Opinioni

San Marino, la CRPD e un ritardo che pesa sempre di più

Quando María Soledad Cisternas Reyes, di fresca nomina quale Inviata Speciale delle Nazioni Unite per la Disabilità e l’Accessibilità, designata dal Segretario Generale António Guterresvenne a San Marino nel 2018, il messaggio che portò alle istituzioni fu chiaro e diretto. Tra le prime cose che raccomandò di fare vi era un adempimento preciso, già previsto dal diritto internazionale: la presentazione del Rapporto iniziale previsto dall’articolo 35 della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (CRPD).

Non si trattava di una gentile sollecitazione né di una buona pratica opzionale. Era il richiamo a un obbligo giuridico che San Marino aveva assunto nel momento stesso in cui aveva ratificato la Convenzione, nel 2008. Un obbligo che, a distanza di quasi vent’anni, risulta ancora disatteso.

L’articolo 35 della CRPD stabilisce infatti che ogni Stato Parte debba presentare un rapporto iniziale entro due anni dalla ratifica, seguito da rapporti periodici. Non è un passaggio formale: è il cuore del meccanismo di responsabilità della Convenzione. Serve a dire cosa è stato fatto, cosa non funziona, quali diritti sono ancora negati e quali riforme sono necessarie. Senza rapporto, non c’è valutazione, non c’è confronto, non c’è trasparenza.

Sul sito del Comitato OHCHR sui Diritti delle Persone con Disabilità, è possibile estrapolare l’elenco degli Stati ad oggi inadempienti. Il quadro che emerge è particolarmente eloquente ed impietoso. Su oltre 190 Stati Parti della CRPD, solo una manciata non ha mai presentato il rapporto iniziale. L’elenco, con l’anno di ratifica, parla da solo.

La situazione di San Marino diventa particolarmente difficile da difendere. Non solo perché il Paese figura tra gli inadempienti, ma perché è uno degli Stati che ha ratificato la CRPD da più tempo senza mai presentare il rapporto iniziale.

Ed è qui che emerge il paradosso. San Marino è uno Stato stabile, democratico, con una lunga tradizione di partecipazione ai consessi internazionali e di attenzione formale ai diritti umani. Eppure, sul piano della rendicontazione dei diritti delle persone con disabilità, si ritrova accomunato a Paesi segnati da conflitti, fragilità istituzionali o emergenze strutturali profonde.

Questo non è un dettaglio tecnico, né un inciampo amministrativo. È una questione politica. Il Rapporto iniziale non serve a dimostrare che “va tutto bene”, ma a riconoscere le criticità, a individuare le lacune normative e ad avviare un dialogo serio e strutturato con il Comitato ONU, coinvolgendo le organizzazioni rappresentative delle persone con disabilità, nel rispetto del principio del “nulla su di noi senza di noi”.

La raccomandazione formulata da María Soledad Cisternas Reyes nel 2018 resta quindi, ancora oggi, di un’attualità quasi imbarazzante. Presentare il Rapporto iniziale non è un favore fatto alle Nazioni Unite, né un gesto simbolico. È un atto dovuto alle persone con disabilità che vivono nella Repubblica, alle loro famiglie e alla credibilità stessa del nostro Stato chiamato a misurarsi con responsabilità, trasparenza e coerenza.

Lo chiediamo noi. Lo chiede la Convenzione.

Il Consiglio Direttivo di Attiva-Mente (comunicato stampa)