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“Ho creato un luogo.” Rothko a Firenze

Una grande mostra celebra a Palazzo Strozzi a Firenze il maestro dell’arte moderna con due speciali sezioni presso il Museo di San Marco e la Biblioteca Medicea Laurenziana: 14 marzo – 23 agosto 2026

Firenze è stata fondata sulla convinzione che il visibile possa condurre verso l’invisibile. In nessun altro luogo il confine tra materia e spirito è così sottile da rivelarsi nel luccichio dell’oro di una pala d’altare o nel silenzio della luce che accarezza l’intonaco. Artisti e pensatori del primo Rinascimento credevano che la geometria fosse la via per la grazia, la proporzione potesse riflettere un ordine divino e stendere colori sulla parete potesse mutare l’anima di chi li contempla. Senza separare ragione e spirito, la bellezza stessa divenne una forma di conoscenza metafisica modellata attraverso l’armonia ed espressa nella proporzione e nel colore. La trascendenza, nell’accezione fiorentina del termine, risiedeva nella precisa rivelazione del mondo in forme espressive radicate nello spazio fisico e al tempo stesso capaci di alludere a ciò che lo supera. Poche opere testimoniano questo pensiero quanto gli affreschi che Beato Angelico realizzò tra il 1439 e il 1444 per le celle del convento dei domenicani osservanti di San Marco. Che si tratti di un’Annunciazione o di una Crocifissione, gli affreschi erano stati concepiti per aprire uno spazio contemplativo laddove il silenzio e i colori potevano comunicare una verità che esisteva al di là delle parole. Nella pace delle celle conventuali gliaffreschi vibrano per tonalità eteree di azzurri, rosa e ocra, sospesi nel momento in cui l’immagine diventa inseparabile dall’atto contemplativo.

Ed è in quelle stesse celle che Mark Rothko arrivò oltre cinque secoli dopo, durante il suo primo viaggio in Italia nella primavera del 1950. Possiamo quasi vederlo mentre percorre da solo immerso nella soffusa luce fiorentina gli ambienti del Museo di San Marco; lo vediamo fermarsi ad ammirare gli affreschi e le pale d’altare dipinti da Beato Angelico. Davanti a quelle scene essenziali, prive di ogni spettacolarità ma pervase da una sobria modulazione tonale, Rothko riconosce una logica artistica straordinariamente affine alla propria, il cui significato si rivela solo attraverso la pazienza dello sguardo.

Dal Museo di San Marco Rothko si dirige poi alla Biblioteca Laurenziana, al cui interno s’innalza la scalinata di Michelangelo: lo spazio stesso contempla la propria forma. (…) «Questi è riuscito a ottenere proprio quella sensazione particolare che ricercavo», commenta riferendosi a Michelangelo, «ha fatto si che i visitatori abbiano l’impressione di essere imprigionati dentro una stanza in cui le porte e le finestre sono murate cosicché non resta loro che sbattere la testa contro il muro per l’eternità».

Non è quindi un caso che Firenze costituisca lo scenario di questa mostra. La città ha rappresentato per Rothko l’incontro con un linguaggio visivo che rispecchiava le sue aspirazioni. Se gli affreschi di Beato Angelico sono stati un modello di apertura contemplativa, la Biblioteca Laurenziana apre le porte alla percezione di quel peso esistenziale che lui stesso avrebbe evocato in seguito nelle tele più scure e circoscritte degli anni Sessanta. Nell’evoluzione costante della sua ricerca artistica risuonano l’equilibrio cromatico di Firenze e la sua capacità di rappresentare il visibile quale soglia dell’invisibile. In Firenze e nei suoi maestri Rothko riconosce un’architettura del silenzio che avrebbe definito il suo successivo linguaggio pittorico.

Mark Rothko: il silenzio del colore
Elena Geuna