Politica

Consiglio Grande e Generale: report della seduta di lunedì 21 settembre

Consiglio Grande e Generale – sessione 7-8-9-15-16-17-18-21-22-23 settembre 2026

Lunedì 21 settembre 2026, pomeriggio

Prosegue, nella seduta pomeridiana di lunedì 21 settembre 2026, l’esame del comma 14: la seconda lettura del progetto di legge “Modifiche al Regolamento del Consiglio Grande e Generale”.

Michela Pelliccioni (Indipendente) insiste anzitutto sul metodo e ricorda che “il Regolamento consiliare, come tutti i regolamenti e non solo quello di San Marino, non appartiene alla maggioranza o alle opposizioni, ma appartiene alle istituzioni di un Paese”. Pur apprezzando i passi indietro compiuti rispetto alla prima lettura, Pelliccioni mantiene forti dubbi sulla limitazione dei tempi e sottolinea che “la vera modernizzazione consiste nel diventare più ordinati, più efficienti, più partecipati e più rispettosi del pluralismo anche durante i lavori parlamentari”. Matteo Zeppa (Rete) boccia invece senza appello l’intera operazione, definendo il progetto “un grande bluff” costruito per spostare l’attenzione dalla vicenda bulgara. Secondo Zeppa, il testo iniziale punta a “mettere il bavaglio” all’opposizione e quello attuale, pur profondamente modificato, continua a introdurre una tagliola inaccettabile. Di segno opposto l’intervento di Gian Nicola Berti (AR), che parte dai ritardi accumulati dall’Aula e osserva che “il livello di produttività dei lavori consiliari è enormemente scemato”. Per Berti nessuno vuole limitare l’opposizione, ma è ormai indispensabile intervenire per restituire efficacia al Parlamento, evitando interventi ripetitivi e fuori tema. Critica inoltre l’assenza di proposte alternative: “Dall’opposizione non è arrivata alcuna proposta e questo è particolarmente grave”, mentre dalla riforma, dopo i numerosi passi indietro della maggioranza, resta a suo giudizio soltanto “il topolino”. Mirko Dolcini (D-ML) individua invece il “peccato originale” nella scelta di modificare le regole durante la legislatura e contesta soprattutto la sede redigente, che impedirebbe ai consiglieri non appartenenti alle Commissioni di votare tutti gli articoli in seconda lettura. “Non si possono cambiare regole così importanti durante una legislatura e applicarle seduta stante. Non è possibile”, afferma Dolcini, secondo il quale il provvedimento rappresenta “l’ennesima ferita alla democrazia di questo Paese e di questo Consiglio Grande e Generale”. Sara Conti (RF) riconosce che il confronto con la maggioranza è stato costruttivo e ha prodotto “un considerevole miglioramento” del testo, ma ritiene che questo non sia sufficiente. Contesta la scelta di non passare dalla Commissione speciale per le riforme istituzionali e conferma la contrarietà sia alla sede redigente sia alla tagliola, perché “quando un dibattito dopo un certo numero di ore può essere interrotto per volontà di 30 consiglieri, è chiaro che questo costituisce un forte limite al ruolo di controllo esercitato dalle opposizioni all’interno di quest’Aula”. Guerrino Zanotti (Libera) cita il ritardo nell’approvazione della legge a sostegno delle famiglie come esempio della necessità di rendere più efficienti i lavori. Allo stesso tempo riconosce le criticità del metodo seguito inizialmente: “Senza il confronto sicuramente non si arriva a nulla o, perlomeno, si rischia di compiere passi falsi e di inasprire il confronto”. Zanotti considera congrue le 25 ore previste prima della tagliola, mentre sulla sede redigente ammette che rappresenta una limitazione delle prerogative del Consiglio, compensata però dalla sperimentazione di 18 mesi, dalla possibilità di trasmettere le Commissioni su richiesta di tre membri e dall’introduzione dei supplenti. In chiusura Manuel Ciavatta (PDCS) rivendica il risultato del dialogo tra le forze politiche e parla di “un esempio di buona sintesi politica e di buona politica da parte dell’intera Aula”. Spiega quindi che della proposta iniziale restano la sede redigente come modalità ordinaria di esame dei progetti di legge, la tagliola dopo 25 ore, l’alternanza tra emendamenti di maggioranza e opposizione, la pubblicità delle Commissioni su richiesta di almeno tre consiglieri e la possibilità di nominare membri supplenti. La sede redigente sarà sperimentata per 18 mesi, al termine dei quali una relazione ne valuterà gli effetti e indicherà le eventuali modifiche. 

Ha quindi inizio l’esame dell’articolato.

Sull’articolo 1, riguardante l’ammissibilità degli emendamenti a progetti di legge e decreti, maggioranza e opposizione presentano emendamenti soppressivi, poi approvati dall’Aula, e la disposizione non viene quindi esaminata. Manuel Ciavatta (PDCS) spiega che la soppressione rientra nella scelta politica della maggioranza di mantenere in piedi soltanto alcuni punti della riforma e di rinviare il resto alla Commissione per le riforme istituzionali. Difende però l’impostazione originaria, sostenendo che la verifica preventiva degli emendamenti avrebbe seguito criteri oggettivi di correttezza formale, coerenza normativa, attinenza alla materia e copertura finanziaria, con l’obiettivo di migliorare la qualità dei testi e non di impedirne la presentazione. Emanuele Santi (Rete) precisa invece che “non c’è stato alcun accordo” con l’opposizione, ma una retromarcia unilaterale della maggioranza su una norma che considera insostenibile. A suo giudizio, attribuire all’Ufficio di Segreteria e ad alcuni funzionari il potere di valutare preventivamente gli emendamenti significa limitare il lavoro dei consiglieri e rappresenta il primo tassello di un disegno volto a “mettere il bavaglio all’opposizione”. Nicola Renzi (RF) giudica positivo il passo indietro, ma ribadisce che una materia così delicata deve essere affrontata nella Commissione per le riforme istituzionali. Maria Luisa Berti (AR) condivide la soppressione, ma respinge l’accusa di voler bloccare l’iniziativa parlamentare: i dirigenti della Segreteria istituzionale e della Ragioneria sarebbero stati figure tecniche qualificate e indipendenti dalla politica, chiamate soltanto a esprimere un parere. Matteo Zeppa (Rete) non ritiene convincente questa spiegazione e sostiene che il meccanismo avrebbe affidato a un organismo a prevalenza di maggioranza il potere di dichiarare inammissibili gli emendamenti, coinvolgendo impropriamente anche funzionari estranei alla dinamica parlamentare. Fabio Righi (D-ML) osserva che non si possono pretendere emendamenti tecnicamente perfetti senza garantire ai gruppi consiliari il supporto degli uffici di cui dispone il Governo. Antonella Mularoni (RF) accoglie positivamente la soppressione, ma ritiene che la disposizione avrebbe impedito soprattutto alle opposizioni di presentare proposte con effetti economici. Matteo Casali (RF) definisce l’articolo “un gran pasticcio”, perché avrebbe creato un organismo tecnico-politico posto di fatto al di sopra del Parlamento, senza chiarirne competenze e modalità decisionali. Nel confronto conclusivo, Ciavatta ribadisce che l’obiettivo è garantire maggiore rigore nella produzione normativa, mentre Santi replica che la soppressione dimostra l’insostenibilità della proposta e torna a chiedere che l’intera riforma, compresi gli articoli ancora in piedi, venga trasferita alla Commissione per le riforme istituzionali. L’emendamento soppressivo viene infine approvato e l’articolo 1 decade. Anche l’articolo 2 viene soppresso a seguito di approvazione di un emendamento. 

Sull’articolo 3 il confronto si concentra sull’introduzione delle Commissioni in sede redigente come modalità ordinaria per l’esame dei progetti di legge. Manuel Ciavatta (PDCS) presenta l’articolo come uno dei cardini della riforma: la sede redigente, già prevista dall’ordinamento, diventa la modalità ordinaria per l’esame dei progetti di legge. Le Commissioni competenti approveranno definitivamente i singoli articoli e i relativi emendamenti, mentre il Consiglio sarà chiamato alla votazione finale dell’intero testo. Ciavatta precisa che torneranno in Aula gli emendamenti respinti senza la maggioranza assoluta degli attuali nove commissari, quelli presentati da 39 consiglieri e gli emendamenti tecnici. A non essere nuovamente discussi e votati in seconda lettura saranno quindi soltanto gli articoli sui quali non risultano emendamenti, mentre resterà il dibattito generale, con otto minuti a disposizione di ciascun consigliere per illustrare la propria posizione. La maggioranza considera perciò la modifica lineare e respinge l’idea che essa privi i consiglieri del diritto di parola. Un ordine del giorno, distinto dalla legge, prevede una verifica degli effetti della riforma dopo 18 mesi. Emanuele Santi (Rete), presentando un emendamento soppressivo, contesta la riforma perché i consiglieri estranei alla Commissione competente non potranno più intervenire sui singoli articoli e avranno a disposizione soltanto il dibattito generale. Nicola Renzi (RF) valuta positivamente il carattere temporaneo della sperimentazione, ma teme che il nuovo sistema carichi tutto il lavoro su uno o due commissari per gruppo, escludendo gli altri consiglieri dall’esame degli emendamenti. Non parla di un “colpo di Stato”, ma esprime forti dubbi sia sulla rapidità sia sulla qualità del lavoro che ne deriverà. Oscar Mina (PDCS) presenta l’ordine del giorno della maggioranza, che affida all’Ufficio di Presidenza il compito di predisporre, dopo 18 mesi e sentiti presidenti e vicepresidenti delle Commissioni, una relazione sugli effetti della sede redigente. L’obiettivo è verificare concretamente i risultati raggiunti in termini di efficienza, qualità e partecipazione, lasciando poi al Consiglio la valutazione su eventuali correzioni. Matteo Rossi (PSD) riconosce che la riforma modifica profondamente un iter legislativo consolidato e presenta “l’incognita del salto nel vuoto”, ma ritiene che possa evitare dibattiti ripetitivi e migliorare la qualità delle leggi. Il PSD sostiene quindi la sperimentazione, riservandosi di introdurre correttivi se il nuovo sistema non produrrà i risultati attesi. Matteo Casali (RF) sostiene che la maggioranza trasformi l’eccezione in regola senza dotare le Commissioni di nuovi strumenti, competenze o possibilità di approfondimento. A suo giudizio, non si tratta di pragmatismo ma di un metodo basato sul “trial and error”, che procede per tentativi su una materia che avrebbe richiesto un lavoro organico nella Commissione per le riforme istituzionali. Fabio Righi (D-ML) sottolinea che non si tratta di un semplice ritocco, ma di una vera riforma del procedimento legislativo. Ritiene insufficiente procedere sperando che il sistema funzioni e teme un sovraccarico dei commissari, soprattutto in un ordinamento nel quale il ruolo del parlamentare non è professionalizzato e i gruppi non dispongono di strutture adeguate. Matteo Zeppa (Rete) denuncia una perdita di centralità del consigliere e ricorda casi nei quali l’intervento in Aula di membri estranei alla Commissione ha permesso di correggere errori sfuggiti durante il primo esame. Secondo Zeppa, la riforma produce “una sdemocratizzazione del Consiglio Grande e Generale e del ruolo del consigliere”. Giuseppe Maria Morganti (Libera), pur riconoscendo la necessità di rendere più agevoli i lavori, dichiara apertamente che la soluzione non lo convince. Osserva che a rallentare maggiormente il Consiglio sono i decreti, non le leggi, e difende la discussione articolo per articolo come momento di approfondimento e di espressione delle diverse sensibilità dei consiglieri: “La democrazia è fatta anche di silenzi”. L’emendamento soppressivo dell’opposizione viene infine respinto e l’articolo 3 viene approvato. Via libera anche all’ordine del giorno. 

Sull’articolo 5 la maggioranza presenta un emendamento che elimina il contingentamento inizialmente previsto e conferma, durante la prima lettura, gli attuali tempi di intervento: 15 minuti per illustrare il progetto, sei minuti per ciascun consigliere o segretario di Stato e otto minuti per la replica del proponente. Matteo Rossi (PSD) spiega che la maggioranza considera sufficiente la “tagliola” prevista per altri passaggi della procedura e ritiene quindi opportuno mantenere invariato il dibattito generale, soprattutto davanti a materie complesse che non possono essere affrontate in pochi minuti. L’emendamento conserva inoltre la sede redigente come modalità ordinaria, lasciando al Consiglio la possibilità di scegliere la sede referente con una maggioranza dei due terzi. Emanuele Santi (Rete) chiarisce che l’opposizione chiede di sopprimere la modifica e mantenere integralmente l’articolo 29 vigente. Accoglie positivamente il ripristino dei sei minuti, ma ricorda che la versione originaria assegnava a ogni gruppo un monte tempo pari a tre minuti per consigliere, con un minimo di dieci minuti. Secondo Santi, questa riduzione, sommata alla sede redigente, al vaglio preventivo degli emendamenti e alla tagliola, dimostra che il progetto iniziale era stato “studiato scientificamente per togliere la parola all’opposizione”. Antonella Mularoni (RF) sottolinea che il Regolamento già riconosce a consiglieri e segretari di Stato la possibilità di formulare considerazioni in prima lettura, contribuendo così a indirizzare il successivo esame in Commissione. La limitazione inizialmente proposta sarebbe stata ancora più grave alla luce della maggiore centralità attribuita alle Commissioni e avrebbe leso il mandato personale di ciascun consigliere. Matteo Zeppa (Rete) ricorda che il sistema del monte tempo assegnato ai gruppi era già stato sperimentato prima del 2018 e aveva prodotto l’effetto opposto, allungando i dibattiti e permettendo a un solo consigliere di utilizzare tutto il tempo disponibile. La proposta avrebbe inoltre limitato il diritto dei singoli a esprimere posizioni differenti da quelle del proprio gruppo, soprattutto sui temi etici. Per Zeppa, la maggioranza “sta inventando problemi e cercando soluzioni che, molte volte, risultano peggiori degli stessi problemi”. Maria Katia Savoretti (RF) considera il nuovo emendamento la conferma degli errori compiuti intervenendo in maniera unilaterale e frettolosa sul Regolamento. A suo giudizio, non esisteva alcuna urgenza e il vero obiettivo della proposta originaria era “tappare la bocca all’opposizione”. 

Sull’articolo 6 la maggioranza presenta un emendamento che elimina il vaglio preventivo sull’ammissibilità degli emendamenti e ripristina i tempi di intervento vigenti. Matteo Rossi (PSD) riconosce che la proposta iniziale era “oggettivamente molto spinta” e spiega che la maggioranza ha scelto regole più equilibrate, pur mantenendo la sede redigente e il successivo meccanismo della tagliola. Fabio Righi (D-ML) conferma la richiesta di sopprimere interamente l’articolo, ma illustra la modifica condivisa al comma 7: gli emendamenti aggiuntivi saranno esaminati alternando quelli di maggioranza e opposizione, secondo le priorità indicate dai gruppi, per evitare che la tagliola escluda tutte le proposte della minoranza. Nicola Renzi (RF) contesta l’obbligo di indicare puntualmente la copertura finanziaria degli emendamenti al bilancio, ritenendolo penalizzante per un’opposizione che non dispone delle informazioni del Governo. Emanuele Santi (Rete) definisce l’alternanza degli emendamenti un “palliativo” necessario a limitare gli effetti della tagliola, alla quale resta nettamente contrario. Antonella Mularoni (RF) chiede che gli uffici competenti siano messi formalmente a disposizione dell’opposizione per individuare le coperture finanziarie e predisporre emendamenti ammissibili. Matteo Casali (RF) teme che, senza adeguato supporto tecnico, soltanto il segretario alle Finanze possa presentare proposte fondate sui dati reali del bilancio e critica una riforma nata, a suo giudizio, come “Regolamento di ripicca”. Matteo Zeppa (Rete) considera la copertura finanziaria un’ulteriore possibile tagliola e chiede garanzie scritte affinché la norma non venga usata per escludere gli emendamenti dell’opposizione. Manuel Ciavatta (PDCS) replica che l’obbligo di copertura è già previsto dal Regolamento vigente e assicura che continuerà a essere applicato con buon senso, senza automatismi contro le minoranze. Carlotta Andruccioli (D-ML) chiarisce che non è in discussione l’equilibrio di bilancio, ma la mancanza di strutture e competenze tecniche a disposizione dei consiglieri, soprattutto di opposizione. Rossi ribadisce che il buon senso continuerà a guidare l’applicazione della norma, conciliando il diritto delle minoranze a presentare emendamenti con il dovere della maggioranza di garantire la sostenibilità dei conti. Mularoni conclude che una promessa verbale non è sufficiente: se la disposizione resta, occorre un impegno vincolante che assicuri all’opposizione l’accesso agli uffici e alle informazioni necessarie. 

