Attiva-Mente San Marino: radiografia di una scelta politica
Senza l’ambizione di esaurire il tema né di ridurlo a schemi semplicistici, la riflessione che segue prova a declinare, dalla prospettiva della disabilità, alcune analisi che mettono in luce meccanismi ricorrenti in molti sistemi istituzionali.
Le decisioni politiche maturano all’interno di contesti complessi e, nell’ambito dei diritti sociali in particolare, per formarsi, consolidarsi e tradursi in risultati concreti, hanno bisogno di almeno tre fattori:
- una pressione difficile da ignorare. Una richiesta, una critica, una protesta non frammentata né episodica, ma compatta e perseverante, capace di scuotere il “palazzo” e di incrinare quella comfort zone che tende a proteggere chi governa dall’urgenza del cambiamento. In assenza di una spinta collettiva forte, si rinvia o si smussano le questioni più scomode, nell’attesa che tutto si esaurisca da sé, con il risultato di un progressivo stratificarsi dell’indifferenza.
- la disponibilità di risorse economiche. La volontà politica, anche quando esiste sul piano enunciativo, raramente si traduce in scelte concrete senza investimenti reali. Per la disabilità, ad esempio, questo limite è una costante: le risorse “non ci sono mai”, o vengono dichiarate insufficienti e sempre rinviabili. Una condizione che finisce per trasformarsi in alibi, rendendo persistente l’idea che alcuni diritti siano legittimi in teoria, ma negoziabili nella pratica.
- la volontà politica, il cui agire tende a legarsi alla politica con la “p” minuscola, orientata al consenso immediato, alla gestione degli equilibri e alla tenuta delle maggioranze, al netto delle esigenze reali dei cittadini.
Quando si parla di responsabilità politica, il riflesso immediato è quello di puntare il dito contro chi ricopre incarichi di governo. È una reazione comprensibile, ma spesso fuorviante. Non per assolvere la classe politica, partiti e parlamentari hanno grandi responsabilità, bensì per capire dove e come si forma l’orientamento delle decisioni che incidono sulla vita delle persone. Il punto decisivo è ciò che accade nello spazio che si apre tra il ruolo politico e la conoscenza necessaria per esercitarlo: è lì che si annida spesso il vero potere di indirizzo.
Le scelte concrete, quelle che diventano atti, prassi, dinieghi o rinvii infiniti, prendono forma attraverso pareri, relazioni, interpretazioni normative, valutazioni di fattibilità e linguaggi apparentemente neutri, capaci di stabilire cosa sia possibile e cosa no. In quello spazio operano funzionari e dirigenti pubblici: figure che non decidono formalmente, ma orientano in modo sostanziale. Figure che conoscono il sistema, le sue inerzie e i suoi confini non scritti, e che sanno fino a dove ci si può spingere senza disturbare equilibri consolidati.
La neutralità del “tecnico” è più un mito che una realtà. In sistemi poco permeabili e scarsamente trasparenti, il confine tra competenza, fedeltà politica e riconoscenza personale tende a sfumare fino quasi a scomparire. Tecnici e decisori finiscono così per rassicurarsi a vicenda, trovando nella prudenza, nel rinvio e nella conservazione dello status quo una comoda zona di sicurezza.
È un sottile meccanismo che alimenta indifferenza, inerzia e burocrazia: una postura strutturale che, per non rivedere prassi consolidate e per non riconoscere diritti che comporterebbero doveri, costi e cambiamenti organizzativi, finisce per proteggere il sistema da ciò che potrebbe trasformarlo.
Esiste poi un’ulteriore condizione, probabilmente la più critica, in cui le funzioni di indirizzo politico si sovrappongono alle responsabilità tecnico-amministrative esercitate dalla stessa persona. Quando chi contribuisce a definire le politiche è chiamato anche a gestirne l’attuazione, il rischio non è solo che il controllo si indebolisca, ma che le decisioni finiscano per auto-legittimarsi, sottraendosi strutturalmente al confronto con soluzioni alternative.
Queste dinamiche, riscontrate in contesti istituzionali contemporanei di molti Paesi, si traducono in muri culturali e amministrativi che non si presentano come discriminatori, ma come “oggettivi”, “tecnici”, “inevitabili” e che, proprio per questo, risultano ancora più difficili da scalfire, diventando parte stabile del meccanismo. In questo modo, i diritti vengono riconosciuti sul piano formale, ma la loro applicazione concreta resta sospesa, rallentata o di fatto neutralizzata.
Il prezzo di tutto ciò non lo pagano le lobby con più potere, ma le persone con meno voce, meno potere contrattuale e minore accesso alla vita pubblica: condizioni e barriere che le persone con disabilità sperimentano quotidianamente.
In questo scenario, non basta più avere ragione, non bastano i dati, le convenzioni internazionali o i richiami ai diritti: il lavoro, per quanto coeso, di chi fa sensibilizzazione e rivendica giustizia si scontra con un sistema normalizzato e abilista che continua a funzionare fin troppo bene per chi lo governa e lo amministra.
Tra diritti proclamati e diritti praticabili si collocano responsabilità tanto complesse quanto precise.
Il Consiglio Direttivo di Attiva-Mente



