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San Marino, riparte la Commissione riforme istituzionali tra scontri e intese: al centro il ruolo del Consiglio e l’accordo con l’Ue

Commissione Consiliare Speciale per le riforme istituzionali

Martedì 6 ottobre 2026, pomeriggio

Riparte con un confronto ampio, a tratti acceso ma concluso con un orientamento condiviso sui prossimi passi, il lavoro della Commissione Consiliare Speciale per le riforme istituzionali. Nella seduta pomeridiana di oggi, dopo una pausa di diversi mesi, maggioranza e opposizione si sono confrontate sul futuro della Commissione, sulle conseguenze della recente modifica del Regolamento consiliare, sul rafforzamento del ruolo del Consiglio Grande e Generale e dei consiglieri e sulle riforme necessarie in vista dell’attuazione dell’accordo di associazione con l’Unione Europea. Il dibattito, segnato inizialmente dalle recriminazioni sul metodo seguito nei mesi scorsi, si è progressivamente concentrato sulla definizione di un nuovo programma di lavoro, articolato per macroaree, e sulla necessità di ascoltare in tempi brevi i Segretari di Stato agli Affari Esteri e agli Affari Interni. 

In apertura, al comma comunicazioni, il Presidente Filippo Tamagnini (Pdcs) ha riferito dell’incontro con la Consulta dei cittadini sammarinesi all’estero, che ha ribadito la richiesta di essere ricevuta in audizione dalla Commissione. La delegazione dovrebbe presentare, tra gli altri, i propri orientamenti sul sistema elettorale e sulla possibilità di voto dall’estero. Tamagnini ha inoltre dato conto della trasmissione alla Commissione di un ordine del giorno relativo al rafforzamento dei controlli sulla finanza pubblica e all’introduzione del Collegio di controllo previsto dalla normativa costituzionale. 

Il Presidente Nicola Renzi (Rf) ha quindi posto al centro del confronto il recepimento dell’acquis communautaire, ricordando la disponibilità manifestata dal Segretario di Stato agli Affari Esteri Luca Beccari a riferire anche davanti alla Commissione Riforme. Renzi ha sottolineato la necessità di comprendere quali strumenti giuridici utilizzare per l’implementazione della normativa europea e se possano rendersi necessarie modifiche all’assetto costituzionale. «Il primo grande tema è capire quali strumenti normativi vogliamo utilizzare», ha osservato, richiamando anche la possibile revisione della Dichiarazione dei Diritti. 

Sul punto si è registrata una convergenza ampia. Enrico Carattoni (Rf) ha indicato tre questioni: la compatibilità dell’attuale assetto istituzionale con l’accordo, il recepimento della normativa già esistente e il meccanismo ordinario da utilizzare in futuro per gli atti derivanti dall’associazione. Secondo Carattoni, un confronto con Governo e uffici competenti è necessario per conoscere «lo stato dell’arte» e le scadenze degli interventi. 

Emanuele Santi (Rete) ha ricordato che per lunedì 12 ottobre è già prevista una seduta congiunta delle Commissioni 1 e 2, nella quale Beccari e, presumibilmente, il Segretario di Stato agli Affari Interni Andrea Belluzzi dovranno riferire sul recepimento dell’acquis. Per Santi, tuttavia, la Commissione Riforme deve affrontare specificamente le ricadute di carattere istituzionale e costituzionale: «Bisogna cominciare a parlarne» e farlo «a brevissimo», ha sostenuto. 

Anche Luca Lazzari (Psd) ha sostenuto l’opportunità delle audizioni, ricordando che l’accordo europeo diventerà una materia sempre più trasversale fra politica estera e interna e potrà richiedere interventi istituzionali significativi. Manuel Ciavatta (Pdcs) ha richiamato il lavoro in corso da parte del Governo sulle modalità tecniche del recepimento, sottolineando la volontà della maggioranza di sviluppare un confronto «quanto più costruttivo e condiviso possibile». 

Per Guerrino Zanotti (Libera) la definizione degli strumenti per l’applicazione dell’accordo costituisce ormai «una priorità assoluta», anche in vista della sua entrata in vigore provvisoria. Denise Bronzetti (Ar) ha chiesto a sua volta una decisione chiara della Commissione sul percorso da seguire, anche per evitare sovrapposizioni con le Commissioni permanenti. Al termine del confronto Tamagnini ha sintetizzato l’orientamento emerso, proponendo di dare mandato alla Presidenza per contattare le Segreterie agli Affari Esteri e Interni e convocarle in audizione. Renzi ha condiviso la proposta, chiedendo soltanto di verificare l’eventuale coinvolgimento di altre Segreterie. 

