Dall'Italia e dal Mondo

La Tempesta nel Golfo: l’Iran al bivio tra guerra e collasso

Al primo marzo 2026, il Medio Oriente si trova in una fase di trasformazione violenta e imprevedibile. L’escalation militare iniziata il 28 febbraio 2026, con attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro obiettivi strategici in Iran, ha segnato un punto di non ritorno nella geopolitica mondiale. L’evento centrale che sta scuotendo le fondamenta della regione è l’uccisione della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, colpito durante un raid che ha decapitato i vertici del regime, inclusi numerosi comandanti dei Pasdaran.

La situazione sul campo

L’operazione, definita dal Presidente americano Donald Trump come un passo necessario per neutralizzare la minaccia nucleare e favorire un cambio di regime, ha colpito oltre 40 alti ufficiali in meno di un minuto. La risposta di Teheran è stata immediata e rabbiosa: una pioggia di missili e droni si è abbattuta non solo su Israele — con vittime civili riportate a Beit Shemesh — ma ha coinvolto anche diversi Stati del Golfo come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti (colpito il porto di Jebel Ali a Dubai) e Qatar.

All’interno del Paese, la situazione è di caos e profonda polarizzazione. Mentre migliaia di fedeli al regime manifestano a Teheran al grido di “morte all’America”, si susseguono segnalazioni di festeggiamenti clandestini sui tetti da parte di settori della popolazione che sperano nella fine della Repubblica Islamica. Il governo iraniano ha nominato un leader ad interim e ha dichiarato lo stato di allerta massima, posizionando lanciatori di missili balistici lungo i confini.

Conseguenze geopolitiche e sicurezza globale

Le implicazioni di questo conflitto superano di gran lunga i confini regionali:

Shock energetico: la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran e la sospensione della navigazione da parte dei giganti dello shipping come Maersk e CMA CGM hanno provocato un aumento immediato dei prezzi del greggio. Gli analisti prevedono un “premio di rischio” di 8-12 dollari al barile che potrebbe gravare sui mercati mondiali a lungo.

Nuovi equilibri regionali: l’attacco iraniano contro i Paesi del Golfo, pur non essendo questi Stati parte attiva dell’offensiva, ha infranto anni di delicata diplomazia, spingendo monarchie come quella saudita e gli Emirati a riconsiderare interamente la propria architettura di sicurezza.

Il ruolo di Russia e Cina: Mosca e Pechino, pur non intervenendo direttamente, osservano con estrema preoccupazione. Per la Cina, l’instabilità minaccia le rotte commerciali della “Via della Seta”, mentre la Russia ha richiesto una riunione straordinaria dell’agenzia nucleare dell’ONU.

Marginalità dell’Europa: l’Unione Europea appare ancora una volta ai margini della decisione militare, cercando di mantenere aperti canali diplomatici mentre il Segretario Generale dell’ONU, António Guterres, avverte che il mondo è “sull’orlo del baratro”.

Verso un futuro incerto

Il futuro dell’Iran è ora appeso a un filo sottile. Gli Stati Uniti puntano a un collasso interno, sperando che l’esercito regolare (Artesh), storicamente più laico e meno ideologizzato dei Pasdaran, possa assumere un ruolo guida nella transizione. Tuttavia, il rischio di una guerra civile prolungata o di una presa di potere da parte di fazioni ancora più radicali rimane altissimo.

Il conflitto del marzo 2026 non è solo una battaglia per la supremazia regionale; è lo scontro che deciderà se l’ordine multipolare nascente in Eurasia potrà resistere alla forza d’urto della strategia di “regime change” americana.

(a.ve)