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L’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulla vita delle persone con disabilità

L’Intelligenza Artificiale (IA) non è più un orizzonte lontano: è una realtà che entra ogni giorno nella vita delle persone, nei servizi pubblici, nella sanità, nella scuola, nel lavoro e persino nelle decisioni amministrative. Ma se per qualcuno rappresenta una promessa di efficienza e innovazione, per molte persone con disabilità può diventare un terreno minato, dove diritti e dignità rischiano di essere compromessi in modo silenzioso e invisibile.

Il documento Impacts of Artificial Intelligence on Disabled People”, pubblicato dall’Independent Living Movement Ireland (ILMI), apre un confronto urgente: chi è davvero al centro dello sviluppo dell’IA? E, soprattutto, cosa succede quando la tecnologia prende decisioni che incidono sulla vita delle persone più vulnerabili?L’Intelligenza Artificiale, se sviluppata con responsabilità e con uno sguardo davvero inclusivo, può diventare uno strumento straordinario. Può migliorare l’accessibilità digitale e comunicativa, affiancare le tecnologie assistive come i lettori di schermo o il riconoscimento vocale, sostenere la comunicazione alternativa e aumentare le possibilità di autonomia e partecipazione sociale. Può rendere più accessibili i luoghi, i servizi e i processi amministrativi, permettendo alle persone con disabilità di interagire con la società in modo più libero e pieno. In queste condizioni, l’IA non è un lusso tecnologico, ma un vero e proprio “diritto abilitante”, perché rafforza la Vita Indipendente e l’autodeterminazione.

Il rovescio della medaglia nasce quando l’Intelligenza Artificiale viene introdotta senza controllo, senza trasparenza e soprattutto senza il coinvolgimento delle persone con disabilità nella sua progettazione. È in queste situazioni che l’IA può diventare uno strumento discriminatorio senza che ci sia un’intenzione esplicita di discriminare. Basta che un algoritmo sia addestrato con dati non rappresentativi o basati su modelli normativi per escludere automaticamente una candidatura lavorativa, penalizzare l’accesso a servizi sociali o perfino influenzare valutazioni sanitarie o assistenziali. Non perché qualcuno lo voglia, ma perché la tecnologia replica e amplifica pregiudizi già presenti nella società.

Un altro rischio riguarda la sostituzione dell’umano nei servizi essenziali. Quando l’IA viene introdotta solo per risparmiare risorse, si può arrivare a proporre automatismi, chatbot o modelli standardizzati al posto di figure professionali  e supporti umani, come l’Assistenza Personale, che per molte persone con disabilità, sono fondamentali. Questo va in aperto contrasto con i principi della Vita Indipendente e con lo spirito della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. A questo si aggiunge il problema della trasparenza: se una decisione sanitaria, amministrativa o sociale viene presa da un sistema automatico, chi risponde degli errori? Chi spiega il perché di una scelta? Chi può correggerla? Un diritto è tale solo se può essere compreso, contestato e difeso.

Tutto questo porta a una conclusione chiara: l’Intelligenza Artificiale non è neutrale e non può essere accolta con leggerezza. È necessario un quadro etico, politico e normativo che metta al centro le persone con disabilità non come utenti passivi ma come protagonisti. Il principio da cui partire è semplice e non negoziabile: nulla sull’intelligenza artificiale che riguarda le persone con disabilità deve essere deciso senza la loro presenza e senza il loro contributo. Significa coinvolgere associazioni e persone direttamente interessate nei tavoli decisionali, nelle valutazioni di impatto, nei regolamenti e nelle linee guida pubbliche.

L’Intelligenza Artificiale può essere un ponte verso maggiore libertà o un muro invisibile che esclude. 
La differenza non la fa la tecnologia in sé, ma le scelte politiche, sociali e culturali che saremo in grado di compiere.

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