Sull’articolo 7 il confronto si concentra sulla “tagliola”, che consente, dopo 25 ore di convocazione dedicate all’esame dell’articolato, di chiedere una votazione complessiva sugli emendamenti che si decide di escludere dal dibattito. Michele Muratori (Libera) spiega che la maggioranza ha sostituito il riferimento al “secondo giorno” con le 25 ore, attenuando la proposta iniziale. Chiarisce che “la  ratio della proposta è quella di evitare, come spesso accade durante l’esame delle leggi finanziarie, perché questo articolo può essere ricondotto soprattutto a una legge articolata come quella di bilancio, il rischio di arrivare all’esercizio provvisorio”. Emanuele Santi (Rete) precisa che non esiste alcun accordo con l’opposizione e sostiene che la tagliola elimini il principale strumento con cui le minoranze riescono a ottenere l’approvazione di proposte utili durante il confronto sul bilancio: “Si smetterà di fare politica”. Nicola Renzi (RF) ricorda le misure accolte nelle precedenti finanziarie grazie alla mediazione con l’opposizione e teme che il nuovo meccanismo permetta alla maggioranza di bocciare ogni proposta senza trattare. Matteo Zeppa (Rete) sottolinea che la norma non riguarda soltanto il bilancio, ma può essere applicata a qualsiasi progetto di legge, comprese riforme fiscali, temi etici o provvedimenti legati all’acquis comunitario. Gaetano Troina (D-ML) contesta la scelta arbitraria delle 25 ore e segnala una possibile contraddizione nel testo: non è chiaro se gli emendamenti indicati nella mozione debbano essere votati oppure decadano automaticamente dopo la sua approvazione. Gian Nicola Berti (AR) difende invece la norma, ricordando le sedute durate fino a 72 ore e sostenendo che il Parlamento debba potersi concentrare sulle proposte realmente utili, liberandosi dal rischio di migliaia di emendamenti utilizzati per bloccare la maggioranza. Matteo Casali (RF) replica che numeri simili non si sono mai verificati e definisce la disposizione una norma “salva panettone”, pensata più per abbreviare i lavori natalizi che per scongiurare l’esercizio provvisorio. Guerrino Zanotti (Libera) ritiene la tagliola utile a garantire l’approvazione del bilancio entro il primo gennaio, ma chiede al Governo e alla maggioranza di assicurare un confronto preventivo sul testo e sugli emendamenti. Antonella Mularoni (RF) condivide la necessità di cambiare il metodo di lavoro sulle finanziarie, spesso trasformate radicalmente tra prima e seconda lettura, ma sostiene che tempi più contenuti debbano derivare dal dialogo e dall’accesso dell’opposizione agli uffici, non dal taglio della discussione. Manuel Ciavatta (PDCS) chiarisce infine che le 25 ore decorrono dalla conclusione del dibattito generale e devono essere ore effettive di convocazione dedicate all’articolato. Secondo Ciavatta, l’alternanza tra emendamenti di maggioranza e opposizione garantirà spazio a entrambe le parti, mentre il limite spingerà i gruppi a presentare meno proposte, ma più strutturate e di maggiore qualità. Gli emendamenti delle opposizioni – soppressivo e modificativo – sono respinti, mentre quello della maggioranza è approvato. Approvato anche l’articolo complessivo. 

Alle 20.00 i lavori vengono sospesi. Riprenderanno domani alle 14.00

 Di seguito un estratto dei lavori

Comma 14 – Progetto di legge “Modifiche al Regolamento del Consiglio Grande e Generale” (presentato dai Gruppi Consiliari di Maggioranza e dal Consigliere Indipendente Giovanna Cecchetti) (II lettura)

Michela Pelliccioni (Indipendente): Intervengo anch’io nel dibattito e parto da una prima riflessione. Il punto politico più importante della riforma che stiamo discutendo non è stabilire se questo Regolamento consiliare sia perfetto, perché il dato certo è che nessuna riforma lo è, ma occorre partire, a mio avviso, da un punto di chiarezza. Il Regolamento consiliare, come tutti i regolamenti e non solo quello di San Marino, non appartiene alla maggioranza che lo presenta e lo approva e neppure alle opposizioni che lo discutono e, con ogni probabilità, non lo approvano, ma appartiene alle istituzioni di un Paese. Proprio per questo, le regole del confronto parlamentare dovrebbero essere costruite con un metodo che riconosca il valore di tutte le posizioni: sicuramente quello della maggioranza, quello della minoranza, quello dei gruppi più piccoli, ma anche quello dei consiglieri indipendenti. Guardando ciò che è successo e ascoltando il dibattito durante la prima lettura, posso dire che tutto ciò non mostrava assolutamente una scelta di metodo e le critiche sono state sicuramente forti. Adesso, in questa seconda lettura, dopo un’ampia discussione si è tornati indietro, perché si è scelto finalmente il confronto. Dico finalmente perché è proprio questo il punto dal quale partire, ma il dialogo non può essere soltanto il risultato finale di una trattativa: deve essere il metodo con cui si costruiscono le regole. Chi scrive il Regolamento del Consiglio non sta semplicemente organizzando i lavori di un’Aula, ma costruisce gli strumenti attraverso i quali ogni consigliere può esercitare il proprio mandato. Anche il tempo ha un valore politico molto forte, perché, se il monte di 25 ore che in questo momento viene proposto può determinare la chiusura della discussione e la decadenza degli emendamenti non ancora esaminati, io chiedo: questo è un meccanismo coerente con l’idea di confronto che vogliamo preservare? Questo, a mio avviso, lascia aperto un dubbio. Qual è, secondo voi, la vera modernizzazione? A mio avviso non è determinata da un taglio dei tempi, sul quale possiamo discutere durante tutto il dibattito: non sono le 24, 25, 26 o 30 ore. La vera modernizzazione consiste nel diventare più ordinati, più efficienti, più partecipati e più rispettosi del pluralismo anche durante i lavori parlamentari. Una maggioranza può sicuramente avere i numeri per approvare una riforma, ma, quando si scrivono le regole di un Parlamento, la misura della qualità di questi lavori è un’altra: quanto spazio si lascia a chi non ha i numeri per essere ascoltato. Credo che sia tutto qui il principio da tenere a mente. Sicuramente il testo presentato in prima lettura, a mio avviso, aveva grandi carenze nelle proposte che erano state messe sul tavolo, ma non squalificava soltanto il ruolo dell’opposizione: squalificava in primo luogo, per come era stato presentato, il ruolo della maggioranza, perché mostrava una maggioranza debole. Non solo: il problema era di metodo, perché ci diceva che i numeri di cui questa maggioranza dispone, ed è una maggioranza che ha numeri importanti, non permettevano di costruire il dialogo. Era, a mio avviso, un approccio completamente sbagliato, perché c’è bisogno – l’ho detto prima e lo ribadisco – di un confronto preventivo sui testi e non solo. Credo che questo sia mancato fino a oggi e ne abbiamo avuto una prova concreta, perché, se ci pensate, in almeno tre occasioni, durante le variazioni di bilancio o le finanziarie, la maggioranza non è riuscita a portare immediatamente a casa il risultato. Ricordo la prima variazione di bilancio, che ha messo alla prova questa maggioranza: nel momento in cui è stato alzato un muro senza aprire al dialogo, di fatto, nonostante i numeri, il risultato non è stato portato a casa. Io credo che il modo per riuscire a portare a casa il risultato non sia sicuramente quello di comprimere il ruolo della minoranza. Ecco perché l’ingessamento significa mancanza di chiarezza nel metodo, null’altro. Senza un confronto vero non ci potrà essere una regola giusta e la regola giusta sicuramente non è, come ho detto, quella di comprimere il ruolo delle minoranze. Attenzione anche perché, prima o poi, chiaramente, nell’alternanza, chi si trova in maggioranza può passare all’opposizione in un momento successivo. Bisogna quindi mantenere sempre una prospettiva ampia quando si scrivono le regole. Sicuramente, come dicevo, ci sono state modifiche corpose rispetto alla prima lettura, che limitava in maniera importante il ruolo del consigliere indipendente e dei piccoli gruppi, spostando completamente lo spazio sul lavoro delle Commissioni. Devo dire che questo, grazie al dialogo, ha trovato un contemperamento. È stata eliminata – e io ne sono molto contenta – la verifica preventiva dell’Ufficio istituzionale e della Segreteria istituzionale perché, a mio avviso, non lasciava spazio a quello che è il vero polso, il vero metro della politica: i cittadini che ci ascoltano. Devono essere loro a fare da filtro, non la Segreteria istituzionale. Deve essere la gente che ascolta da casa a valutare se le proposte avanzate da coloro che ha eletto siano valide oppure no. Non serve assolutamente un filtro tecnico, a mio avviso. Lascio un’ultima riflessione relativa all’articolo sull’Europa. Io vi chiedo: perché c’è bisogno di modificare ora il Regolamento con questa proposta? Con l’entrata in vigore ci saranno nuove procedure e sicuramente nuovi passaggi. Credo che sia utile fare questo lavoro una volta sola, ma farlo bene, piuttosto che continuare a rimaneggiare il testo successivamente, perché sarà anche l’esperienza pratica di un lavoro nel quale dobbiamo entrare a darci il polso di quali siano effettivamente, nella pratica, le regole di cui abbiamo bisogno per rendere più efficienti i lavori. Mi auguro, quindi, che anche questa modifica trovi il tempo necessario per essere resa il più efficace possibile. 

Matteo Zeppa (Rete): Questo progetto di legge – lo ha ricordato il collega Santi – proposto dalla maggioranza in maniera unilaterale è un grande bluff. È stato un grande bluff, creato appositamente per non parlare di quello che politicamente stava succedendo a San Marino, ossia della questione dell’affaire bulgaro. Bisognava spostare l’attenzione. Il collega Santi ha ricordato molto bene tutti i vari personaggi arrivati a San Marino. Sarà questa politica, mentre qualcuno continua ancora a parlare di antipolitica, ma è nel Consiglio Grande e Generale che si sono viste le storture del sistema bancario e finanziario, a cominciare dai vertici dell’allora Banca Centrale insieme a Confuorti, che nelle Commissioni Finanze di allora veniva visto come il salvatore bianco sul cammello bianco. Qui abbiamo condotto battaglie politiche su questa vicenda e abbiamo ricevuto denunce, non solo noi di Rete da Confuorti: anche il gruppo consiliare della DC è stato denunciato da altre persone. Dover disquisire su un bluff che è diventato una pantomima, perché di fatto il testo della prima lettura è diventato la caricatura di sé stesso, significa parlare di qualcosa che non doveva esserci e che è stato osteggiato persino da esponenti autorevoli della maggioranza. Serviva per parlare d’altro. Oggi, invece, si esporta l’idea che quel Regolamento rappresenti un passo avanti. Qualcuno, all’inizio del dibattito – mi sembra Maria Luisa Berti – ha detto di avere un po’ di nostalgia per le vecchie regole. Anche io ne ho un po’ di nostalgia, perché, come dicevo anche nelle altre occasioni, quando la politica vuole fare politica e vede che ci sono problemi in corso, come avveniva nel 2018, ci si ritrova diverse volte nelle varie sedi dei partiti per svolgere valutazioni, articolo per articolo, sull’attuale Regolamento consiliare. Lo abbiamo fatto insieme, fuori dall’Aula, anche litigando. Anche litigando, si arrivò comunque alla quadra, rivedendo il Regolamento consiliare. Oggi cosa avete fatto? Mesi fa avete spostato l’attenzione introducendo delle forzature che, come ha ricordato la collega poco fa, dal mio punto di vista erano persino anticostituzionali, pur non avendo una Costituzione. Non erano regolamentari. Avete voluto mettere il bavaglio e adesso introducete la tagliola. Io voterò assolutamente contro tutto. Anzi, ringrazio i colleghi perché io sono rinomato per non essere particolarmente portato al dialogo in certi dibattiti. Sono venuto alle prime riunioni che avete proposto come maggioranza per trovare la quadra e vi ho bellamente mandato a quel paese, perché non c’erano neppure i requisiti minimi per comunicare, nonostante si parlasse della bontà dell’intervento. Era talmente buono quell’intervento che lo avete sostanzialmente cancellato del tutto. Vi si diceva di portare tutto nella Commissione per le riforme istituzionali. “No, non si può”. Peccato che sia una Commissione speciale che voi avete voluto costituire e che proprio di queste cose deve parlare. Sostanzialmente mi trovo totalmente contrario, contrariato e arrabbiato per la veemenza soprattutto di questa maggioranza, che vuole ancora oggi far passare come un’evoluzione quel Regolamento presentato in prima lettura, quando in realtà si voleva soltanto imbavagliare l’opposizione. La buona politica insegna – e io lo dicevo sempre al segretario Gatti quando ero in maggioranza – che bisogna dialogare. Tra l’altro, è bello parlare in questo dibattito quando non c’è neppure un segretario di Stato presente, ma va bene lo stesso. In prossimità delle finanziarie dicevo sempre al segretario Gatti: “Fai un incontro con le opposizioni. Poi ognuno rimane sulla propria posizione, però almeno vai a sminare ciò che potrebbe accadere nelle finanziarie, perché sappiamo tutti che cosa succede durante le finanziarie”. Lui non li ha mai fatti, al contrario di altri segretari che fanno gli incontri; poi ognuno rimane sulle proprie posizioni. Dovreste fare un progetto di legge con il quale l’attuale segretario alle Finanze sia obbligato a incontrare le opposizioni e i corpi intermedi. Due scioperi subiti, per un totale di quasi 25.000 persone. Però il problema erano i tempi del Consiglio, non chi detiene momentaneamente il potere o la poltrona di una Segreteria e non si mette nella condizione di dover parlare con gli altri. Perché parlare è il Parlamento. È il Parlamento. Concordo anch’io con l’ultima considerazione svolta dalla collega: andiamo verso un accordo di associazione. Per quale motivo non utilizzare quello per rivedere l’intero corpo del Regolamento consiliare? Si potevano rivedere i tempi. Ci siamo sempre seduti al tavolo, nel 2018 e anche nel 2020. Perché avete fatto questa mossa? Semplicemente per far parlare d’altro, quando qualcuno qui tremava davvero, gli tremava la poltrona sotto il sedere per la questione dei bulgari, e bisognava pensare a parlare d’altro perché si parlava troppo dei bulgari. Io sono assolutamente contrariato. Voterò contro. Non voterò neanche gli emendamenti dell’opposizione, però ringrazio i colleghi perché hanno avuto ciò che io non ho in questi casi: la capacità di andare a parlare con persone sorde e ottuse, che non si rendono conto di ciò che hanno fatto e della forte, fortissima forzatura legislativa alla quale tutti i membri della maggioranza hanno aderito attraverso la firma dei propri capigruppo. 

Gian Nicola Berti (AR): Il livello di produttività dei lavori consiliari è enormemente scemato. Oggi siamo addirittura, nel mese di settembre, a 12-13 giorni di riunione e di convocazione del Consiglio Grande e Generale. Molto probabilmente non arriveremo neanche a metà dell’ordine del giorno che la Reggenza ha sottoposto al nostro esame. È quindi chiaro che il Parlamento non sta assolutamente funzionando. È altrettanto chiaro che nessuno ha intenzione di mettere il bavaglio alle opposizioni, ma è sicuramente chiaro a noi, a tutti i nostri cittadini e credo anche alle forze di opposizione che oggi strepitano quanto sia necessario cambiare alcune regole per dare effettivamente delle risposte alla cittadinanza. Possiamo cambiare noi, cercando di evitare di abusare del tempo per ripetere cose già dette, per ripetere per l’ennesima volta tutto ciò che ci passa per la testa o per fare comizi politici al microfono destinati a parlare all’esterno, quando in realtà all’interno del Parlamento si dovrebbe parlare tra noi, confrontarci tra noi e aprirci anche al dialogo. Questa maggioranza si è aperta al dialogo e ha avanzato delle proposte. Dall’opposizione non è arrivata alcuna proposta e questo è particolarmente grave. Mi dispiace particolarmente che questa maggioranza abbia fatto un passo indietro su tanti articoli della modifica di legge al Regolamento consiliare che, a mio modo di vedere, sarebbero potuti restare anche soltanto a livello sperimentale, in attesa che la Commissione per le riforme istituzionali intervenisse. Attenzione: non è una riforma fatta dalla maggioranza, come ha detto il collega Zeppa. È una Commissione nella quale si sono ritrovate tutte le forze politiche e che avrebbe dovuto lavorare attraverso un confronto il più possibile concreto e reale tra maggioranza e opposizione, anche perché, quando si parla delle regole del gioco, credo che non ci siano maggioranza e opposizione, ma piuttosto debba esserci la buona volontà di tutte le parti in gioco. Questa maggioranza, però, ha fatto una scelta: ha addirittura scelto di creare una Commissione con due presidenti, uno di maggioranza e uno di opposizione. Credo che il presidente Tamagnini sia colui che ha compreso meglio anche le critiche, per certi aspetti sferzanti, che io ho rivolto alle modalità di approccio e di lavoro della Commissione per le riforme istituzionali. Purtroppo è stata messa troppa carne al fuoco, si è voluta trattare congiuntamente un’infinità di argomenti e obiettivamente non esiste ancora un progetto neppure su uno dei tanti temi all’attenzione della riforma. Un tema che, secondo me, è estremamente importante è quello della riforma del Regolamento consiliare. Questa era la ragione per cui si sarebbe potuto intervenire con provvedimenti capaci di fornire risposte almeno su alcuni punti, in particolare sull’efficienza, sulla competenza e, soprattutto, sulla pertinenza del dibattito rispetto ai temi trattati. Troppo spesso assistiamo a uscite dal campo nel dibattito consiliare, arrivando, come in questa fattispecie, addirittura a citare la vicenda dei bulgari, quando in realtà stiamo trattando di tutt’altro: stiamo parlando delle regole e di come rendere effettivamente più competente il nostro dibattito parlamentare e, al tempo stesso, maggiormente efficace l’intervento normativo e quindi l’esercizio del potere legislativo. Una delle proposte era quella di coinvolgere l’Ufficio Studi legislativi, un ufficio tecnico che ha la capacità di individuare e studiare come una nuova norma si inserisca nell’ordinamento giuridico, quali effetti produca e se effettivamente persegua e raggiunga gli obiettivi individuati dal proponente o dall’Aula parlamentare. Oggi non sempre succede. Molto spesso ci troviamo davanti a errori compiuti in sede legislativa e questo crea problemi a tutte quelle persone, in primo luogo ai nostri cittadini, che devono rispettare e applicare queste leggi, oppure agli uffici dell’amministrazione pubblica. Si crea un’incertezza che ci viene rappresentata sempre più spesso quando ci chiamano gli uffici della pubblica amministrazione e che provoca disagi prima all’amministrazione pubblica e poi al cittadino. Sono tutte riflessioni sulle quali forse ci si dovrebbe confrontare maggiormente, anziché gridare allo scandalo come si sta facendo oggi in quest’Aula. Dispiace che neanche oggi, neanche su questo tema, ci sia un confronto reale, perché credo che il confronto possa essere svolto esclusivamente sulle proposte e le uniche proposte esistenti sono quelle della maggioranza. Questo la dice lunga sull’approccio, sulla volontà effettiva di cambiare le regole del gioco e sull’intento riformista che tanti rappresentano, presentano e lanciano all’opinione pubblica, mentre poi, in realtà, preferiscono non modificare assolutamente nulla e lasciare ogni cosa così com’è. Credo che potremmo prendere qualunque Regolamento di qualunque Assemblea internazionale e adottare le regole e le tempistiche di quei Parlamenti: evidentemente compiremmo sicuramente un passo avanti molto importante. Non abbiamo neanche il coraggio di copiarli. Per questo credo che oggi dovremo quantomeno accontentarci del topolino. Ciò significa anche che i due presidenti della Commissione per le riforme istituzionali hanno un dovere e una responsabilità molto grandi e gravosi: mettere in primo piano, nell’ordine del giorno dei lavori della Commissione, una riforma del Regolamento consiliare che restituisca effettivamente ai lavori parlamentari quella snellezza ed efficienza che, purtroppo, sono ormai soltanto un ricordo del secolo scorso. 