Il secondo comma ha aperto il confronto più politico della seduta. Tamagnini ha ricordato il mandato approvato dal Consiglio Grande e Generale il 23 luglio: proseguire il lavoro della Commissione e predisporre bozze di revisione di leggi e regolamenti, anche ricorrendo a consulenti, con l’obiettivo di sottoporle al Consiglio entro maggio 2027. Renzi ha evidenziato come il mandato comprenda espressamente «la stesura dei testi normativi», invitando i commissari a definire innanzitutto la direzione politica prima di affidare eventuali incarichi tecnici. 

È su questo terreno che sono riemerse le tensioni legate alla modifica del Regolamento consiliare e alla lunga sospensione dell’attività della Commissione. Iro Belluzzi (Libera) ha invitato a evitare di riaprire semplicemente il confronto già svolto e a individuare invece le priorità, dal ruolo del consigliere alla gerarchia delle fonti e alle modalità di decretazione, per poi fornire ai tecnici indirizzi politici precisi. 

Più critica l’opposizione. Fabio Righi (D-ML) ha chiesto chiarimenti sulle ragioni politiche della lunga interruzione, sostenendo che la modifica del Regolamento abbia alimentato dubbi sulla reale volontà della maggioranza di proseguire il percorso della Commissione. Per Righi la prima priorità rimane il rafforzamento del Consiglio Grande e Generale e delle condizioni nelle quali i consiglieri esercitano il mandato, superando quella che ha definito una disparità tra chi può dedicarsi professionalmente alla politica e chi deve farlo «nel tempo libero o nei ritagli di tempo». Ha inoltre insistito sull’accesso alle informazioni e sul supporto tecnico ai gruppi e ai consiglieri. 

Ancora più netto Santi, che ha posto una domanda preliminare: «Questa Commissione è utile oppure non è utile?». Il rappresentante di Rete ha accusato la maggioranza di avere rotto l’equilibrio costruito in Commissione intervenendo autonomamente sul Regolamento consiliare e ha contestato in particolare la sede redigente e il contingentamento dei tempi. L’opposizione, ha spiegato, è pronta a discutere «punto per punto» il documento prodotto dalla Commissione, ma vuole la garanzia che il lavoro non venga nuovamente superato da iniziative esterne. 

Alle critiche ha replicato Paolo Crescentini (Psd), secondo cui il Regolamento consiliare non può essere identificato da solo con una riforma istituzionale. Crescentini ha respinto la definizione di «blitz», ricordando che la necessità di intervenire sull’organizzazione dei lavori era stata discussa da tempo e sostenendo che anche l’opposizione debba esercitare il proprio ruolo con buon senso. Quanto alla professionalizzazione dei consiglieri, ha espresso dubbi sull’ipotesi di renderla generalizzata, proponendo semmai di lasciare al singolo la possibilità di scegliere. 

Anche Gian Carlo Venturini (Pdcs) ha respinto le accuse, ricordando che il testo sul Regolamento era stato ridimensionato durante il confronto e che l’ordine del giorno del 23 luglio assegna ora alla Commissione un mandato preciso. «Quello che non serve è fare polemica a priori», ha affermato, invitando a dare attuazione al lavoro sulle riforme anche alla luce dell’accordo di associazione. 

Sul metodo di lavoro, Lazzari ha proposto di procedere per macrotemi, utilizzando il patrimonio delle audizioni, cercando per ciascun ambito una sintesi politica e affidando solo successivamente la traduzione normativa alla Sezione Studi Legislativi o a un ristretto gruppo di scrittura. Zanotti ha condiviso l’impostazione, ma ha invitato a non partire dalla professionalizzazione come soluzione già individuata: prima, ha osservato, occorre definire i problemi da risolvere, a cominciare dall’accesso alle informazioni, dal supporto tecnico e amministrativo e dallo Statuto delle opposizioni. 

Il tema della parità nell’accesso alle informazioni è stato rilanciato da Gian Matteo Zeppa (Rete), che ha richiamato l’esperienza di altre Commissioni e contestato una situazione nella quale, a suo giudizio, maggioranza e opposizione non sono sempre poste nelle medesime condizioni di preparazione. «La dignità del ruolo del consigliere», ha sostenuto, non dipende soltanto dalla professionalizzazione o dal gettone, ma anche dall’accesso paritario alle fonti e ai dati. Zeppa ha inoltre accusato la maggioranza di aver indebolito la Commissione affrontando altrove temi che avrebbero dovuto essere discussi al suo interno. 

Maria Katia Savoretti (Rf) ha parlato di uno «sgambetto» alla Commissione, sostenendo che il progetto di modifica del Regolamento fosse arrivato sostanzialmente già confezionato. Ha comunque confermato la disponibilità dell’opposizione a proseguire, a condizione che il lavoro comune produca risultati concreti e valorizzi il materiale raccolto nelle audizioni.

