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Attiva-Mente: le contraddizioni nel sistema sammarinese su lavoro e disabilità, se aumenta il reddito da lavoro si riduce l’assegno di accompagnamento

Desideriamo segnalare, in premessa, l’appuntamento con Inclusion Job Day, in programma online domani, 23 ottobre 2026, nel vicino Stato italiano: un’iniziativa che favorisce l’incontro diretto tra aziende e persone con disabilità, offrendo la possibilità di conoscere opportunità professionali, presentare candidature e sostenere colloqui.

Un esempio concreto di come si possano costruire occasioni di inclusione lavorativa in un mercato aperto e accessibile, facilitando l’accesso alle opportunità e valorizzando le competenze delle persone. È la direzione indicata anche dall’articolo 23, comma 4, della nostra Legge Quadro sulla disabilità del 2015, che riconosce l’uguale diritto al lavoro delle persone con disabilità e richiama un mercato del lavoro libero e un ambiente lavorativo aperto, inclusivo e accessibile. Ora, senza entrare nella valutazione della proposta di legge prevista in 1° lettura nella sessione consiliare corrente, nella quale riconosciamo diversi aspetti positivi, senza nemmeno volerci soffermare sul percorso di condivisione o sulle attese che suscita, vogliamo invece ribadire alcune contraddizioni stridenti del sistema sammarinese che una riforma dell’inclusione lavorativa non può lasciare irrisolte.

Ogni persona dovrebbe poter provare a fare qualcosa di nuovo senza temere che quel tentativo venga interpretato come la prova che non ha più bisogno di aiuto. Dovrebbe poter mostrare le proprie capacità, attraversare una difficoltà o chiedere aiuto senza sentirsi obbligata a giustificare continuamente il proprio bisogno di sostegno. Quando le tutele vengono percepite come incerte, anche progettare la propria vita diventa più difficile. Alla domanda su ciò che si desidera fare o su ciò di cui si ha bisogno si aggiunge quella su ciò che si potrebbe perdere. Chi convive con una disabilità significativa e ha particolari esigenze deve trovare ascolto in un sistema capace di offrire continuità, informazioni comprensibili e, soprattutto, risposte adeguate. In tanti anni di attività, ascoltando i nostri associati e le loro famiglie, abbiamo imparato a riconoscere una logica che riteniamo profondamente distorta e dannosa.

È quella che affiora nel sistema di valutazione e di erogazione dei sostegni quando le capacità e le scelte di vita di una persona con disabilità vengono utilizzate come argomenti per mettere in discussione il suo bisogno di assistenza. Un modo di ragionare secondo il quale, se guidi o pratichi sport, sei già abbastanza autonomo; se abiti da solo, significa che puoi cavartela; se ti sposi, c’è qualcuno che può occuparsi di te; se viaggi, significa che sai arrangiarti. Situazioni diverse, ricondotte a una stessa conclusione: il sostegno può essere ridotto oppure non serve più. Come se partecipare alla vita della società rendesse meno fondato il diritto a ricevere l’aiuto necessario per farlo.

È una prospettiva che confonde una capacità con l’autosufficienza, la presenza di un coniuge con un’assistenza sempre disponibile, la possibilità di viaggiare con quella di cavarsela senza aiuto. E perde di vista un elemento essenziale: quelle attività e quelle scelte possono essere possibili proprio grazie ai sostegni che si vorrebbero ridimensionare. Si può guidare e avere bisogno di aiuto per alzarsi dal letto. Si può fare sport e necessitare di assistenza in altri momenti della giornata. Si può vivere nella propria casa perché qualcuno offre il sostegno necessario. Si può costruire una vita di coppia senza che il partner debba assumere ogni compito di assistenza. Si può viaggiare grazie a un’assistenza organizzata anche lontano da casa. Sul lavoro, questa contraddizione emerge con particolare forza: trovare un impiego o migliorare la propria posizione può comportare una riduzione dei sostegni, anche quando il bisogno di assistenza resta invariato. Nessuno dovrebbe sentirsi costretto a rinunciare a un’opportunità lavorativa per continuare a vedere riconosciuti i propri bisogni. Il fatto che un sostegno funzioni non dimostra che sia diventato inutile. Guardare soltanto al fatto che una persona riesca a lavorare rischia di far perdere di vista le condizioni che glielo permettono: l’assistenza ricevuta, gli ausili utilizzati, gli adattamenti, l’organizzazione quotidiana e le risorse necessarie.

A San Marino, la disciplina dell’assegno di accompagnamento collega l’importo della prestazione al reddito individuale. L’aumento del reddito da lavoro può quindi ridurre o azzerare l’assegno, anche quando il bisogno di assistenza resta invariato. La retribuzione remunera un’attività professionale; non elimina i costi aggiuntivi legati alla disabilità. La contraddizione emerge anche dal confronto con le possibilità riconosciute ad alcune categorie di pensionati, ai quali la normativa consente, a partire dal compimento dei 66 anni di età, di lavorare cumulando pensione e reddito da lavoro. Per chi percepisce l’assegno di accompagnamento, invece, il reddito da lavoro continua a incidere sull’importo del sostegno.

Pur trattandosi di prestazioni diverse, il confronto pone una questione di coerenza: la volontà di ampliare le opportunità lavorative deve comprendere anche le persone con disabilità, affrontando le regole che possono penalizzarle quando trovano un impiego o migliorano la propria posizione. I bisogni di assistenza e i relativi costi devono trovare una risposta adeguata anche in presenza di uno stipendio. L’articolo 27 della Convenzione ONU riconosce il diritto delle persone con disabilità al lavoro in un mercato aperto, inclusivo e accessibile. Il Commento generale n. 8 del Comitato ONU precisa inoltre che, per molte persone con disabilità, i programmi e i finanziamenti per l’assistenza personale sono fondamentali per garantire il diritto al lavoro e che i sostegni destinati alle spese essenziali legate alla disabilità dovrebbero continuare anche durante l’occupazione. Nella stessa direzione va lo studio sulle politiche di assistenza personale realizzato dall’Organizzazione internazionale del Lavoro e da ENIL, di cui alleghiamo l’infografica. Le raccomandazioni richiamano la necessità di servizi adeguati ai bisogni, fondati sulla scelta e sul controllo delle persone con disabilità, insieme a condizioni di lavoro dignitose per gli assistenti personali.

Ne emerge una visione dell’assistenza personale come strumento di autodeterminazione e partecipazione: un sostegno che contribuisce a rendere concretamente possibile l’esercizio dei diritti, anche nella vita lavorativa. La stessa ILO, parlando di inclusione nel mondo del lavoro, ricorda infine che molti costi aggiuntivi legati alla disabilità persistono anche quando una persona lavora e che la protezione sociale non dovrebbe costringerla a scegliere tra sostegni essenziali e occupazione. Le politiche per l’occupazione e quelle per il sostegno alla persona, in conclusione, devono essere coerenti fra loro, considerando i bisogni di assistenza, i costi che persistono e le risorse effettivamente disponibili. Il rischio da evitare è che la riduzione dei sostegni comprometta l’assistenza necessaria e finisca per ostacolare proprio l’inserimento lavorativo che si intende promuovere.

Nessuna riforma può dirsi giusta finché restano irrisolte le contraddizioni del sistema sammarinese che penalizzano chi trova un impiego o cresce professionalmente, riducendo i sostegni necessari anche quando i bisogni di assistenza non cambiano.

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