Mirko Dolcini (D-ML): È passata mezz’ora da quando abbiamo effettivamente iniziato il Consiglio Grande e Generale ed è passata un’ora dalla convocazione. Mi si passi la battuta: un emendamento che proporrei è che non si possa iniziare il Consiglio Grande e Generale senza la presenza di almeno un segretario di Stato, in rappresentanza del potere esecutivo, con il quale il confronto dovrebbe essere sempre diretto. Detto questo, non voglio spendere tante parole nel mio intervento, perché siamo in fondo al dibattito e di fatto molto è già stato detto. Vorrei però rimarcare quello che è il peccato originale di questo progetto di legge: il fatto che si cambino le regole del gioco in corso d’opera. Non si possono cambiare regole così importanti durante una legislatura e applicarle seduta stante. Non è possibile. Mi si potrà dire che è già stato fatto, che magari lo abbiamo fatto anche noi nella scorsa legislatura quando eravamo in maggioranza. È vero, ma si trattava di situazioni completamente diverse: erano modifiche ben meno invasive, c’era stato sicuramente un maggiore confronto e, comunque, non c’era stata quella levata di scudi che c’è oggi. L’opposizione si è, tra virgolette, ribellata a questa situazione. Ciò nonostante, si va avanti a testa bassa e si modifica il Regolamento consiliare in corsa, mentre la legislatura è operante. Non può essere fatto in questa maniera. Partiamo anche da un presupposto: diciamo pure che, in astratto, abbiamo sbagliato anche noi in passato, ma non possiamo continuare – l’ho già detto diverse volte – a giocare in politica al ribasso. Non si può più dire che c’è stato in passato un errore o qualcosa di simile e che possiamo rifarlo perché ha creato un precedente. Non va bene, perché il rischio è quello di andare sempre al ribasso. Questo progetto di legge è eccessivamente invasivo, troppo. Faccio soltanto un esempio tra gli altri: non tutti i consiglieri potranno più esprimersi e votare ogni singolo articolo in seconda lettura. Questa situazione è disarmante. Qualcuno ha giustamente avanzato un’altra critica, sostenendo che questo progetto di legge andasse discusso nella Commissione speciale per le riforme istituzionali. Qualcun altro ha detto: “No, però lì gli argomenti erano diversi, non si doveva parlare del Regolamento”. Anche se non si fosse dovuto parlare del Regolamento consiliare, quella Commissione per le riforme istituzionali è nata per ridare centralità al Consiglio Grande e Generale. Che centralità date adesso al Consiglio Grande e Generale con questo Regolamento consiliare, togliendo alla maggior parte dei consiglieri, a quelli che non fanno parte della Commissione, la possibilità di votare i singoli articoli in seconda lettura? Vi sembra normale? A me non sembra normale. Del resto, questa regola di non cambiare le cose in corso d’opera ce l’abbiamo già: abbiamo regole approvate nemine contradicente. Certe cose non si possono fare perché esistono regole ben precise, approvate nemine contradicente: se qualcuno, anche un solo consigliere, si oppone a un cambiamento delle regole, queste non possono essere cambiate. Invece noi le cambiamo, anzi voi le cambiate, in corso d’opera. Ieri e sabato si è svolta quella bellissima manifestazione di Sport in Fiera, dove gli sport vengono insegnati ai ragazzini. Sono convinto che, se andassimo a chiedere a quei bambini, almeno a quelli dai sei anni in su, se sia normale cambiare le regole durante lo svolgimento di uno sport, risponderebbero di no, che non è normale e che c’è qualcosa sotto. Perché è istintivo. Com’è possibile cambiare le regole quando qualcuno non vuole cambiarle e quando sono in corso questioni importantissime e delicatissime per il Paese? Questa è l’ennesima ferita alla democrazia di questo Paese e di questo Consiglio Grande e Generale. 

Sara Conti (RF): Intervengo in questo dibattito perché mi sembra doveroso commentare e svolgere una riflessione non soltanto sul testo che ci troviamo a esaminare oggi, che in pratica è un testo nuovo, ma inevitabilmente anche su quello depositato in prima lettura. È chiaro che già da questa prima informazione si comprende il punto sul quale vorrei concentrarmi in apertura del mio intervento: il metodo non può essere condivisibile se ci troviamo davanti a un testo depositato in prima lettura, se non sbaglio, a luglio o comunque qualche mese fa, che aveva caratteristiche aspramente criticate da tutti noi membri dell’opposizione – e poi dirò perché – e oggi, al momento della seconda lettura, ci troviamo non soltanto davanti a un testo completamente diverso, ma anche a un’apertura da parte della maggioranza. Questa, voglio dirlo, è una cosa assolutamente positiva: la maggioranza ci ha convocati per un confronto che è stato sicuramente costruttivo sul finire della scorsa settimana e che ha portato a un considerevole miglioramento di quel primo testo, almeno dal nostro punto di vista. È chiaro, però, che questo non basta per farci dire che va tutto bene. Non va bene, non va bene per niente. Innanzitutto, quel primo testo, a nostro avviso, bypassava completamente il lavoro della Commissione speciale per le riforme istituzionali, un lavoro che tutti noi, tranne il consigliere Berti, abbiamo sostenuto e stiamo sostenendo tuttora, perché lo riteniamo preziosissimo. Sono state svolte audizioni di altissimo livello e credo che quella Commissione debba essere messa nelle condizioni di lavorare. Tra gli obiettivi che si è data c’è anche la razionalizzazione dei tempi del Consiglio Grande e Generale e, quindi, è ovvio che all’interno di questo obiettivo possa rientrare anche un’eventuale modifica del Regolamento consiliare. Continuo a non capire questa fretta di bypassare completamente una Commissione che sta lavorando. Resta il fatto che in quella prima versione erano contenute modifiche inaccettabili. Noi abbiamo utilizzato termini duri, abbiamo detto che volevate imbavagliare le opposizioni. Certamente era così, perché c’erano una riduzione e un taglio considerevole dei tempi; c’era la modifica, che purtroppo rimane tuttora, del procedimento legislativo in sede redigente, sulla quale continuiamo a non essere completamente d’accordo; si limitava, e questo era gravissimo, la possibilità di depositare emendamenti, che in quella versione era subordinata a una valutazione preliminare della Segreteria istituzionale e dell’Ufficio di Segreteria. Era praticamente un limite all’esercizio del ruolo delle opposizioni, che attraverso gli emendamenti possono presentare le proprie proposte e le proprie modifiche ai testi di legge. È chiaro che in quel momento ci è sembrato un gravissimo tentativo di limitare letteralmente la democrazia all’interno di quest’Aula e di limitare fortemente il pieno ruolo delle opposizioni. Per questo ci siamo battuti con forza e il risultato ottenuto oggi è più accettabile. Come ho detto, rimangono modifiche che non condividiamo, come la procedura in sede redigente e la tagliola. Anche questo è chiaramente uno strumento sul quale non possiamo che essere in disaccordo, perché, quando un dibattito dopo un certo numero di ore può essere interrotto per volontà di 30 consiglieri, è chiaro che questo costituisce un forte limite al ruolo di controllo esercitato dalle opposizioni all’interno di quest’Aula. Anche sullo strumento che abbiamo definito “tagliola” abbiamo provato, durante quel confronto che ho descritto come costruttivo – perché in effetti lo è stato e voglio essere intellettualmente onesta –, a ragionare con gli esponenti della maggioranza, cercando almeno di aumentare il numero delle ore e di trovare una modalità che garantisse un’alternanza degli interventi tra maggioranza e opposizione. Altrimenti, anche su questo punto, non possiamo che rimanere molto contrariati. C’è poi un altro nodo, che abbiamo già ribadito più volte nei nostri interventi: l’inserimento di quell’articolo relativo al recepimento dell’acquis comunitario. Per fortuna, dopo il confronto svolto venerdì tra gli esponenti delle forze politiche, quell’articolo è stato eliminato e si è deciso, con lucidità, di procedere nella maniera più razionale possibile, passando dalle Commissioni e non inserendo una disposizione sul recepimento dell’acquis comunitario all’interno della modifica del Regolamento consiliare. Tra l’altro, ci siamo svegliati all’improvviso, quando sono almeno due anni che non soltanto noi dell’opposizione, ma anche alcuni esponenti più illuminati della maggioranza continuano a dire: “Segretario, consiglieri, l’acquis comunitario deve essere recepito e quando arriverà sarà uno tsunami. Vogliamo individuarla e crearla una cornice normativa per il recepimento dell’acquis oppure no?”. Eppure siamo ancora allo stesso punto. Quello che emerge – e concludo – e che dico con una certa preoccupazione, è una gestione alquanto schizofrenica da parte di questo Governo. È il segno che questo Parlamento e il Paese, che dovrebbero essere governati con serietà e senso di responsabilità, si trovano invece davanti a un Governo che continua a non volere – perché in realtà potrebbe farlo – guardare più in là del proprio naso. 

Guerrino Zanotti (Libera): Prima di inoltrarmi nell’intervento e nel dibattito, ormai arrivato alla sua conclusione, faccio una premessa. Mi chiedo se anche gli altri consiglieri, compresi quelli di opposizione, provino quel senso di frustrazione che si può avvertire di fronte a un ordine del giorno sul quale molto spesso si chiudono i lavori consiliari senza essere riusciti ad affrontare neppure i due terzi degli argomenti previsti. Credo che la ragione per cui ci si è mossi verso una modifica del Regolamento consiliare sia proprio questa: il senso di frustrazione. Capisco che un consigliere di opposizione possa non valutarlo nello stesso modo, lo comprendo ed è legittimo, ma un Governo che deve amministrare il Paese molto spesso non riesce ad arrivare alla definizione e all’approvazione di decreti, alla ratifica di decreti e all’approvazione di leggi utili alla cittadinanza, al sistema economico e, comunque, alla vita della Repubblica. C’è questo senso di frustrazione e non soltanto quello. Lo abbiamo visto con un esempio plastico: la legge a sostegno delle famiglie, iscritta per due sessioni all’ordine del giorno per la seconda lettura, alla quale siamo finalmente arrivati nel mese di settembre. Un gruppo di neomamme o future mamme si è preso la briga di scrivere alla politica per dire: “Ma ragazzi, quando vi deciderete ad approvare quella legge che è utile al Paese?”. Credo che questa sia una motivazione più che valida per giustificare il fatto che ci si sia mossi in proprio per cercare di rendere più efficienti i lavori del Consiglio Grande e Generale. Devo però dire, e sono uno di quelli che lo sostiene, che ci sono state forti critiche rispetto al metodo. Che cosa ci insegna ancora una volta questa vicenda, qualora ce ne fosse bisogno? Che senza il confronto sicuramente non si arriva a nulla o, perlomeno, si rischia di compiere passi falsi e di inasprire il confronto, in questo caso proprio su un tema che riguarda tutti, ossia le regole attraverso le quali quest’Aula svolge i propri lavori. Credo che da questa vicenda nasca sicuramente l’obbligo, da parte di tutti, di prendere atto del fatto che le cose si riescono a portare fino in fondo se prima c’è stato il confronto, se prima c’è stata, non dico una condivisione, ma quantomeno uno scambio, anche uno scontro vivace, tra maggioranza e opposizione, tra Governo e opposizione. Credo che sia questa, al di là degli interventi che faremo sul Regolamento, la chiave per agevolare la vita e il lavoro di quest’Aula. Spero che questa ennesima prova e questo ennesimo esempio ci siano utili per il futuro. Molti si sono soffermati sul testo del progetto di legge presentato in prima lettura. Giustamente l’opposizione ha parlato di “legge bavaglio” ed è corretto ricordare le ragioni per cui ha assunto quella posizione. Credo però che, giunti a questo punto, si debba discutere di quelli che saranno concretamente gli interventi che, alla luce degli emendamenti presentati, costituiranno il testo della legge. Parliamo della tagliola. So che ci sono stati confronti tra maggioranza e opposizione e sembra che sia stata trovata una sorta di accordo sul monte ore di seduta che deve trascorrere prima che possa scattare la tagliola. Credo che 25 ore di seduta siano un numero congruo. Significa aver dato a tutti la possibilità di esprimere le proprie posizioni su leggi come il bilancio di previsione o la variazione di bilancio. Non sono d’accordo con chi sostiene che questa tagliola impedirebbe, nella sostanza, l’accoglimento di emendamenti proposti magari dall’opposizione e qualificanti per le leggi da approvare. Questo non è assolutamente vero. Anche nel recente passato ci si è incontrati a un certo punto della sessione consiliare di dicembre, quando c’erano ancora tanti emendamenti da valutare. In quel caso, attraverso un accordo, si è tenuto conto di quelli maggiormente significativi e credo che la stessa cosa possa valere anche una volta introdotta la tagliola. C’è poi la questione della sede redigente, che sinceramente ritengo rappresenti una limitazione della prerogativa del Consiglio Grande e Generale nel momento in cui un progetto di legge, superato il vaglio della Commissione, arriva in Consiglio per la seconda lettura. Tuttavia, anche in questo caso, ci sono correttivi e aggiustamenti che possono tenere conto di tutte le esigenze. Innanzitutto, la fase sperimentale di 18 mesi, alla fine della quale tutte le forze politiche, visto che saranno coinvolti i presidenti e i vicepresidenti delle Commissioni consiliari, avranno la possibilità di valutare il lavoro svolto dal Consiglio Grande e Generale nei 18 mesi di sperimentazione della sede redigente; poi la diretta televisiva delle sedute delle Commissioni consiliari, che potrà essere richiesta da soli tre membri della Commissione; infine la nomina di un membro supplente per garantire la presenza. Quest’ultimo è veramente un passaggio molto importante per garantire sempre, all’interno delle Commissioni, la rappresentanza di tutti i gruppi consiliari. Un altro passaggio, che oggi non c’è più, è quello relativo al recepimento dell’acquis comunitario, che era demandato a un progetto di legge e non a un decreto, come qualcuno ha detto. Anche questa mattina in Commissione, per chi ha avuto modo di ascoltarlo, il segretario Beccari ha manifestato ampia disponibilità a discutere di questo passaggio molto importante per la Repubblica di San Marino, perché regolerà gli atti e i passaggi che dovranno essere compiuti per il recepimento dell’acquis comunitario all’interno dell’Aula. Anche in questo caso credo che il confronto e la condivisione con tutti i gruppi consiliari siano assolutamente necessari. Vado alla conclusione. In molti interventi è stato chiesto ai consiglieri di maggioranza di spogliarsi del proprio ruolo per comprendere meglio le esigenze dei consiglieri di opposizione. È giusto e credo che sia assolutamente corretto. Sappiamo benissimo quanto siamo transitori in questa situazione e in questo ruolo. Io chiedo all’opposizione di spogliarsi del proprio ruolo e di pensare che, se un giorno avesse responsabilità di Governo e dovesse amministrare il Paese, potrebbe farlo con regole e strumenti forse più efficaci. 

