Cultura ed Eventi

“Con l’invisibile ci vuole pazienza.” Marco Martinelli e le sue “Lettere a Bernini”

Può suonare provocatorio chiedere se il teatro abbia ancora senso oggi, a un uomo, come Marco Martinelli, che dedica al teatro la sua vita da più di quarant’anni. Un po’ come chiedere al Bernini che senso avessero le sue opere, ammirate non solo a Roma, ma in tutta Europa, non solo dal Papa e dalla sua corte, ma anche dal Re Sole e, avanti nei secoli, fino ad oggi, all’ultimo dei pellegrini, che per quanto distratto, non può evitare di fermarsi almeno un momento davanti al Baldacchino sull’altare di San Pietro, dopo avere attraversato il gigantesco colonnato che ne abbraccia la piazza.
Bernini avrebbe probabilmente risposto sfoderando la spada, come fece col fratello Luigi, reo di avergli ‘rubato’ l’amante Costanza Bonarelli, inseguendolo per tutta Roma, fino a Santa Maria Maggiore, dove fu salvato per un soffio.
Bernini era un uomo sanguigno, di Napoli, uno che sapeva stare al mondo, non era solo scultore, ma anche attore di teatro e regista, amava le belle donne, sapeva come stare a corte. A differenza del suo grande avversario, Borromini, svizzero ticinese, vestito mai alla moda e incapace di tessere relazioni. Eppure geniale al pari del Bernini.

È a questa storica rivalità che ha attraversato buona parte del Seicento che è dedicato il monologo “Lettere a Bernini”, scritto da Marco Martinelli e interpretato dal bravissimo Marco Cacciola, che ci trascina nel dramma di due artisti che hanno i nostri stessi drammi, le nostre passioni, la nostra voglia di piacere. Basta togliere un po’ di polvere, dice Martinelli, come quella che togliamo dalle grandi opere d’arte, ed ecco che questi due grandi ci parlano, proprio adesso.

 Nel suo libro “Nel nome di Dante” lei si chiede a un certo punto se, in questi tempi di social, di fretta e di distrazione, abbiamo ancora bisogno di poeti. Le faccio la stessa domanda sul teatro: c’è ancora bisogno del teatro oggi?

«La domanda è pertinente, perché poesia e teatro sono lingue diverse, ma parlano alla stessa umanità. Io credo che sì, il teatro sia una delle ultime trincee in cui ritrovarsi anima, corpo e sensi e confrontarsi sul mistero dell’essere, su quello che siamo. Qui in questa terra, sotto questo cielo, le grandi domande e allo stesso tempo il nostro essere è società, economia, politica, violenza. Il teatro e la poesia sono appunto questo intreccio, questo nodo di domande su ciò che siamo.»

Leggendo la sua storia colpisce molto come il Teatro delle Albe sia nato da un rapporto d’amore, quello con sua moglie Ermanna Montanari, si può dir così?

 «Assolutamente sì. È anche una lunga storia. Ci siamo sposati nel 1977 e il nostro amore è sbocciato nel 1976, quindi esattamente mezzo secolo fa. Ed è proprio come dice lei, è un amore che genera arte. Siamo invecchiati, ma non è cambiato. Il fuoco che ci teneva insieme, che ci ha messo insieme da ventenni, è lo stesso che brucia ancora oggi, pur nella trasformazione dei corpi, nella trasformazione della vita. Però quel fuoco va alimentato ogni giorno e questo, sia che tu abbia 15 anni, sia che ne abbia 70.»

Voi come lo alimentate questo fuoco?

 «Eh, appunto, amandoci, perché l’amore genera amore, quindi con un’attenzione continua all’altro e a se stessi, perché si fa presto a diventare schiavi delle abitudini e della routine. Oppure ci si illude che cambiando partner, cambiando città, cambiando “squadra” le cose cambino. Invece no, non cambiano. Credo che, invece, quello che funziona sia affrontare ogni giorno come una nuova sfida, perché alzarsi alla luce ogni giorno, già quella è una sfida.»

Che ruolo hanno avuto, in questo rinnovarsi quotidiano, il Teatro delle Albe e le centinaia di giovani che avete incontrato in tutto il mondo?

 «Ci sono entrambe le cose, la fedeltà tra me ed Ermanna e quella ai nostri amici  Luigi Dadina e Marcella Nonni, fondatori con noi della compagnia teatrale nata nel 1983. Oggi siamo una quarantina, tra Albe e Ravenna Teatro. A noi piace sia questo senso di fedeltà ai propri compagni che l’allargarsi continuamente di questo cerchio con nuove amicizie, nuovi volti, appunto, quelli a cui faceva riferimento, perché siamo stati un po’ in tutto il mondo e sempre lavorando con tantissime persone, giovanissime, ma non solo.»