Da Francesco Mussoni (Pdcs) è arrivato un invito a recuperare un’impostazione maggiormente istituzionale. Una Commissione sulle riforme, ha sostenuto, deve essere una sede nella quale maggioranza e opposizione riescono almeno in parte a superare i rispettivi ruoli tradizionali per costruire una sintesi. Per Mussoni, su questioni di tale delicatezza servono «cautela, tempo, sedimentazione e maturità istituzionale», evitando di ridurre il percorso alle contingenze della polemica politica. 

Carattoni ha a sua volta difeso il lavoro svolto dalla Commissione, sottolineando il valore delle audizioni e la necessità di tradurre ora quel patrimonio in proposte. Due, a suo giudizio, le priorità: l’accordo di associazione e il riequilibrio tra Consiglio Grande e Generale e Congresso di Stato, con una valorizzazione effettiva del ruolo del consigliere. Prima di affidare la scrittura delle norme ai tecnici, ha aggiunto, occorre definire «le direttrici politiche e i cardini» della riforma. 

Tamagnini ha quindi proposto una modalità di confronto anche meno formale, con momenti di lavoro attorno a un tavolo e «compiti a casa» sui singoli temi, così da arrivare alle sedute con orientamenti già elaborati. Bronzetti ha insistito sulla necessità di riequilibrare la capacità legislativa del Consiglio rispetto al Congresso di Stato e di intervenire più complessivamente sullo status del consigliere, ricordando che l’impegno richiesto dall’attività istituzionale è cresciuto sia in termini di tempo sia di complessità. 

Nella replica per la maggioranza, Ciavatta ha riconosciuto che sulla modifica del Regolamento possa essere stato compiuto «un passo troppo avanti» e in maniera unilaterale, ma ha difeso la necessità di rendere più efficienti i lavori consiliari. La maggioranza, ha assicurato, è disponibile a «sedersi al tavolo e lavorare insieme affinché questa Commissione produca dei risultati». 

Nel prosieguo del confronto, Lazzari ha letto negli interventi della giornata una disponibilità ormai esplicita alla ripartenza, proponendo di iniziare da temi sui quali sia possibile raggiungere più facilmente una convergenza, come uffici di supporto, servizio legislativo e banche dati. Santi e Righi hanno invece ribadito che il chiarimento politico sulla vicenda del Regolamento era necessario e che la credibilità della nuova fase sarà misurata soprattutto sui fatti. 

Belluzzi ha indicato nella gerarchia delle fonti un possibile primo terreno operativo, anche per la sua diretta connessione con il recepimento della normativa europea. Savoretti ha invece ribadito che l’efficienza dei lavori non può coincidere soltanto con la riduzione dei tempi di intervento: ai consiglieri devono essere garantiti strumenti, informazioni e condizioni adeguate per assumere decisioni consapevoli. 

In chiusura Renzi ha ricapitolato il lungo elenco di questioni emerse dalle audizioni e dal documento della Commissione: status e professionalizzazione del consigliere, sostegno economico e tecnico, accesso alle informazioni, rapporti con l’amministrazione, tutele del mandato, formazione, Statuto delle opposizioni, organizzazione dei lavori del Consiglio, disciplina dei decreti, tecnica legislativa, gerarchia delle fonti e rapporti fra Consiglio e Congresso di Stato. La proposta della Presidenza è di ricondurre i diversi capitoli a tre o quattro grandi blocchi, esaminarli entro la fine dell’anno e arrivare all’inizio del 2027 con indirizzi politici sufficientemente definiti da poter avviare la stesura dei testi normativi. 

Tamagnini ha infine indicato tre macroaree preliminari: il Regolamento e l’organizzazione dei lavori consiliari; lo status del consigliere, comprendendo supporti, strumenti e accesso alle informazioni; la gerarchia delle fonti e gli aspetti normativi e istituzionali collegati anche all’integrazione europea. La Presidenza predisporrà una bozza da condividere con i commissari. Parallelamente partirà l’invito ai Segretari di Stato agli Affari Esteri e Interni per un’audizione da tenere, se possibile, già nella settimana successiva, dedicata all’accordo di associazione e al suo impatto sull’ordinamento sammarinese. 

La proposta ha raccolto, nelle dichiarazioni conclusive, il consenso dei rappresentanti di Libera, Psd, Rf, Rete, D-ML, Ar e Pdcs, segnando una chiusura più condivisa rispetto alle tensioni emerse nella prima parte del dibattito. La Commissione tornerà quindi a riunirsi dopo la definizione dell’audizione e della suddivisione definitiva delle macroaree di lavoro.