezzo chi riesce a farlo non come segnale di debolezza, ma come segnale di intelligenza e di lucidità. Mi limito a dire questo, perché non è così scontato, soprattutto nel mondo della politica, saper chiedere scusa e fare un mea culpa. I recenti sviluppi sulla scena internazionale ci pongono di fronte a interrogativi profondi e a scelte che non possiamo più rimandare. In un mondo sempre più instabile, dove il diritto internazionale diventa fondamentale o superfluo a seconda degli interessi economici, e viene calpestato con crescente disinvoltura, noi, come Stato, abbiamo il dovere morale e politico di far sentire la nostra voce. Non possiamo tacere né girarci dall’altra parte. Mi riferisco, in primo luogo, all’attacco militare condotto dagli Stati Uniti contro il Venezuela, un atto che condanniamo con assoluta fermezza. Non si tratta soltanto di un’aggressione armata contro uno Stato sovrano, ma di un precedente pericolosissimo che mina le fondamenta stesse dell’ordine internazionale. L’uso della forza al di fuori di un mandato delle Nazioni Unite rappresenta una violazione flagrante del diritto internazionale e dei principi su cui si fonda la convivenza tra le nazioni. L’amministrazione americana ha tentato di giustificare questa operazione militare con il pretesto della lotta al narcotraffico. È evidente che si tratta di una narrazione costruita ad arte per mascherare interessi ben più materiali. Il vero obiettivo era, ed è tuttora, il controllo delle immense riserve petrolifere venezuelane, le più grandi al mondo. Non è un caso che, subito dopo l’intervento, siano stati annunciati accordi per la consegna agli Stati Uniti di milioni di barili di greggio in cambio di un presunto sostegno al nuovo governo. Eppure, anche dopo la destituzione di Nicolás Maduro, figura che non possiamo certo difendere e che è responsabile di anni di repressioni, crisi economica e violazioni dei diritti umani, le pressioni statunitensi non si sono attenuate. Al contrario, il nuovo esecutivo venezuelano si trova oggi sotto un ricatto politico ed economico che ne compromette gravemente l’autonomia. Gli viene imposto di rompere i rapporti con Cina, Russia, Iran e Cuba, di adottare riforme imposte dall’esterno e di cedere risorse strategiche in cambio di una fragile stabilità. È un paradosso che grida vendetta. Il Presidente Trump decide autonomamente di bombardare un Paese con la scusa della lotta alla droga quando, appena un mese fa, ha concesso la grazia a Juan Orlando Hernández, ex Presidente dell’Honduras, condannato a quarantacinque anni di carcere per traffico internazionale di cocaina. Un gesto che mina ogni credibilità morale e rivela la doppia morale di chi si erge a paladino della legalità solo quando gli conviene. A questo si aggiungono altre situazioni da monitorare e verificare, come le dichiarazioni surreali dello stesso Presidente Trump sulla Groenlandia, che ha proposto di acquistare come se fosse un’isola in saldo. Un’idea che non solo offende la sovranità della Danimarca, ma riporta alla mente i fantasmi del colonialismo, quando le potenze si spartivano il mondo come se fosse una scacchiera. È un segnale inquietante di come venga concepita la geopolitica da chi oggi guida la prima potenza mondiale. Ciò che più mi preoccupa, onorevoli colleghi, è il silenzio. Il silenzio assordante del nostro Governo, il silenzio del Segretario di Stato per gli Affari Esteri, che non ha ritenuto opportuno esprimere nemmeno una parola di condanna, di preoccupazione o di solidarietà. Questo silenzio non è neutralità: è complicità. È una rinuncia al ruolo che la nostra Repubblica ha sempre rivendicato, quello di voce libera, indipendente, fedele ai principi della pace, del diritto e della dignità umana. San Marino non è un attore marginale. È una Repubblica millenaria fondata sulla libertà, sulla neutralità attiva, sulla difesa dei diritti umani. È un Paese che ha saputo accogliere perseguitati, rifugiati e dissidenti, che ha saputo dire no quando il mondo taceva, che ha saputo essere piccolo nelle dimensioni ma grande nel coraggio morale. Oggi più che mai, in un mondo attraversato da tensioni crescenti, San Marino deve ribadire con forza i propri valori nei contesti internazionali. La guerra in Ucraina, con il suo carico di morte e distruzione, ci ricorda quanto sia fragile la pace in Europa. Le tensioni tra Cina e Taiwan minacciano di trasformarsi in un conflitto regionale dalle conseguenze incalcolabili. La tregua tra Israele e Palestina è appesa a un filo, mentre il Medio Oriente continua a essere teatro di violenze e instabilità. Concludo con un appello. È per questo che leggerò l’ordine del giorno che mettiamo a disposizione dell’Aula: affinché questo Consiglio si esprima con chiarezza e il nostro Paese non resti spettatore muto di fronte a ciò che accade nel mondo. Perché il silenzio, oggi, è una scelta, e noi dobbiamo scegliere da che parte stare. Il Consiglio Grande e Generale, alla luce del recente intervento militare condotto dagli Stati Uniti d’America nel territorio della Repubblica Bolivariana del Venezuela; considerato che tale intervento si è svolto al di fuori di un mandato delle Nazioni Unite e in assenza di una deliberazione del Consiglio di Sicurezza; constatato che un’azione militare di questa natura viola il diritto internazionale e il principio di sovranità e autodeterminazione dei popoli; considerato l’attuale contesto globale, segnato da gravi tensioni internazionali che rendono urgente una presa di posizione chiara a difesa della pace e del diritto internazionale; impegna il Congresso di Stato: – a esprimere pubblicamente, anche attraverso i canali diplomatici e le sedi internazionali competenti, la condanna dell’intervento militare statunitense in Venezuela in quanto atto contrario al diritto internazionale e ai principi della Carta delle Nazioni Unite; – a condannare con altrettanta fermezza le violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali perpetrate dal regime di Nicolás Maduro, riaffermando il sostegno della Repubblica di San Marino alla democrazia e allo Stato di diritto; – a riaffermare l’impegno della Repubblica di San Marino per la promozione della pace, del multilateralismo e del rispetto della sovranità degli Stati, in coerenza con la propria storia millenaria di neutralità e libertà; – a promuovere, in tutte le sedi internazionali in cui San Marino è rappresentato, una riflessione condivisa sulla necessità di rafforzare i meccanismi di prevenzione dei conflitti e di tutela del diritto internazionale.
Giovanni Zonzini (Rete): Noi condividiamo le preoccupazioni espresse dai colleghi che mi hanno preceduto sul deterioramento dell’ordine internazionale basato sulle regole, un ordine che, in senso stretto, non c’è mai stato del tutto. Credo però che rischieremmo di apparire strumentali nell’attribuire soltanto all’amministrazione Trump l’attitudine a intervenire in Paesi esteri, in totale violazione del diritto internazionale. Ora vediamo sicuramente un imperialismo americano con un volto più gretto, più feroce sotto certi aspetti, un volto che ha rinunciato anche a quel velo che possiamo chiamare quasi di ipocrisia, ma comunque a un velo retorico che dichiarava almeno di voler mantenere l’azione nel rispetto del diritto internazionale e dei principi della Carta delle Nazioni Unite. Per questo non possiamo non condividere le preoccupazioni che Libera ha espresso nell’ordine del giorno appena letto. Ci riserviamo di rileggerlo con attenzione, ma pensiamo di poterlo sottoscrivere, così come condividiamo, almeno in parte, la critica che Libera ha rivolto al Governo e al Segretario di Stato agli Affari Esteri per non essersi ancora espresso in merito a questa vicenda. C’è però un tema importante su questo deterioramento del diritto internazionale. Chiaro che i nostri ordini del giorno e le nostre prese di posizione sono, sotto molti profili, abbastanza insignificanti. Prima il collega Riccardi ha detto: “Non siamo un attore marginale”. Purtroppo, nello scacchiere mondiale lo siamo. Non di meno, alcune azioni le possiamo fare: azioni di carattere simbolico che però possono avere un significato politico forte. Lo abbiamo fatto, ad esempio, con il riconoscimento dello Stato di Palestina, che è stato un passaggio importante per questo Paese, e che ha poi ricercato uno sviluppo concreto e tangibile di solidarietà verso quel popolo che è tuttora martoriato dalla fame, dal freddo e dalle bombe israeliane. Il nostro Paese lo aveva fatto anche con l’emanazione di un decreto per accogliere trenta cittadini palestinesi. Un decreto che sta suscitando reazioni assolutamente preoccupanti all’interno della nostra società. Dal 2022 a oggi San Marino ha accolto quasi cinquecento profughi ucraini, senza che vi siano state particolari polemiche. Ora invece, di fronte alla possibilità che il nostro Paese accolga fino a trenta palestinesi, osserviamo una reazione che, personalmente, come consigliere e ancor prima come cittadino, mi preoccupa. Mi preoccupa perché vedo sui social l’esplosione di odio, di razzismo, di xenofobia estremamente diffusa. Io penso che il Governo e la maggioranza tutta – e naturalmente troverà in noi collaborazione e pieno sostegno – dovrebbero esprimersi chiaramente per la vocazione all’accoglienza di questo Paese e contro questi rigurgiti xenofobi e razzisti, perché non sono degni della nostra società, né delle aspirazioni della parte migliore della nostra società, e insultano anche la nostra storia: una storia che non può ricordare glorie di battaglie vinte o guerre trionfali, ma che può ricordare, in molte occasioni, la grande solidarietà dei sammarinesi verso chi cercava riparo dalla guerra, dalla fame e dalle persecuzioni. Di questa storia dobbiamo essere fieri e orgogliosi, esserne eredi e portarla avanti, senza ascoltare le sirene del “trumpismo”, di quella mentalità cattivista che si sta diffondendo anche nel nostro Paese. Su questo la politica tutta dovrebbe rimanere compatta e difendere la storia e l’onore di questo Paese, che non può essere lasciato in balia né cedere al razzismo, alla xenofobia e all’ignoranza più grassa e sguaiata a cui stiamo assistendo. Due parole, infine, sul tema che ha aperto questa Aula consiliare, a proposito del modo di esprimersi sui social network. Io sono meno moralista dei colleghi di Repubblica Futura e penso che, se fra di noi a volte qualche parola eccessivamente colorita sfugge, sono cose che capitano e che si potrebbero risolvere con una stretta di mano in privato. Non intendo soffermarmi oltre su questo. Però vorrei esprimere pubblicamente solidarietà al lavoratore Thomas Bonfini, figlio della collega Savoretti, che ha subito minacce intollerabili e inqualificabili a mezzo social network da parte di un Segretario di Stato. Questo, a mio avviso, è l’atto politicamente grave commesso in quella vicenda e merita una censura anche formale da parte di quest’Aula, una presa di posizione da parte del Governo, perché non si può sdoganare il fatto che un dipendente pubblico subisca minacce di ritorsioni lavorative per le posizioni politiche espresse dai familiari o da lui stesso. In questo caso, addirittura, per posizioni espresse dalla madre. Questo è il fatto veramente grave di quell’“ordalia” social. La cosa davvero grave, ripeto, sono le minacce a un dipendente pubblico e su questo è un fatto che merita molta attenzione, perché noi dobbiamo ribadire che in questo Paese esistono le libertà democratiche: nessun cittadino deve essere messo nella condizione di temere per la propria posizione lavorativa in virtù delle posizioni politiche espresse da lui o, addirittura, dai suoi familiari. Ribadisco infine il sostegno all’ordine del giorno di Libera: mi riservo di rileggerlo, ma da come l’ho ascoltato mi sembra assolutamente condivisibile, e ci auguriamo possa trovare anche l’apporto di tutta la maggioranza.
Andrea Menicucci (RF): Prima di tutto, desidero ringraziarvi sinceramente per averci invitato, non più di qualche settimana fa, a visionare una pellicola cinematografica: Norimberga. Un film che, al di là della mia passione personale per la storia e per il diritto, ha suscitato in me una serie di riflessioni. Il 2025 si è chiuso lasciandoci un’eredità profondamente instabile. Ricordiamo i bombardamenti incessanti sul territorio ucraino, ricordiamo la mattanza che sta avendo luogo ancora in Medio Oriente, a Gaza. Guardiamo poi le piazze del Venezuela, dove si respira chiaramente un’aria di libertà, ma non si sa quale futuro sarà riservato ai cittadini venezuelani dopo l’intervento statunitense. Guardiamo le piazze dell’Iran, piazze bagnate dal sangue proprio di coloro che manifestano per la libertà e che, di fatto, sono tagliati fuori dal resto del mondo. Abbiamo leader, come il Presidente degli Stati Uniti, che hanno rinnovato una visione del mondo dichiaratamente imperialista. Pensiamo, per esempio, alla Groenlandia o al fatto che il mancato ottenimento del premio Nobel per la pace sembri averlo legittimato a tentare di incrinare quella pace che, nel mondo occidentale, dura da tempo. Se analizziamo queste crisi, se analizziamo questi comportamenti, emerge un filo rosso: non siamo di fronte a scontri tra visioni filosofiche, non siamo davanti a progetti economici opposti, ma a un modello di leadership basato sull’ego, sulla personalità, sull’uomo al potere. Quando questo accade all’interno dei sistemi democratici, le istituzioni stesse finiscono per perdere i loro valori fondanti, diventano casse di risonanza non tanto per idee e programmi, quanto per l’esaltazione della figura personale. Queste casse di risonanza diventano veicoli per delegittimare, denigrare e svilire il ruolo politico e il confronto dialettico. Questo perenne stato di “ebbrezza istituzionale”, nel quale purtroppo è caduta anche la Repubblica di San Marino, fa sì che non si riconoscano più i limiti che non devono essere varcati: il limite della legge, il limite del diritto, ma soprattutto il limite del rispetto. Sono lieto, per una volta, delle modeste dimensioni della Repubblica di San Marino, perché San Marino non ha l’ambizione – né l’onere – di dover giocare a questa squallida geopolitica che probabilmente porterà il mondo nuovamente in guerra. E noi crediamo fermamente nel diritto, sia esso il diritto interno del nostro Stato o il diritto internazionale. Purtroppo, però, in questi giorni devo registrare che questo rispetto della convivenza pacifica, del dialogo e del confronto, nella nostra piccola Repubblica è venuto meno. Mi riferisco a quanto è accaduto recentemente con il Segretario di Stato Matteo Ciacci, al quale va comunque riconosciuto il fatto di essersi scusato formalmente sia con la consigliera Savoretti sia con tutta la classe politica. Siamo stati testimoni di una pagina che definire “buia” è probabilmente riduttivo per la nostra politica. Lo scontro politico può esistere, il confronto sulle idee può essere anche acceso, ma in questo caso c’è stata una mancanza di rispetto nei confronti della consigliera Maria Katia Savoretti, colpita nella sua dignità istituzionale, prima in privato e poi, soprattutto, su un social network. È stata colpita nella sua dignità di donna e di madre, soltanto perché – udite, udite – si è permessa di fare una domanda. Una domanda in privato a un consigliere di Libera. Non pago di tutto ciò, è arrivata anche la minaccia a un dipendente della Segreteria istituzionale, per il solo motivo di essere il figlio della consigliera Savoretti. Un figlio che è stato apostrofato con le parole: “Non ti conviene, lavori per noi”, a titolo di avvertimento rispetto al fatto di difendere o meno la propria madre. E, a margine, sono stati offesi alcuni cittadini, etichettati come alcolisti o tossicodipendenti. La questione, a mio avviso, è legata al fatto che il Segretario ha iniziato a portare avanti una politica di taglio marcatamente personalistico: una politica legata all’essere “personaggio pubblico”, una politica social, la politica del selfie. Ha iniziato a perdere di vista quella che è l’istituzionalità del suo ruolo e quello che dovrebbe essere l’animo della politica. Oggi ci troviamo davanti a una seria difficoltà all’interno dell’Istituto per la Sicurezza Sociale, legata sia alle liste di attesa sia al fatto che sui professionisti convenzionati si sta abbattendo la scure della spending review. E non una spending review orientata a razionalizzare i costi nel rispetto dei principi di economicità e di qualità, ma una spending review nuda e cruda: meno 10%. Mentre lei, Segretario, e non solo lei, siete ossessionati dal consenso, tanto da arrivare a mancare di rispetto a consiglieri che esprimono opinioni e persino a minacciare chi lavora per le istituzioni, qualcun altro fa il bello e il cattivo tempo. La nostra vicinanza di età mi spinge a parlarle con franchezza: mi rendo sempre più conto che i giovani oggi si allontanano dalla politica, e forse ciò che non cercano è una politica di slogan, ma dei modelli. Vederla rivolgersi con tale arroganza a una consigliera, a un dipendente pubblico e a dei cittadini è stata, a mio avviso, una pagina vergognosa. Ma da questa sua mancanza di rispetto ho tratto un insegnamento prezioso: ho capito che cosa significhi vivere le istituzioni con dignità, imparando che si può gestire il potere senza diventarne dipendenti. Desidero ora leggere un ordine del giorno che sarà presentato dalla mia forza politica insieme alle altre forze di opposizione, un ordine del giorno condiviso in merito a questa vicenda. Il Consiglio Grande e Generale, premesso che – in data 20 dicembre 2025, a seguito di una richiesta avanzata dal consigliere Maria Katia Savoretti a un consigliere di Libera per avere chiarimenti su un evento in fase di organizzazione, il Segretario di Stato Matteo Ciacci ha indirizzato alla stessa consigliere Savoretti comunicazioni private, messaggi vocali e di testo caratterizzati da toni e termini palesemente offensivi, resi recentemente pubblici da un blog estero; – in data 11 gennaio 2026 il medesimo Segretario di Stato ha pubblicato su una piattaforma social commenti e contenuti dal tenore inaccettabile, rivolti al consigliere Savoretti, a suo figlio e a privati cittadini; – al figlio del consigliere Savoretti, in assenza di qualsiasi commento scritto da parte sua, oltre a ripetuti insulti gratuiti sono state rivolte, fra le altre, vere e proprie intimidazioni inerenti alla sua posizione lavorativa di operatore istituzionale, del seguente tenore: «Non difendere tua mamma, lavori con noi, non ne vale la pena»; – liberi cittadini intervenuti via social nel dibattito per invitare il Segretario Ciacci a moderare i toni sono stati apostrofati dallo stesso Segretario di Stato come “alcolisti” o “tossicodipendenti”; – varie persone riferiscono altresì dell’invio, da parte del Segretario Ciacci, sempre in data 11 gennaio 2026, di messaggi volti a istigare terzi a insultare sui social esponenti dell’opposizione, con l’evidente finalità di scatenare un’ondata di odio nei loro confronti; considerato che – appare inaccettabile, nei comportamenti sopraccitati del Segretario Ciacci, la totale assenza di consapevolezza dell’importanza del ruolo ricoperto e della necessità, per chi lo esercita, di salvaguardare sempre il prestigio della funzione; – appaiono di particolare gravità le minacce rivolte a un pubblico dipendente, operatore istituzionale a Palazzo Pubblico, per la sola circostanza di essere figlio di un consigliere della Repubblica; – appaiono egualmente di particolare gravità le accuse di essere alcolisti o tossicodipendenti rivolte via social a privati cittadini che, oltretutto, avevano semplicemente invitato il Segretario Ciacci a moderare toni che apparivano decisamente sopra le righe; censura il comportamento del Segretario di Stato Matteo Ciacci e chiede che il Congresso di Stato prenda pubblicamente le distanze dai comportamenti del Segretario Matteo Ciacci, anche al fine di evitare che comportamenti simili si ripetano in futuro.