Manuel Ciavatta (PDCS): Non sottrarrò molto altro tempo all’Aula, visto che ho già illustrato più volte, soprattutto all’inizio del dibattito, sia le proposte avanzate dalla maggioranza all’opposizione, sia il confronto che ne è seguito e il suo esito positivo. Su queste proposte si è trovata una discreta condivisione e si sono sicuramente attenuati i toni dello scontro. Anche l’opposizione, come penso sia emerso dal dibattito e per questo la ringrazio, ha riconosciuto i passi compiuti dalla maggioranza e ha contribuito ad abbassare i muri che avevano caratterizzato la prima lettura. Credo che questo rappresenti, pur nella legittima diversità delle posizioni, un esempio di buona sintesi politica e di buona politica da parte dell’intera Aula. Quando si riesce ad arrivare a sintesi di questo genere, il risultato è positivo per tutti. Mi limito quindi a illustrare gli elementi rimasti nella proposta iniziale dopo le ultime correzioni apportate agli emendamenti, alcune delle quali avanzate da consiglieri di opposizione. La bozza del testo sta circolando e gli emendamenti saranno firmati dalla maggioranza e depositati. Come è già emerso dagli interventi precedenti, della proposta iniziale rimangono sostanzialmente due o tre elementi caratteristici. Il primo è la sede redigente come modalità ordinaria per l’esame dell’articolato e l’approvazione dei progetti di legge. Questo sistema semplifica l’iter in seconda lettura e alleggerisce notevolmente il lavoro del Consiglio Grande e Generale, che oggi è chiamato a votare articolo per articolo progetti di legge già interamente esaminati e votati dalle Commissioni. Il secondo elemento è il meccanismo della tagliola, con la previsione di 25 ore di confronto sull’articolato successive al dibattito generale. Si tratta di un tempo certamente superiore a tre giorni, trascorso il quale la maggioranza potrà presentare una mozione per portare a votazione gli emendamenti, sia di maggioranza sia di opposizione, che ritiene non più utili al dibattito, per poi proseguire l’esame di quelli rimasti. Su una richiesta assolutamente legittima dell’opposizione è stato inoltre precisato il meccanismo di presentazione degli emendamenti. Gli emendamenti relativi all’articolato saranno ordinati dall’Ufficio di Segreteria, per quanto possibile anche per macrotematiche, e verranno esaminati seguendo un criterio di alternanza: a un emendamento del Governo, della maggioranza o di un gruppo di maggioranza ne seguirà uno dell’opposizione o di un gruppo di opposizione. In questo modo sarà garantita un’equa ripartizione degli emendamenti presentati. Siamo pienamente d’accordo sull’opportunità di questa modifica. Un altro elemento riguarda la pubblicità delle sedute delle Commissioni, che sarà garantita quando almeno tre consiglieri ne faranno richiesta. Infine, è prevista l’introduzione del membro supplente nelle Commissioni permanenti. Si tratta di un’ulteriore garanzia, soprattutto per i gruppi che dispongono di un solo componente in Commissione. Fino a oggi, tutto ciò che veniva esaminato in Commissione arrivava nuovamente in Consiglio per l’approvazione. Con le Commissioni in sede redigente, invece, ciò che sarà definito in Commissione non verrà più riesaminato integralmente in Consiglio. L’assenza dell’unico rappresentante di un gruppo potrebbe quindi diventare particolarmente rilevante. Il membro supplente consentirà ai gruppi più piccoli, in caso di assenza del proprio componente, anche qualora si tratti del presidente, di sostituirlo con un altro esponente del gruppo. Il supplente sarà nominato secondo le stesse modalità previste per gli altri componenti e avrà la medesima dignità all’interno della Commissione. Naturalmente, qualora sostituisca il presidente, non ne assumerà le funzioni, ma parteciperà come semplice membro della Commissione. Questa è l’ultima novità introdotta. Siamo ormai nella fase conclusiva del dibattito e gli emendamenti sono già stati depositati, quindi mi fermo qui e rinvio eventuali ulteriori osservazioni all’esame dell’articolato. Rimane valida l’idea di presentare, quando arriveremo all’articolo specifico sulle Commissioni, un ordine del giorno che preveda l’introduzione di questa innovazione in via sperimentale per un anno e mezzo, quindi per 18 mesi. Al termine della sperimentazione sarà predisposta una relazione per valutare gli effetti prodotti e le eventuali modifiche necessarie. Questa sarà, in sintesi, la formulazione dell’ordine del giorno. 

ESAME DELL’ARTICOLATO

Emendamento modificativo del titolo proposto dalla maggioranza

Manuel Ciavatta (PDCS): L’emendamento modifica il titolo del progetto di legge in: “Modifica alla Legge Qualificata 3 agosto 2018 n. 3 – Regolamento del Consiglio Grande e Generale e successive modifiche”. Questo semplicemente perché, siccome la questione era stata oggetto di discussione, pur non cambiando il rango della legge abbiamo ritenuto che potesse essere utile specificarlo e lo abbiamo inserito. 

Carlotta Andruccioli (D-ML): Rispetto a questo articolo sarò veramente molto breve. CVD, come volevasi dimostrare. È quindi positivo che sia stata apportata questa modifica. 

Matteo Zeppa (Rete): Mi collego all’intervento di Andruccioli. Veramente, già al primo articolo si manifesta la grande baggianata che avete fatto depositando il progetto di legge in prima lettura. Vi eravate scandalizzati quando l’opposizione vi diceva: “Bisognerà almeno scrivere che è una legge qualificata”. Non basta l’intenzione, perché si va a modificare una legge di rango diverso, una legge, tra virgolette, più importante dal punto di vista normativo, che è appunto una legge qualificata. Voi invece ci sbugiardavate e dicevate: “Ma no, all’interno del testo si capisce”. Questo emendamento fa capire esattamente che voi non avevate compreso e conferma quello che dicevo io e che sostenevano i colleghi di opposizione: questa legge è stata semplicemente il grande bluff della maggioranza per parlare d’altro. Lo si vedeva già dalla fretta che vi ha portato a non scrivere correttamente il titolo del progetto di legge. Una baggianata che continua a esserlo. 

Nicola Renzi (RF): Cerchiamo di dare questa indicazione soprattutto a chi ci ascolta oggi: che cosa ci troveremo davanti? Ci troveremo davanti a tanti emendamenti abrogativi del testo di legge depositato in prima lettura. Questo comporta addirittura la modifica del titolo, perché inizialmente venivano enumerati ed elencati gli articoli che dovevano essere modificati e che ora vengono completamente stravolti, nel senso che quelle modifiche vengono cassate. Come partito di opposizione non possiamo che essere lieti della decisione assunta. Tuttavia, forse una piccola riflessione va fatta e la farò una volta per tutte in occasione di questo primo articolo. Quel desiderio di marciare a tappe forzate e in solitaria che aveva animato una parte della maggioranza nell’aprile scorso non trovava un reale fondamento né nelle esigenze della maggioranza stessa, che giustamente è tornata a più miti consigli cassando sostanzialmente un buon 90% del progetto di legge, né, evidentemente, nelle esigenze del Paese. Noi siamo quindi ampiamente soddisfatti. Adesso ci preme solamente – ed Eccellenze vi ringraziamo per la vostra precisione – che l’analisi di questo testo non diventi troppo complicata. Portare a ratifica un testo che vede il 90% dei propri articoli modificato o addirittura cassato de plano potrebbe infatti creare qualche difficoltà. La nostra preoccupazione è ora quella di svolgere al meglio questa parte dei lavori e arrivare alla definizione del Regolamento consiliare, sul quale manifesteremo le ragioni di dissenso che certamente ancora permangono. Per il resto, siamo molto soddisfatti che la parte più ragionevole della maggioranza abbia preso il sopravvento e abbia condotto a più miti consigli coloro che avrebbero invece voluto imporre non una modifica al Regolamento consiliare, ma un vero e proprio atto di forza. Un atto che avrebbe sostanzialmente messo un’ipoteca enorme, dagli effetti non ancora pienamente valutabili, sui lavori di quest’Aula e sulle prerogative che l’opposizione deve comunque avere in un sistema democratico. 

Antonella Mularoni (RF): Leggo il nuovo titolo, sono felice che abbiate aggiunto che si tratta di una legge qualificata. Mi permetto soltanto di evidenziare che io lo avrei formulato così: “Modifiche alla Legge Qualificata 3 agosto 2018 n. 3 e successive modifiche – Regolamento del Consiglio Grande e Generale”, piuttosto che inserire “Regolamento del Consiglio Grande e Generale” nel mezzo. Detto questo, l’emendamento è stato depositato e andrà bene così, come va bene tutto. 

L’emendamento è messo in votazione e approvato

Il titolo è messo in votazione e approvato

Articolo 1

Emendamento soppressivo della maggioranza

Emendamento soppressivo dell’opposizione

Manuel Ciavatta (PDCS): Come ho già detto, abbiamo presentato un emendamento soppressivo perché questo era uno degli argomenti esclusi da quell’ordine del giorno, che lasciava in piedi soltanto due punti. Preciso fin da ora che tutte le soppressioni sono frutto di quell’accordo. 

Emanuele Santi (Rete): Innanzitutto, tengo a precisare che l’accordo è unilaterale, nel senso che la maggioranza ha avanzato una proposta e ha fatto tutto da sola. Questo dobbiamo dirlo. Ha presentato una proposta che noi, con riferimento a questo articolo, chiaramente non potevamo non accettare. Questo era probabilmente uno degli articoli peggiori, concepito nell’ambito dell’architettura complessiva del progetto di legge che si voleva portare avanti. Negare ai gruppi consiliari o ai singoli consiglieri la possibilità di presentare qualsiasi tipo di emendamento, subordinandola a una valutazione preventiva da parte dell’Ufficio di Segreteria, della Segreteria istituzionale e di un dirigente della Ragioneria generale dello Stato, significava semplicemente privare il consigliere della possibilità di svolgere il proprio lavoro. Questo è il senso. Era uno degli articoli che, nel combinato disposto con la riduzione dei tempi, la tagliola e la valutazione preventiva degli emendamenti, consentiva a qualcuno di dire: “Questo lo presenti, questo non lo presenti”, senza che si sapesse sulla base di quali criteri. Questo era uno degli aspetti più problematici e noi lo abbiamo criticato in tutte le sedi. Non so che cosa sia successo nella maggioranza. Probabilmente, dopo che è arrivata la notizia della possibile firma dell’accordo con l’Unione europea, la tensione si è stemperata e qualcuno all’interno della maggioranza ha compreso che questo Regolamento era semplicemente insostenibile. Si è quindi fatta retromarcia. Ma la retromarcia non è un accordo con nessuno: è un atto unilaterale del quale noi abbiamo preso atto. La maggioranza ha presentato una sorta di ordine del giorno e ha detto: “Praticamente cassiamo tutto il progetto di legge”. Probabilmente non lo ha cassato interamente per non far perdere la faccia a chi, all’interno della maggioranza, aveva spinto affinché venisse portato avanti a tutti i costi. La maggioranza ha deciso di mantenere due articoli: quello relativo alla sede redigente e quello relativo alla tagliola. Noi ribadiamo di non essere d’accordo su questi due articoli. Non c’è stato alcun accordo: non abbiamo firmato gli emendamenti, non li voteremo e non voteremo il progetto di legge. Questo deve essere ben chiaro. Probabilmente la maggioranza ha assunto questa decisione perché al proprio interno non c’erano le condizioni per portare avanti un progetto di legge di questa portata. Tuttavia, Eccellenze, deve rimanere agli atti che la maggioranza ha depositato un progetto di legge nel quale, all’articolo 1, si modificava il precedente articolo 9 del Regolamento, prevedendo che i consiglieri potessero presentare emendamenti fatta salva la valutazione di qualcun altro. In pratica, si limitava fortemente la possibilità dei consiglieri di presentare emendamenti. Questa non è democrazia. Come ho già detto, era l’inizio di un’impalcatura più ampia finalizzata, molto semplicemente, a mettere il bavaglio all’opposizione. Noi abbiamo condannato e osteggiato apertamente questa impostazione. Probabilmente alcuni esponenti della maggioranza non erano favorevoli e, fortunatamente, si è tornati indietro. Diciamo però le cose come stanno: non c’è stato alcun accordo con l’opposizione. C’è stato un intervento unilaterale della maggioranza, che ha deciso di cassare questo articolo. Gli articoli rimasti, sui quali arriveremo successivamente, non sono meno problematici. Non è che, siccome sono rimasti, allora possiamo dire che esiste un accordo e che all’opposizione vadano bene. No. Spiegheremo le ragioni per cui soprattutto la tagliola non va bene. Evidentemente questa impostazione non era condivisa dalla stessa maggioranza. Come opposizione avevamo presentato emendamenti abrogativi a tutti gli articoli e questo era il primo, perché una scelta di questo tipo era assolutamente intollerabile. 

Nicola Renzi (RF): Questo era, a nostro avviso, uno degli articoli più problematici. È anche uno dei motivi per i quali abbiamo sostenuto fin dall’inizio che una materia così delicata come il Regolamento consiliare dovesse essere ricondotta all’interno dei lavori della Commissione per le riforme istituzionali. L’obiettivo dovrebbe essere quello di rendere le leggi il più possibile leggibili, chiare e comprensibili. Perché sosteniamo che questo tema debba essere discusso nella Commissione per le riforme istituzionali? Perché stiamo discutendo, e spero che il confronto possa ripartire molto rapidamente, anche della possibilità di dotare i gruppi consiliari di addetti alla redazione delle proposte normative. È ovvio che, se riusciamo ad arrivare a proposte normative coerenti, che utilizzino lo stesso lessico, questo conferisce organicità anche all’impianto delle leggi adottate dal nostro Parlamento. Questo articolo veniva proposto in un momento in cui i gruppi consiliari sono privi della possibilità formale di interagire con gli uffici dell’amministrazione. Questo è un altro tema importantissimo. La possibilità per i gruppi consiliari di relazionarsi direttamente, secondo modalità garantite sia per i gruppi stessi sia per i dirigenti dell’amministrazione e dei singoli uffici, offrirebbe dati e opportunità di valutazione delle proposte di legge. Quando queste possibilità mancano, si contribuisce a creare un forte squilibrio, soprattutto per i gruppi di opposizione rispetto al Governo. L’iniziativa legislativa, che nel nostro Paese dovrebbe essere parlamentare, è invece completamente appannaggio del Governo, perché dispone degli uffici che la sostengono e può nominare consulenti quando ne ravvisa la necessità, forse talvolta anche esagerando, ma lasciamo perdere le questioni marginali. Il punto è che per le opposizioni l’iniziativa normativa è difficilmente esercitabile. Ci sono gruppi che riescono a lavorarci maggiormente e che, soprattutto in occasione delle leggi di bilancio, presentano molte proposte, alcune delle quali magari vengono accolte dopo tanti anni, ma sempre fra mille difficoltà. Introdurre un vaglio preventivo, per di più con tutte le problematiche che ho illustrato precedentemente, avrebbe potuto addirittura impedire alle forze politiche di portare avanti le proprie idee. Sarebbe bastato trovare un cavillo o una formulazione non perfetta in un emendamento perché qualcuno, peraltro all’interno di un Ufficio di Segreteria nel quale la maggioranza è prevalente, potesse dire: “No, voi questi emendamenti non li presentate”. Ci troviamo, invece, davanti ad altri paradossi. Lo stesso Collegio Garante ci ha detto, ad esempio, che nei decreti delegati, anche quando vengono inserite proposte completamente estranee al tema del decreto, queste possono non soltanto essere presentate, ma anche accolte e diventare legge, perché interviene il Parlamento. Immaginate quindi che cosa avrebbe comportato questo articolo: l’Ufficio di Segreteria, che è espressione della maggioranza – e non stiamo parlando di chi ne fa parte oggi, ma di un’ipotesi astratta e potenziale –, avrebbe potuto dire: “No, voi gli emendamenti non li presentate”. È positivo che la maggioranza sia tornata indietro su questo punto. Tengo però a dire che non siamo felici che questa legge arrivi all’approvazione: siamo soddisfatti che i danni siano stati limitati. Questo è il punto. Riconosciamo alla maggioranza di essere voluta tornare indietro su molti aspetti che aveva proposto. Quando arriveremo ai punti qualificanti, spiegheremo perché, a nostro avviso, permangono ancora delle problematiche. 

Maria Luisa Berti (AR): Intervengo soltanto per replicare a coloro che hanno parlato poco fa. Nulla quaestio sull’opportunità di questo emendamento, che condivido. Ritengo però opportuno e necessario tornare su alcune considerazioni per chiarire che nella formulazione originaria della modifica al Regolamento consiliare non vi era assolutamente alcuna intenzione di bloccare l’iniziativa parlamentare, compresa quella dell’opposizione. Lo dico perché basta guardare concretamente alla disposizione. La formulazione originaria dell’articolo prevedeva che l’Ufficio di Segreteria fosse integrato da altri funzionari della pubblica amministrazione, nello specifico dal dirigente dell’Ufficio Segreteria istituzionale e dal dirigente della Ragioneria generale dello Stato. Ritengo che siano figure assolutamente qualificate, non condizionabili dalla politica, che avrebbero potuto intervenire sulle proposte di emendamento esprimendo il proprio parere. Anche la considerazione svolta poco fa, secondo la quale in queste situazioni particolari l’Ufficio di Segreteria sarebbe stato completamente gestito dalla maggioranza, è un’informazione non corretta. Ai fini della valutazione dell’ammissibilità degli emendamenti, l’Ufficio di Segreteria sarebbe stato coadiuvato da altre due figure, che non sono figure politiche, ma alti funzionari dello Stato. Sono certa che questi alti funzionari non si farebbero assolutamente tirare per la giacchetta da alcuna parte politica, ma svolgerebbero il proprio ruolo e le proprie funzioni con il massimo rigore richiesto dall’incarico. Ci tenevo a fare questa precisazione. 

