Più di settanta capolavori a Roma per raccontare la storia umana e artistica di Kandinsky
KANDINSKY Dal 15 settembre 2026 al 14 febbraio 2027 – Palazzo Bonaparte – Piazza Venezia, 5 Roma
Informazioni e prenotazioni: T +39 06 87 15 111 www.arthemisia.it – www.mostrepalazzobonaparte.it – info@arthemisia.it
“È da tempo che dico che il mio unico sogno è quello di fare della pittura che sia un essere vivente… e basta!”
Lettera di Wassily Kandinsky a Carlo Belli, Neuilly, 17 aprile 1935
“Wassily Kandinsky (1866-1944) inizia a dipingere soltanto a trent’anni, in seguito a due esperienze fondamentali. La prima è la scoperta di uno dei Meules [Covoni] di Claude Monet, la cui forza espressiva, libera dalla figurazione, lo segna profondamente. La seconda è una rappresentazione del Lohengrin al teatro Bolshoi: l’opera di Richard Wagner gli rivela la capacità di un’arte astratta come la musica di suscitare immagini mentali di grande intensità. Da quel momento, l’idea di una sintesi delle arti diviene un principio strutturante della sua opera.
Nel 1896 si trasferisce a Monaco, allora centro nevralgico del rinnovamento artistico legato allo Jugendstil, che privilegia l’esplorazione del formalismo ornamentale. Questo contesto culturale esercita un’influenza decisiva: il suo lavoro si caratterizza ormai per una tensione costante tra astrazione e dimensione decorativa. Viaggiatore attento, Kandinsky percorre l’Europa fino alla Tunisia e soggiorna più volte in Italia e a Parigi. Il suo sguardo sintetico gli consente di articolare tradizioni visive e sperimentazioni d’avanguardia. La sua ambizione è quella di provocare uno sconvolgimento radicale delle arti, rompendo con le forme mimetiche a favore di una dimensione spirituale, concepita come una risposta necessaria al materialismo borghese del XIX secolo. Insieme a Franz Marc, dà a questo progetto un’espressione particolarmente innovativa nell’almanacco Der Blaue Reiter [Il cavaliere azzurro], pubblicato nel maggio 1912, promotore dell’ideale di un’arte universale, svincolata dai confini geografici e disciplinari.
Lo scoppio della Prima guerra mondiale pone fine all’effervescenza monacense e costringe Kandinsky a tornare in Russia. Lì partecipa all’organizzazione della vita artistica rivoluzionaria fino a quando Walter Gropius lo invita a unirsi al Bauhaus di Weimar. Al fianco di Paul Klee, diventa una delle figure centrali di questa istituzione didattica d’avanguardia. La chiusura della scuola da parte del regime nazista nel 1933 lo costringe a un nuovo esilio, questa volta a Parigi, dove si stabilisce definitivamente fino alla fine della sua vita. (…).”
(estratto dal catalogo)
Laurent Le Bon, Presidente del Centre Pompidou
Xavier Rey, Direttore del Musée national d’art moderne – Centre de création industrielle

“Il modo in cui Wassily Kandinsky viene presentato negli scritti o negli spazi espositivi configura un panorama ricco e complesso. (…) La sua storiografia opera un passaggio da una narrazione eroica, incentrata sulla figura del “padre dell’astrazione”, a una molteplicità di letture contestualizzate, attente alle intersezioni con altri campi scientifici e artistici.
Negli anni dieci del Novecento è lo stesso artista a plasmare la narrazione del proprio ruolo fondante attraverso i suoi scritti programmatici (…) Nel suo racconto autobiografico Sguardi sul passato, pubblicato a Berlino nel 1913, Kandinsky, all’epoca fortemente contestato, cerca di legittimare la sua arte non mimetica delineando la figura di un artista incantato e visionario, portatore di una rottura ontologica con la figurazione. La critica riprende poi tale retorica, facendo dell’astrazione “kandinskiana” l’esito “naturale” di una crisi della rappresentazione, al prezzo di un relativo occultamento delle continuità con il simbolismo e le avanguardie europee.
Dopo il 1945 le grandi sintesi moderniste inseriscono Kandinsky in una storia lineare dell’astrazione, al fianco di Piet Mondrian e Kazimir Malevič. Kandinsky diventa il protagonista di una narrazione teleologica orientata verso la progressiva purificazione del linguaggio pittorico, tuttavia il critico americano Clement Greenberg, grande apologeta del formalismo modernista, ne traccia un ritratto più ambiguo. Partendo da lui (e contro di lui), costruisce una teoria del modernismo incentrata sulla planarità, sulla coesione della superficie e sull’autoriflessività del medium. Utilizza l’opera di Kandinsky sia come contrappunto (deviazione rispetto all’ortodossia modernista che va da Paul Cézanne al cubismo che egli promuove) sia come occasione per rendere chiara la propria visione di ciò che deve essere l’arte astratta.
A partire dagli anni settanta-ottanta la storiografia inizia a decostruire il paradigma dell’“inventore unico” dell’astrazione, riportando Kandinsky all’interno di un insieme di ricerche concomitanti, in particolare su František Kupka, Robert Delaunay, Mondrian, le avanguardie russe e, più di recente, sull’artista svedese Hilma af Klint. (…)”
(estratto dal catalogo)
Kandinsky: chi è? Dal padre dell’astrazione al lettore di riviste illustrate
Angela Lampe, curatrice della mostra