Michela Pelliccioni (Indipendente): Innanzitutto vorrei ringraziare le Loro Eccellenze e tutta l’Aula. Grazie per essermi stati vicini in questi momenti complicati. Al di là dei colori politici, degli schieramenti e degli scontri che possono esserci qui dentro, io ringrazio sinceramente tutti per il cuore che avete dimostrato e per avermi fatto sentire il vostro calore. Vorrei soffermarmi in particolare sulla legge sull’aborto, sulla legge sul fine vita – che è stata recentemente depositata – e sulle problematiche legate ai giovani. Partirei dalla legge sull’aborto. È una legge che, lo sappiamo, ha avuto un dibattito molto acceso, anche successivamente alla sua approvazione. Ma la domanda che voglio porre a quest’Aula è: noi cosa stiamo facendo di concreto per fare in modo che l’aborto sia davvero l’extrema ratio? A mio parere, molto poco. Già partendo dall’analisi della legge stessa e delle strutture, anche burocratiche, che abbiamo creato al suo interno. Ho sentito un dibattito molto acceso sulla necessità di far sottoscrivere un foglio alle donne che intendono interrompere la gravidanza, perché vi esplicitino le ragioni. Al di là di quella che considero una violenza, la voglio chiamare così, contenuta in questa proposta – uno spauracchio, e nulla più – si tratta di uno strumento che serve molto poco nella pratica. Ma ci siamo chiesti, per esempio, che cosa sia davvero utile per le ragazze e per i giovani, per poter usufruire al meglio delle tutele previste da questa legge? Mi chiedo, per esempio, quanti casi di giovanissime abbiano richiesto il coinvolgimento del tribunale. Passando alla legge sul fine vita, è un tema che per me non è di facile accesso: è senz’altro molto complesso e il dibattito che si svilupperà in Aula sarà, ne sono certa, molto interessante. La mia non è una critica alla legge in sé, che rappresenta un punto finale di un percorso. La mia riflessione riguarda invece tutti i passaggi prima di quel punto finale. Credo che uno degli obiettivi della politica debba essere quello di preoccuparsi del “pre”: garantire a tutti una vita dignitosa, soprattutto nei momenti di grande difficoltà e di grave malattia. Non parlo solo del supporto psicologico, delle cure palliative, della terapia del dolore. Penso anche alla gestione degli aspetti emotivi e relazionali, e persino degli ambienti che un malato terminale è costretto a vivere. Potremmo diventare un Paese all’avanguardia, mentre invece su queste tematiche siamo purtroppo molto indietro. Vengo ora al tema dei giovani, un tema molto importante e tristemente attuale, non solo per fatti di cronaca avvenuti fuori confine, ma purtroppo anche a San Marino. Penso, ad esempio, ai casi di suicidio che ci hanno accompagnato nell’ultimo periodo. Abbiamo sentito del caso gravissimo di Crans Montana: giovani morti mentre andavano a divertirsi in un locale, dove gli adulti che avrebbero dovuto garantire la loro sicurezza non l’hanno garantita. Anche il tema della sicurezza dei locali sarà un tema che la politica dovrà affrontare. Abbiamo la chiusura continua di locali, mancano i punti di aggregazione. Lo abbiamo detto più volte: servono luoghi di ritrovo, luoghi culturali, luoghi di divertimento. Avevamo lo psicologo a scuola durante il periodo Covid, che ha avuto un enorme successo, perché è stato un punto di aiuto reale per tanti disagi giovanili. Dove è finito lo psicologo a scuola? Lo abbiamo perso dai radar. E invece avremmo dovuto implementare quel servizio, potenziarlo, farlo crescere. Io credo che ai giovani manchino figure di guida, manchino punti di riferimento solidi. E la politica dovrebbe essere una di queste figure di riferimento. In particolare, vorrei ringraziare Domani Motus Liberi, perché un articolo – soprattutto quello firmato dal presidente del giovanile di Domani Motus Liberi – mi ha fatto pensare di essere finita su “Scherzi a parte”. In quell’articolo, un giovane si propone come guida per insegnare alla politica come deve essere l’educazione nella politica. Ci dice che è una vergogna che ci sia maleducazione, soprattutto sui social. Gli attacchi social sono vergognosi. Ma allora io chiedo: vi ricordate cosa ha scritto questo partito sulla mia persona sui social? Non per dieci minuti di follia, ma per due settimane. Andate a vedere cosa scriveva sulla mia persona. Non attacchi politici, ma attacchi personali. Poi leggiamo, nero su bianco, che dovrebbe essere questo partito a “insegnare” cos’è il rispetto, a dare la linea educativa. E io dico: incredibile. Se questi sono i modelli giovanili che dobbiamo rincorrere, credo che il Paese si meriti molto, ma molto di più. Ed è proprio sui modelli giovanili che dobbiamo insistere e lavorare. A quest’Aula serve un lavoro sinergico, ma soprattutto serve un’etica e una disciplina politica da insegnare ai giovani. I giovani, lo diciamo sempre, sono il nostro futuro. Ma questo futuro va accompagnato: serve una “scuola politica”, serve un lavoro educativo sul rispetto dei valori, sul rispetto delle istituzioni, sulla conoscenza della storia di questo Paese. Perché è anche attraverso la consapevolezza del passato che si può costruire il futuro. Questo lavoro, alla politica, oggi manca quasi del tutto. E credo che il lavoro da fare sia tanto e debba essere sinergico, perché richiede la collaborazione di tutti.
Carlotta Andruccioli (D-ML): Certamente non continuerò nel dibattito sulle vicende internazionali, perché ritengo che dieci minuti non siano sufficienti per sviscerare e fare un’analisi completa di ciò che la situazione internazionale meriterebbe. Spesso, inoltre, si tende ad affrontare questi temi con posizioni di parte e ideologiche. Essendo il primo Consiglio del 2026, e avendo assistito alle diverse conferenze stampa del Governo – sia di fine anno che di inizio anno – vorrei piuttosto analizzare le proposte portate sul tavolo fino ad oggi. Soprattutto, mi auguro davvero che ci sia un cambio di passo importante sul metodo e sull’atteggiamento: un metodo e un atteggiamento molto diversi, sia da parte dei singoli membri di Governo, sia da parte del Congresso di Stato nella sua interezza, per le azioni collettive che compie. Ricordo alcuni progetti e alcune proposte di questo Governo e di questa maggioranza che abbiamo fortemente criticato. Parto dalla riforma che ha creato più scalpore: la riforma IGR. È nata male, perché il metodo utilizzato è stato un metodo imbarazzante e ha portato a protestare migliaia di persone contro il progetto e contro l’arroganza di questo Governo. Avete quindi fatto una legge nella confusione più totale, con la tensione che avete creato introducendo comunque tasse – perché di quello si parla – ma senza predisporre gli strumenti adeguati. Un’altra legge: la legge per la casa. Lo slogan era “l’emergenza è finita”. Ad oggi non mi risulta che l’emergenza sia finita. Semplicemente, magari, i giornali che vi sostengono hanno smesso di gridare all’emergenza. Ma spero abbiate la consapevolezza che la realtà è un’altra. Purtroppo, l’anno scorso c’è stato un aumento dei dipartimenti: una spesa pubblica che cresce, magari per litigare meno fra congressisti. E spiace vedere – l’ho letto poco fa – che, nell’ambito di tante attività di spending review che dite di voler fare, si valuti di eliminare un evento come quello delle serate medievali, che comunque ha una sua storicità e una sua importanza. Sul tema famiglia e natalità, ho visto i festeggiamenti e la “vittoria” perché nel 2025 sono nati dieci bambini in più rispetto all’anno precedente. Siamo tutti umanamente felici che siano nati dieci bambini, è chiaro. Ma è evidente che questo non elimina il problema della denatalità. Quindi, più che un festeggiamento, ci aspettiamo che il tema venga affrontato davvero a 360 gradi e con una strategia condivisa da parte del Governo. Sulla sanità: dal 2016 ad oggi la spesa è aumentata da 60 a 105 milioni, ma la qualità dei servizi è evidente che non è migliorata. Tanti si rivolgono al privato e questo crea inequità, perché non tutti possono permettersi centinaia o migliaia di euro per curarsi. Sulla guardia medica nei festivi e nei fine settimana ci sono lamentele enormi. Nel periodo natalizio c’è stato un picco influenzale ed era una situazione critica, ma per riuscire a parlare con qualcuno si aspettavano giorni. È evidente che ci siano problematicità nel sistema sanitario. Siamo in attesa da anni del provvedimento sulla libera professione dei medici. Noi lo riteniamo estremamente necessario per una maggiore attrattività della professione sanitaria. Ad oggi, sul tavolo di questo Governo e di questa maggioranza non c’è nulla di presentato, e anzi ai medici convenzionati si abbassa del 10% lo stipendio. Per non parlare di varie questioni che, onestamente, hanno messo in imbarazzo le istituzioni di questo Paese. E non lo dico certo per dimenticanza: la questione dell’autorizzazione ad operare del DES alla società di Banuelos direttamente dalla Segreteria. Concludo anch’io sul tema che ha aperto questo comma comunicazioni, la vicenda che ha coinvolto il Segretario Ciacci. Le scuse erano opportune e almeno c’è stata una scusa da parte sua. Io non credo si possa parlare di “violenza verbale di genere”: il rispetto lo si deve a prescindere dall’essere uomo o donna. Certamente, e lo ribadisco, ho già espresso alla collega Savoretti la massima solidarietà. Penso che l’aspetto più grave sia stato tirare in ballo i familiari della collega e insultare privati cittadini. E purtroppo non è il primo Segretario, né il primo membro delle istituzioni, che tiene comportamenti poco consoni al ruolo. Non possiamo prenderci la colpa come classe politica nella sua interezza: le colpe sono di chi si comporta così e di chi non fa nulla per prendere le distanze. Io invito davvero la cittadinanza ad alzare la soglia di attenzione dal punto di vista etico e morale, perché non è tutto lecito: dal festino nel periodo Covid agli atteggiamenti verbalmente violenti, all’arroganza istituzionale, ai conflitti di interesse palesi, fino a una politica improvvisata in cui qualcuno entra ed esce dai partiti e poi si permette di attaccare gli altri. Le idee e i progetti li possiamo contestare, possiamo non essere d’accordo, possiamo criticarli. Il problema è chi, con i propri atteggiamenti, mette in imbarazzo tutti quanti e addirittura si permette di attaccare. Allora sarebbe il caso di riscoprire un minimo di buon senso, un minimo di umiltà e soprattutto di educazione, che per qualcuno sembra passata di moda. E penso che tantissimi giovani – anche il presidente del giovanile del mio partito – da questo punto di vista non debbano assolutamente prendere insegnamenti da nessuno.
Marco Mularoni (PDCS): Mi ricollego innanzitutto a quanto detto dalla consigliera Pelliccioni, soprattutto quando ha parlato di giovani e di una serie di mancanze legate ai luoghi di incontro. Credo che questo sia un punto da sottolineare con forza: oggi esiste davvero un problema giovanile perché non esistono più strutture o luoghi di aggregazione adeguati. Questo porta sempre di più i ragazzi a isolarsi e a rifugiarsi nella navigazione sul web. Oggi abbiamo un problema opposto rispetto a 20-30 anni fa: una volta c’era carenza di informazioni, oggi abbiamo troppe informazioni. Molto spesso non sono filtrate, non sono segnalate come attendibili, non esistono circuiti davvero sicuri. Proprio per questo i fatti degli ultimi giorni – dai tragici episodi della Spezia fino ai fatti di Capodanno – devono farci interrogare. Ma non solo sulla necessità di misure coercitive o preventive. Dobbiamo intervenire soprattutto su un aspetto fondamentale: quello culturale. Normalmente le trasformazioni culturali avvenivano nel corso di decenni, secoli. Oggi ci siamo trovati, nel giro di pochi anni, a cambiare radicalmente la nostra cultura. Questo cambiamento non è stato accompagnato da un percorso adeguato all’interno del sistema scolastico, capace di spiegare e guidare questo mutamento della società e della cultura. Credo quindi che noi, come Aula, come Governo, come consiglieri, dovremmo fare di più. Si dice spesso che i giovani sono il nostro futuro, e poi ci indigniamo per ciò che vediamo sui social – commenti, episodi, comportamenti – senza chiederci fino in fondo da dove vengono. Questo vale anche per la dimensione internazionale, per la geopolitica. Non mi metterò a fare un’analisi geopolitica in sette minuti, ma voglio riprendere alcuni elementi citati dai colleghi. Innanzitutto ringrazio il collega Giovagnoli per il suo intervento sull’Europa, in cui ha richiamato una serie di dati oggettivi. Molto spesso sentiamo parlare dell’Europa solo in termini negativi, vediamo sui social un susseguirsi di interventi contro “questa Europa”. L’Unione Europea ha certamente molte problematiche e molti aspetti su cui interrogarsi, ad esempio la politica estera. Però ci sono anche numeri e fatti concreti, che il consigliere ha ricordato in modo puntuale. Ne aggiungo uno: il Regno Unito, notizia di qualche settimana fa, è rientrato nel programma europeo Erasmus+. E questo è un segnale importante: spesso sono proprio la cultura e i giovani a muovere i primi passi. Sulla questione Iran, condivido l’impostazione e l’ordine del giorno presentato dal consigliere Morganti: assistiamo quotidianamente ad atti gravissimi di repressione e violenza, e le testimonianze dei giovani iraniani ci restituiscono una realtà durissima. Anche la questione del Venezuela è estremamente complessa. Devo dire che resto un po’ perplesso non tanto rispetto ai contenuti dell’ordine del giorno presentato da Libera, quanto per alcune dichiarazioni rivolte al Governo e al Segretario di Stato per gli Affari Esteri. Non spetta certo a me “difendere” il Segretario, ma credo che negli organismi multilaterali, da anni, stia portando avanti un messaggio coerente, anche con fatti concreti. Ricordo che la Repubblica di San Marino è stata, insieme ad altri Paesi europei, uno dei primi Stati a riconoscere lo Stato di Palestina, quando ancora oggi ci sono Paesi europei che non lo hanno fatto. Questo ci ha differenziato e ha contribuito a far riconoscere sempre più il ruolo del nostro Paese. Purtroppo il diritto internazionale è, come ogni diritto, un diritto scritto: perché sia rispettato, servono poi strumenti e organismi in grado di farlo valere. Ed è proprio questo il nodo a livello internazionale: ciò che è accaduto in Venezuela purtroppo accade da decenni in varie parti del mondo, in forme e modelli diversi. Noi non dobbiamo dimenticare la nostra zona di influenza, ciò che siamo stati e la nostra storia. Per questo, quando parliamo di geopolitica, dovremmo forse mettere da parte gli schemi puramente ideologici e basarci di più sulla nostra storia e sul contesto in cui viviamo. Per la Repubblica di San Marino, la centralità del diritto internazionale è vitale: come microstato, possiamo contare solo – o quasi – su quello. Non abbiamo eserciti, non abbiamo forza militare, non abbiamo grandi sfere di influenza, come i grandi Stati che ogni giorno pesano sugli equilibri mondiali. Dobbiamo quindi una parte fondamentale della nostra storia e della nostra sicurezza al diritto internazionale, e dobbiamo continuare a ribadirne la centralità negli organismi multilaterali. Mi unisco alla vicinanza espressa alla consigliera Savoretti e a suo figlio. Credo che il Segretario abbia fatto bene a venire qui, ad ammettere il proprio errore e a prendersi le responsabilità che gli competono. È un atto che non cancella quanto è accaduto, ma resta comunque un gesto di coraggio istituzionale che va riconosciuto. Ultimo punto, da cittadino di Montegiardino: la querelle che ho visto sui giornali relativa a Villa Filippi, palazzo storico e culturale del Castello. Credo che in questo caso vi sia stata una mancanza. Prima dell’emissione del bando sarebbe stato opportuno un confronto con la Giunta, con i corpi intermedi di Montegiardino, per spiegare che cosa si vuole fare a Villa Filippi e quale utilizzo si immagina per quella struttura. In assenza di questo confronto, la popolazione è stata comprensibilmente allarmata, perché non ha ben chiaro quali siano le finalità del progetto e quale futuro attenda quella casa storica. Chiedo quindi al Segretario competente, che è presente in Aula, di vigilare e monitorare con attenzione l’esito del bando e la destinazione di Villa Filippi, in modo che non venga abbandonata a logiche meramente speculative, per quanto comprensibili, ma che si tuteli il patrimonio culturale di cui fa parte. Villa Filippi non è solo un bene di Montegiardino, ma un patrimonio di tutta la Repubblica di San Marino.
