Salò. Ovvero un’inquietante e lucida anticipazione degli Epstein files
Articolo tratto da Artribune, firmato da Domenico Ioppolo e pubblicato il 18 febbraio 2026.
A distanza di cinquant’anni dalla sua uscita, Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini continua a imporsi come un’opera che non appartiene soltanto alla storia del cinema, ma alla comprensione stessa del potere contemporaneo. Nell’articolo pubblicato su Artribune, Domenico Ioppolo propone una lettura che sottrae il film alla categoria dell’eccesso e lo restituisce alla sua dimensione più inquietante: quella della norma.
Uscito poche settimane dopo l’assassinio del suo autore, Salò è stato a lungo considerato un testamento artistico, quasi un gesto estremo. Ma, come sottolinea Ioppolo, la sua radicalità non sta nell’oscenità delle immagini, bensì nella lucidità della diagnosi. Pasolini non mette in scena la perversione come deviazione: la rappresenta come sistema. Il male non è un’anomalia, è un dispositivo organizzato.
Il film segna una svolta rispetto alla precedente “trilogia della vita”. Là il corpo era ancora luogo di vitalità, di sacralità arcaica, di resistenza. Qui è materia amministrata. La trasformazione non è stilistica, ma antropologica. Pasolini aveva compreso che il potere stava cambiando natura: non più soltanto repressivo, ma capace di colonizzare l’intera sfera dell’esistenza, di strutturare desideri, comportamenti, linguaggi.
Ed è in questa chiave che l’articolo collega Salò all’attualità e alle recenti rivelazioni legate agli Epstein files. Non per stabilire parallelismi superficiali, ma per evidenziare una struttura ricorrente: un’élite che esercita il dominio separando l’azione dalla responsabilità, svuotando la legge del suo fondamento etico. In Salò, la legge non è più limite, ma strumento nelle mani di chi detiene il potere. È formalmente impeccabile e sostanzialmente corrotta.