Matteo Zeppa (Rete): Non mi ha convinto Berti, così come non mi ha convinto Ciavatta. Vorrei capire quale sia stata, nelle vostre menti, la ragione per cui avete scritto questo articolo. Voi spostate ulteriormente il problema. Non soltanto l’Ufficio di Segreteria è appannaggio della maggioranza, con un rapporto di due a uno, ma spostate anche la responsabilità politica. Coinvolgete quindi l’Ufficio di Segreteria, coadiuvato dal dirigente dell’Ufficio Segreteria istituzionale e dal dirigente della Ragioneria generale dello Stato. Se questo non è un bavaglio, ditemi che cos’è. Su qualsiasi progetto di legge o decreto vengono presentati emendamenti. Questi sarebbero stati valutati dall’Ufficio di Segreteria, nel quale siedono due membri di maggioranza e uno di opposizione. Era chiaro come sarebbe finita: se gli emendamenti fossero stati presentati dalla maggioranza, sarebbero passati e sarebbero stati accettati; se fossero stati presentati dall’opposizione, probabilmente non sarebbero passati. Non solo: nel dubbio avete inserito all’interno di questa norma cervellotica anche il dirigente dell’Ufficio Segreteria istituzionale, una persona assolutamente al di sopra delle parti, come dice lei, e questo può anche essere vero. Ma perché tirarlo in ballo? E soprattutto perché coinvolgere anche il dirigente della Ragioneria generale dello Stato? Volevate semplicemente mettere una pezza legittimata da organismi che non hanno nulla a che fare con il Consiglio Grande e Generale, affinché vi dessero manforte rispetto a una decisione magari assunta dalla maggioranza con un voto di due a uno per dichiarare inammissibili gli emendamenti. Questo significa essere cervellotici ed essere in malafede. Il meccanismo avrebbe consentito un bel taglio degli emendamenti, scaricando su altre persone la responsabilità di una scelta vostra e impedendo che quegli emendamenti venissero discussi. Non comprendo questa scelta, se non come un modo per spostare il problema e non parlare d’altro. Chi ha partorito una norma del genere all’interno della maggioranza? Volete assumervi la responsabilità di averla proposta? Oggi presentate un emendamento abrogativo che va al di là degli accordi, perché non ci sono accordi: si tratta semplicemente di buon senso. Avete capito che cosa avevate scritto? Chi ha sottoscritto quel progetto di legge? I capigruppo di maggioranza o chi per loro? Quell’articolo lo avevate compreso oppure no? Ve ne siete accorti soltanto dopo? L’italiano non è un’opinione: era scritto chiaramente ciò che volevate fare. E allora non possiamo venire qui a parlare di regole democratiche quando siete voi stessi a interpretare la democrazia parlamentare in questo modo. Il gioco era molto chiaro. Non vi riconosco alcun merito per essere tornati indietro: non sareste neppure dovuti partire. 

Fabio Righi (D-ML): Credo che meritino un commento sia l’articolo originario sia l’emendamento interamente abrogativo di questo passaggio. Confermiamo anche da parte nostra che gli emendamenti presentati, pur cercando di limitare fortemente i danni, non portano l’opposizione e, in particolare, la mia forza politica ad approvare il progetto di legge così come modificato dagli emendamenti della maggioranza. Perché dico questo? Perché, pur comprendendo – come ho detto in altre occasioni – la necessità di mettere mano a più di un organismo del nostro ordinamento per tenere conto delle nuove esigenze, confermiamo che questo lavoro dovesse essere svolto in un contesto diverso e, soprattutto, con modalità completamente differenti. Questo primo articolo rappresenta, dal nostro punto di vista, un esempio molto chiaro di come il ragionamento sia stato parziale o, meglio, distorto rispetto alle finalità che dovrebbe avere un intervento di questo tipo. Non si è evidentemente tenuto conto del fatto che questa modifica, ammesso e non concesso che dovesse essere portata avanti, avrebbe potuto essere introdotta soltanto dopo aver modificato l’intero arco parlamentare e l’organizzazione sia dei gruppi sia del Consiglio stesso. Mi spiego meglio. Si pretende che gli emendamenti presentati abbiano determinate caratteristiche tecniche, quando questi, pur non essendo talvolta perfetti dal punto di vista tecnico, esprimono la legittima linea politica del singolo gruppo. Pretendere che siano perfetti sotto il profilo tecnico e della copertura finanziaria, senza fornire ai gruppi – soprattutto a quelli di opposizione, ma anche a quelli di maggioranza – il supporto degli uffici competenti che assistono il Governo nella presentazione degli emendamenti, rappresenta evidentemente una lacuna importante. Come diceva correttamente prima il collega Renzi, questo supporto è appannaggio esclusivo del Governo. Una simile situazione si traduce nella limitazione dell’esercizio di una funzione che è invece prerogativa dei gruppi parlamentari, dei gruppi consiliari e del Consiglio stesso. Devo dissentire anche dall’idea che l’inserimento di una componente tecnica all’interno di un organismo prettamente politico debba essere considerato una rassicurazione. Rappresenta, al contrario, un’ulteriore dimostrazione di quanto questo articolo fosse distorto fin dall’inizio. Permettetemi di aggiungere che, dal nostro punto di vista, questo non è neppure il contesto adatto, considerando il clima e le modalità con cui viene portata avanti la politica. Anche in questo caso mi spiego meglio. Crediamo che interventi di questo tipo debbano essere adottati in un momento di equilibrio politico, nel quale non ci si trovi davanti a situazioni come quelle registrate nel recente passato, quando abbiamo dovuto inseguire tutte le distorsioni verificatesi nell’esercizio dell’attività politica. Qualcuno ci dice che l’inserimento di funzionari degli uffici rappresenterebbe una garanzia, ma a dirlo sono una maggioranza e un Governo nell’ambito dei quali, di fatto, sui social è stato minacciato un operatore dicendogli: “Stai attento, perché lavori per noi”. Vi sembra allora che possa rappresentare una garanzia inserire qualcuno degli uffici, che magari potrebbe essere sottoposto alla stessa pressione nel momento in cui deve decidere sull’ammissibilità o meno di un emendamento? Benissimo, quindi, che abbiate compiuto un enorme passo indietro e presentato un emendamento soppressivo. Il nostro consiglio resta però lo stesso: l’intero progetto dovrebbe essere ritirato, per elaborare un intervento molto più ragionato, completo e organico nell’ambito della Commissione per le riforme istituzionali

Antonella Mularoni (RF): Rispetto a questo emendamento potremmo dire che tutto è bene quel che finisce bene, nel senso che questo articolo verrà soppresso. Anch’io, però, tengo a dire alcune parole rispetto al momento della sua presentazione. È chiaro che questa disposizione era stata introdotta perché non si volevano emendamenti che, pur magari di portata limitata, l’opposizione avrebbe potuto presentare. Se fossero stati avanzati interventi capaci di incidere sul bilancio e produrre conseguenze di natura economica, tutti quegli emendamenti avrebbero dovuto essere dichiarati inammissibili. Questo era stato prospettato, tanto è vero che il dirigente della Ragioneria generale dello Stato sarebbe stato invitato alle riunioni proprio per questa ragione. Tutti i Parlamenti dei Paesi democratici dispongono di una propria struttura e il legislatore deve avere la possibilità di legiferare in qualsiasi materia, anche decidendo di spostare risorse da alcuni capitoli ad altri. Non è possibile immaginare che soltanto il Governo o la maggioranza possano introdurre leggi di spesa, impartendo poi all’amministrazione disposizioni per spostare somme da capitoli utilizzati per un certo tipo di spesa verso altri. Questo articolo era stato chiaramente introdotto per tale ragione e avrebbe precluso all’opposizione la possibilità di presentare leggi che comportassero anche una minima variazione di spesa. Questo è ovviamente inaccettabile. Quante volte il Governo e la maggioranza, anche alla fine dell’anno, introducono attraverso le leggi disposizioni che comportano maggiori oneri? Lo vediamo in tutte le sessioni consiliari. Anche il progetto di legge sulla famiglia comporterà evidentemente molti più oneri. Soltanto il Governo e la maggioranza possono quindi approvare leggi che introducono maggiori spese? Deve essere la politica nel suo complesso a decidere dove destinare le risorse. A parte questo, avremmo messo in grande difficoltà i dirigenti di due uffici, perché nei Parlamenti dei Paesi democratici non è questo il compito demandato a tali figure. La Segreteria istituzionale svolge già egregiamente il proprio ruolo nella fase di elaborazione delle leggi, controllando i testi. Prima che la Reggenza firmi i decreti o le leggi, la Segreteria istituzionale verifica che sia tutto a posto. Esiste quindi già un controllo ed esistono uffici che svolgono verifiche di legittimità. La presenza del dirigente della Ragioneria generale dello Stato, invece, non trovava alcuna giustificazione rispetto all’esercizio della potestà legislativa di un Parlamento. È quindi positivo che la maggioranza sia tornata sui propri passi e ne sono molto contenta. Rimane però il dispiacere nel constatare che la genesi di questo progetto di legge sia partita da premesse che, sul piano del rispetto del ruolo dell’opposizione in un sistema democratico, ci lasciano veramente senza parole. 

Matteo Casali (RF): Da un lato mi fa piacere che la maggioranza, che ha presentato insieme alla minoranza – la quale ne aveva buone ragioni – tutti gli emendamenti abrogativi, sia costretta a spiegare perché debba rimangiarsi quanto aveva proposto. Abbiamo visto che il relatore di maggioranza ha detto: “Tutto ciò che è contenuto nell’ordine del giorno rientra in una valutazione generale”, cercando così di sottrarsi un po’ all’imbarazzo. Questo era veramente un articolo molto imbarazzante. Nella sostanza, al di fuori degli assetti istituzionali, si creava una nuova istituzione o, comunque, si attribuiva a un ufficio già presente nelle nostre istituzioni un potere tale da collocarlo al di sopra del Parlamento. Si introduceva infatti un vaglio sulla possibilità dei parlamentari eletti dalla cittadinanza di presentare o meno emendamenti, proprio in un momento storico nel quale si stava discutendo – e speriamo che la discussione riparta – della centralità del ruolo del parlamentare. Un organismo misto, tecnico e politico, avrebbe dovuto pronunciarsi sull’ammissibilità degli emendamenti. Sono curioso di capire come avrebbe funzionato questo organismo. È già stato detto che sarebbero stati tirati per la giacchetta due alti funzionari, il cui ruolo non è quello di vagliare l’operato del Parlamento. Penso che loro stessi avrebbero espresso non pochi dubbi rispetto al nuovo compito che si voleva appiccicare loro addosso. Sarebbe stato inoltre interessante conoscere il meccanismo di funzionamento di questo nuovo organismo così integrato, perché non era scritto. Avrebbe deciso a maggioranza? I tecnici avrebbero avuto soltanto un ruolo consultivo? Si sarebbe trattato di un vaglio esclusivamente tecnico, senza alcun intervento della componente politica? Era certamente un gran pasticcio. Questo pasticcio non può neppure essere giustificato con quel senso di frustrazione richiamato da qualcuno durante il dibattito generale, come se si potesse dire: “Eravamo così frustrati perché non riuscivamo a concludere gli ordini del giorno che ci è scappata questa brutta proposta di Regolamento”. Non è così, anche perché questa disposizione non aveva nulla a che fare con la necessità di terminare gli ordini del giorno. Dal momento che il Regolamento spostava – e purtroppo continua a spostare – la fase redigente delle leggi nelle Commissioni, questo meccanismo avrebbe riguardato di fatto esclusivamente la legge di bilancio. Non si trattava quindi di non riuscire a concludere gli ordini del giorno, ma di non voler ascoltare le opposizioni e le loro proposte. Se è vero che tutte le leggi devono avere una copertura finanziaria, è anche vero che, se fosse stata introdotta una verifica così puntuale al momento della presentazione degli emendamenti, forse soltanto la Segreteria di Stato alle Finanze e al Bilancio avrebbe potuto presentarli, perché è l’unica ad avere l’esatta contezza, in tempo reale, dell’andamento del bilancio, della capienza dei capitoli e di tutto il resto. Questo rappresenta un ulteriore elemento di perplessità. Non si agiva dicendo: “Forniamo ai parlamentari maggiori strumenti affinché possano presentare un emendamento nella maniera più consapevole possibile”. No, si introduceva un’altra piccola tagliola, impedendo loro di presentarlo. Il ragionamento avrebbe dovuto essere l’opposto: avremmo dovuto agevolare i parlamentari e fornire loro gli strumenti necessari per presentare gli emendamenti, non introdurre un vaglio successivo e illegittimo. 

Manuel Ciavatta (PDCS): Intervengo soltanto per una precisazione, perché, ascoltando gli interventi dell’opposizione, alcune considerazioni mi sembrano eccessive. Vorrei specificare che l’Ufficio di Segreteria avrebbe dovuto esaminare gli emendamenti sulla base di quanto previsto nella proposta che modificava l’articolo 30 dell’attuale Regolamento consiliare. Anche quella disposizione viene ora abrogata per la stessa ragione che ho spiegato prima: per una scelta politica con la quale abbiamo deciso di rinviare queste valutazioni alla Commissione per le riforme istituzionali. Ciò non significa che fossero considerazioni fuori luogo o elaborate da persone obnubilate, come qualcuno ha sostenuto. Il comma 5 della proposta prevedeva che l’Ufficio di Segreteria svolgesse questa disamina sulla base di criteri precisi, finalizzati a garantire maggiore rigore e correttezza agli emendamenti, non a impedirne la presentazione. In primo luogo, gli emendamenti avrebbero dovuto essere sottoposti al vaglio della Sezione Studi legislativi dell’Ufficio di Segreteria per verificarne la correttezza formale, elemento che riteniamo faccia parte del buon legiferare. Gli altri criteri erano: il riferimento esplicito al provvedimento; il corretto richiamo alla gerarchia delle fonti normative; l’assenza di un palese contrasto con i principi della Dichiarazione dei diritti; la reale portata modificativa; la non estraneità alla materia; la necessaria copertura finanziaria qualora comportassero nuove o maggiori spese; l’assenza di proposte emendative precluse da precedenti deliberazioni già assunte; il rispetto della dignità e della funzione parlamentare. Crediamo che questi criteri siano molto oggettivi e sarebbero serviti a presentare gli emendamenti in maniera migliore, non a impedirne la presentazione. Tenevo a precisarlo perché, diversamente, mi sembra che il dibattito scada ulteriormente. In realtà, la maggioranza ha riflettuto e ha deciso di rinviare questa proposta alla Commissione per le riforme istituzionali. Talvolta vengono presentati emendamenti che devono poi essere corretti perché non sono formulati bene, come è accaduto anche in alcune circostanze nelle quali, per poterli accogliere, si è dovuto intervenire sulla loro stesura. Riteniamo quindi che sia utile predisporli meglio.  

Emanuele Santi (Rete): Non vogliamo entrare in polemica. Credo che le posizioni siano chiare. Questo articolo non era assolutamente sostenibile e la maggioranza lo sa, proprio perché è stata essa stessa a cassarlo. Se vogliamo ricondurre tutti questi ragionamenti alla Commissione per le riforme istituzionali, è esattamente ciò che vi abbiamo sempre detto. Abbiamo sempre sostenuto che il Regolamento consiliare fosse materia della Commissione per le riforme istituzionali, così come il ruolo del parlamentare, la questione della decretazione e tutto il resto. Voi avete voluto compiere una forzatura perché in quel momento eravate in seria difficoltà. I dibattiti non venivano prolungati perché l’opposizione voleva allungare il brodo, ma perché c’erano temi particolarmente delicati e presentavate anche provvedimenti che erano degli obbrobri. L’opposizione ha quindi svolto il proprio mestiere. In questa legislatura non ha mai fatto ostruzionismo, ma ha semplicemente esercitato il proprio ruolo. Questo articolo faceva parte di un pacchetto che cercava di limitare la parola ai consiglieri di opposizione. Questa è la nuda e cruda verità e questa era l’impostazione che avete portato avanti con l’articolo. È positivo che siate tornati indietro. Ve lo abbiamo detto: rispetto alla prima stesura avete compiuto dieci passi avanti. Ritengo però che, se aveste voluto fare una cosa positiva, avreste dovuto ritirare completamente il progetto di legge e ricondurre l’intera materia, compresi gli aspetti che volete approvare oggi, alla Commissione per le riforme istituzionali. Quella Commissione, proprio a causa della forzatura rappresentata dal progetto di legge che avete depositato, è rimasta ferma per sei mesi. 

L’emendamento soppressivo è approvato

L’articolo 1 non viene esaminato

Articolo 2 

Emendamento soppressivo della maggioranza

Emendamento soppressivo dell’opposizione

Manuel Ciavatta (PDCS): Approfitto per presentare anche l’emendamento soppressivo, che di fatto ripristina completamente la situazione precedente. Continueremo quindi a seguire la prassi secondo la quale gli argomenti non esaminati durante una sessione consiliare saranno nuovamente iscritti con priorità nella sessione successiva. 