Nicola Renzi (RF): Dico con sincerità che mi sento sempre più a disagio nel fare politica, per ciò che accade sul piano internazionale e per quanto sta avvenendo anche all’interno del nostro Paese. Sulla situazione internazionale si dice spesso che sia impossibile parlare di geopolitica in dieci minuti, ed è vero. Tuttavia, se guardiamo ai fatti e seguiamo ciò che accade ogni giorno, emerge un elemento che dovrebbe preoccuparci più di ogni altro, soprattutto se parliamo da sammarinesi e in relazione ai nostri interessi diretti: il progressivo e repentino declino del diritto internazionale. Stiamo assistendo a una sua sostituzione con la morale dei singoli, con le valutazioni soggettive dei singoli capi di Stato o di governo. Questo è un passaggio estremamente pericoloso. Per uno Stato come il nostro, privo di eserciti, di armi, di strumenti di pressione, di contropartite o di ricatti, il rischio è ancora maggiore. Noi possiamo contare solo sulla forza del nostro esempio, sulle nostre idee e sulla nostra storia millenaria. La storia di San Marino ci insegna che abbiamo sempre saputo mantenere la giusta misura. Possiamo avere convinzioni personali anche molto più radicali di quelle espresse in Aula, ma quando quelle convinzioni diventano atti parlamentari dobbiamo esercitare un’attenzione particolare. È un invito al confronto, non una censura preventiva. Se il quadro internazionale è complesso e inquietante, il dibattito interno lo è forse ancora di più. Ho ascoltato diversi interventi che ho apprezzato sinceramente, perché hanno cercato di riflettere sul tema del nostro modo di relazionarci tra noi e con i cittadini, ricordando che noi stessi siamo cittadini. In questa vicenda specifica è toccato al Segretario Ciacci incarnare ciò che molti definiscono il volto peggiore della politica. È toccato a lui, ma avrebbe potuto toccare a qualcun altro. Saranno i cittadini a valutare, e probabilmente sarà lo stesso Segretario a interrogarsi. Personalmente non ritengo che il suo intervento in Aula sia stato un atto di particolare coraggio: l’ho trovato tardivo e, a tratti, non pienamente sincero nei suoi atteggiamenti successivi. Ma questa è una mia valutazione personale, che conta poco. Detto questo, non intendo continuare a parlare della sua persona. Voglio invece parlare del modello di politica che emerge da comportamenti come quelli che abbiamo visto. Quando qualcuno che ricopre una carica istituzionale ritiene legittimo inviare messaggi offensivi, al limite dell’ingiurioso – e talvolta oltre – a un collega consigliere, ancor più se donna; quando qualcuno si sente autorizzato a scrivere sui social a cittadini “bevi di meno” o “drogati di meno”; quando viene scritto pubblicamente a un lavoratore “non vale la pena difendere tua mamma, tu lavori con noi”, allora il problema non è più personale, ma sistemico. La domanda è semplice: siamo tutti disponibili a fare un passo avanti e a dire chiaramente che queste cose non devono più accadere? Siamo disponibili ad assumerci un impegno comune, pur sapendo che tutti possiamo sbagliare? Perché il potere non è arbitrio. Il potere è servizio. Personalmente ho sempre cercato di ricordarlo ogni volta che una porta mi è stata aperta, ogni volta che ho ricevuto un documento, ogni volta che qualcuno ha svolto il proprio lavoro per me: la prima parola è sempre stata “grazie”. Se è vero – come ci è stato riferito – che siano stati inviati messaggi privati con inviti a “insultare” esponenti politici avversari, allora dobbiamo avere il coraggio di dirlo: abbiamo superato un limite. Il confronto politico può essere duro, ma non può diventare distruzione personale, intimidazione, incitamento all’odio. Ne ho vissute tante, anche momenti molto difficili, ma questa vicenda mi ha colpito più di altre, proprio perché rappresenta in modo lampante l’arroganza del potere quando perde il senso del limite. Noi abbiamo fatto ciò che ritenevamo doveroso: abbiamo depositato i materiali pubblici disponibili, abbiamo presentato un ordine del giorno, siamo disponibili al confronto. Non per distruggere qualcuno, ma per provare a ricostruire un clima in cui, nel rispetto dei ruoli, si possa tornare a esercitare giudizio e misura, soprattutto in una fase così delicata per il nostro Paese. Chiudo con una domanda che pongo all’Aula. A dicembre si parlava continuamente di “questione morale”. Oggi di quella questione morale non si parla più. Mi chiedo se mi sia perso qualcosa, se qualcuno voglia aggiornarmi, o se semplicemente la questione morale sia diventata improvvisamente meno urgente.
Gaetano Troina (D-ML): Devo dire che questo comma comunicazioni, per come si è sviluppato finora, ha mostrato in modo piuttosto evidente lo stato di confusione in cui versa la politica di questo Paese, in particolare la maggioranza e il Governo. La maggior parte degli interventi dei consiglieri di maggioranza si è concentrata su temi di diritto internazionale. Interventi che, a tratti, hanno assunto toni che condivido non essere consoni a un’aula parlamentare, soprattutto se si considera che quanto viene detto qui viene trascritto e rimane agli atti ufficiali del nostro Parlamento. Noi dobbiamo ricordarci chi siamo. Siamo un piccolo Stato, la cui unica vera forza, nel corso della sua storia, è stata la capacità diplomatica di sopravvivere alle intemperie, alle avversità e agli ostacoli che si sono succeduti nel tempo. Proprio per questo non possiamo permetterci leggerezze. Dal nostro punto di vista, negli ultimi anni alcune decisioni e alcuni passaggi hanno già messo in discussione la storica neutralità della Repubblica. Oggi non possiamo permetterci che in quest’aula vengano pronunciati interventi o prodotti documenti senza aver prima ponderato attentamente tutte le possibili conseguenze, soprattutto sul piano diplomatico. Alcuni commenti e alcune esternazioni potrebbero forse essere accettabili in un contesto informale, al bar o a cena con amici, ma qui no. Ogni parola detta al microfono ha un peso e richiede responsabilità. Devo dire che resto piuttosto sorpreso: se nella scorsa legislatura qualcuno avesse anche solo ipotizzato la presentazione di ordini del giorno come quelli che abbiamo visto circolare oggi, l’aula si sarebbe letteralmente ribaltata. Oggi, invece, tutto sembra avvenire nel silenzio generale, come se fosse normale. Capisco che a qualcuno possa non piacere il comportamento di un determinato Presidente o di un determinato Paese. Ma stiamo parlando degli Stati Uniti d’America, con i quali San Marino intrattiene da sempre rapporti storici e solidi. Vengo ora all’azione di Governo e della maggioranza in questa legislatura. Osservavo proprio oggi, parlando con una persona, che il numero di provvedimenti normativi portati in quest’aula nel 2025 è nettamente inferiore alla media storica del nostro Paese, che pure è spesso eccessiva. Ma qui siamo all’estremo opposto. Fatta eccezione per la riforma IGR – che presenta criticità ampiamente note – non si sono visti provvedimenti normativi di reale peso. Abbiamo visto molti ordini del giorno, molti impegni a verbale, molte dichiarazioni al microfono, molte serate pubbliche, ma poche riforme strutturali. La riforma IGR stessa sta mostrando gravi problemi applicativi. Ne faccio solo uno tra i tanti: la detraibilità di alcune polizze assicurative. Gli operatori del settore segnalano che questo passaggio non è stato minimamente concordato con le compagnie assicurative sammarinesi, eppure la norma è già in vigore. Sull’emergenza casa è stato adottato un provvedimento, ma l’emergenza non è risolta. I prezzi medi degli affitti e delle abitazioni sono rimasti invariati. Dunque, quale emergenza sarebbe stata risolta? Per quanto riguarda la pianificazione del territorio, sentiamo nuovamente parlare di nuove progettualità. Nelle scorse legislature sono state pagate consulenze molto onerose a professionisti di fama internazionale come Boeri e Norman Foster. Quei progetti e quei finanziamenti che fine hanno fatto? Oggi si riparte da capo, con un’altra iniziativa. È da anni che sentiamo parlare di revisione del PRG, ma nei fatti si sono accumulate spese e annunci senza risultati concreti. Attendiamo con curiosità di capire cosa cambierà davvero. Condivido quanto detto dal collega Menicucci: in questa legislatura, più che in altre, si percepisce un clima di arroganza e prepotenza nell’esprimere le proprie opinioni. Non si riesce più a dire la propria senza insultare, offendere o mancare di rispetto all’interlocutore. Questo è ancora più grave quando chi parla ricopre una carica istituzionale. Essere focosi o emotivi può capitare, ma il vero problema della classe politica di oggi è l’incapacità di ricordare il ruolo che si ricopre e di adeguare il proprio comportamento a quel ruolo. Mi dispiace, infine, che in quest’aula sia stato addirittura attaccato il presidente della nostra sezione giovanile per il solo fatto di aver espresso un’opinione e di aver detto che questo modo di comunicare non è accettabile. Se questo è il livello di confronto che quest’aula ha raggiunto, allora dobbiamo dirlo con onestà: è un livello molto, molto basso.
Giulia Muratori (Libera): Parto da un presupposto che credo debba essere condiviso da tutti: chi rappresenta le istituzioni è sempre chiamato al rispetto delle persone e delle istituzioni stesse. In questo senso, ritengo corretto riconoscere che il Segretario di Stato Ciacci abbia compiuto l’unica scelta possibile e giusta, ossia assumersi la responsabilità di quanto accaduto, riconoscere l’errore e chiedere scusa pubblicamente in quest’aula. Riconoscere un errore e chiedere scusa è un atto di responsabilità che non cancella quanto accaduto, ma rappresenta un passaggio necessario per ristabilire un clima istituzionale corretto e per offrire a tutti noi uno spunto di riflessione su come, a vario titolo, siamo chiamati a mantenere alta la qualità del dibattito pubblico. Come Libera, sì, abbiamo ricevuto la lettera inviata dal partito di Repubblica Futura. Abbiamo scelto di non rispondere per iscritto non per mancanza di attenzione o di rispetto, ma perché abbiamo ritenuto più opportuno percorrere una strada più diretta e immediata. Ci siamo attivati subito, come lei stessa ha ricordato, e personalmente ho contattato telefonicamente la consigliera Savoretti per esprimerle la mia piena solidarietà. Trattandosi di una vicenda direttamente legata al Segretario di Stato Ciacci, abbiamo ritenuto corretto tentare di ripristinare il dialogo tra le parti coinvolte e di mettere mano alla situazione. Credo che l’intervento di oggi del Segretario Ciacci vada proprio in questa direzione, nel tentativo di accorciare le distanze e di ricostruire un clima di confronto corretto. Episodi di questo tipo, lo voglio dire con chiarezza, non devono ripetersi, indipendentemente da chi li compie. Ritengo tuttavia che continuare ad alimentare ulteriormente questa discussione non renda un buon servizio né al Consiglio né al Paese. Questo non significa sminuire quanto accaduto – e colgo l’occasione per esprimere nuovamente la mia piena solidarietà anche a Thomas Bonfini, solidarietà che ho già manifestato personalmente – ma significa riconoscere che oggi i cittadini ci chiedono risposte concrete su molti temi fondamentali. Ci siamo lasciati alle spalle un 2025 particolarmente intenso, che ha coinciso con il primo anno e mezzo di legislatura. Penso innanzitutto alle misure immediate adottate, come quelle legate all’emergenza casa, agli investimenti sulle infrastrutture per l’approvvigionamento energetico, all’estensione della raccolta differenziata in tutti i Castelli. Abbiamo sbloccato interventi che per anni erano rimasti fermi: dalla messa in sicurezza di aree critiche alla manutenzione straordinaria di infrastrutture dimenticate, restituendo ordine e sicurezza al territorio. Penso anche all’installazione delle antenne di radiotelefonia, un intervento concreto che va a risolvere problemi quotidiani vissuti da cittadini e imprese. Per questo respingo l’idea che questo Governo non abbia fatto nulla in questo anno e mezzo. Non voglio fare un elenco, ma credo sia doveroso riconoscere il lavoro svolto. L’anno che ci siamo lasciati alle spalle è stato anche caratterizzato da un impegno serio della maggioranza e del Governo per mettere in sicurezza i conti pubblici. San Marino convive con il debito estero e il 2026, come abbiamo detto in sede di finanziaria, sarà un anno di transizione, proprio in vista del riposizionamento del debito. In questo quadro, la coesione della maggioranza non è un fatto formale, ma una scelta politica responsabile e necessaria. Il 2026 dovrà però essere anche l’anno delle politiche di sviluppo, capaci di ampliare la base produttiva, aumentare l’occupazione e il gettito, rafforzando ulteriormente l’economia reale del Paese. In questa prospettiva, un passaggio decisivo sarà rappresentato dall’Accordo di associazione con l’Unione Europea. Essere un Paese piccolo ma profondamente integrato nel mercato unico europeo significa maggiore attrattività e migliore posizionamento internazionale. Come Libera e come maggioranza, continuiamo a sostenere con convinzione questo percorso. Quando parliamo di sviluppo, però, non possiamo prescindere dal territorio. Questa sera verrà presentato alla cittadinanza uno strumento di pianificazione strategica che riteniamo fondamentale per rispondere alle reali emergenze, a partire da quella abitativa, con un approccio organico e multilivello. In questo percorso, un ruolo centrale lo giocano la ricerca e il trasferimento tecnologico. Perché non incentivare, quindi, una sinergia sempre più stretta tra l’Università degli Studi della Repubblica di San Marino e San Marino Innovation, affinché sapere, formazione e innovazione diventino motori concreti di crescita e nuova occupazione? Accanto allo sviluppo, vogliamo mantenere centrale anche il tema dell’equità sociale e del sostegno alle famiglie. In questo Consiglio arriveranno finalmente in seconda lettura la legge sull’ICEE e la legge sulla cittadinanza, e a stretto giro sarà depositata anche la legge sugli aiuti alle famiglie, con l’obiettivo di costruire uno Stato sociale più aderente alle esigenze reali delle persone. Come Libera, sentiamo forte la necessità di ribadire il valore del dialogo, della pace, del rispetto dei diritti umani e della centralità del multilateralismo, soprattutto in un contesto internazionale segnato da conflitti e tensioni crescenti. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte a quanto sta accadendo in Iran, dove migliaia di giovani e di donne scendono in piazza chiedendo semplicemente ciò che noi diamo per scontato: libertà, diritti, dignità. A queste richieste legittime il regime risponde con la repressione, con arresti arbitrari e, in alcuni casi, con la pena di morte. Per questo riteniamo condivisibile l’ordine del giorno presentato, che condanna ogni forma di repressione e manifesta solidarietà al popolo iraniano. Sul Venezuela voglio essere altrettanto chiara: non esiste alcuna ambiguità nel condannare le gravi e reiterate violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime di Maduro ai danni del popolo venezuelano. Questo va detto senza esitazioni. Allo stesso tempo, però, non possiamo accettare né giustificare azioni militari o ingerenze esterne condotte al di fuori del diritto internazionale. La democrazia non si esporta con l’uso della forza, non si costruisce violando la sovranità degli Stati e non si difende calpestando le regole comuni. Il rispetto del diritto internazionale, dell’autodeterminazione dei popoli e del multilateralismo – principi da sempre cari a San Marino – deve restare inderogabile, anche quando è scomodo.
