San Marino. Tutta la vicenda Varano, per non dimenticare, ma anche per cercare di riavere un tesoretto che è di proprietà di tutti i sammarinesi
di Angela Venturini
Oggi, 23 marzo 2026, in Consiglio si è parlato di una vicenda, che fu talmente dirompente e devastante, che vale la pena di ricostruirla, seppure per sommi capi.
Lunedì 2 giugno 2025 le cronache registravano le ultime archiviazioni per il processo Varano. Si chiudeva una vicenda lunga 17 anni, che aveva lasciato dietro di sé una lunga scia di sofferenze per le persone indagate e imprigionate, per le loro famiglie; il danno economico per la Carisp e per lo Stato, ivi compreso un danno d’immagine difficilmente quantificabile.
Diverse le ipotesi di reato, tra le quali quella di riciclaggio tra Italia e San Marino, con reati commessi, secondo l’iniziale accusa, tra il 2004 e il 2009. Nel 2023 la parziale archiviazione. Rimase però in piedi l’ipotesi di riciclaggio, così come le posizioni di Gilberto Ghiotti, ex presidente Carisp; Luca Simoni, ex direttore; Gianluca Ghini, ex direttore Carifin; e Paola Stanzani del gruppo Delta. Il tutto chiuso nel 2025 per “insussistenza di elementi per promuovere l’azione penale”. Si potrebbe quasi dire: il danno e la beffa.
La storia è piuttosto complessa, se ne occupò anche una Commissione consiliare di inchiesta per quanto riguardava certi risvolti sammarinesi, ma per chi non la ricorda, riproponiamo i tratti salienti.
Nei primi anni 2000, la nascita di Banca Centrale e la decisione politica di farne lo strumento dello Stato per la distribuzione degli stipendi e per tutti i pagamenti pubblici, portò via alla Cassa di Risparmio, che aveva svolto storicamente questo ruolo, una massa enorme della raccolta. Il mercato interno era troppo piccolo per sostenere un’alternativa di sviluppo, quindi, l’allora AD Mario Fantini pensò ad un progetto di credito al consumo da realizzare in Italia e di sostenerlo con la liquidità di Carisp, che comunque in quegli anni era molto alta. Così nacque Delta, che in pochi anni divenne una delle maggiori holding italiane del settore.
Delta fu un investimento diretto di Carisp in Italia. In poco tempo, grazie ad una crescita esponenziale delle attività, si formò il “Gruppo Delta”, forte di ben 23 società, 1000 dipendenti, migliaia di agenzie di credito al consumo e cessione del quinto in tutta Italia.
La legge italiana sulla presenza di banche estere, che non potevano detenere più del 30% dentro a un’attività finanziaria, fu “aggirata” con un espediente tutto sammarinese. La proprietà di Delta era detenuta al 30% da Carisp, il resto, da una galassia di piccole società italiane dove presidenti e amministratori delegati erano tutti funzionari di Carisp (ovviamente molto ben retribuiti). Solo un 15% era stato ceduto ad una società veramente italiana, la Sopaf, della famiglia Magnoni, che rientrava nella sfera politica dell’allora ministro Tremonti. Inizialmente fu luna di miele per tutti, c’erano così tanti ricavi, che Carisp aprì addirittura uno sportello bancario nella capitale, col nome “Sedicibanca”.
Non si sa bene cosa fece rompere l’idillio: sembra che a un certo punto Bankitalia si accorse dell’anomalia di Delta, detenuta praticamente per l’85% da Carisp e quindi suscettibile di pesanti penali, se non di chiusura. C’era la necessità di liquidare Sopaf per varare un altro progetto che comprendesse tutto il gruppo Delta. Ma Sopaf chiese un prezzo molto più alto del valore reale delle sue quote.
Non si sa bene cosa successe nel frattempo. Solo qualche notizia molto frammentaria su incontri a Roma e incontri a Palazzo Begni, perché quel sovrapprezzo era stato catalogato come “una tangente” per la politica sammarinese, creando un’enorme confusione nelle varie opinioni.
Questo accadeva a febbraio 2009.
Nella notte del 3 maggio, davanti alle telecamere di Report, furono arrestati Gilberto Ghiotti, Luca Simoni, Paola Stanzani, Gianluca Ghini e Mario Fantini nell’ambito dell’inchiesta poi denominata Varano. L’operazione, oltre all’arresto dei vertici di Cassa e del Gruppo Delta, culminò nel sequestro di un furgone portavalori con oltre 2 milioni e 500 mila euro che dalla filiale forlivese del Monte dei Paschi si muoveva in direzione del Titano.
L’accusa era di riciclaggio, ma nel giro di poco portò all’azzeramento di tutte le attività di Carisp in Italia, con un danno economico e reputazionale enorme.
Poi ci furono sviluppi anche a San Marino, con l’apertura di un fascicolo al tribunale sammarinese dopo che i consiglieri di Sinistra Unita, il 6 agosto 2010, depositarono un esposto per chiedere di indagare sul famoso incontro di Palazzo Begni avvenuto nel febbraio 2009. Sull’argomento venne organizzata anche una serata pubblica, il 27 settembre 2010, durante la quale furono rese note le intercettazioni ambientali che Mario Fantini, ex ad della Carisp, poi deceduto, consegnò alla Procura di Forlì. Dopo la serata fu presentato anche un altro esposto dal Psd. In quel nastro si udivano le voci degli allora segretari di Stato Gabriele Gatti e Antonella Mularoni e dello stesso Fantini: oggetto della conversazione, il rapporto di Cassa di Risparmio con Delta e la Sopaf dei Magnoni, con conseguente acquisto di azioni con un surplus di 15 milioni di euro circa, sotto la voce “consulenza”, che parte della politica all’epoca non esitò a battezzare “tangente Sopaf”. Nell’esposto politico si chiedeva proprio di far luce sul fatto che le quote di Sopaf fossero state pagate con un sovrapprezzo, e perché.
A San Marino si indagava per ipotesi di reato che andavano dalla corruzione all’amministrazione infedele: vennero ascoltati tutti i protagonisti, ma i Magnoni si rifiutarono di salire sul Titano, tanto che partì una rogatoria e così scattò anche l’indagine italiana, che poi portò in carcere i Magnoni, con le accuse di bancarotta fraudolenta, truffa e frode fiscale. Non se la passò meglio la Carisp dal punto di vista giudiziario, visto che sei anni dopo l’inchiesta Varano partita dai pm forlivesi Di Vizio e Forte, arrivò il rinvio a giudizio per 28 persone fisiche e 3 giuridiche, con accuse che andavano dall’associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio e all’abusivismo bancario. Il processo iniziò il 15 ottobre 2014.
Volendo raccontare tutti i dettagli, gli annessi e connessi di questa vicenda, compresi quelli politici, ci vorrebbe un libro. Ma adesso basta dire che la storia è finita e che finalmente la politica ha preso coscienza di dover fare qualcosa per ottenere un risarcimento. Recita in questo modo l’Ordine del giorno approvato dal Consiglio nelle sue ultime battute della sessione di marzo. Secondo il Segretario Gatti, ci fu un danno pari a 880 milioni, per alcuni Consiglieri si arriva a circa a 1,5 miliardi. Non è dato a sapere se in queste cifre ci siano compresi anche i circa 60 milioni rivendicati a suo tempo dall’Agenzia delle Entrate, e che ora dovrebbero essere restituiti.
Va da sé che con questi soldi si andrebbe a chiudere definitivamente il debito estero di San Marino.