Emanuele Santi (Rete): Rispetto a questo articolo, il collega Ciavatta ha spiegato che l’intenzione della maggioranza era quella di sopprimere il comma 3 dell’articolo 20. Che cosa prevede questa disposizione del Regolamento consiliare? Prevede che i commi rimasti inevasi siano iscritti con priorità nella seduta successiva. Ciò significa che, se oggi non completiamo l’ordine del giorno, i commi non esaminati durante questa seduta dovranno essere ripresentati con precedenza nella sessione successiva. Potrebbe sembrare una questione di lana caprina, ma in realtà si tratta di un articolo importante. Se nell’ordine del giorno del Consiglio Grande e Generale sono state individuate delle priorità e queste non vengono esaminate, non può accadere che qualsiasi altro provvedimento le scavalchi nella sessione successiva. È importante mantenere questa previsione, altrimenti l’ordine del giorno finirebbe alla mercé delle priorità stabilite di volta in volta dal Governo e dalla maggioranza. Questo articolo era stato introdotto nella Legge Qualificata del 2018 proprio perché, se i consiglieri si sono preparati su determinati argomenti e questi non vengono esaminati nella sessione in corso, è giusto che vengano riproposti in quella successiva. Qual era invece l’intento della maggioranza? Cancellare questa priorità, per poi poter presentare un ordine del giorno eventualmente diverso rispetto agli argomenti precedentemente individuati, sulla base delle necessità del momento. Per noi era importante che questa disposizione rimanesse. Ricordo la discussione svolta nel 2018 proprio su questo articolo. Se alcuni commi o argomenti non vengono esaminati durante una sessione, è giusto che abbiano la precedenza in quella successiva, perché altrimenti potrebbe arrivare qualsiasi altra questione a scavalcarli. Tra tutti gli articoli proposti dalla maggioranza, questo era forse quello meno scandaloso, ma dava comunque la percezione della volontà del Governo e della maggioranza di indirizzare i lavori verso i temi ritenuti prioritari di volta in volta. È chiaro che, anche dal punto di vista dell’organizzazione dei lavori, questo diventa problematico per gli stessi consiglieri. A nostro avviso deve quindi rimanere la regola secondo la quale i commi e gli argomenti non esaminati nella sessione precedente vengono iscritti con priorità in quella successiva. Anche su questo punto è positivo che la maggioranza sia tornata indietro. 

Gaetano Troina (D-ML): Condivido il ragionamento del collega che mi ha preceduto, perché, dal nostro punto di vista, la previsione contenuta nel Regolamento consiliare vigente, secondo la quale gli argomenti rimasti inevasi mantengono lo stesso ordine nel quale erano stati iscritti nella sessione precedente, rappresentava e continua a rappresentare una garanzia sul fatto che quei temi, prima o poi, debbano essere affrontati. Eliminare la disciplina oggi esistente e lasciare libera la possibilità di organizzare a piacimento i commi iscritti all’ordine del giorno rischia di produrre il risultato che determinati temi non vengano mai portati all’attenzione del Consiglio Grande e Generale. Se ogni mese emerge una nuova urgenza che fa slittare sempre più indietro i commi iscritti nelle sessioni precedenti, è evidente che alcuni temi potrebbero non essere mai trattati, soprattutto se la maggioranza, con i numeri di cui dispone, sufficienti a raggiungere i due terzi, non ritiene prioritario affrontarli. Penso, ad esempio, ai diversi progetti di legge presentati dalle forze di opposizione e agli ordini del giorno, anch’essi proposti dall’opposizione. Ci sono vari argomenti che, astrattamente, se la maggioranza ritiene di non volerli affrontare in un determinato momento, potrebbero essere relegati a un futuro più o meno remoto sulla base delle esigenze contingenti. Eliminare questa garanzia, che oggi richiede comunque una maggioranza dei due terzi per spostare i commi, significherebbe aggravare ulteriormente la posizione delle forze di opposizione e limitare la loro facoltà di presentare le proprie istanze e vedere discusse le proprie proposte. È quindi positivo che, come quello precedente, anche questo articolo venga soppresso. Spero davvero che, anche nell’ambito della Commissione per le riforme istituzionali, si confermi l’impostazione secondo la quale questa modifica non deve essere riproposta. 

Matteo Zeppa (Rete): Apprezzo lo sforzo del collega Ciavatta, ma si sente il rumore delle dita che stridono sui vetri. Non si riesce a giustificare una disposizione del genere, anche per le ragioni illustrate dal collega Santi. È una questione importante, perché tutti noi abbiamo una storia all’interno di quest’Aula. Questo articolo era stato inserito nel 2018 proprio per i motivi ricordati dal collega. Allora, esattamente come oggi, c’era una tale quantità di argomenti iscritti all’ordine del giorno del Consiglio che, prima del 2018, si arrivava alla riunione successiva dell’Ufficio di Presidenza e si cambiava, stravolgendola completamente, anche la successione cronologica di ciò che era rimasto in sospeso. Nel 2018 tutti convenimmo che questo non potesse più accadere: se una priorità era stata stabilita dall’Ufficio di Presidenza ed era preesistente e antecedente alla sua riunione successiva, si doveva riconoscere la precedenza agli argomenti rimasti inevasi. Ora si voleva cancellare tutto con un colpo di spugna. Dissento dal collega Santi: questa non è una modifica minimale e neppure la meno grave. È una cifra dell’intero progetto di legge, perché poggia sulle basi antidemocratiche che una maggioranza di 44, anzi di 42 consiglieri, ha voluto porre mesi fa. Non si riesce a giustificarla. Le ricordo, caro collega Ciavatta, che durante questa stessa sessione consiliare il suo segretario di Stato aveva dimenticato di inserire, ad esempio, il comma sul rettore. I capigruppo di maggioranza e di opposizione sono stati convocati e abbiamo inserito ciò che il segretario aveva dimenticato, senza fare polemiche o strumentalizzazioni. Quando c’è buon senso, perché tutti commettiamo errori e tutti possiamo sbagliare, è anche possibile riconoscerlo. Il segretario Lonfernini lo ha riconosciuto e ha perfino ringraziato, anche se ormai sembra che si debba ringraziare qualcuno persino quando si comporta normalmente. C’era stata una dimenticanza da parte del segretario, ce l’ha fatta presente e abbiamo inserito il comma. Allora, dov’è il buon senso della politica, caro Ciavatta? Il buon senso della politica consiste forse nell’eliminare ciò che era stato condiviso nel 2018 anche dal suo partito? Per fare cosa? Per attribuire priorità assoluta alle priorità delle Segreterie di Stato, infischiandosene dei commi rimasti inevasi? Apprezzo l’impegno, Ciavatta, perché da qui in poi è almeno l’unico a metterci la faccia. Forse, però, chi ha contribuito alla stesura di questo osceno progetto di legge dovrebbe assumersi la responsabilità di dire: “Abbiamo fatto una baggianata, ci abbiamo provato e adesso dobbiamo rimediare”. Non si può dire che state rimediando, perché gli emendamenti abrogativi li state presentando voi stessi. Siete voi a smentire voi stessi. Sapete benissimo di non aver soltanto fatto il passo più lungo della gamba: siete proprio annegati nel fiume. Questa situazione è avvilente soprattutto per chi ha vissuto quella stagione e la riforma del Regolamento consiliare, che state dimenticando a distanza di pochi anni. Pochi anni dopo ve ne siete completamente dimenticati.  

Manuel Ciavatta (PDCS): Intervengo soltanto perché il consigliere Zeppa, se posso permettermi, esagera sempre un po’. Questa era la procedura vigente fino al 2018 e non penso che, fino ad allora, il Consiglio abbia lavorato violando chissà quale principio nel rapporto tra maggioranza e opposizione. L’ordine del giorno veniva predisposto dalla Reggenza, sentito l’Ufficio di Presidenza, e quindi non era deciso dalla maggioranza. Anzi, la modalità introdotta nel 2018 ha previsto che la maggioranza, disponendo dei due terzi, possa decidere come strutturare l’ordine del giorno. Forse la modalità precedente era persino più garantista. In ogni caso, visto che abbiamo deciso di tornare indietro anche su questo punto, abbiamo presentato l’emendamento soppressivo 

Emanuele Santi (Rete): Vorrei essere ancora più chiaro e fare un esempio preciso. Prima della modifica del Regolamento del 2018 accadeva spesso che gli argomenti più scomodi non venissero trattati e, nella seduta successiva, fossero spostati nuovamente in fondo all’ordine del giorno. Finivano sempre più indietro. Proprio per evitare questa situazione, il mio gruppo e quello di Manuel Ciavatta, la Democrazia Cristiana, sostennero nel 2018 questa modifica, affinché gli argomenti rimasti inevasi mantenessero la priorità. In quel periodo accadeva spesso che, quando si arrivava a parlare di banche, quegli argomenti venissero poi spostati in fondo all’ordine del giorno della sessione successiva, perché qualcuno non ne voleva discutere. Se lo ricorda, collega Ciavatta. Non era presente, così come non c’ero io, ma immagino che lo ricordi bene. Proprio per evitare questo, chi lavorò al Regolamento consiliare disse giustamente che gli argomenti già iscritti all’ordine del giorno e non esaminati dovevano essere trattati con priorità nella seduta successiva. Noi abbiamo interpretato questo ritorno al passato come il tentativo di spostare sempre all’ultimo posto alcuni argomenti scomodi emersi durante questa legislatura, come il riferimento al pedofilo oppure la vicenda dei bulgari. L’abbiamo letta in questo modo. Nel 2018 eravamo dalla stessa parte e credo che quella modifica sia stata fatta bene, proprio per impedire che una maggioranza potesse togliere dall’ordine del giorno, oppure rinviare, la discussione di determinati temi scomodi. Vogliamo quindi che la disposizione rimanga così com’è ed è positivo che abbiate deciso di sopprimere questo articolo. 

L’emendamento soppressivo è approvato

L’articolo 2 non viene esaminato

Articolo 3 

Manuel Ciavatta (PDCS): Questo è uno degli articoli che contiene uno dei due elementi cardine della proposta: l’introduzione, come procedimento ordinario per l’esame dei progetti di legge, della sede redigente nelle Commissioni. Questo aspetto sarà riproposto anche in altri articoli perché, cambiando la procedura, sarà necessario modificare e approvare anche altre disposizioni collegate. Per il resto, gli elementi rimangono sostanzialmente simili a quelli attuali. Proprio per questa ragione, il consigliere che interverrà dopo di me presenterà anche l’ordine del giorno che ci siamo impegnati a depositare, nel quale si prevede che questa modifica venga applicata in via sperimentale per 18 mesi. Al termine di questo periodo sarà predisposta una relazione per verificare se il procedimento abbia funzionato oppure no. 

Emendamento interamente soppressivo proposto dall’opposizione

Emanuele Santi (Rete): La ratio dell’emendamento abrogativo è sempre la stessa: non abbiamo condiviso e continuiamo a non condividere l’impostazione di questo articolo 3. Per spiegarlo nel modo più semplice possibile anche ai non addetti ai lavori, oggi i progetti di legge vengono presentati in prima lettura in Aula, con interventi di sei minuti. Successivamente il lavoro viene svolto in Commissione, dove vengono presentati gli emendamenti. Dalla Commissione esce un testo definitivo, che torna in Consiglio Grande e Generale e viene discusso e votato articolo per articolo. L’introduzione della sede redigente comporta un cambiamento molto semplice: tutto il lavoro continuerà a essere svolto in Commissione, ma in Aula non verrà più esaminato l’articolato. Dopo il dibattito generale, il Consiglio voterà con un solo clic l’intero testo così come uscito dalla Commissione. Noi riteniamo che questo meccanismo tuteli poco il ruolo del consigliere. Faccio un esempio: io faccio parte della Commissione III; arriva un testo in Commissione, qualunque esso sia, presento gli emendamenti per il mio gruppo e da lì esce il testo definitivo. In Aula, però, Zeppa, che non fa parte della Commissione III ma è un consigliere esattamente come me, potrà intervenire soltanto nel dibattito generale e non potrà più esprimersi sui singoli articoli. Non lo riteniamo giusto. Siamo tutti uguali all’interno di quest’Aula, indipendentemente dal ruolo esercitato per il nostro gruppo nelle singole Commissioni. Se in Aula arriva un progetto di legge in seconda lettura, non è accettabile che un consigliere che non fa parte della Commissione competente non possa esprimere il proprio giudizio o intervenire articolo per articolo. Per noi, impostata così, questa modifica è inaccettabile. Sulle tempistiche delle Commissioni e delle letture abbiamo già detto nella Commissione per le riforme istituzionali che siamo e saremo disponibili a svolgere tutti i ragionamenti necessari. Non abbiamo mai sostenuto che vada bene tutto così com’è. Si può intervenire per rivedere le modalità e trovare un accordo, ma con questa riforma tutto il lavoro sarà svolto dai commissari e i consiglieri che non appartengono alla Commissione competente potranno soltanto prenderne atto, disponendo di un intervento di otto minuti. Pensiamo a una legge sul fine vita, sull’aborto o a qualsiasi altro provvedimento importante rispetto al quale un consigliere potrebbe voler esprimere la propria posizione anche su un singolo articolo: questa possibilità gli sarà preclusa. Al di là dell’ordine del giorno che prevede una sperimentazione di 18 mesi, ritengo che si creerà un ostacolo rilevante all’esercizio del ruolo del consigliere. Se non faccio parte della Commissione II e arriva un progetto di legge assegnato a quella Commissione, posso partecipare al dibattito generale, ma non posso intervenire articolo per articolo. È chiaro che, secondo noi, questa modalità non può funzionare. Se invece si vuole avviare un confronto serio per rivedere tempi e modalità di lavoro delle Commissioni e del Consiglio, siamo disponibili. Lo abbiamo già detto in Commissione: se c’è questa necessità, rivediamo l’impostazione. Non possiamo però capovolgere completamente le modalità operative, escludendo di fatto dall’esame in seconda lettura i consiglieri che non fanno parte della Commissione competente. A nostro avviso, questa situazione limita l’attività del consigliere e una delle sue prerogative fondamentali. Quando parliamo del ruolo e della dignità del consigliere, dobbiamo riconoscere che qui gli stiamo togliendo delle prerogative. Colleghi di maggioranza, è inutile raccontarcela: se un consigliere non può intervenire durante la seconda lettura, non potrà mai esprimersi sul singolo articolo di un progetto di legge importante. Significa che gli abbiamo tolto, almeno in parte, il diritto di parola. 

Nicola Renzi (RF): Partiamo innanzitutto dall’aspetto positivo: è bene che le modifiche proposte, delle quali ci illustrerete l’ordine del giorno, abbiano una durata limitata. Come non ricordare il tentativo compiuto da questa maggioranza con la cosiddetta “legge sviluppo”? Non voglio essere irriverente: si è trattato di un tentativo. Durante il primo anno di questa legislatura, in occasione della prima o della seconda legge finanziaria, ci avete proposto di limitare la finanziaria ai soli schemi di bilancio e alle variazioni monetarie, inserendo invece tutti i provvedimenti di prospettiva, progettuali e più propriamente politici nella cosiddetta legge sviluppo. Criticammo quell’approccio, ma è legittimo provare. Lo criticammo proprio perché l’Aula veniva privata della possibilità di discutere integralmente gli emendamenti e le proposte contenute nella legge sviluppo, che veniva esaminata soltanto in Commissione. Avete compiuto quel tentativo e l’anno successivo non lo avete riproposto. Evidentemente ne avete dato una valutazione negativa o, quantomeno, non soddisfacente. Tengo a sottolineare anche un altro aspetto. In quella circostanza, visto che secondo alcuni la maggioranza sarebbe sempre quella che vuole bloccare i lavori, avremmo potuto semplicemente depositare i nostri emendamenti all’interno della legge di bilancio. Non lo abbiamo fatto, accogliendo invece il tentativo di trasferirli nella cosiddetta legge sviluppo. Questo è il precedente. Oggi ci dite che volete trasferire sostanzialmente e in via generale la formazione della proposta normativa nelle Commissioni. Il problema, a nostro avviso, è proprio questo. Non so se impiegheremo più o meno tempo: lo vedremo, perché non è detto che questa procedura sia più rapida. A noi, più del tempo impiegato, interessa la qualità del lavoro svolto. Le forze politiche, soprattutto quelle di opposizione, hanno esigenze di elaborazione differenti. Una maggioranza dovrebbe presentare una legge dopo averci già riflettuto a lungo ed essere quindi compatta nel sottoporla all’esame. Per le forze di opposizione il lavoro diventa molto più difficile se tutto l’approfondimento viene caricato su uno o, al massimo, due componenti della Commissione, togliendo agli altri membri dello stesso gruppo consiliare anche la possibilità di incidere con un semplice intervento sugli emendamenti. Dal momento che tutto viene definito in Commissione, agli altri consiglieri sarà sostanzialmente preclusa la possibilità di intervenire sugli emendamenti. Abbiamo quindi forti perplessità. Ripeto: questo è uno di quei casi nei quali non gridiamo al colpo di Stato, almeno la mia forza politica non lo considera tale, ma nutriamo forti dubbi rispetto a questa impostazione. Siamo quindi lieti che voi stessi proponiate di sperimentarla per un periodo limitato, per poi valutarne gli effetti. 

Oscar Mina (PDCS): Intervengo soltanto per commentare il fatto che l’articolo 3 rimarrà sostanzialmente così come proposto e per integrare il punto 5 dello stesso articolo, relativo alla procedura legislativa in sede redigente. A nome della maggioranza abbiamo predisposto un ordine del giorno del quale vorrei dare lettura: “Il Consiglio Grande e Generale, considerate le modifiche introdotte riguardanti la procedura legislativa in sede redigente quale modalità ordinaria, dà mandato all’Ufficio di Presidenza del Consiglio Grande e Generale, trascorsi 18 mesi dall’entrata in vigore della presente legge qualificata, sentiti i presidenti e i vicepresidenti delle Commissioni consiliari permanenti, di predisporre una relazione sulla base delle evidenze applicative emerse, da sottoporre al Consiglio Grande e Generale per la valutazione in merito a eventuali modifiche delle disposizioni introdotte”. In sostanza, l’ordine del giorno introduce un elemento che ritengo importante di verifica e responsabilità. Dopo 18 mesi di applicazione della procedura legislativa in sede redigente, credo sia corretto prevedere una valutazione concreta dell’esperienza maturata, ascoltando i presidenti e i vicepresidenti delle diverse Commissioni. L’obiettivo non è mettere in discussione lo strumento, ma verificare se la sede redigente, utilizzata come modalità ordinaria, abbia prodotto i risultati attesi in termini di efficienza, qualità dell’esame e partecipazione consiliare. Riteniamo quindi corretto predisporre una relazione basata sulle evidenze applicative, lasciando poi al Consiglio Grande e Generale la valutazione sulle eventuali modifiche. Credo che si tratti di un approccio pragmatico: prima si verifica come funziona la riforma e poi, sulla base dell’esperienza e dei risultati conseguiti, si interviene eventualmente per migliorarla. Riteniamo che l’impostazione sia corretta e depositiamo quindi questo ordine del giorno a nome della maggioranza. 