Segretario di Stato Luca Beccari: Una comunicazione veloce: domani, insieme a una delegazione di colleghi di Governo e di funzionari, saremo a Bologna per la firma del protocollo modificativo dell’accordo di cooperazione con la Regione Emilia-Romagna, su temi che riguardano la collaborazione in ambiti quali sanità, lavoro, viabilità, infrastrutture, sport, turismo e altro ancora. Si tratta del frutto di diversi incontri svolti a San Marino e che oggi si traducono in una nuova intesa, capace di proiettarci in avanti sulle attività di cooperazione con una delle regioni per noi più prossime – insieme alle Marche – con cui abbiamo interconnessioni economiche e sociali di grande rilievo. Questo passaggio aprirà una nuova pagina nei rapporti, già buoni e proficui, tra la Repubblica di San Marino e la Regione Emilia-Romagna. Vorrei poi soffermarmi un momento sul tema della vicenda venezuelana. Oggi, guardando ciò che accade attraverso le fonti di informazione, vediamo sostanzialmente due elementi. Da una parte, un Paese – il Venezuela – che anche questa aula ha già attenzionato: un anno fa, il Consiglio o la Commissione Affari Esteri si è espressa con un ordine del giorno molto puntuale, denunciando una serie di presunte violazioni avvenute dopo le elezioni, con arresti e violazioni dei diritti umani. Da questo punto di vista, dunque, vediamo un Paese che appare in qualche modo “liberato” da un regime dittatoriale. Dall’altra, vediamo ciò che purtroppo osserviamo da tempo: a livello internazionale le sedi multilaterali non sono più, o stanno cessando di essere, il luogo nel quale maturano le decisioni cruciali per interventi nei confronti di altri Stati. In molti altri contesti, invece, gli organismi internazionali non riescono a trovare una sintesi, per via di meccanismi di veto o di regole di consenso che impediscono la creazione di una linea comune di azione rispetto a quelle che vengono ritenute violazioni, pericoli o minacce di varia natura. La politica estera, oggi, è caratterizzata da grandi sconvolgimenti, da un evidente riassetto degli equilibri globali, da una messa in discussione o rivisitazione di alleanze storiche. È, quindi, un contesto internazionale non facile e non di immediata lettura. Noi siamo certamente un Paese che non smetterà mai di riconoscere l’importanza del diritto internazionale e, soprattutto, del multilateralismo come sede naturale per la risoluzione delle controversie. Sono due pilastri che portiamo avanti da sempre e che richiamiamo in ogni contesto. Sono convinto che continueremo a farlo, indipendentemente dall’invito che l’aula consiliare può rivolgere al Governo a mantenere tali posizioni sul piano internazionale. Per quanto riguarda l’ordine del giorno che è stato depositato, credo che, sebbene possa essere in parte comprensibile alla luce della grande confusione che caratterizza il quadro internazionale, non sia, per come è scritto e impostato, in linea con l’approccio che San Marino ha sempre tenuto: un approccio improntato alla moderazione, pur unito all’attenzione ai principi del diritto internazionale. Ritengo quindi giusto aprire un confronto su questo tema. So che si sta lavorando a versioni alternative del testo e non nego la mia disponibilità a collaborare su una proposta condivisa. Tuttavia, credo che su una vicenda come quella venezuelana occorra un approccio diverso, almeno nel tenore, rispetto a quanto oggi espresso. Questo senza sminuire le nostre prerogative, ma evitando due rischi opposti: da una parte, quello di spingere all’estremo, fino a “stressarlo”, il concetto della nostra neutralità o neutralità attiva; dall’altra, quello di reagire in modo opposto, producendo atti parlamentari che assumano contenuti e toni che non rispecchiano il nostro tradizionale stile di posizionamento. Credo che il nostro metodo debba restare simile a quello già adottato, ad esempio, sul riconoscimento dello Stato di Palestina: una posizione chiara, leggibile, centrata prima di tutto sulla tutela dei diritti umani e sulla protezione di una popolazione che soffre e subisce una guerra. Allo stesso tempo, quella posizione è stata mediata, calibrata, attenta a evitare effetti collaterali indesiderati: penso, per esempio, al rischio di trasformare la legittima difesa di un popolo in sofferenza in un messaggio che possa essere interpretato come una posizione puramente anti-israeliana, pur avendo condannato – in linea con quanto riconosciuto dalla comunità internazionale – ciò che sta avvenendo nella Striscia di Gaza. È su queste corde che dobbiamo continuare a lavorare, ed è su queste corde che dobbiamo confrontarci in quest’aula: ricercando il giusto posizionamento, ma ribadendo con forza i nostri principi e valori fondamentali. Ritengo, quindi, che si potrà aprire un confronto costruttivo e verificare, da qui a quando l’ordine del giorno verrà discusso, se esista la possibilità di trovare una sintesi che sia una corretta espressione della posizione della Repubblica di San Marino e di ciò che questo Paese vuole dire alla comunità internazionale.
Enrico Carattoni (RF): Parto da una considerazione, se volete anche ironica: il mese di gennaio, per questo Governo, non è mai un mese fortunato. L’anno scorso l’anno politico si era aperto con il dibattito sull’episodio – lo ricorderete – della braccata al cinghiale, finita purtroppo con un fatto increscioso che ha tenuto vivo il dibattito per qualche settimana. Quest’anno, invece, ripartiamo da un’altra “braccata”, se così possiamo chiamarla: una serie di commenti poco eleganti, già richiamati da molti, rivolti dal Segretario alla collega Savoretti e ai suoi familiari. Sembra esserci una fatica strutturale ad accettare che chiunque – un consigliere, un movimento politico, un privato cittadino – possa esprimere un’opinione divergente o anche solo porre una domanda. Chi lo fa viene immediatamente percepito e trattato come un nemico, un avversario da colpire, sul quale deve abbattersi una pioggia di denigrazioni, vere o false che siano. Il risultato qual è? Non è solo la delegittimazione di chi mette in atto questi comportamenti, ma la delegittimazione dell’intera classe politica. Episodi come questo non screditano solo il protagonista diretto, ma trascinano verso il basso l’immagine complessiva delle istituzioni, alimentando l’idea che la politica sia fatta da persone che usano i social in modo repentino, impulsivo, non ponderato. Questa difficoltà con il dissenso si traduce anche nell’uso ricorrente di toni minacciosi E si arriva addirittura a coinvolgere i familiari, che nulla hanno a che vedere con il confronto politico. Il dibattito pubblico non ruota più intorno ai temi e alle risposte ma viene spinto sul terreno personale, andando a colpire quelli che vengono percepiti come “punti deboli”. Sono loro, spesso, le vittime principali di un’azione sguaiata e sproporzionata. Oggi è di moda il rapporto “diretto” con il popolo, senza intermediazioni. I giornali, un tempo, svolgevano un ruolo di filtro e mediazione del dibattito; oggi questo ruolo è sempre più messo in discussione. E, peggio ancora, non ci si limita al contatto diretto tramite i social, ma talvolta si utilizzano “intermediari” che nulla hanno a che fare con il giornalismo vero e proprio, con criteri di professionalità e responsabilità, e che diventano semplicemente strumenti per colpire l’avversario politico. Possiamo anche riunirci in commissioni per discutere di riforme istituzionali, ma se la base culturale e politica da cui partiamo è sempre più bassa, se il livello del confronto continua a scendere, sarà molto difficile ricostruire qualcosa di solido. Da qui viene anche la riflessione sul ruolo dei partiti. Ho ascoltato l’intervento del Segretario di Libera, che ha provato a prendere posizione, ma ho registrato il silenzio di altri esponenti di quel movimento politico, che finora non sono intervenuti per prendere formalmente le distanze da quanto accaduto. Un tempo esistevano partiti strutturati, con regole interne e gerarchie che funzionavano davvero: se un iscritto teneva comportamenti inaccettabili, veniva richiamato all’ordine, “preso per un orecchio” e rimesso al proprio posto. Oggi tutto questo sembra essersi smarrito. E, lo ripeto, non è un problema solo di Libera o del Segretario Ciacci: è un problema che riguarda l’insieme della classe politica e dell’architettura democratica del Paese. Intervengo sulla questione morale legata a Banca di San Marino ed ex Symbol. Di questa vicenda si è parlato moltissimo in aula a novembre e dicembre, partendo da arresti più o meno eccellenti. Oggi, improvvisamente, è calato il silenzio, come se la questione fosse magicamente risolta. Testate giornalistiche italiane continuano a occuparsi del caso Banca di San Marino e ci ricordano che la tentata vendita a un soggetto straniero è considerata uno degli elementi che rallentano, se non mettono a rischio, il nostro percorso di associazione con l’Unione Europea. Ma se oggi manca una presa di posizione chiara, è inevitabile che ognuno si senta autorizzato a dire ciò che vuole, anche riportando informazioni false o fuorvianti. Se a dicembre l’urgenza di affrontare la “questione morale” veniva presentata come improrogabile – in particolare da PSD e Libera – e oggi tutto tace, il messaggio che arriva all’opinione pubblica è quello di un tema messo rapidamente sotto il tappeto. E allora è legittimo chiedersi: il Governo si è speso o no per quella vendita? Se non si danno risposte chiare a queste domande, la conseguenza è un clima di scarsa trasparenza e di confusione che non aiuta nessuno: non aiuta l’opposizione nel suo ruolo di controllo, non aiuta i cittadini che vogliono capire, e certamente non aiuta il Paese nel presentarsi come un interlocutore credibile sul piano internazionale.
Gemma Cesarini (Libera): Vorrei partire dal contesto internazionale. Negli ultimi anni lo scenario globale ha mostrato con sempre maggiore evidenza una trasformazione profonda e preoccupante. Sta riaffiorando una logica di potenza che rimette al centro la forza, il controllo economico e territoriale, l’interesse immediato, a scapito del diritto internazionale e dei meccanismi multilaterali. Dalla crisi venezuelana alle tensioni in Medio Oriente, fino alle nuove competizioni strategiche legate a territori e risorse, emerge un elemento comune: le regole condivise vengono rispettate solo finché non ostacolano obiettivi economici e geopolitici. Quando l’ordine internazionale non produce più vantaggi percepiti, viene messo in discussione. Questo rappresenta una regressione politica e culturale che ci riporta a dinamiche che pensavamo, e speravamo, superate. Non siamo di fronte a un semplice riequilibrio degli assetti globali, ma a un conflitto più profondo tra due visioni del mondo. In questo scenario anche l’Europa ha mostrato nel tempo le proprie fragilità, non tanto sul piano dei valori – che restano saldi – quanto sulla capacità di tradurli in politiche efficaci e tempestive. Penso all’inflazione, alla sicurezza, all’immigrazione, alle risorse energetiche. Su questi temi, nel corso degli ultimi decenni, si è aperto uno spazio di incertezza che ha indebolito la fiducia nei sistemi multilaterali. Su un punto, però, non possono esistere incertezze. Non è accettabile che uno Stato invada un altro senza alcuna legittimazione da parte degli organismi internazionali. Non è accettabile che il diritto internazionale venga applicato in modo selettivo. Non è accettabile che la forza diventi il criterio regolatore delle relazioni tra Stati. Perché se passa la legge del più forte, non esistono più garanzie per nessuno. San Marino ha costruito la propria identità e credibilità internazionale attraverso una neutralità attiva fatta di equilibrio, prudenza e coerenza. Una neutralità che non significa indifferenza, ma assunzione di responsabilità; che non significa schierarsi per convenienza con uno Stato piuttosto che un altro, ma difendere i principi. Essere una piccola Repubblica comporta il dovere di muoversi con misura, ma anche quello di non tacere di fronte alle ingiustizie e agli attacchi deliberati alla democrazia e ai diritti fondamentali. Questa credibilità è stata costruita anche grazie al ruolo svolto nelle principali assise internazionali, non per il peso numerico o la forza, ma per la coerenza delle posizioni espresse. L’ingresso della Repubblica di San Marino nelle Nazioni Unite, nel 1992, avvenne in una fase storica di profonda instabilità: la fine della Guerra Fredda, il riemergere di conflitti regionali, la ridefinizione degli equilibri globali. In quel contesto, la presenza di Stati piccoli come San Marino contribuì a rafforzare un principio fondamentale: quello dell’universalità e dell’uguaglianza. La voce di San Marino, priva di interessi di potenza e di ambizioni egemoniche, ha dato forza all’idea che il diritto internazionale non sia uno strumento nelle mani dei più forti, ma una garanzia per tutti. Questo ha avuto un valore politico nel consolidare orientamenti volti a rafforzare il multilateralismo. Lo stesso vale per il ruolo svolto nell’ambito della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, oggi OSCE. San Marino ha sempre sostenuto una visione della sicurezza fondata non solo sugli equilibri, ma sulla tutela dei diritti umani, sul rispetto della sovranità e sul dialogo tra Stati. Come forza progressista e riformista crediamo che il progresso economico non possa prescindere da quello culturale e democratico. In un contesto che riscopre la logica di potenza, San Marino non può permettersi ambiguità. Non abbiamo la forza delle grandi potenze, ma abbiamo la forza dei principi. È da questa forza – quella del diritto, della democrazia e della legalità internazionale – che deve continuare a partire la nostra voce. Condivido pienamente la posizione espressa dal Segretario Beccari: dobbiamo essere moderati e non assumere posizioni che ci mettano in difficoltà. Tuttavia, la neutralità attiva si traduce anche in atti concreti. L’ordine del giorno rappresenta uno di questi passaggi e va letto in questa chiave. Un ultimo passaggio riguarda quanto accaduto sui social e il comportamento del Segretario Ciacci. So bene che qualcuno potrebbe pensare che intervengo per ragioni familiari; sgombro subito il campo: a San Marino, date le dimensioni, siamo un po’ tutti parenti. Io intervengo a livello politico. Esprimo la massima vicinanza alla consigliera Savoretti e a suo figlio Thomas. Quanto accaduto è stato spiacevole, inadeguato e inopportuno, e le scuse in quest’aula erano dovute. Tuttavia non condivido la richiesta di una presa di posizione formale del partito. Lo ha spiegato bene il Segretario di Libera: un comportamento personale non è automaticamente un comportamento politico. Nel momento in cui è il diretto interessato a scusarsi pubblicamente, è lui che ne assume la responsabilità. Le scuse sono state rivolte a tutte le persone coinvolte e questo è un passaggio corretto. Lo scivolone è stato personale, non politico, e credo che l’aula debba tenere distinta questa dimensione. Condivido infine l’osservazione secondo cui spiace dover dedicare tanto spazio a questi episodi quando i temi in agenda sono ben più rilevanti. Sentire dire che non ci sarebbero provvedimenti significativi non corrisponde alla realtà: basta leggere l’ordine del giorno del Consiglio. Ci sono la modifica alla legge sulla cittadinanza, le sandbox, i decreti delegati, la presentazione della pianificazione strategica, la legge sulla casa e la riforma IGR. Non sono provvedimenti perfetti, certo. Ma il cambiamento non è mai perfetto fin dall’inizio.
