San Marino. I Capifamiglia: vicenda Banca/Europa, diciamo la nostra. Ovvero, quando le scelte decisive rischiano di diventare affari di pochi
C’è un momento in cui una comunità deve fermarsi e chiedersi se la direzione intrapresa sia davvero quella giusta. San Marino oggi si trova esattamente in questo punto. La vicenda della Banca di San Marino, intrecciata sempre più strettamente con il percorso di associazione all’Unione Europea, non può più essere liquidata come un semplice incidente di percorso o come una questione esclusivamente tecnica.
La sequenza dei fatti, la loro tempistica e le modalità con cui si sono sviluppati sollevano interrogativi profondi sul metodo con cui vengono gestite le scelte strategiche della Repubblica. Quando operazioni finanziarie di tale portata si sovrappongono a passaggi politici cruciali, il confine tra decisione tecnica e indirizzo politico rischia inevitabilmente di sfumare. Ed è proprio lì che nasce il problema.
È legittimo chiedersi se l’operazione bancaria fosse davvero finalizzata solo al rafforzamento del sistema finanziario o se non sia stata percepita anche come una leva, offerta o richiesta, utile a costruire consenso internazionale in un momento decisivo per l’associazione europea. Una domanda che non formula accuse, ma che nasce dal semplice dovere di pretendere chiarezza su passaggi destinati a segnare il futuro istituzionale ed economico del Paese per generazioni.
A inquietare è soprattutto la concentrazione delle decisioni nelle mani di pochissimi. Un ristretto cerchio di figure politiche, istituzionali e tecniche sembra aver gestito contemporaneamente dossier delicatissimi, dalla finanza all’Europa, creando una sovrapposizione di ruoli e responsabilità che rischia di minare la fiducia dei cittadini. Perché quando pochi decidono per tutti, anche le scelte più legittime finiscono per apparire opache.
Non sorprende, allora, che stia emergendo con forza la richiesta, che intendiamo accogliere attraverso un quesito referendario, di ristabilire una netta distinzione tra funzione politica e funzione tecnica di vigilanza, affinché chi governa non sia al tempo stesso chiamato a controllare, autorizzare o valutare operazioni strategiche di tale portata. Una separazione necessaria per tutelare trasparenza, imparzialità e credibilità delle istituzioni, e che sempre più cittadini ritengono debba essere sancita con strumenti di democrazia diretta, proprio perché riguarda l’architettura stessa dello Stato.
In questo quadro si inserisce anche una dinamica che non può essere ignorata: l’ambizione personale. Portare San Marino dentro l’orbita europea rappresenta un traguardo politico enorme, capace di segnare carriere, consolidare leadership, garantire visibilità internazionale e, non di rado, posizioni di rilievo ben retribuite. È umano aspirare al riconoscimento, ma è doveroso vigilare affinché l’interesse pubblico non venga mai subordinato a obiettivi individuali.
La resistenza ostinata a ogni forma di coinvolgimento diretto dei cittadini nelle scelte fondamentali non fa che aggravare questo quadro. Se un progetto è davvero solido, se è realmente vantaggioso per la Repubblica, non dovrebbe temere il confronto né la verifica democratica. Al contrario, il rifiuto sistematico di aprire spazi di decisione popolare alimenta il sospetto che si voglia accelerare il processo per evitare domande scomode.
Nel frattempo, San Marino sta valutando se sostenere costi economici significativi legati al percorso europeo, pur non avendo ancora la certezza di poter effettivamente concludere il processo di associazione. Una prospettiva che impone prudenza, trasparenza e un confronto pubblico serio, perché ogni impegno finanziario anticipato comporta responsabilità verso l’intera collettività.
La vicenda bancaria, letta in questo contesto, smette di essere un fatto isolato e diventa il sintomo di un metodo. Un metodo che concentra, accelera, decide e comunica solo a posteriori. Un metodo che rischia di produrre più fratture che consenso, più diffidenza che fiducia.
La forza di San Marino è sempre stata la sua comunità compatta, consapevole e partecipe. Indebolire questo legame significa compromettere la vera ricchezza del Paese. Ed è proprio per questo che oggi la domanda più urgente non riguarda soltanto l’Europa o le banche, ma il modello di democrazia che vogliamo difendere.
Perché il futuro non può essere il risultato di accordi riservati, ma deve nascere dalla volontà chiara di un popolo informato, libero e sovrano.
I CapiFamiglia