Matteo Rossi (PSD):  Questo articolo 3 è uno degli elementi innovativi del Regolamento che, più di altri, ha aperto riflessioni e ragionamenti non soltanto nell’opposizione, ma anche all’interno dei gruppi di maggioranza. In qualche modo stravolge il normale iter di approvazione di una legge ordinaria. Tutti noi proveniamo da una storia caratterizzata da un procedimento di un certo tipo e siamo talvolta legati anche con affetto a determinati momenti, alle maratone e a tutto ciò che avviene all’interno dell’Aula. Anche nei gruppi di maggioranza si è quindi aperta una forte riflessione, che credo abbia trovato il giusto punto di caduta nell’ordine del giorno appena letto dal collega Mina e che noi, come PSD, sosterremo. Riteniamo che, se da un lato l’introduzione della sede redigente rappresenta un’innovazione importante, che probabilmente aiuterà a produrre norme più qualificate e formulate meglio, dall’altro ci rendiamo conto che stravolgere così nettamente un iter legislativo storicamente consolidato presenti alcuni problemi. C’è quantomeno l’incognita del salto nel vuoto, sottolineata anche da alcuni colleghi dei gruppi di minoranza. È vero che un consigliere che non fa parte della Commissione competente non potrà intervenire sull’articolato, ma è anche vero che ci sarà comunque un dibattito in seconda lettura. Molto spesso oggi accade che, durante i dibattiti in seconda lettura con l’iter in sede referente, vengano ripetute le stesse cose. Non mi piace dirlo, perché siamo eletti per portare il contributo delle persone che rappresentiamo. Se ripeto le stesse cose già dette dal collega Rossini, che è qui accanto a me, oppure dal collega Iro Belluzzi, nessuno deve contestare ciò che dice un consigliere, perché è legittimato a esprimere quello che vuole nell’espletamento del proprio mandato. Si tratta semplicemente di evitare dibattiti fotocopia, che portano poco o nulla di migliorativo al confronto. È la soluzione migliore o quella perfetta? Con tutta evidenza non lo sappiamo, altrimenti non avremmo proposto un ordine del giorno. Ritengo però che l’ordine del giorno rappresenti una proposta qualificata anche alla luce del lavoro della tanto vituperata e dibattuta Commissione per le riforme istituzionali. Abbiamo questa Commissione, che giustamente dovrà espletare il proprio incarico, e saranno coinvolti anche i presidenti delle Commissioni, che avranno un ruolo molto importante. A mio avviso, sarà necessario approfondire anche il ruolo dei presidenti delle Commissioni. Abbiamo quindi un mandato preciso per sperimentare la sede redigente. Ci auguriamo che i prodotti e le leggi realizzati attraverso questa procedura siano di ottima fattura. Se sarà così, significherà che avevamo visto lungo e che abbiamo offerto all’Aula e al Paese una nuova formula per legiferare. Altrimenti, come spesso accade all’interno di questo Parlamento, dovremo introdurre dei correttivi in corso d’opera. Crediamo però che, in questo modo, si possa correre il rischio fino a un certo punto. 

Matteo Casali (RF): La proprietà commutativa, cioè il principio secondo il quale cambiando l’ordine degli elementi il risultato non cambia, funziona in matematica, e neppure per tutte le operazioni algebriche. Secondo voi, invece, per il Regolamento consiliare la proprietà commutativa funziona perfettamente. Quella che era la regola, cioè l’assegnazione ordinaria delle leggi alle Commissioni in sede referente, e quella che era l’eccezione, ossia la possibilità di ricorrere alla sede redigente, vengono semplicemente scambiate, mantenendo le medesime condizioni al contorno. Secondo voi, quindi, tutto dovrebbe restare uguale e funzionare perfettamente. Questo provvedimento è fuori tempo anche dal punto di vista storico. Mi limito all’aspetto meramente tecnico e ripropongo una domanda alla quale nessuno ha ancora risposto: quali sono i contrappesi, i valori aggiunti e gli strumenti migliori che intendete fornire alle Commissioni nel momento in cui le rendete stabilmente redigenti e non più referenti? Nessuno. Rimane tutto esattamente come prima. Le Commissioni sono dei piccoli Consigli composti da 15 persone invece che da 60, nei quali le dinamiche restano perfettamente identiche, con una maggioranza che blinda o non blinda determinati provvedimenti. Se vuole blindarli, li blinda; il confronto avviene quando viene concesso e non avviene quando non viene accordato. Mi spiegate quali vantaggi porterà in Commissione questa rivoluzione che trasforma l’eccezione nella regola? Ci saranno strumenti ulteriori e differenti, maggiori possibilità di approfondimento o un confronto più ampio con gli uffici istituzionali per analizzare determinati passaggi e redigere correttamente le leggi con il loro supporto? No, rimarrà tutto uguale. Si applica la proprietà commutativa e tutto dovrebbe continuare a funzionare. È evidente che questa situazione presenta di per sé un vulnus, perché non viene fornito alcun nuovo elemento o strumento affinché quella sede diventi più efficiente non soltanto in termini di tempo – che sembra essere l’unico aspetto che vi interessa –, ma anche sotto il profilo della qualità della produzione legislativa. Questo purtroppo non accadrà e tale elemento, da solo, sarebbe sufficiente a smontare completamente la proposta. Si è poi parlato della provvisorietà e di un approccio pragmatico. Questo non è un approccio pragmatico, ma empirico: è il metodo del trial and error, di chi procede a tentoni, prova e poi vede che cosa succede. Un provvedimento più strutturato, elaborato nell’ambito della Commissione per le riforme istituzionali, sarebbe stato certamente più auspicabile. 

Fabio Righi (D-ML): Svolgo alcune considerazioni molto rapide su questo articolo. Questa disposizione dimostra che non siamo davanti a una leggina che ritocca qua e là il Regolamento e aggiunge qualche piccolo elemento. Si tratta di una vera riforma delle modalità attraverso le quali vengono approvate le norme nella Repubblica di San Marino. Onestamente, ascoltando anche gli interventi dei membri di maggioranza che mi hanno preceduto, le basi sulle quali è stato sviluppato questo ragionamento di modifica e riforma del Regolamento non sono del tutto confortanti. Qualcuno nella maggioranza dice: “Sarà questa la soluzione migliore? Non lo sappiamo. Vedremo fra qualche tempo, sperando che vada tutto bene, se siamo stati lungimiranti oppure no”. Se questi sono i presupposti, qualora tutto andasse bene non si tratterebbe di lungimiranza, ma di fortuna. Non crediamo che su tali basi si debba approvare una riforma riguardante qualcosa di così importante come il Regolamento di un Parlamento, in questo caso del Consiglio Grande e Generale. L’introduzione delle modalità di approvazione delle norme in sede referente risale al 1995 e anch’io, come il collega che mi ha preceduto, credo che il ragionamento alla base di quella modifica avesse fondamenta un po’ più profonde rispetto a quelle rappresentate oggi in Aula: la speranza che vada tutto bene, un po’ come l’emoticon utilizzata dal Governo anche su altri fronti, con le dita incrociate e il pensiero “speriamo che Dio ce la mandi buona”. Non riteniamo che questi siano i presupposti corretti e non è questo il nostro modo di ragionare. Aggiungo ulteriori elementi che dovrebbero far comprendere fin da ora che questo provvedimento rischia di non funzionare, o quantomeno di non funzionare nel modo auspicato, se non vengono introdotte tutte le modifiche delle quali si discute da tempo. Penso, ad esempio, alla composizione delle Commissioni. L’impatto sarà immediato: i singoli commissari si troveranno sovraccaricati del lavoro e dell’approfondimento relativi a tutti i testi normativi, con la loro complessità, gli emendamenti e tutto il lavoro necessario. In tutti i Parlamenti del mondo, quantomeno di quello occidentale, gli stessi gruppi parlamentari si dividono il lavoro per materie e competenze, perché il problema non è soltanto il tempo, ma la qualità dell’attività svolta e la capacità di approfondire i singoli temi. Nella Repubblica di San Marino il ruolo del parlamentare non è professionalizzato e continuiamo a utilizzare i gettoni di presenza. È una scelta sulla quale discuteremo. In questo modo, però, l’intero lavoro dell’attività legislativa viene potenzialmente affidato a un’unica persona che rappresenta il proprio gruppo consiliare all’interno della Commissione, senza che gli altri componenti del gruppo siano messi nelle condizioni di offrirle un supporto o una copertura rispetto al lavoro da svolgere. Vi rendete conto che, per come è organizzata oggi la nostra democrazia, questo rappresenta un colpo al cuore della democrazia stessa? Ciò al di là del fatto che gli altri componenti dell’Aula non potranno esprimersi sui singoli articoli e sui singoli emendamenti. In linea teorica, questa modifica potrebbe anche essere condivisibile, a condizione però di intervenire sulla composizione delle Commissioni e sull’intero impianto. È quindi l’ulteriore conferma di un lavoro che evidentemente aveva finalità diverse rispetto al potenziamento dei nostri organismi costituzionali e, in questo caso, del potere legislativo. 

Matteo Zeppa (Rete): La centralità, come ha detto bene il collega Santi, non è più attribuita al consigliere, ma ai commissari che esaminano i progetti di legge. Gli altri consiglieri potrebbero anche non presentarsi in Consiglio Grande e Generale. Questo è un problema e vi porto due esempi. Il primo è storico: la modifica della Legge n. 118 del 2010, esaminata dalla Commissione Esteri nel 2016. Dovemmo sospendere la verifica della legge proprio perché si era creato un ginepraio di richiami che si affastellavano gli uni sugli altri e né il presidente né l’allora segretario di Stato agli Esteri riuscivano a cavare il ragno dal buco. Quando arrivammo alla seconda lettura in Consiglio Grande e Generale, grazie all’intervento di consiglieri che non facevano parte della Commissione Esteri riuscimmo a sistemare aspetti che ci erano sfuggiti. Questo è il contributo che deriva dall’esperienza consiliare e dalle professioni esercitate al di fuori del Consiglio. Faccio un altro esempio: immaginiamo una legge che modifica il Codice penale e una Commissione nella quale non siede neppure un avvocato. Vengono presentati e approvati degli emendamenti, ma successivamente ci si accorge che uno di questi presenta un problema. Con la vostra proposta, i consiglieri che non fanno parte di quella Commissione non potranno prendere la parola in Aula. Gli avvocati presenti in Consiglio ma non nella Commissione competente non potranno dire: “Guardate che avete fatto una cavolata, quella disposizione è anticostituzionale”. Faccio esempi molto semplici per farmi comprendere. Questo intervento non sarà consentito, a meno che, oltre all’ordine del giorno non arriviate in Aula dopo esservi accorti dell’errore commesso in Commissione e chiediate 39 voti per presentare emendamenti tecnici. Anche in quel caso bisognerebbe poi stabilire che cosa sia tecnico e che cosa non lo sia. Vi dico fin da ora che da parte mia non ci sarà alcuna disponibilità: se ci sarà da votare contro, voterò contro. Il problema è la struttura stessa della riforma, che produce una sdemocratizzazione del Consiglio Grande e Generale e del ruolo del consigliere. Se non vi rendete conto di quello che state facendo, di ciò che avete proposto e che continuate a cercare di ricondurre a più miti consigli, state sbagliando. Qui a grippare sarà il Parlamento. 

Giuseppe Maria Morganti (Libera): Oggettivamente, una legge non è composta da un solo contenuto, ma da una molteplicità di contenuti espressi attraverso i singoli articoli. Adesso stiamo proponendo un metodo che non consentirà più di discutere i singoli articoli in seconda lettura nel Consiglio Grande e Generale, riservando questa facoltà alle sole Commissioni. Lo dico chiaramente e in maggioranza lo sanno tutti: questa soluzione non mi convince. Posso però comprendere che sia assolutamente necessario trovare uno strumento per agevolare i lavori consiliari, anche se ogni tanto si incorre in qualche incidente, chiamiamolo pure doloroso. Attualmente disponiamo già di una procedura molto efficace, che impedisce di fatto l’accumularsi degli emendamenti sui progetti di legge. Se gli emendamenti vengono respinti in Commissione da una maggioranza assoluta, non possono più essere ripresentati in Consiglio Grande e Generale. Questo è già un elemento importante, che ha sfoltito parecchio i lavori consiliari. Tra l’altro, forse sono uno dei consiglieri con maggiore esperienza e posso dire che i lavori del Consiglio Grande e Generale non vengono rallentati dall’approvazione dei progetti di legge, ma semmai dai decreti o da altri tipi di discussione. Sono i decreti a bloccare i lavori del Consiglio. Le leggi, invece, rappresentano solitamente un momento di forte approfondimento di temi che stanno a cuore a una molteplicità di cittadini. L’ultimo esempio è la legge sulla famiglia, che ha dato vita a un bellissimo dibattito democratico e a un approfondimento completo dei singoli temi. Dopo l’approvazione di questa nuova procedura, tutto ciò non sarà più possibile. Qualcuno potrà pensarla diversamente e non voglio frappormi a questo diverso modo di vedere le cose. Esiste però un problema serio, legato al mandato ricevuto dai singoli consiglieri. È vero che in Commissione i due, tre o anche il solo rappresentante di una forza politica porteranno il pensiero del partito e del resto del gruppo consiliare, sperando che abbiano avuto il tempo e la possibilità di approfondire il tema all’interno dei rispettivi organismi. È però altrettanto vero che il mandato ricevuto dal consigliere comprende anche la facoltà di essere titubante, di avanzare critiche o di formulare controproposte rispetto ai singoli argomenti esaminati. Anche quando queste posizioni non vengono manifestate esplicitamente, chi lavora alla formulazione degli articoli di legge sa che esistono anche tali sensibilità e che devono trovare un contemperamento e degli aggiustamenti. Questa è la democrazia. La democrazia è fatta anche di silenzi. Fortunatamente c’è l’ordine del giorno e questa procedura verrà sperimentata per 18 mesi. Mi auguro che, al termine dei 18 mesi, si possa tornare alla situazione precedente. 

Manuel Ciavatta (PDCS): Vorrei soltanto ribadire che, in Commissione, la sede referente e la sede redigente funzionano esattamente nello stesso modo: non c’è alcun cambiamento. Gli emendamenti che vengono respinti senza la maggioranza assoluta – gli attuali nove consiglieri –, verranno riportati anche in seconda lettura, insieme agli emendamenti presentati da 39 consiglieri e agli emendamenti tecnici. In seconda lettura non verranno quindi portati in votazione soltanto gli articoli privi di emendamenti, che passeranno senza un’ulteriore discussione. Rimarrà comunque il dibattito generale, durante il quale i consiglieri potranno spiegare le proprie posizioni attraverso gli otto minuti a disposizione. Francamente non comprendo le posizioni contrarie su questo punto, perché la scelta mi sembra assolutamente lineare. La sede redigente era già prevista dall’ordinamento e diventerà semplicemente la modalità ordinaria. Detto questo, respingeremo l’emendamento soppressivo e approveremo l’articolo così come presentato, insieme all’ordine del giorno depositato dalla maggioranza. 

Emanuele Santi (Rete): Intervengo con poche parole. Rivolgo ai gruppi di maggioranza l’invito a sopprimere l’articolo 3, perché, a nostro avviso, la procedura dovrebbe rimanere quella vigente. È vero che si prevede una fase sperimentale e che poi si vedrà come funzionerà, ma credo che le parole del consigliere Morganti, che è tra i consiglieri più esperti presenti in quest’Aula, debbano essere ascoltate. Il punto è proprio quello sollevato dal collega Morganti: riservare ai soli commissari la discussione articolo per articolo anche delle leggi più importanti, impedendola in Aula, significa togliere un diritto ai consiglieri. È molto semplice. Ho già fatto alcuni esempi e l’ultimo è rappresentato dalla legge sulla famiglia. Immaginate se quella legge fosse stata esaminata soltanto dai commissari della Commissione IV e fosse poi arrivata in Consiglio senza modifiche, errori o refusi da correggere. I singoli articoli non sarebbero stati discussi in Aula, perché è esattamente ciò che accadrà. Se ci sarà un articolo da correggere, quello potrà essere sistemato, ma tutti gli altri non verranno discussi. Non possiamo sperare che in Commissione vengano commessi errori formali soltanto per avere la possibilità di discutere un articolo in Aula. Collega Ciavatta, dobbiamo riportare la questione alla sua sostanza e fare in modo che i singoli articoli continuino a essere discussi in Aula, così come accade oggi. Diversamente, togliamo un diritto ai consiglieri che non fanno parte della Commissione competente. Questa è la nostra posizione e invitiamo quindi la maggioranza a sostenere il nostro emendamento abrogativo. 