Matteo Zeppa (Rete): Torno sulla questione morale, perché quest’aula – come è stato giustamente osservato da un consigliere che mi ha preceduto – oggi non ne ha parlato. Ricordo a tutti che intorno al 15–17 ottobre sono avvenuti degli arresti in merito alla presunta scalata di un facoltoso gruppo finanziario bulgaro, vicenda legata in modo indissolubile al precedente Consiglio di Amministrazione dell’Ente Cassa di Faetano, ente controllante di Banca di San Marino. Le accuse, ricordo sempre apparentemente, sono quelle di corruzione privata, amministrazione infedele e riciclaggio. Dico “apparentemente” perché, a oltre tre mesi di distanza, non si sa più nulla. Non si chiede di conoscere nomi o dettagli giudiziari coperti da segreto, ma di comprendere le dinamiche, le motivazioni, i gangli che si sono mossi per rendere possibile quella tentata scalata. In un Paese democratico, dove vengono confermati arresti e provvedimenti cautelari, il fatto che dopo tre mesi non emerga nulla sul piano pubblico appare quantomeno anomalo. Ancora più grave è stato l’atteggiamento di Banca Centrale che, solo dopo l’emersione degli arresti, è intervenuta con un comunicato stampa dai toni perentori invitando a non parlarne, sostenendo che il susseguirsi di notizie avrebbe danneggiato la banca. Peccato che lo stesso organismo di vigilanza sia intervenuto quando le informazioni circolavano già da almeno una settimana in Repubblica. Proprio oggi una testata giornalistica italiana, Il Fatto Quotidiano, riprende l’intera vicenda, citando le parole del collega Luca Lazzari che, in quest’aula, parlò di “un vento brutto che sa di nostalgia malata”, riferendosi alla mala politica, alla mala gestione, a quell’economia opaca che ciclicamente riemerge attorno a San Marino. Un’espressione che sottoscrivo pienamente. Ricordo inoltre che vi furono anche endorsement espliciti alla vendita da parte di un consigliere di maggioranza con legami affettivi all’interno dell’ente coinvolto. Anche su questo, come se nulla fosse, è calato il silenzio. C’è poi la questione del diplomatico Iacono. Anche qui abbiamo depositato documentazione ampia ed esaustiva. Evidentemente è stata considerata sufficiente per non approfondire ulteriormente, perché anche su questo fronte non si sa più nulla. Eppure esiste un ordine del giorno che dovrà essere discusso. Ricordo che Iacono risulta titolare effettivo di InterSan Marino Immobiliare, società che vede come amministratore unico Giuseppe Pozzo. Sono gli stessi soggetti che si presentarono per l’acquisizione dell’ex Symbol tramite CPT. Chi è Giuseppe Pozzo? È colui che nel 2024 acquisisce la Sammaurese Calcio per poi cederla pochi giorni fa a un facoltoso imprenditore sammarinese. Apro qui una breve parentesi, perché a San Marino se ne parla pochissimo. Il football trafficking non è una semplice violazione delle regole sportive: è una forma moderna di schiavitù che si consuma tra i campi di periferia e i sogni di riscatto dei giovani più vulnerabili. In Italia il fenomeno ha assunto contorni inquietanti. Il meccanismo è noto: finti procuratori promettono provini presso club prestigiosi, chiedendo alle famiglie – spesso africane o sudamericane – cifre enormi. I ragazzi arrivano con visti turistici o di studio e, se non dimostrano immediatamente valore di mercato, vengono abbandonati. Chiudo la parentesi dicendo che non vorrei che, tra i facoltosi soggetti arrivati a San Marino, vi fosse anche l’idea di utilizzare il sistema calcio come veicolo opaco. Mi auguro sinceramente che nulla di tutto questo rientri in quelle logiche. Tornando al punto centrale, la sensazione – come diceva Luca Lazzari – che qualcosa non quadri a San Marino si amplifica. E temo che la politica stia facendo orecchie da mercante, in particolare su tutta la vicenda Banca di San Marino. Ho la forte impressione che i soliti noti della “San Marino da bere”, con i soliti attori e manovratori, siano ancora qui a fare il bello e il cattivo tempo, arrecando un danno enorme al nome del Paese. Non vorrei che ci trovassimo presto di fronte a sorprese in settori ad alta criticità di cui non si parla mai. E infine pongo una domanda semplice: come mai colossi imprenditoriali come Prada chiudono a San Marino? Se le “bombe” ci esplodono in mano, non sarà solo un problema della classe politica. La questione morale non riguarda esclusivamente la politica, ma la mentalità complessiva del Paese. Se non siamo in grado di cogliere questi segnali, anche piccoli ma ricorrenti, allora sì: la politica ha fallito.
Guerrino Zanotti (Libera): In questo comma comunicazioni, accanto ai temi di grandissima rilevanza di politica internazionale credo sia importante ribadire il sostegno al diritto internazionale e alle battaglie che quei popoli stanno portando avanti per la libertà. Mi auguro che da questo Consiglio possano nascere documenti e atti formali a sostegno di questi principi. Accanto a questi temi, però, si è parlato giustamente anche della vicenda che negli ultimi giorni ha occupato gli onori della cronaca, quella che ha coinvolto un Segretario di Stato e una consigliera. Parto da qui, perché si tratta di un fatto grave: una grave mancanza di rispetto non solo istituzionale, ma anche personale. Offese proferite da un Segretario di Stato nei confronti di una rappresentante delle istituzioni, dei suoi familiari e di altri cittadini. Un Segretario di Stato che, a fronte della messa in discussione della propria correttezza istituzionale, reagisce lasciandosi andare a invettive di questo tipo, tiene un comportamento eticamente corretto e accettabile? No, nella maniera più assoluta, senza alcun tentennamento. Questo deve essere detto con chiarezza. Allo stesso tempo, credo sia giusto riconoscere che le parole pronunciate dal Segretario siano apprezzabili. Per come lo conosco e per come ho imparato a conoscerlo negli anni, credo siano parole sincere, che testimoniano la consapevolezza della gravità di quanto accaduto e, mi auguro, anche la volontà di farne tesoro come lezione per il futuro. Detto questo, non credo che, parlando di etica della politica, ci si possa fermare a questo singolo caso. Sarebbe riduttivo. Il problema è più ampio e riguarda l’immagine complessiva che la politica restituisce di sé al Paese. Solo pochi mesi fa, in quest’aula, è stata sollevata con forza la cosiddetta “questione morale”, con riferimento alla vicenda della vendita delle quote di maggioranza di Banca di San Marino al gruppo bulgaro. Una vicenda che ha occupato per giorni le prime pagine dei giornali e che poi è improvvisamente scomparsa dal dibattito pubblico. È giusto ribadirlo: l’accertamento di eventuali responsabilità penali spetta alla magistratura, non a quest’aula, e ci auguriamo tutti che venga fatta chiarezza in tempi celeri. Ma sul piano politico ed etico non è accettabile sollevare un problema di quella portata e poi fare finta che nulla sia accaduto. Lanciare il sasso e ritirare la mano non è un comportamento serio. Allo stesso modo, non è eticamente difendibile un governo che, su questioni cruciali come il debito e il sistema bancario, continua a essere avaro di informazioni non solo verso la cittadinanza, ma anche nei confronti dei membri del Consiglio Grande e Generale, nonostante un programma di legislatura che prometteva un cambio di metodo fondato sulla trasparenza. Ma non è più credibile nemmeno una parte dell’opposizione che per mesi ha costruito la propria azione politica sulla delegittimazione personale di un Segretario di Stato salvo poi interrompere improvvisamente ogni forma di critica e di satira, avvicinandosi allo stesso Segretario in incontri riservati. Le strategie politiche sono legittime, ma l’incoerenza resta ed è talmente evidente da risultare quasi grottesca. Questi episodi, nel loro insieme, non sono fatti isolati. Sono il sintomo di un livello sempre più mediocre del confronto politico, fatto di tatticismi, silenzi opportunistici e doppi standard etici. È in questo contesto che cresce la distanza tra le persone e le istituzioni. È in questo contesto che maturano anche fenomeni sociali preoccupanti, come gli atteggiamenti di intolleranza emersi attorno al decreto sull’accoglienza dei profughi palestinesi, per il quale si è arrivati persino a una raccolta firme per chiedere al governo di tornare sui propri passi. Di questo parleremo nel comma dedicato, ma è evidente che questo clima non può essere liquidato con superficialità, soprattutto pensando a quale accoglienza reale verrà riservata a quelle persone. Finché la politica continuerà a essere interpretata in questo modo è illusorio pensare che le persone possano riavvicinarsi alle istituzioni, partecipare alla vita democratica o riconoscersi nella politica come strumento di rappresentanza e di costruzione del bene comune. La distanza tra cittadini e istituzioni non nasce dal nulla: è il prodotto diretto della qualità, o della mediocrità, che saremo in grado di esprimere nella nostra azione politica.
Antonella Mularoni (RF): Se non siamo capaci di ricoprire adeguatamente i ruoli che abbiamo, è chiaro che dall’esterno si ride o si sorride di noi. Quando si parla di San Marino, si finisce troppo spesso per farlo in termini ironici o critici, come purtroppo vediamo accadere di frequente. Devo dire che ho apprezzato molto l’intervento del Segretario Ciacci, che si è scusato senza “ma”. Che lo abbia fatto perché gli conveniva o meno, non mi interessa: resta il fatto che si è scusato senza condizionali, si è assunto le colpe di un atteggiamento sbagliato che lui stesso ha riconosciuto. Ho vissuto molto male non solo la modalità con cui si è rapportato con una consigliera che appartiene al mio gruppo – e l’avrei vissuta allo stesso modo se si fosse trattato di un consigliere di qualunque altro gruppo –, ma soprattutto ho ritenuto assolutamente inaccettabile la forma di intimidazione rivolta a un pubblico dipendente, e ancora di più l’aver apostrofato come tossicodipendenti o alcolisti persone che si permettevano semplicemente di interloquire sui social. Detto questo, lei si è scusato e devo riconoscere che ho apprezzato molto di più il suo intervento rispetto a quello della Segretaria del suo partito. A una lettera inviata in forma scritta da parte di un partito politico, infatti, deve seguire una risposta formale e scritta che rappresenti la posizione del partito stesso. Benissimo le telefonate, bene i messaggini, ma nella dialettica istituzionale certe forme contano. Ho apprezzato, invece, gli interventi e le considerazioni di altri consiglieri, come il consigliere Guerrino Zanotti, su queste stesse tematiche. Probabilmente noi abbiamo qualche anno in più, e questo si riflette in una modalità diversa di rapportarci alle istituzioni rispetto ai consiglieri più giovani. Resta comunque il fatto che, dal mio punto di vista, il Segretario Ciacci abbia semplicemente fatto il suo dovere: finalmente lo ha fatto. Detto questo, desidero esprimere alcune considerazioni sulla nostra collocazione internazionale. Se non è il Consiglio Grande e Generale a esprimersi con ordini del giorno e dibattiti, registriamo purtroppo un silenzio tombale. Qui non è solo in causa il Segretario agli Esteri: è l’intero governo. O queste questioni non vengono affrontate nelle riunioni del Congresso di Stato, oppure si decide che è meglio tacere. Io penso, invece, che di fronte a fatti gravi come quelli verificatisi nell’ultimo periodo, il governo dovrebbe esprimere anche pubblicamente delle posizioni chiare. Questo è ciò che fanno i governi degli altri Paesi. Noi, ovviamente, siamo una realtà diversa, ma proprio per questo dovremmo trovare una nostra modalità: il Consiglio e la Commissione Esteri sono le sedi dove ci confrontiamo, ma il governo, quando vi sono violazioni del diritto internazionale o situazioni da biasimare, deve intervenire in modo tempestivo. Ritengo che una presenza più puntuale del governo sia necessaria in un momento storico che sta modificando profondamente la geopolitica internazionale e che impone a tutti noi di ripensare anche il modo in cui ci rapportiamo a ciò che accade nel mondo. Lo dico spesso: siamo stati abituati a studiare la storia ragionando su categorie internazionali che oggi sembrano tutte cadute o quanto meno profondamente da riconsiderare. La novità di oggi è che si è cominciato a superare qualsiasi paletto, in spregio alle prese di posizione delle Nazioni Unite, alle preoccupazioni del Segretario Generale e della comunità internazionale, e in spregio a quelle regole che la classe politica del secondo dopoguerra si era data proprio per evitare che si ripetessero le tragedie delle due guerre mondiali. Ho ascoltato di recente un giurista che stimo molto, Gustavo Zagrebelsky, dire che probabilmente ottant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale cominciano a essere tanti. Molti si sono dimenticati cosa ha significato la Seconda Guerra Mondiale dopo la Prima: milioni e milioni di morti, perché era prevalsa la politica della forza rispetto a quella del dialogo, del confronto, del sedersi intorno a un tavolo per decidere regole minime di rispetto reciproco e paletti che non dovevano essere superati in alcun modo, proprio per scongiurare tragedie incalcolabili. Se la comunità internazionale non rientra in questo solco, temo che le conseguenze saranno devastanti. Se si superano tutti i paletti, allora tutti coloro che dispongono dell’arma nucleare potrebbero sentirsi legittimati a fare ciò che vogliono. Credo quindi che anche noi, come San Marino, dobbiamo fermarci a riflettere. Scegliamo insieme la sede ma un ragionamento sul nostro posizionamento internazionale, alla luce di ciò che sta accadendo, è necessario. Per quanto riguarda la questione dei diritti umani in Iran, ben venga l’ordine del giorno. Spero che il governo abbia già fatto sentire la propria voce nelle sedi competenti, al di là del testo che approveremo in quest’aula, perché si tratta dell’ennesima carneficina e mi pare doveroso che anche noi assumiamo una posizione netta. Ritengo necessaria una presa di posizione chiara e puntuale sul percorso di San Marino verso l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea, che speriamo di firmare al più presto. Consentire che blog esteri – peraltro finanziati direttamente o indirettamente da alcuni partiti di maggioranza e da uffici pubblici – diffondano determinate narrazioni, senza che vi sia una reazione, rende ancora più urgente capire qual è davvero la posizione del governo e della maggioranza su questi temi. Non reagire, non prendere posizione, è un errore. Un’ulteriore questione, già richiamata anche dal consigliere Guerrino Zanotti, riguarda il sistema bancario e ciò che è accaduto e sta accadendo. Gli sviluppi della vicenda Banca di San Marino, con tutti gli strascichi che già sta avendo e avrà sempre di più a livello di stampa internazionale, impongono una comunicazione dovuta alla politica. È necessario che come Consiglio siamo informati e che il Paese decida esattamente come intendere procedere.
Ilaria Baciocchi (PSD): Oggi si è parlato molto di diritto internazionale. Lo si tira fuori a ogni crisi, lo si richiama a ogni dichiarazione, quasi come se bastasse pronunciarne il nome per fermare una guerra o risolvere un conflitto. Ogni nuova escalation porta con sé la stessa domanda, ripetuta quasi automaticamente: dov’è il diritto internazionale? Ma forse il vero nodo non è che oggi il diritto internazionale venga violato. Il punto centrale è l’ipocrisia dello stupore. Continuiamo a comportarci come se si trattasse di un fatto eccezionale, di un’anomalia storica, quando la storia ci ha insegnato – e più volte – che nei momenti decisivi, quando entrano in gioco potere e interessi, le regole vengono invocate più per convenienza che rispettate per principio. Se guardiamo al passato con un minimo di onestà intellettuale, dobbiamo riconoscere che il diritto internazionale è stato sistematicamente sospeso o aggirato ogni volta che si sono scontrati interessi strategici rilevanti. Non è un fenomeno nuovo né eccezionale, è una costante. E il problema non si esaurisce nel Novecento “classico”. Anche dopo la nascita delle Nazioni Unite, che avrebbero dovuto rappresentare un salto di qualità nella gestione dei conflitti, il copione si è ripetuto: la guerra di Corea, il Vietnam, l’invasione dell’Ungheria nel 1956, quella della Cecoslovacchia nel 1968. In tutti questi casi la sovranità degli Stati è stata violata in nome di equilibri geopolitici, sicurezza, influenza ideologica. Il diritto internazionale esisteva, ma non ha fermato i carri armati. Più vicino a noi, la guerra nei Balcani negli anni Novanta ha dimostrato ancora una volta la fragilità delle regole: pulizie etniche, assedi, bombardamenti nel cuore dell’Europa. L’intervento NATO in Serbia nel 1999, privo di un mandato esplicito del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, è stato giustificato come necessario da molti governi occidentali. Ancora una volta, il diritto internazionale è stato piegato all’urgenza politica del momento. Lo stesso schema si ritrova nella guerra in Iraq del 2003: un’invasione basata su presupposti poi rivelatisi infondati, condotta senza un chiaro mandato ONU e giustificata in nome della sicurezza globale. Anche lì il dibattito fu acceso, ma il dato resta: quando una grande potenza decide che un obiettivo è strategico, il diritto internazionale diventa secondario. È dentro questa cornice storica che va letto anche il caso del Venezuela. Qui non siamo di fronte a un’invasione classica, ma a una strategia di pressione multilivello: sanzioni economiche, isolamento politico, riconoscimenti selettivi di leadership alternative, minacce più o meno esplicite. Formalmente il diritto internazionale viene richiamato, ma nella sostanza assistiamo a una dinamica già vista molte volte: la gestione di un Paese come “problema geopolitico” più che come soggetto sovrano. Il punto non è difendere il governo venezuelano né assolverlo. Il punto è riconoscere che anche in questo caso il diritto internazionale funziona finché non entra in conflitto con interessi considerati vitali – energetici, di sicurezza, di influenza regionale. Quando ciò accade, le regole vengono reinterpretate, aggirate o semplicemente accantonate. Ed è qui che nasce l’ipocrisia collettiva del nostro tempo. Ci indigniamo oggi come se fosse la prima volta che accade, come se vivessimo in un’epoca in cui il diritto internazionale fosse diventato finalmente una garanzia assoluta. Ma non è così, e non lo è mai stato. È sempre stato un sistema fragile, fondato sugli equilibri politici prima ancora che su quelli giuridici. Questo non significa che il diritto internazionale sia inutile. Al contrario, è uno strumento fondamentale per la gestione dell’ordine globale. Ma è, appunto, uno strumento, non una legge naturale. Funziona quando conviene a un numero sufficiente di attori rispettarlo; si indebolisce quando l’equilibrio salta. E oggi quell’equilibrio è chiaramente in crisi. Come piccolo Stato, abbiamo il dovere di essere coerenti con ciò in cui crediamo e con i nostri principi fondanti. È proprio questa coerenza che ci consente di richiamare al rispetto dei trattati e delle regole condivise non in una logica di condanna, ma come espressione di una postura diplomatica responsabile. Una postura che deve essere sempre orientata alla ricerca del bene collettivo dei popoli e alla tutela della loro libertà: valori ai quali siamo particolarmente sensibili perché profondamente legati alla nostra stessa storia.