Veniamo allo spettacolo “Lettere a Bernini”. Perché un dramma su Bernini e, anche se indirettamente, Borromini, è così attuale?

«Perché questi artisti di quattro secoli fa ci parlano, sono nostri contemporanei e, se solo togliamo un po’ di polvere, quella che si accumula sui monumenti, in realtà scopriamo delle figure elettriche, piene di tensioni, che sono le nostre di oggi.
Artisti che hanno dedicato la vita alla propria arte e questo è un segno a cui noi non possiamo rinunciare, in un’epoca, appunto, di social e di sciocchezze veloci. Costruire i capolavori che hanno fatto loro e che sono ancora doni per tutta l’umanità, ecco, questo lo fai solo se, come diceva Bernini, se l’arte arriva alla limpidezza di quel marmo, della Dafne, del David e degli altri suoi capolavori. Lui diceva che “Ci si arriva cacando sangue”. Perché è solo attraverso una tensione continua, una disciplina, che si arriva a quell’estasi, a quella gioia.
Oggi in molti, non solo giovani, ma soprattutto le multinazionali che fanno affari sui giovani, ci fanno credere che basta avere due ideuzze da buttare su TikTok per creare qualcosa. Solo che non crei nulla, crei solo un grande rumore, una grande e inutile confusione.»

Lei parla anche dell’importanza del rapporto con l’altro. Nel caso di Bernini, con l’arcinemico Borromini. Quanto è importante questo rapporto?

«È il nostro specchio, è il nostro fratello: il nostro rivale è la persona che ci conosce meglio e che noi conosciamo meglio, proprio perché è il nostro rivale. Chi conosce meglio la Juventus di un interista e viceversa? Perché non guardi solo la tua squadra, ma ti informi e sai tutto anche del tuo antagonista.
C’è anche molto di sportivo nell’antagonismo tra gli artisti. Cosa c’è di più bello degli anni in cui Facchetti dell’Inter andava in vacanza con Scirea della Juventus? Erano grandi campioni che condividevano le stesse fatiche, le stesse ansie, ma anche le stesse gioie.
Alla fine del monologo, Bernini viene a sapere del suicidio di Borromini, ed è travolto dalla pietas per il rivale, da un sentimento di vicinanza, anche perché, nelle loro diversità, avevano molti punti in comune.»

A proposito di ‘tifo’, allora, lei preferisce Bernini o Borromini?

«Non ho una preferenza in senso stretto, ma volevo scrivere di Borromini all’inizio, poi è stato Bernini a imporsi come personalità, perché si presta maggiormente al teatro. In pochi lo sanno, ma lui era anche un grande uomo di teatro, non era solo scultore. Ad ogni carnevale realizzava farse e commedie per la corte del Papa.
Era attore, regista, capocomico, scenografo, un uomo di teatro a tutto tondo.
Su Borromini sto però scrivendo un romanzo, che dovrebbe uscire entro l’anno, quindi anche Francesco avrà la sua giusta parte!»

Tornando al libro su Dante, c’è un’altra frase che ho trovato molto interessante e attuale: “Con l’invisibile ci vuole pazienza”. Questa intervista uscirà il giorno di Pasqua. Qual è il suo rapporto con l’invisibile e con la resurrezione?

«Beh, ci vuole pazienza perché magari non si risorge dopo tre giorni, magari il momento del sepolcro dura più a lungo.
La fede penso sia proprio credere contro ogni speranza. Uso una metafora Dantesca: “Del ben ch’i’ vi trovai”. Dalla selva oscura si può uscire, quella selva che nei primi versi dell’Inferno lui definisce amara come la morte. Proprio lì trova il bene, trova la luce, ed è questa la bellezza della Pasqua cristiana, questa voce assurda lanciata al mondo. In fondo è follia, dice San Paolo. La croce è scandalo. Eppure è il segno della resurrezione.
Per tornare ai nostri due grandi artisti, possiamo ammirare le loro opere, avendo nel cuore qualsiasi visione della vita, del mondo e della morte, ma di certo erano due credenti in maniera potente. La fede è qualcosa che innerva le loro opere, come i grandi artisti, da Dante a Majakowski: ciò in cui tu credi nel profondo si fa carne, si fa opera. È solo nei piccoli artisti che rischia di diventare un gingillo retorico.»

A cura di Alessandro Caprio