Attualità

Rimanere fuori dall’Europa, è come andare a ballare quando non c’è nessuno in pista

Angela Venturini

L’opuscolo della Segreteria Esteri che è arrivato questi giorni nelle case e che illustra i tratti salienti dell’Accordo di Associazione con l’Europea, risponde a molti interrogativi della gente, ma apre anche a nuove riflessioni.

Ad esempio, sulla geopolitica, che con tutto il suo trambusto, induce in qualche maniera a bloccarci: ma chi ce lo fa fare metterci in mezzo a strategie sulle quali non potremo mai intervenire?  Ma è solo una considerazione emotiva (di pancia, come si dice) che non tiene conto del ruolo dell’Europa e il peso che essa ha avuto nella storia degli ultimi 80 anni. «L’Europa unita è il più grande baluardo della pace» diceva De Gasperi nel 1950, all’indomani dello sfacelo economico e umanitario lasciato dalla Seconda guerra mondiale. E tale è rimasta nel corso dei decenni.

Una volta, il continente europeo, era il calderone in cui bollivano mille conflitti. Oggi l’Europa è un’officina di pace, che genera stabilità e prosperità anche oltre le proprie frontiere. L’Unione ha dato a tutti i Paesi aderenti o associati, uno dei più lunghi periodi di pace della storia e rappresenta un esempio di speranza per milioni di persone in tutto il mondo. È un dato incontrovertibile, che dimostra come, all’interno di mille esigenze diverse, sia stato trovato un modello funzionante, uno schema a cui ispirarsi nel gestire le relazioni tra Stati attorno a noi e anche oltre.

Possiamo essere fieri di questi risultati?  Abbiamo imparato le lezioni del passato e abbiamo capito l’importanza di rispettare la diversità? Chi scrive non ha una risposta univoca, in considerazione dei tanti fronti di guerra, ma soprattutto di fronte alle mire dittatoriali che animano i maggiori leader mondiali e quanti scodinzolano loro dietro.

Di certo si può dire che l’Unione Europa è un esperimento di pace interna riuscito per due ragioni principali: la prima è che “l’Unione Europea è un ingegno giuridico. Si è creato un terzo luogo in cui risolvere i contenziosi tra Stati per evitare l’escalation.” La seconda ragione è invece legata alla pacificazione dei confini interni all’Unione Europea; abbassando il valore giuridico, economico e simbolico dei confini tra gli Stati membri dell’Unione, si è creato un ampio territorio che diventa un fronte compatto verso l’esterno e di conseguenza, anche verso l’interno, agevolando la cooperazione pacifica tra i paesi. In sintesi, la UE ha scoperto il modo di consolidare la pace mediante strutture che affrontano le cause profonde dei conflitti.
L’obiettivo ora, è quello della pace esterna.

Tutto quello che sta succedendo mette in luce una cosa che a molti sembra ovvia, ma che ad altri suscita solo sentimenti di falso protezionismo. Un qualcosa che poi accade quasi sempre anche nella vita quotidiana, nel lavoro e anche negli hobby, ovvero che se non si fa parte di un’associazione, di un club, di un sodalizio, grande o piccolo che sia, più o meno strutturato, più o meno litigioso, non si va da nessuna parte. Entrare in un sodalizio che conta 450 milioni di abitanti e in un mercato interno che è una delle più grandi economie al mondo, con un PIL che si aggira intorno ai 17-18 mila miliardi di euro(alla faccia dei dittatori) non può essere una cosa da sottovalutare. Insomma, con l’Europa comunque bisogna fare i conti, specialmente un Paese piccolo come San Marino, che proprio quando è entrato negli organismi internazionali, non solo ha visto riconosciuta la sua identità statuale, ma assolutamente valorizzata. Così accadrà entrando in Europa, seppure con un semplice atto di associazione, che non snatura né il suo ruolo, né la sua identità, perché alla fine si tratta di un accordo economico sui punti vitali dell’economia, esclusa la fiscalità.

Rimanerne fuori quando abbiamo tanto da guadagnare in termini di innovazioni e di nuove opportunità? È come andare a ballare e non c’è nessuno in pista. Si rischia solo di morire di depressione e di tristezza.