Mirko Dolcini (D-ML): Il tema di cui hanno dibattuto molti colleghi è quello del diritto internazionale. Quello che voglio rimarcare è la differenza dell’approccio al diritto internazionale in questo momento storico rispetto al passato. Dal mio punto di vista, non è tanto l’ambiguità del diritto internazionale a essere cambiata quanto il linguaggio. Oggi assistiamo a un linguaggio verbale di violenza da parte di tutti gli attori della scena politica internazionale. Un linguaggio permanente di conflitto, di aggressività, di “coltelli fra i denti”. Questo, di per sé, è pericoloso. È vero che il diritto internazionale è sempre stato, in parte, ambiguo. Ma proprio per questo noi, come piccola Repubblica, dobbiamo impegnarci affinché venga rispettato sempre di più, proprio in ragione della nostra dimensione, delle nostre caratteristiche e della nostra vulnerabilità. La multilateralità degli organismi internazionali di cui facciamo parte deve essere effettiva; la loro efficacia deve essere concreta. Questo linguaggio di violenza verbale purtroppo emerge talvolta anche all’interno dell’aula consiliare o al di fuori di essa, comunque da parte di esponenti politici, da parte nostra. E anche questo è un errore. I parlamentari, in genere, vengono definiti “onorevoli”, ma non possiamo permettere che questa parola sia svuotata continuamente del suo significato profondo. Onorevole significa degno d’onore, di stima, di rispetto. Non possiamo consentire che i cittadini mettano in dubbio questo “onorevole”, perché se viene meno la credibilità del parlamentare, viene meno anche la sua capacità di fare le leggi, di imporle e di farle rispettare. Vorrei anche sottolineare come l’accusa rivolta al presidente del movimento giovanile di Domani Motus Liberi mi sembri infondata. A me non risulta che il nostro presidente abbia insultato nessuno, e quindi colgo l’occasione per esprimergli la mia solidarietà. Vorrei poi fare una riflessione sui livelli della critica. Una cosa è criticarci tra di noi, in Consiglio, a microfono aperto, dove tutti hanno la possibilità di rispondere. Altra cosa è colpire chi in quest’aula non c’è e non può difendersi ai microfoni. Per questo chiederei il massimo impegno nel rispetto delle opinioni di tutti. Per quanto riguarda la vicenda del Segretario di Stato al Territorio, mi permetta, Segretario: io ho apprezzato le sue scuse, lo dico con sincerità. Sembra una cosa scontata, ma purtroppo non lo è affatto chiedere scusa. E qui mi ricollego al tema del linguaggio verbale che usiamo anche noi consiglieri. Tuttavia, non può passare l’idea che si usino toni non consoni, non “onorevoli”, e poi tutto si risolva semplicemente chiedendo scusa. Di fronte a certi comportamenti, bisognerebbe anche assumersi responsabilità di natura diversa. Mi imbarazza dover difendere la politica da accuse di scarsa “onorabilità”, anche perché ci sarebbero infiniti argomenti di merito di cui discutere. Ci sono tematiche nel nostro Paese che non sono sufficientemente approfondite. Penso, ad esempio, alla situazione degli operatori che vendono auto: operatori onesti, presenti sul territorio da tanti anni. La nuova normativa italiana prevede che un’auto a San Marino debba essere venduta sul territorio; tuttavia le Agenzie delle Entrate delle varie città italiane interpretano questa norma ognuna a modo suo. Di conseguenza, spesso gli operatori si ritrovano nell’impossibilità di dimostrare, secondo alcune interpretazioni, che la vendita sul territorio è effettivamente avvenuta, non per disonestà, ma per l’assenza di un’interpretazione univoca. Su questo punto serve una presa d’atto da parte delle istituzioni sammarinesi e un confronto reale con l’Italia, per trovare soluzioni nel rapporto italo-sammarinese, a livello istituzionale, tributario e in tutti gli ambiti collegati. Oppure penso a temi molto più “viscerali”, come la sanità. In Commissione Sanità abbiamo affrontato questioni non da poco, come la necessità di riconoscere alcune malattie rare – come la fibromialgia – come malattie invalidanti. Bisogna farlo e bisogna farlo in tempi rapidi, perché ci sono cittadini che soffrono non solo per la malattia, ma anche per la mancanza di tutele. Chi è affetto da malattie rare come la fibromialgia spesso non riceve adeguate tutele istituzionali e sanitarie, non ha supporti per condurre una vita normale, e viene trattato come se avesse una malattia comune, con tutti i disagi che ne derivano. In questi giorni, ho visto che sarebbe a rischio, dal punto di vista turistico, l’evento delle “Giornate Medievali”. Ora: va bene, se si tratta di spending review, ragionare su una riduzione dei costi. Ma ridurre i costi non significa eliminare. Io spero che questo tema venga approfondito seriamente e che non si debba rinunciare ad un evento che rappresentano un vero e proprio brand turistico sammarinese. San Marino è stata fra le prime realtà a proporre rievocazioni medievali strutturate; c’è una tradizione, c’è cultura, c’è un’immagine legata a quell’evento, oltre al gettito economico diretto e indiretto che porta al Paese. È un patrimonio che merita di essere difeso, non cancellato.
Segretario di Stato Marco Gatti: Intervengo perché, da qualche tempo, stiamo assistendo alla pubblicazione di una serie di articoli di stampa che riportano notizie imprecise, se non addirittura false, in merito alla vicenda legata al tentativo di investimento in Banca di San Marino da parte di un imprenditore bulgaro. Viene spontaneo pensare che tali articoli siano in qualche modo sponsorizzati da quel medesimo imprenditore. Anche l’articolo pubblicato oggi da Il Fatto Quotidiano contiene numerose imprecisioni e, in alcuni passaggi, vere e proprie falsità. Si tratta di una narrazione che tende a denigrare il Paese rispetto a un’attività giudiziaria tuttora in corso. È bene chiarire che, al di là di ogni valutazione giornalistica, chiunque ritenga di dover ottenere spiegazioni può rivolgersi al Tribunale: sarà poi il Tribunale a fornire le risposte nei tempi e nei modi previsti. Attualmente ci troviamo in una fase istruttoria relativa a reati contestati in relazione alla compravendita di azioni da parte di questo gruppo imprenditoriale nei confronti dell’ente. Si tratta di atti coperti da segreto istruttorio: non vi è stato né rinvio a giudizio né archiviazione. È stato riferito del blocco di alcuni fondi, ma è falso affermare che tali somme siano tuttora contabilizzate tra gli attivi della Banca di San Marino. La normativa interna prevede infatti che i fondi sottoposti a sequestro conservativo vengano trasferiti presso Banca Centrale. Pertanto, qualora vi sia stato un sequestro, quei denari non sono più nella disponibilità della banca, ma sono depositati presso Banca Centrale. Al termine dell’indagine sarà la magistratura a stabilire se tali somme dovranno essere restituite – e quindi torneranno nella disponibilità del correntista tramite Banca di San Marino – oppure se dovranno avere una diversa destinazione. In questa fase, dunque, tutto è nelle mani dell’autorità giudiziaria. Dispiace constatare che testate giornalistiche di rilievo nazionale non svolgano un adeguato approfondimento. Un conto è riportare una notizia di parte, un altro è fare giornalismo serio, verificando le fonti e ascoltando tutte le versioni. Da una testata come Il Fatto Quotidiano ci si aspetterebbe, come avvenuto invece da parte di altre testate, un confronto anche con il Paese, con la Segreteria competente o con le controparti istituzionali. Come Governo siamo in attesa, come tutti, e auspichiamo che la magistratura possa concludere al più presto l’attività istruttoria, così da fornire un quadro chiaro e definitivo della vicenda. Al momento, essa appare riconducibile a un fatto di natura privata e questo, sotto un certo profilo, è un elemento di rassicurazione, poiché spesso si è insinuata l’idea di un coinvolgimento politico che, allo stato attuale, non trova alcun riscontro: la politica, in questa vicenda, non ha nulla a che vedere. Un ultimo passaggio riguarda la situazione internazionale. Si è parlato del Venezuela, ma purtroppo il mondo è attraversato da numerosi conflitti. Mi ritrovo molto nell’intervento del collega Beccari: la vera preoccupazione non è tanto il singolo evento o il singolo teatro di crisi, quanto il fatto che gli organismi internazionali stiano progressivamente venendo superati da prese di posizione unilaterali da parte delle grandi potenze. Se questa tendenza dovesse consolidarsi, rappresenterebbe un fattore estremamente pericoloso per l’equilibrio mondiale. Per questo ritengo che San Marino debba continuare a lavorare con determinazione per riportare il confronto all’interno delle sedi multilaterali, favorendo il dialogo e la composizione delle controversie attraverso quegli organismi. È importante non lasciarsi trascinare nel sostegno automatico di una parte contro l’altra, perché spesso la realtà dei conflitti è complessa e le responsabilità non stanno mai interamente da un solo lato. Tuttavia, ciò che deve essere fermamente respinto è il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione delle controversie. È questa la deriva più grave, ed è su questo terreno che San Marino deve continuare a far sentire con chiarezza la propria voce.
Emanuele Santi (Rete): Vorrei partire da dove avevamo concluso il Consiglio di dicembre 2025. In quel Consiglio, dopo due mesi nei quali la cosiddetta questione morale era esplosa in tutta la sua forza, il comma comunicazioni aveva rappresentato un momento di vera e propria resa dei conti. Ricordiamo tutti bene cosa accadde: volarono gli stracci, si assistette a un regolamento di conti interno al Congresso di Stato, tra forze di maggioranza e addirittura all’interno delle stesse forze politiche di maggioranza. Noi, come opposizione, convocammo una conferenza stampa nella quale dicemmo chiaramente che c’erano già tutte le avvisaglie di un governo arrivato al capolinea. Dopo uno scontro di quel livello, era difficile immaginare che l’esecutivo potesse continuare come se nulla fosse. E, alla prova dei fatti, ciò che è stato portato avanti nei mesi successivi rappresenta una dimostrazione plastica di questa debolezza. Il governo ha prodotto una riforma dell’IGR che, di fatto, non ha portato nulla. Gli unici emendamenti significativi sono arrivati dall’opposizione, anche perché la maggioranza non aveva la forza politica per contrastarli, se non tentando prove di forza notturne. Tutto questo coincide con un fatto preciso: la riforma IGR era già stata preceduta da due scioperi da diecimila persone e, in quel contesto, esplodono gli arresti legati alla vicenda di Banca di San Marino e dell’Ente Cassa di Faetano. In quella vicenda, per quanto è dato sapere, sono finiti agli arresti un membro del consiglio di amministrazione e la moglie; non sappiamo se vi siano altri indagati. A oggi, come hanno giustamente rilevato anche altri colleghi, non sappiamo cosa stia realmente emergendo. Su tutto è calato un silenzio impressionante. Ma sul piano politico questo fatto ha inciso profondamente sugli equilibri degli ultimi mesi. C’è stata una retromarcia sull’IGR, riscritta secondo le richieste del sindacato perché il governo non aveva la forza di reggere un nuovo conflitto sociale. La maggioranza ha manifestato tutta la propria fragilità. Questo comma comunicazioni, che doveva in qualche modo rappresentare una sorta di resa dei conti rispetto a quanto accaduto a dicembre, è stato invece segnato da un altro elemento: la vicenda dei messaggi del segretario Ciacci, che ha di fatto distolto l’attenzione dai problemi strutturali del Paese, catalizzando su di sé il dibattito. È una vicenda che non può essere liquidata con leggerezza. Ho apprezzato, e lo dico chiaramente, le scuse del segretario Ciacci e la sua presa di responsabilità, che non erano scontate. Ammettere di aver sbagliato non è mai semplice. Tuttavia, non possiamo sorvolare su alcune frasi, in particolare quelle rivolte a Thomas Bonfini, operatore della Segreteria istituzionale e figlio della consigliera Katia Savoretti. Questo fatto non può essere minimizzato. Vedremo se avrà delle conseguenze, ma resta un episodio grave. Nel frattempo, il “caso Ciacci” ha contribuito a coprire i veri problemi del Paese, che restano tutti sul tavolo e irrisolti. Sulla vicenda Banca di San Marino torneremo ancora. Oggi l’oggetto del contendere sono quindici milioni di euro versati dall’investitore bulgaro in Banca di San Marino. È così difficile fare una comunicazione ufficiale chiara, spiegando che quei fondi sono stati sequestrati perché probabilmente collegati a un’indagine penale? È così complicato dirlo apertamente? Se quei fondi sono stati sequestrati, lo sono perché si ipotizza un reato penale. Perché non dirlo chiaramente? Dopo una settimana di gestione confusa e imbarazzata della comunicazione, questo silenzio alimenta sospetti. Anche perché, diciamolo chiaramente, quella operazione è stata sostenuta politicamente, in particolare da una parte consistente della Democrazia Cristiana. Poi ci si viene a dire che non è un affare politico. Questo è diventato un affare politico proprio per questi enormi conflitti di interesse. E oggi apprendiamo che potrebbero essere girate tangenti. E dovremmo stare zitti? È una cosa gravissima. In un Paese normale, su una vicenda del genere sarebbero già saltate delle teste. Qui invece si è cercato di anestetizzare tutto. Non si sa più nulla e si va avanti come se niente fosse. Poi ci si stupisce se il governo appare al capolinea: è inevitabile. Dopo lo scontro di dicembre, siamo a gennaio e torneranno presto altri nodi: dal decreto sulla Palestina, rispetto al quale sento posizioni che francamente fanno rabbrividire, fino alla politica estera, dove perfino in maggioranza iniziano a sorgere dubbi.. È un anno e mezzo che siete al governo e i risultati sono pochissimi, se non nulli. Dopo un anno e mezzo non ci sono più alibi. O avete la forza di governare seriamente, di prendere in mano le redini del Paese, oppure dovete ammettere il vostro fallimento. Abbiamo un bilancio che perde sedici milioni, un ISS che perde centocinque milioni con un aumento dei costi di venti milioni, un bond da rinnovare che ci costa trenta milioni di interessi. Questi sono i temi veri. Non i giochi di equilibrio e gli equilibrismi politici.
Luca Boschi (Libera): Consigliere Santi, questo non doveva essere il “comma comunicazioni della rivincita”. Sarà invece il Consiglio nel quale porteremo provvedimenti importanti, a partire dalla legge sulla cittadinanza e da molte altre questioni rilevanti. Per concludere il discorso sul cosiddetto “caso Ciacci”, ritengo corretto partire da un punto fermo: l’intervento del Segretario è stato adeguato. Non vorrei però che passasse il messaggio che Libera sia deficitaria sotto il profilo politico o etico. Libera ha scelto, insieme al Segretario, di far intervenire direttamente il Segretario Ciacci perché si tratta di una questione personale che lo riguarda direttamente. Ci viene detto che non avremmo preso le distanze dagli atteggiamenti del Segretario Ciacci. Ma, se è stato ascoltato con attenzione il dibattito, il primo a prendere le distanze in modo chiaro e responsabile è stato proprio il Segretario Ciacci, nel suo primo intervento in questo Consiglio Grande Generale. È stato lui a stigmatizzare quegli atteggiamenti e a riconoscere l’errore. Sono messaggi che, se pronunciati in una telefonata privata, potrebbero capitare tra colleghi, avversari o alleati politici. A tutti è successo di ricevere telefonate un po’ sopra le righe. Detto questo, ha fatto bene la consigliera Savoretti a denunciare la questione, comprendendo anche il dolore che si è creato in ambito familiare. E ha fatto bene il Segretario, prima di tutto, ad ammettere più volte di aver sbagliato. A mio avviso ha fatto bene anche il nostro partito a scegliere la risposta più forte possibile, indipendentemente dalle richieste avanzate da Repubblica Futura, arrivate tramite il suo coordinatore. È vero, come diceva prima Emanuele Santi, che il “caso Ciacci” ha distolto l’attenzione. Ha distolto l’attenzione da alcune verifiche interne al governo, ha distolto l’attenzione da quanto accaduto nel mese di dicembre. Ma, a mio giudizio, ha distolto l’attenzione anche da un’intervista che Repubblica Futura ha rilasciato circa dieci giorni fa e che noi, come maggioranza, abbiamo ritenuto francamente incredibile. A quella intervista abbiamo risposto all’unanimità come maggioranza, perché conteneva affermazioni che non riusciamo a comprendere. La cosiddetta questione morale, come diciamo noi, esiste sempre, tutti i giorni, e voler riscrivere la storia in quel modo, arrivando persino a chiedere delle scuse, quando i vostri consiglieri sedevano in Commissione d’inchiesta, è un’operazione che non possiamo accettare. Non ho mai detto, non lo dirò mai, che Repubblica Futura abbia responsabilità penali su ciò che è accaduto. Ma responsabilità politiche sì, perché quella legislatura si è conclusa con la nascita di Libera. Chi voleva proseguire quell’esperienza politica si è candidato in Repubblica Futura, prima o dopo. Questa è la verità. Chi non voleva andare avanti con quella legislatura ha dato vita a Libera. Libera nasce dalla fine di quella legislatura e ha sempre messo la questione morale al primo punto del proprio agire politico, e continuerà a farlo. Tuttavia, anche rispetto a quell’intervista, che suonava come una sorta di manifesto politico, credo che qualcosa vada detto e chiarito.
