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Mostro sarà lei… La rilettura di “Frankenstein” firmata da Guillermo del Toro. Su Netflix

Capolavoro horror-gotico della letteratura di tutti i tempi, il romanzo “Frankenstein o il moderno Prometeo” di Mary Shelley nasce durante un soggiorno della scrittrice nel 1816 a Ginevra assieme al marito, il poeta Percy Shelley, Lord George Byron, la sua amante Claire Clarmont, sorellastra di Mary Shelley e il dottor John Polidori, segretario, medico personale di Byron e scrittore. Proprio quest’ultimo (autore del racconto “Il vampiro”, uno dei primi testi dedicati a questa figura ricavata dal folklore est-europeo) con le sue conoscenze scientifiche, è fonte d’ispirazione per il celebre testo della scrittrice, giocato sulle paure della scienza e sugli archetipi del mostro, creando una figura destinata a collocarsi per sempre nell’immaginario collettivo, identificata erroneamente spesso come “Frankenstein” che è invece il cognome dello scienziato Victor, colui che oltrepassa confini invalicabili per la scienza, proprio come Prometeo, il Titano desideroso di conoscenza che ruba il fuoco agli dei e viene punito da Zeus.

La genesi del romanzo si sviluppa durante il soggiorno ginevrino, funestato da giornate piovose che rendono impossibili gite ed escursioni (se volete darci un’occhiata c’è il film “Gothic” di Ken Russell del 1986 con Gabriel Byrne, Julian Sands, Natasha Richardson e Timothy Spall che rievoca quelle giornate). Esaurite le letture, il gruppo decide di cimentarsi nella composizione di propri scritti a tema spettrale e pauroso (come il già citato “Il vampiro”). Mary Shelley all’inizio fatica a trovare l’ispirazione, poi le idee dell’amico medico la dirigono verso la stesura del celebre libro (la prima edizione è del 1818, la seconda versione è datata 1831), consacrato anche dai numerosi adattamenti cinematografici e televisivi: dal classico Universal di James Whale (1931) con Boris Karloff, iconico “mostro” (la celebre “maschera” aveva un rigido copyright, il che non permise ad altre versioni di utilizzarla), ai film targati Hammer degli anni Cinquanta con Peter Cushing nel ruolo di Victor, dall’adattamento firmato da Kenneth Branagh nel 1994 con lo stesso Branagh, Robert de Niro nel ruolo della Creatura ed Helena Bonham Carter, agli sgangherati “B” movies messicani (la serie con il popolare eroe mascherato “El Santo” che combatte mostri, vampiri e zombies tra un incontro di lotta libera e l’altro), ai film d’animazione (la serie “Hotel Transylvania”) e alla celeberrima parodia di Mel Brooks “Frankenstein jr” (1974), affettuoso ed esilarante omaggio al classico Universal (del quale riutilizzò le scenografie originali).

Al processo che porta alla creazione di un essere artificiale si è ora accostato il regista Guillermo del Toro, specializzato in film horror e fantastici, materiali che occupano la quasi totalità della sua filmografia da regista. Il suo “Frankenstein”, fresco vincitore di tre meritati premi Oscar per categorie tecniche (migliori costumi, scenografia e trucco), è disponibile su Netflix ed è forte il rimpianto per non poter vedere questo viaggio visionario nell’ossessione dello scienziato per creare la vita su grande schermo, dove sicuramente avrebbe amplificato la sua potenza visiva e narrativa. Ma Del Toro sembra convinto della validità delle scelte della piattaforma (è la seconda volta che un suo film non si diffonde in modo completo nella sala cinematografica, già il precedente “Pinocchio” aveva  avuto uscite sporadiche, così come “Frankenstein” che ha avuto solo visioni lampo in alcune grandi città come Milano, Torino e Bologna, impedendo la visione al cinema ad un pubblico più vasto…) che crede pochissimo nella forza del cinematografo come spazio di condivisione collettiva di un’esperienza “totale”, per cui ne prendiamo atto e magari cerchiamo di vederlo su uno schermo televisivo non di piccole dimensioni.

Scordatevi il mostro alla Boris Karloff. Il Frankenstein di Del Toro, interpretato da Jacob Elordi, divo del momento (vedi alla voce “Cime Tempestose” di Emerald Fennell…), è più vicino ai modelli anatomici cosiddetti “spellati”, due dei quali potete ammirarli a Bologna nel Teatro Anatomico in piazza Galvani, ed ha un suo fascino evocativo e romantico. Così come il personaggio di Elizabeth (Mia Goth, con un cognome così non poteva non interpretare un horror gotico classico…) che subisce varianti rispetto al personaggio del romanzo, qui attratta dal “mostro” dolente e malinconico che fa emergere sensibilità ed affetto per la creatura. C’è anche il due volte Premio Oscar Christoph Waltz nel ruolo di Harlander, personaggio inedito (la sceneggiatura è firmata dallo stesso Del Toro) non presente nel testo della Shelley, una sorta di benefattore con un segreto nascosto, rappresentazione dei mecenati che apparentemente finanziano ricerche scientifiche per il bene comune, in realtà per realizzare propri interessi. E poi c’è Victor (Oscar Isaac), il vero “mostro” della storia, l’uomo assetato di sapere, così assetato da non riuscire a spegnere la propria sete, nemmeno quando sembrano affiorare i sensi di colpa dovuto a scelte che lo hanno portato oltre ogni situazione lecita. Film con non pochi spunti morali, coinvolgente e affascinante, questo “Frankenstein”, diviso in due parti con prima il racconto di Victor e poi il punto di vista del mostro, non sfigura certo nella vasta filmografia dedicata alla storia, trovando anche sue dinamiche originali, in un’affascinante messa in scena di notevole impatto visivo.

Paolo Pagliarani