Aida Maria Adele Selva (PDCS): Gli argomenti affrontati sono molti, ma ce n’è uno che mi sta particolarmente a cuore e che tutti voi conoscete. Mi riferisco al tema sollevato dalla consigliera Michela Pelliccioni nel suo intervento, quello dell’aborto. Concordo con lei sul fatto che si faccia ancora troppo poco. Dico questo anche riconoscendo un elemento positivo: la Segreteria competente ha avviato una campagna di prevenzione, e questo è un passo nella giusta direzione. Tuttavia, occorre essere chiari sui numeri e sulla portata del fenomeno. L’aborto è la prima causa di morte nel mondo. Nel 2024, secondo i dati disponibili, sono stati soppressi circa 70 milioni di esseri umani. Qualunque verbo si voglia utilizzare, si tratta di esseri umani. Ritenevo doveroso ricordare questo dato in Aula. È evidente che bisogna fare di più, soprattutto per evitare che le donne arrivino a trovarsi in quella condizione. Quando si è parlato della necessità di precisare il documento, non si faceva riferimento alle ragioni individuali, ma alla necessità di disporre di più dati per contrastare realmente il fenomeno. Se non si conoscono gli effetti sulla salute, in primis sulla salute della donna, è difficile prevenire. Anche laddove si ritenga prevalente il principio di autodeterminazione resta il fatto che l’aborto provoca danni alla salute. Questo è un elemento oggettivo che va comunicato. Vengo al secondo punto. Mi associo alle espressioni di vicinanza già manifestate in Aula alla consigliera Savoretti. Forse intervengo in ritardo, ma lo faccio con sincerità. Non uso molto i social, non mi piacciono, e lo dico anche in vista della considerazione che farò. La mia vicinanza non ha nulla a che vedere con il genere: è una vicinanza alla persona, all’essere umano. Proprio su questo episodio ribadisco una convinzione che ho espresso anche in altre occasioni: l’uso dei social per affrontare certi argomenti non dovrebbe avvenire, soprattutto da parte di persone che ricoprono determinati ruoli. Non lo dico per screditare nessuno né per riaprire la vicenda, ma come riflessione generale. Se dovessi sbagliarmi su questo punto, sono disponibile a correggermi, perché ritengo importante il senso di responsabilità legato ai ruoli che ricopriamo. Sul diritto internazionale sono state fatte molte considerazioni. Io mi limito a una riflessione di fondo: questa società è pervasa da una profonda mancanza di principi e di valori. Sono proprio l’assenza di valori e l’individualismo esasperato, insieme agli interessi economici, a generare certe scelte e certi comportamenti. Se non si affrontano le cause profonde, il diritto internazionale continuerà a non funzionare. Si dice spesso che ai giovani bisogna insegnare. È vero. Ma perché quegli insegnamenti spesso restano vuoti? Perché chi insegna non ha interiorizzato ciò che trasmette. Se non si interiorizzano i valori, non si può trasmettere la bontà di un insegnamento. Colgo allora l’occasione per portare all’attenzione dell’Aula una tragedia di cui si parla pochissimo: la strage dimenticata dei cristiani. Lo dico da cristiana, sentendo il dovere di testimoniare. Anche questo è diritto internazionale, perché la libertà religiosa è un diritto fondamentale. In Nigeria è in corso una vera e propria strage. Secondo la World Watch List 2025 di Open Doors, il 69% dei cristiani uccisi nel 2024 nel mondo è stato ucciso in Nigeria. Su 4.476 credenti assassinati per la loro fede, oltre 3.100 erano nigeriani. È uno dei luoghi più pericolosi al mondo per i cristiani. Eppure, nel dibattito pubblico e internazionale, di questa strage si parla pochissimo. Perché i leader del mondo distolgono lo sguardo? Perché gli organismi internazionali non pongono adeguata attenzione a questa persecuzione? Parliamo di bambini, madri, padri, sacerdoti uccisi per il solo fatto di essere cristiani. Con questo intervento invito l’Aula ad aumentare l’attenzione anche verso queste stragi dimenticate. Come è stato detto più volte oggi, non bisogna distogliere lo sguardo di fronte alle ingiustizie. Ogni vita soppressa ingiustamente è un’ingiustizia, e le conseguenze di queste ingiustizie le stiamo pagando tutti.
Michele Muratori (Libera): In quest’Aula si è parlato a lungo e in modo approfondito di politica internazionale, e personalmente apprezzo molto quando il Consiglio Grande e Generale si confronta su questi temi. Tornerò su questo aspetto tra poco. Si è parlato anche della situazione che si è venuta a creare con il segretario Ciacci. È chiaro che il segretario Ciacci, come ha riconosciuto egli stesso, ha sbagliato. Ha chiesto scusa inizialmente al Congresso di Stato, alla presenza delle Loro Eccellenze, e successivamente al proprio gruppo consiliare, ammettendo di aver esagerato e riconoscendo le proprie responsabilità. Non è un fatto così usuale, e mi appello alla mia memoria: non sono molte le occasioni in cui, in quest’Aula, un segretario di Stato o un consigliere ha chiesto pubblicamente scusa per un proprio comportamento. Il segretario Ciacci ha sbagliato e non intendo giustificarlo. Anzi, come gruppo consiliare abbiamo espresso vicinanza a chi si è sentito attaccato e offeso, e lo ribadisco anch’io personalmente. Tuttavia, ritengo corretto riconoscere la presa di posizione assunta in quest’Aula, con una pubblica ammissione di responsabilità per un errore commesso in un momento di particolare tensione. Questo non vuole e non può essere una giustificazione. Tutti noi, consiglieri e segretari di Stato, siamo sottoposti a un forte impatto mediatico e spesso si cade nella tentazione di rispondere a commenti e provocazioni, anche perché talvolta si arriva a un livello di esasperazione. Ripeto con chiarezza: questo non giustifica quanto accaduto. Ma proprio per questo ho particolarmente apprezzato, come gruppo e come singolo, l’intervento del segretario ai microfoni di quest’Aula. Posso richiamare il vissuto di alcune legislature fa, il tentativo, a mio avviso, di ricostruirsi una sorta di “verginità politica” su passaggi che io e molti colleghi abbiamo vissuto direttamente e che sono stati alla base della nascita di Libera. Libera nasce nel 2019, alla prima tornata elettorale in cui ci siamo presentati come lista, e poi nel 2020 con il primo congresso fondativo, per un motivo preciso: essere liberi dai poteri forti. In quella legislatura e in quel governo percepivamo che qualcosa non funzionava. Abbiamo scelto consapevolmente di definirci una forza politica indipendente da qualsiasi potere extraparlamentare. Per questo ritengo sbagliato mistificare il passato o riscrivere lo stato dell’arte di ciò che è accaduto. È doveroso, in quest’Aula, ricordare che le chiavi di lettura sono ben diverse da quelle che talvolta vengono proposte. Venendo alla politica estera e internazionale, ho particolarmente apprezzato l’ordine del giorno che condanna quanto sta accadendo in Iran. Si è parlato del Venezuela, di una situazione internazionale che rischia di diventare – e forse lo è già – una vera polveriera. Per un piccolo Stato come il nostro, appellarsi al diritto internazionale, alla Carta delle Nazioni Unite e ai principi del multilateralismo non è ridondante, ma rappresenta la nostra più grande forza. Dobbiamo rivendicare con forza questa appartenenza. Per quanto riguarda la politica estera, mi ritengo soddisfatto del lavoro svolto in questa legislatura. Come presidente della Commissione Esteri, posso dire che gli sforzi compiuti in ambito di diplomazia parlamentare sono significativi e, a mio avviso, di qualità. Anche le posizioni assunte da San Marino negli organismi internazionali sono state apprezzate. Per quanto riguarda il Venezuela, tema che ha caratterizzato l’inizio dell’anno, ritengo corretto che quest’Aula ne discuta e assuma una posizione. Il collega Dalibor Riccardi ha presentato a inizio seduta un ordine del giorno con toni molto perentori. Attraverso un lavoro di mediazione siamo riusciti, come maggioranza, a produrre un ordine del giorno che chiarisce la posizione che la Repubblica di San Marino dovrebbe mantenere in un contesto internazionale complesso, valorizzando il principio della neutralità attiva. Pertanto, chiedo qualche minuto per dare lettura dell’ordine del giorno sulla questione del Venezuela, sottoscritto dalle forze di maggioranza e messo a disposizione anche delle forze di opposizione qualora volessero condividerlo. Ordine del Giorno: Il Consiglio Grande e Generale, premesso che la Repubblica di San Marino è da sempre impegnata nella promozione della pace, del multilateralismo e del rispetto del diritto internazionale; premesso che la Carta delle Nazioni Unite vieta l’uso della forza tra Stati, salvo i casi di legittima difesa o previa autorizzazione esplicita del Consiglio di Sicurezza, sancendo il principio di sovranità e di non ingerenza negli affari interni degli Stati; considerato che all’inizio di gennaio 2026 si è verificata una significativa operazione militare nel territorio della Repubblica Bolivariana del Venezuela, nel corso della quale il Presidente Nicolás Maduro e altre persone sono state catturate e trasferite negli Stati Uniti per rispondere di accuse penali; considerato che l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha espresso preoccupazione per il ricorso alla forza, ribadendo che nessuno Stato dovrebbe minacciare o usare la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato; considerato che tale operazione è stata oggetto di ampio dibattito internazionale in merito alla sua compatibilità con il diritto internazionale e con le norme che disciplinano l’uso della forza; considerato che la situazione in Venezuela resta caratterizzata da gravi violazioni dei diritti umani, da una crisi politica prolungata e da un clima di instabilità che ha prodotto diffuse sofferenze per la popolazione; ritenuto fondamentale continuare a sostenere il pieno rispetto delle norme del diritto internazionale; ritenuto necessario rafforzare l’azione della comunità internazionale per la tutela dei diritti umani, la risoluzione pacifica dei conflitti e la promozione di processi democratici inclusivi in Venezuela; impegna il Congresso di Stato: – a continuare a monitorare lo stato dei diritti umani e delle libertà fondamentali in Venezuela, condannando ogni forma di repressione, violenza e violazione dei diritti della popolazione; – a invitare tutte le parti coinvolte e la comunità internazionale a favorire una soluzione pacifica e negoziata della crisi venezuelana, nella piena osservanza del diritto internazionale, attraverso il rafforzamento del ruolo delle istituzioni multilaterali competenti; – a promuovere, nelle sedi internazionali in cui la Repubblica di San Marino è rappresentata, un dialogo costruttivo volto allo sviluppo di strumenti efficaci per la prevenzione dei conflitti, la tutela dei diritti umani e il sostegno a percorsi di riconciliazione nazionale in Venezuela; – a confermare, in adesione ai principi della Carta delle Nazioni Unite, l’impegno di San Marino per la pace, il multilateralismo e il rispetto della legalità internazionale, in coerenza con la tradizione di neutralità attiva e con i valori costituzionali della Repubblica.
Fabio Righi (D-ML): Devo dire la verità: ascoltando lo sviluppo del dibattito ho riflettuto su ciò che avrei detto. Io non ci giro intorno: lo abbiamo già detto anche in una conferenza stampa di partito di qualche giorno fa, per noi non ci sono le condizioni per andare avanti. Vi invitiamo ancora una volta a fare una forte riflessione su ciò che è accaduto a fine anno e su ciò che sta accadendo oggi in quest’Aula. L’intervento che mi ha preceduto, su una posizione di politica estera non marginale, ha appena letto un ordine del giorno che risulta diverso da quello presentato dieci minuti prima da un collega dello stesso partito. Capirete che per me diventa oltremodo imbarazzante intervenire: davanti a simili affermazioni, cosa si dovrebbe rispondere? Ci si arrende? Si alzano le mani? Allora torniamo seri. Non farò una disamina sulla politica internazionale: rispetto alle dinamiche che stiamo vivendo, forse invece di scrivere la prima cosa che viene in mente sarebbe opportuno, come abbiamo chiesto più volte promuovere un confronto vero, magari anche in seduta segreta, nella commissione preposta. Venire qui a stupirsi che le grandi potenze fanno ciò che conviene loro sulla scena internazionale, lanciando accuse reciproche, significa dimenticare che questa è la storia del mondo. La Repubblica di San Marino dovrebbe interrogarsi seriamente su come sta cambiando il panorama internazionale e su come posizionarsi. Ma questo confronto non si fa. Io torno alle questioni interne. Sul caso Ciacci: uno “sbrocca” sui social, poi viene a chiedere scusa, si interrompe un dibattito parlamentare per questo, e in mezzo a mille dinamiche assistiamo a un tentativo della maggioranza di dire “ci siamo”. Ho apprezzato anche interventi che richiamavano ciò che servirebbe sul fronte della sanità, un settore in drammatica sofferenza. Ma a me interessa sapere cosa intende fare il governo su questi punti. L’anno si apre come si è chiuso: nel vuoto più totale e nel fuoco incrociato. Oggi abbiamo assistito ad attacchi incrociati, anche tra forze di maggioranza: Libera che attacca la Democrazia Cristiana sulla politica estera, e diventa difficile persino dargli torto, perché comprendere qual è la linea di politica estera oggi è complicato. E poi c’è la questione morale: sembra scomparsa. A inizio anno la questione morale non riemerge, salvo poi essere, di fatto, presi in giro quando il Segretario alle Finanze ci dice: “Non sappiamo ancora niente, è un fatto tra privati”. Voi mi volete far credere che su un’operazione con risvolti nazionali, come quella legata al sistema bancario, nessuno sappia nulla? E poi ci sono le dinamiche e i collegamenti richiamati anche dal collega Santi, che rendono questa versione poco credibile. Ma soprattutto: dite che non sapete nulla, e poi sostenete che gli articoli usciti sui giornali sono in parte falsi. Allora, o non sapete, o se siete in grado di dire che sono falsi, evidentemente sapete. Noi non pretendiamo che qui si violi un segreto istruttorio o si dicano cose che non si possono dire, ma esistono commissioni preposte ed esistono strumenti affinché la politica abbia contezza di ciò che accade. Questo non avviene. E intanto abbiamo a che fare con una gestione – o meglio una non gestione – del Paese che è aberrante e vergognosa. Abbiamo chiuso l’anno con una riforma IGR di cui non devo ripetere gli effetti: oggi ne vediamo già le conseguenze, dall’interpretazione all’applicazione, e soprattutto il segnale internazionale di un taglio lineare in aumento su tutto il mondo economico. Non c’è un piano degli investimenti. Si parla di investimenti sul fronte energetico, ma non si sa qual è la rotta. Si parla di investimenti milionari sul digitale, ma non si sa qual è la rotta. Sul piano della politica estera abbiamo assistito a mille interpretazioni, a posizioni contro l’uno o contro l’altro che mettono in difficoltà il Paese, e vi autosmentite nell’arco di cinque minuti, leggendo un contrordine arrivato evidentemente dopo l’intervento del Segretario Beccari. Ditemi se questo è il modo di governare. E lo dico con chiarezza: non credo nemmeno in un cambio di rotta o di impostazione. Vi vantate delle norme che portate, molte delle quali sono residui della scorsa legislatura. Benissimo, ma non sono iniziative di questo governo. Qual è la politica di questo governo? In più, pretendete di venire in Aula, fare commissioni miste, firmare documenti politici, a fronte di confronti pari a zero con il Paese e con l’opposizione. Quando mai siamo stati chiamati o convocati per affrontare insieme tematiche, argomenti, iniziative? Questa sera viene presentato un nuovo strumento sulla pianificazione strategica del territorio: qualcuno è stato coinvolto? È stato fatto un approfondimento? Esiste uno strumento che si chiama Piano Regolatore Generale: perché non si fa quello? Se serve un nuovo strumento che supera il PRG, vogliamo capirlo e discuterlo. E questo vale per qualsiasi cosa. Voi entrate in quest’Aula contando sulla forza dei numeri e su un’impostazione arrogante nel fare le cose. E qui vengo a un punto che non è una battuta: noi denunciamo da tempo che molti cittadini non si avvicinano alla politica per paura di ritorsioni e minacce. Il Segretario Ciacci l’ha fatto in modo sfacciato, ma è un meccanismo che esiste da tempo. Vogliamo prenderne atto e affrontarlo, sì o no? Quindi, signori, ve lo dico in modo chiaro: sono i fatti che parlano per voi. E noi non riusciamo più ad avere fiducia nel continuare a lasciare il Paese nelle mani di chi, ogni tre per due, cerca di “venderlo” in un modo o nell’altro. Vi invitiamo ancora una volta a una forte riflessione, non per giochi tra maggioranza e opposizione, ma per il Paese.
Massimo Andrea Ugolini (PDCS): È passato un anno e mezzo dalle elezioni politiche. Per qualcuno è ancora difficile accettare l’idea di essere finito all’opposizione; forse preoccupa ancora di più l’idea di restarci per altri tre anni. Noi, invece, in questo anno e mezzo ci siamo concentrati sulle cose da fare. Se avessimo avuto altro per la testa, non ci saremmo messi in gioco su un tema come l’imposta generale sui redditi, affrontando una riforma complessa e politicamente impegnativa per riequilibrare i conti pubblici. Oggi abbiamo una finanziaria che, in previsione, chiude a meno 12 milioni: probabilmente negli ultimi anni non si era mai visto un dato previsionale di questo tipo. E siamo convinti che, grazie alle politiche di attenzione e di responsabilità che il governo continuerà a portare avanti, il bilancio potrà chiudere positivamente anche a consuntivo. Le riforme realizzate e i risultati ottenuti sono confermati dalle agenzie di rating internazionali e dagli organismi internazionali, che non giudicano sulla base delle polemiche politiche, ma dei fatti. Mi fa ancora più sorridere sentire il segretario politico di Repubblica Futura – che è stato il partito guida di una precedente fase politica – invocare oggi elezioni anticipate. In quel triennio il Paese ha vissuto la peggiore sfiducia istituzionale, economica e giudiziaria, insieme ai conflitti più gravi. E ora si torna a parlare di elezioni anticipate “perché va tutto male”. Quando si è chiari sugli obiettivi e il Paese comprende la direzione intrapresa, tutto diventa più semplice. Gli organismi internazionali ce lo riconoscono, perché quando abbiamo assunto impegni li abbiamo rispettati. Il ritorno a una valutazione BBB- da parte delle agenzie di rating non è un caso: significa rientrare tra i Paesi considerati affidabili. Non è un dettaglio. Così come non è casuale l’aumento della raccolta bancaria complessiva, che indica un clima di fiducia crescente, sia all’interno sia all’esterno del Paese. I dati patrimoniali delle banche sono migliorati, anche grazie al lavoro di cartolarizzazione sugli NPL. Basta guardare i bilanci degli istituti. L’occupazione è in crescita e la disoccupazione è ai minimi storici. Anche questo non è frutto del caso. Per questo dico: smettiamola, per favore, di raccontare una realtà che non esiste. Guardiamo ai dati reali, perché sono quelli che contano. Infine, consigliere Santi, lei continua a fare nomi e cognomi in quest’Aula. Io la invito a farli fuori dai microfoni. Non accetto che si voglia addossare una presunta “questione morale” alla Democrazia Cristiana in modo generico e strumentale, perché non è corretto. All’interno della nostra forza politica ci sono state anche persone che si sono espresse in modo critico rispetto all’operazione dell’imprenditore bulgaro. Se lei ha informazioni precise, abbia il coraggio di portarle nelle sedi opportune. Altrimenti, esiste un’indagine giudiziaria in corso: rispettiamo la separazione dei poteri. C’è una magistratura che sta lavorando, lasciamola lavorare e attendiamo con responsabilità gli esiti di quel procedimento.
Sara Conti (RF): Inizio da quanto affermato dal mio collega: al di là della battuta, c’è una verità politica che va ricordata. Alla guida del governo di allora c’era SSD, di cui faceva parte Libera, non Repubblica Futura. Se proprio si vuole demonizzare quella fase, è bene farlo con precisione storica e politica. Vengo poi all’intervento del consigliere Boschi. Prendiamo atto, innanzitutto, che con questo suo intervento lei ha di fatto chiuso ogni possibilità di dialogo con Repubblica Futura. Ne prendiamo atto, senza commenti ulteriori. Ma sento il dovere di puntualizzare alcuni aspetti, anche perché fui membro della Commissione d’inchiesta. Quella Commissione aveva come obiettivo l’individuazione di eventuali responsabilità politiche, non certo di responsabilità penali, che spettano esclusivamente al Tribunale. E il Tribunale, come lei sa bene, non ha rilevato responsabilità legali in capo ai consiglieri di RF. Lei sostiene che vi fossero responsabilità politiche di RF. No, consigliere Boschi: quelle responsabilità politiche non sono emerse, nonostante si sia tentato in ogni modo di farle emergere. Lei era membro della Commissione e questo lo sa perfettamente. Se però si vuole insistere su questo terreno, allora va ricordato un fatto che oggi sembra essere dimenticato. Al termine dei lavori della Commissione d’inchiesta, quando la relazione finale arrivò in Aula e venne presentato l’ordine del giorno di maggioranza, quella censura coinvolgeva due Segretari di RF e due Segretari di Libera. Un ordine del giorno che, se la memoria non mi inganna, anche voi contestaste apertamente. Quando non si sa più cosa dire, si riesumano vicende che, peraltro, non giocano nemmeno a vostro favore. Ed è per questo che torno sul caso Ciacci, perché ritengo che non debba essere sottovalutato. Può sembrare una questione astratta, perché il comportamento di un Segretario di Stato sul proprio account social personale viene liquidato come fatto privato. Ma non lo è. È una questione profondamente politica. Per questo, cara consigliera Gemma Cesarini, non era una semplice opinione personale. Nel momento in cui si è Segretari di Stato, tutto ciò che viene detto pubblicamente riguarda anche l’istituzione che si rappresenta. Ciò che si pensa o si dice in privato resta privato. Ma un social network è uno spazio pubblico. Ed è qui il punto. Il comportamento istituzionale deve essere improntato a responsabilità, misura e rispetto. Quando l’offesa, l’insulto o la delegittimazione dell’altro diventano prassi tollerate nello spazio istituzionale, si produce un duplice danno. Da un lato si abbassa il livello del confronto politico dall’altro si trasmette ai cittadini il messaggio che il rispetto non sia più un valore condiviso, ma un’opzione sacrificabile in nome della visibilità o del consenso immediato. Il linguaggio non è mai neutro. Se chi esercita il potere utilizza un linguaggio aggressivo o oltraggioso, quel linguaggio si legittima, si diffonde, diventa modello. Così l’eccezione rischia di diventare regola, e la regola degrado. Devono garantire che anche il conflitto – fisiologico e necessario in democrazia – si svolga entro i confini del rispetto reciproco. Il dissenso è una ricchezza, l’offesa non lo è mai. Confondere le due cose significa impoverire il dibattito pubblico e rendere più fragile la convivenza civile. C’è poi un ulteriore aspetto fondamentale: la fiducia. I cittadini si affidano alle istituzioni perché le percepiscono come luoghi di garanzia, equilibrio e tutela della dignità di tutti. Quando questa aspettativa viene tradita, la conseguenza è l’erosione della credibilità istituzionale. E senza fiducia, le istituzioni perdono forza e legittimità. Non possiamo permettere che l’offesa diventi abitudine, né che l’oltraggio venga archiviato come semplice “scambio vivace”. Anche questa definizione l’abbiamo sentita, ed è francamente una presa in giro. Apprezzo sinceramente il mea culpa del Segretario Ciacci. Evidentemente ha riflettuto e compreso che quanto accaduto non poteva essere liquidato come dialettica vivace né ricondotto alla normale dinamica politica. Difendere la legittimità del linguaggio istituzionale significa difendere la dignità delle persone e la solidità della nostra democrazia. È una responsabilità che riguarda ciascuno di noi come cittadini, ma che pesa in modo particolare su chi ha l’onore e l’onere di rappresentare le istituzioni. Essere all’altezza di questo compito non è un limite alla libertà di espressione: è la sua forma più alta e più consapevole.
Paolo Crescentini (PSD): Intervengo con piacere in questo comma comunicazioni per esprimere alcune considerazioni. Comprendo che all’opposizione possa dare fastidio vedere una maggioranza che si ricompatta, che ritrova equilibrio e slancio e che ha come obiettivo chiaro quello di arrivare al 2029, alla fine naturale della legislatura, portando a compimento il programma di governo. Per questo voglio tranquillizzare i colleghi dell’opposizione: la legislatura andrà avanti. Non esiste alcuna crisi di governo. La maggioranza è compatta e il governo è saldo. Quindi forse qualcuno potrebbe evitare di andare sulla stampa ogni tre per due a sostenere che occorre ridare la parola ai cittadini perché il governo sarebbe arrivato al capolinea. Non è così. Stiamo predisponendo un’agenda dello sviluppo e della crescita che sarà presto sottoposta all’attenzione dell’Aula consiliare. Le idee sono chiare, c’è una volontà precisa di dare risposte al Paese e i risultati ottenuti nel corso dello scorso anno lo dimostrano. Qualcuno ha sostenuto che il 2025 sia stato un anno povero di produzione normativa, forse quello con il minor numero di leggi approvate. Francamente non mi risulta. Ho consultato il sito del Consiglio Grande Generale, non la sezione dei decreti ma quella delle leggi, e ho trovato numerosi provvedimenti approvati. Dispiace constatare che una legge in particolare sia stata frutto del lavoro svolto nella passata legislatura da una forza che oggi siede all’opposizione e che sembra aver dimenticato quel lavoro. Molti altri provvedimenti arriveranno all’attenzione dell’Aula. Già in questa sessione consiliare affronteremo il dibattito e l’approvazione della legge sulle licenze, uno strumento fondamentale sul quale come forza politica, come maggioranza e come governo ci siamo spesi molto. Dunque, programmi e progetti ci sono, così come la compattezza della maggioranza. Capisco l’opposizione: anch’io ho trascorso molti anni all’opposizione, più di quanti ne abbia passati finora in maggioranza. Ma ricordo che allora non si invocava con questa insistenza la fine anticipata della legislatura. E parliamo di una fase in cui la maggioranza aveva 32 consiglieri e l’opposizione 28, e in cui qualche scricchiolio non mancava. Da quell’esperienza ho imparato una cosa: spesso le maggioranze che sembrano scricchiolare sono quelle che poi arrivano fino in fondo. Qualche mese fa qualcuno ha pensato che quei segnali fossero indizi di cedimento. È accaduto l’esatto contrario: quelle difficoltà ci hanno compattato e rafforzato. Abbiamo ancora molto da dare a questo Paese e le risposte arriveranno. Perciò ribadisco: state tranquilli, colleghi dell’opposizione, perché maggioranza e governo sono presenti, forti e coesi. Concludo con una riflessione su Villa Filippi. Seguiamo con attenzione l’evoluzione della vendita di Casa Filippi e prendiamo atto con favore che l’operazione sia avvenuta tramite bando pubblico, nel segno della trasparenza. Quando si parla di beni di questo valore – e ce ne sono altri nel territorio sammarinese – credo sia corretto che il Congresso di Stato valuti anche l’esercizio del diritto di prelazione, come è stato fatto anche in questo caso. È chiaro che l’esercizio della prelazione comporta investimenti di risorse pubbliche e scelte di interesse collettivo. Resta però il fatto che il ricorso al bando pubblico rappresenta un elemento positivo. Così come prendo atto con piacere del comunicato della Segreteria di Stato per il Territorio, che ha ricordato come il bene sia a catalogo, e quindi non soggetto ad alcuna speculazione edilizia. Accolgo positivamente anche la volontà di dialogare con la Giunta di Castello di Montegiardino. Le Giunte devono avere voce in capitolo non solo sulle iniziative, ma anche sugli investimenti e sulle strutture che riguardano il proprio territorio. Un confronto a più livelli è sempre un valore aggiunto. Sono certo che il Segretario di Stato per il Territorio e il Congresso di Stato vigileranno attentamente, ora che la procedura di vendita si è conclusa, affinché vengano pienamente rispettate tutte le disposizioni di legge relative all’utilizzo dei beni a catalogo, come Villa Filippi.
Gian Nicola Berti (AR): Va dato atto, innanzitutto, che il Segretario Ciacci, in apertura, con una pubblica ammenda, si è reso conto di aver oltrepassato i limiti dell’educazione e del rispetto dovuto ai parlamentari. Così come, obiettivamente, va espressa solidarietà non solo sul piano politico alle persone colpite da quelle esternazioni, ma soprattutto a quella persona che lavora all’interno di quest’Aula, un familiare che non ha alcuna responsabilità, alcuna colpa, alcun “reato politico”, e che non doveva essere minimamente coinvolta. Detto questo, però, va anche detto che su questi temi ho visto e continuo a vedere molta ipocrisia. Si parla continuamente di rispetto delle persone, ma spesso senza rendersi conto di ciò che si dice davvero. Perché se il rispetto è un valore, allora vale per tutti, non solo per le persone simpatiche o per quelle che fanno comodo. Il capogruppo Ugolini ha fatto notare che il consigliere Santi è forse trasceso facendo nomi, cognomi e attribuendo fatti gravi e non edificanti a persone che lavorano in quest’Aula. A mio avviso, quelle affermazioni, oltre a essere offensive e potenzialmente diffamatorie, non sono sostanzialmente diverse da ciò che ha fatto Ciacci, con una differenza però fondamentale: Ciacci ha chiesto scusa. Quando si tirano in ballo persone che magari non c’entrano nulla, si crea comunque un danno reputazionale che dura per tutta la fase delle indagini e delle istruttorie, a prescindere dall’esito. Stiamo sistematicamente mettendo alla gogna investitori che si affacciano su San Marino, senza renderci conto che così non sembriamo affatto un Paese ospitale. Se ci sono informazioni, se ci sono sospetti fondati, se ci sono elementi concreti, è giusto trasmetterli al Tribunale affinché indaghi e faccia le verifiche del caso. Il sistema si è dotato di strumenti efficaci: ci sono professionisti incaricati dell’adeguata verifica, ci sono le banche, ci sono gli organismi di controllo. E questi strumenti, come dimostra anche la vicenda della Banca di San Marino, funzionano. Io credo quindi che lasciare lavorare serenamente le forze di polizia e la magistratura, senza interferenze politiche, sia un servizio alla giustizia e al Paese. E allo stesso tempo ci permetterebbe di concentrarci sui problemi reali dei cittadini, che rischiano di passare in secondo piano dietro a polemiche continue. Qualcuno ha parlato addirittura di ricatti nei confronti di consiglieri. Mi permetto di osservare che chi ha fatto questa affermazione, fino a poco tempo fa, chiedeva le dimissioni di un altro consigliere. Anche questo, francamente, non mi pare un grande esempio di rispetto per il ruolo e per la pluralità delle opinioni. Si può iniziare un percorso politico in un partito e poi cambiarlo. È successo nel mio partito e non mi stupisce che succeda anche in altri. Ma il rispetto delle persone e delle scelte individuali dovrebbe essere un patrimonio comune. Abbiamo assistito a una dialettica molto accesa tra Libera e Repubblica Futura su ciò che è accaduto in passato. È vero che l’attuale governo era composto da diverse forze politiche, ma esiste una differenza sostanziale: qualcuno a un certo punto ha staccato la spina, qualcuno ha detto basta e ha denunciato politicamente ciò che stava accadendo. Altri, invece, avrebbero probabilmente continuato. Poi sono intervenute le autorità giudiziarie, che hanno fatto il loro lavoro. Ma sul piano politico le responsabilità non sono tutte uguali. Chi ha interrotto quel percorso ha assunto una responsabilità diversa rispetto a chi voleva proseguire. Non solo: a fermare certe derive sono state soprattutto Banca Centrale e il Tribunale, e per anni abbiamo assistito ad attacchi sistematici contro la presidenza di Banca Centrale, colpevole solo di non essersi piegata a tentativi di condizionamento della vigilanza. Due parole, infine, sulla vicenda del Venezuela. Sono contento che si stia arrivando a un ordine del giorno condiviso. Quando parliamo di diritto internazionale dobbiamo avere uno sguardo onesto e completo. Viviamo in un mondo in cui il 7 ottobre in Israele sono stati massacrati civili, bambini sgozzati, donne stuprate, famiglie sterminate. E non tutti si sono scandalizzati allo stesso modo. Le stesse persone che oggi si indignano perché uno Stato ha prelevato il presidente di un altro Stato, accusato di narcotraffico e sicuramente di autoritarismo e antidemocraticità, ieri tacevano su ben altre atrocità.