L’emendamento soppressivo è messo in votazione e respinto

L’articolo 3 è messo in votazione e accolto

Dichiarazioni di voto sull’ordine del giorno

Matteo Zeppa (Rete): È un testo pleonastico, anzi va persino oltre il concetto di pleonastico. Vi arrogate il diritto non soltanto di modificare il rapporto tra sede redigente e sede referente, ma anche di stabilire che, trascorsi 18 mesi – che, se non sbaglio, sono più o meno quelli che mancano alla fine della legislatura; non voglio portarvi sfortuna, ma questi 18 mesi fanno pensare –, si valuterà ciò che è accaduto. In 18 mesi può succedere di tutto. Si può lavorare nelle Commissioni, fare delle baggianate e accorgersene soltanto in Consiglio. Io litigherò con Santi e Santi litigherà con me perché non mi avrà ascoltato rispetto al lavoro della sua Commissione. Io non potrò intervenire e presenterò a mia volta un ordine del giorno per sostenere ciò che ha detto Santi. Santi presenterà un altro ordine del giorno per contraddire ciò che ho detto io e poi interverrà anche Giovanni Zonzini, presentandone uno che contraddirà quanto fatto da me e da Santi nelle rispettive Commissioni. Ragazzi, siete talmente cervellotici e pacchiani che diventa imbarazzante persino commentare un ordine del giorno del genere. Vi arrogate il diritto di decidere le regole all’interno del Consiglio Grande e Generale e delle Commissioni. Ma vi rendete conto di quante forzature state compiendo? Continuate a inseguire il peggio che avete già creato con questo progetto di legge. Ribadisco ciò che ho detto durante il mio intervento: la centralità non è più del consigliere, ma dei commissari. Inoltre, ci sono esponenti del Gruppo Misto che non faranno parte delle Commissioni. Forse a qualcuno fa piacere che non ci siano, ma anche loro sono passati attraverso le forche caudine delle elezioni, esattamente come tutti noi, e hanno gli stessi diritti degli altri consiglieri e commissari. Questo ordine del giorno “Se la va” – sul quale chiederò anche il copyright – è una baggianata. È una baggianata che voterete soltanto voi, perché non siete neppure convinti di questa scelta. Vi auguro che la scadenza non coincida con la fine della legislatura, perché altrimenti i 18 mesi diventeranno 32 o 46 e ne parlerà la prossima maggioranza. Oggettivamente mi sento preso per i fondelli da un ordine del giorno inserito all’interno di un progetto di legge che non sarebbe neppure dovuto esistere e con il quale modificate lo status e la dignità del consigliere. Siete stati nelle Commissioni e conoscete i loro rischi e vantaggi. In Commissione si può sviluppare un dialogo molto più approfondito. Lo ha dimostrato la seduta congiunta di questa mattina, nella quale abbiamo affrontato il tema della violenza di genere in termini assolutamente tranquilli e corretti, senza particolari spaccature. Forse ci saranno divergenze sugli strumenti da predisporre, ma il dibattito è stato molto pacato. Voi non soltanto eliminate tutto questo, ma fate anche di peggio, impedendo che in seconda lettura possano intervenire i colleghi che non fanno parte della Commissione competente. Ribadisco l’esempio fatto prima: se ci trovassimo davanti all’articolato di un progetto di legge riguardante la giustizia e nella Commissione che lo ha esaminato non vi fossero avvocati o professionisti in grado di offrire il proprio contributo, questi non potrebbero intervenire successivamente in Consiglio. Dovreste allora intervenire voi, come maggioranza, per chiedere di presentare i famosi emendamenti tecnici, che richiedono 39 firme. Vi ho già detto che né io né il collega Santi – mi permetto di citarlo – offriremo mai più la nostra disponibilità, assolutamente mai più. Se il sistema deve funzionare in questo modo, allora fatelo funzionare assumendovene interamente la responsabilità. Mi sembra evidente, Eccellenze, che voteremo contro questo ordine del giorno. 

Fabio Righi (D-ML): Prima di esprimere la nostra dichiarazione di voto, vorrei rivolgere una domanda alla maggioranza. Presentando un ordine del giorno di questo tipo in questo momento, vorrei capire se il controllo previsto debba considerarsi riferito all’intera legge o soltanto alla disposizione sulla sede redigente, perché questo non è chiaro. Mi viene indicato che riguarda esclusivamente la sede redigente e quindi soltanto questo articolo. Va bene. Continuiamo però ad avere la conferma che non sono questi i presupposti con i quali dovrebbe essere presentata una normativa come quella sottoposta dalla maggioranza al Consiglio. Un Governo e una maggioranza, quando portano una norma all’attenzione del Parlamento, dovrebbero considerarla, almeno dal proprio punto di vista, la migliore soluzione possibile. Dopo tutti gli approfondimenti e i ragionamenti necessari, si dovrebbe proporre la risposta ritenuta migliore a una determinata questione o a un problema. Nessuno pretende che una norma debba durare per secoli, perché le esigenze possono cambiare nel tempo, ma non è accettabile che, già al momento della sua presentazione, esista il dubbio conclamato – manifestato tanto al microfono quanto attraverso l’ordine del giorno – che possa non funzionare nulla. Questa è la prova certificata che si tratta di un tentativo alla cieca. Credo che questo sia il punto politico più importante da sottolineare: si sta governando alla cieca, anche nella presentazione di queste normative. Ripeto: “Speriamo che vada tutto bene”. Vorrei richiamare l’attenzione dei colleghi di maggioranza, che vedo impegnati in altro, affinché compiano una riflessione molto più profonda su questo passaggio e su ciò che stanno approvando, compreso il ricorso ordinario alla sede redigente. È già annunciato e scritto che potrà crearsi una situazione di stallo e che verrà limitato il legittimo diritto dei consiglieri di esprimersi sui singoli emendamenti e di svolgere un lavoro più completo sulle normative. Immaginate le Commissioni nelle quali un gruppo è rappresentato da uno o due consiglieri, costretti a sobbarcarsi lo studio, l’approfondimento e la presentazione di tutti gli emendamenti relativi a tutte le normative. Ci saranno Commissioni scariche, che generalmente non approvano molte norme, come la Commissione Esteri, e altre completamente sovraccariche, come la Commissione Finanze. In queste ultime, il singolo componente dovrà sobbarcarsi lo studio, l’approfondimento, la presentazione e la contestazione di tutte le leggi e di tutti gli emendamenti su ogni argomento. Per come è strutturato il nostro ordinamento, non c’è bisogno di aspettare 18 mesi per comprendere che cosa accadrà dopo l’approvazione di questo articolo. Se la finalità è limitare il più possibile le forze con un numero minore di consiglieri oppure ridurre fortemente gli interventi dell’opposizione e di chi rompe le scatole rispetto alla rotta stabilita dalla maggioranza, allora questa è una riforma perfetta. Questo, però, deve essere evidente a tutti i cittadini: è questa la ragione per cui vengono presentati questi emendamenti. La pezza, cioè l’ordine del giorno, è quasi peggiore della falla. Sappiamo tutti che questa normativa è stata presentata, come è stato giustamente ricordato, per distogliere l’attenzione da un altro disastro, solo in parte formalmente rientrato con la firma dell’accordo di associazione. Non sono rientrate tutte le dinamiche che hanno condotto allo stallo di quell’accordo e dovremo discuterne approfonditamente. Oggi, nel tentativo di recuperare questa brutta situazione, si cerca di far passare qualsiasi cosa, arrivando a introdurre una riforma fondamentale senza aver tenuto in considerazione nulla. Siete voi stessi a certificarlo con questo ordine del giorno e con le affermazioni svolte poco fa durante il dibattito. Presentate un provvedimento e sperate che funzioni. Mi dispiace, ma questo modo di fare politica non sarà mai il nostro 

Nicola Renzi (RF): Quando si immagina una riforma del Regolamento consiliare, che rappresenta una macchina molto complicata e complessa e ha già conosciuto diverse modifiche stratificate, credo sia normale prevedere una verifica. Praticamente in ogni legislatura c’è la mania di riformare il Regolamento consiliare e, purtroppo, ritengo che nessuna di queste riforme sia stata fino in fondo esaustiva. Questo ordine del giorno non ci dice nulla di più o di diverso rispetto a ciò che state facendo, soprattutto in relazione alla sede redigente. Non riesco a capire bene se riguardi anche il resto della legge, ma mi sembra di sì, perché, leggendo il testo, pare che anche sugli altri cambiamenti introdotti sia previsto un momento di riflessione e di valutazione sulle eventuali ulteriori modifiche. Non sarà quindi una disciplina definitiva e tra le possibilità potrebbe esserci anche quella di tornare allo status quo ante. Non comprendo fino in fondo l’utilità dell’ordine del giorno, visto che questa valutazione potrebbe essere svolta esattamente anche senza approvarlo. Evidentemente, però, rappresenta una testimonianza e noi lo consideriamo in questo senso. Più che essere predittivo, testimonia che la stessa maggioranza, pur davanti a un testo modificato e ridimensionato in maniera evidente e cospicua rispetto alla formulazione iniziale, continua ad avere dubbi. Serve forse a testimoniare che voi stessi, mentre state approvando questa legge, non siete convinti che sia effettivamente la scelta migliore. Non abbiamo particolari obiezioni rispetto a questo ordine del giorno: votatelo tranquillamente. Quello che vi chiediamo, però – ed è forse la parte più seria e interessante del mio intervento –, è che, qualora emergessero ben prima dei 18 mesi malfunzionamenti o aspetti rispetto ai quali voi stessi, consiglieri di maggioranza, vi rendeste conto dell’inopportunità di ciò che abbiamo approvato, si avviasse una riflessione senza attendere la scadenza prevista. Bisogna ricercare ciò che dovrebbe rappresentare l’interesse di tutti: la maggiore funzionalità possibile, che però non può mai essere disgiunta dalla massima qualità possibile nella produzione delle leggi da parte di questo Parlamento. 

L’ordine del giorno è infine approvato.

Articolo 4 

Emendamento soppressivo della maggioranza

Emendamento soppressivo dell’opposizione

Matteo Rossi (PSD): Abbiamo presentato un emendamento abrogativo di natura tecnica perché, verificando questo articolo, ci siamo accorti della presenza di alcuni refusi e di riferimenti normativi evidentemente errati. Abbiamo quindi ritenuto opportuno presentare un emendamento soppressivo. Questa è la ragione della nostra proposta.  

Emanuele Santi (Rete): Intervengo con poche parole. L’emendamento abrogativo della maggioranza va nella stessa direzione del nostro. Con questo articolo, la maggioranza avrebbe voluto estendere le disposizioni previste dalle modifiche presentate anche alle leggi di iniziativa popolare, applicando quindi le stesse modalità anche a questi progetti. È positivo che venga soppresso. Andiamo avanti e passiamo all’articolo 5 

Matteo Zeppa (Rete): Continuo a dire che siete cervellotici. Con questa disposizione intervenivate anche sulle procedure riguardanti le leggi di iniziativa popolare. Stavate quindi mettendo mano anche a progetti di legge che non vengono presentati dal Governo, dalla maggioranza o dall’opposizione, ma che, fortunatamente, proprio per espressa previsione normativa, nascono dall’iniziativa della cittadinanza. Intendevate modificare anche queste procedure. A maggior ragione vi chiedo: quella sera venivate forse da una cena durante la quale avevate alzato un po’ il gomito, quando avete formulato queste proposte? Vi rendete conto di quello che stavate modificando? Matteo, siamo amici e ci conosciamo, ma non è che siamo noi a dover essere d’accordo con voi. Il punto è il vostro passo indietro su queste disposizioni. Qualcuno le ha scritte e le ha presentate in prima lettura. Poi vi siete accorti delle enormi castronerie che stavate facendo e avete deciso di presentare un emendamento abrogativo. Guarda caso, anche l’opposizione aveva presentato un emendamento abrogativo. Siamo quindi d’accordo? No, non siamo d’accordo. Almeno io non sono d’accordo. Il problema è proprio questo: la frettolosità di chi vuole legiferare senza conoscere bene la materia emerge attraverso lo stesso emendamento abrogativo che state presentando. Noi lo avremmo depositato comunque, voi inizialmente no. Non volevate modificare soltanto quanto previsto dall’articolo precedente, quindi il rapporto tra sede referente e sede redigente all’interno del Consiglio Grande e Generale, ma anche le procedure relative alle leggi di iniziativa popolare. Avrei voluto essere una mosca per assistere alla cena durante la quale avete partorito questa grandissima genialità. Se ne organizzate un’altra, invitatemi: giuro che la prossima volta resterò zitto. Starò lì con voi, vi farò compagnia e vi farò anche ridere. 

Matteo Rossi (PSD): Intervengo semplicemente per ridimensionare un po’ la portata delle considerazioni appena svolte. Nel testo era presente un errore materiale e, proprio per questo, si è deciso di sopprimere definitivamente l’articolo. Questa è la natura del nostro intervento e ci tenevo a precisarlo. 

Articolo 5

Emendamento modificativo della maggioranza

Emendamento soppressivo dell’opposizione

Matteo Rossi (PSD): Emendamento modificativo della maggioranza all’articolo 5: L’articolo 29 della Legge Qualificata n. 3/2018 e successive modifiche è così sostituito: “Articolo 29 – Decisioni sulla procedura legislativa. 1. In sede di esame in prima lettura, la Reggenza, salvo per i progetti di legge di cui all’articolo 27, comma 6, dà comunicazione al Consiglio della determinazione della Commissione consiliare permanente competente per materia a esaminare in sede redigente il progetto di legge. In ogni caso, il Consiglio Grande e Generale, con propria deliberazione a maggioranza semplice, può assegnare il progetto di legge a una Commissione consiliare permanente diversa da quella indicata dalla Reggenza. 2. Dopo la comunicazione di cui al comma 1, ogni progetto di legge viene illustrato al Consiglio Grande e Generale dal proponente, con il limite di tempo di 15 minuti. Il proponente dà lettura della relazione, integrandola se lo ritiene opportuno. 3. I consiglieri e i segretari di Stato hanno facoltà di richiedere chiarimenti e formulare considerazioni. Per intervenire è richiesta l’iscrizione presso l’Ufficio di Segreteria. La Reggenza concede la facoltà di intervenire agli iscritti, i quali possono rinunciarvi oppure la perdono qualora siano assenti dall’Aula nel momento in cui viene concessa loro la parola. È consentito lo scambio di turno tra i consiglieri, previa comunicazione alla Reggenza. A ogni consigliere e segretario di Stato è attribuito un tempo di intervento di sei minuti. Il proponente ha facoltà di rispondere con il limite di tempo di otto minuti. Per argomenti di particolare importanza, la Reggenza, in accordo con l’Ufficio di Presidenza, può aumentare i tempi fino a raddoppiarli. 4. Ciascun consigliere, salvo per i progetti di legge di cui all’articolo 27, comma 6, ha facoltà di proporre una mozione affinché il progetto di legge venga assegnato alla Commissione consiliare permanente in sede referente. Il Consiglio approva la mozione a maggioranza dei due terzi. 5. All’atto della seconda lettura, ciascun consigliere ha facoltà di presentare e far porre in votazione una mozione d’ordine per il non passaggio all’esame del progetto di legge. Se vi sono più mozioni d’ordine aventi lo stesso oggetto, vengono accorpate e sottoposte a un’unica votazione. L’approvazione della mozione interrompe l’esame del progetto di legge. La mozione d’ordine respinta non può essere ripresentata. In caso di parità di voti, il Consiglio Grande e Generale non delibera e rinvia il comma e la votazione della mozione alla successiva sessione consiliare. 6. I progetti di legge possono essere ritirati dai proponenti in ogni fase del procedimento legislativo”.  Con l’emendamento della maggioranza abbiamo sostanzialmente ripristinato le tempistiche attualmente previste per l’esame dei progetti di legge durante le sessioni del Consiglio Grande e Generale. Si è ritenuto che, intervenendo già in altri ambiti, la famigerata “tagliola”, così come è stata definita durante il dibattito generale, rappresenti uno strumento sufficiente per rendere più efficienti i tempi dei lavori consiliari, in particolare rispetto ai progetti di legge di bilancio, che possono essere presentati in sede di bilancio consuntivo o di assestamento. Dai banchi della maggioranza è quindi emersa la volontà di consentire ai consiglieri di svolgere il dibattito generale secondo le stesse modalità attualmente vigenti. Si tratta spesso di materie molto complesse e difficilmente riassumibili in un intervento di otto minuti. È emersa quindi la sensibilità di mantenere almeno questi tempi, intervenendo sull’efficienza attraverso un altro strumento. Questa è la natura dell’emendamento che abbiamo ritenuto opportuno presentare. In seguito, anche sulla base della valutazione della sede redigente, ci si potrà accorgere che i tempi possono essere ridimensionati perché i consiglieri dispongono di altre occasioni per intervenire oppure, al contrario, che devono essere aumentati. In questo momento riteniamo che il netto risparmio di tempo assicurato dalla cosiddetta tagliola rappresenti uno strumento sufficiente per rispondere alle esigenze di una migliore attività legislativa. 

Emanuele Santi (Rete): Il nostro è un emendamento soppressivo non dell’articolo 29 attualmente vigente, ma della modifica presentata dalla maggioranza in prima lettura. Vogliamo quindi che l’articolo rimanga esattamente com’è oggi. Attualmente, durante la prima lettura di un progetto di legge, ogni consigliere dispone di sei minuti per intervenire. La proposta presentata inizialmente dalla maggioranza prevedeva invece tre minuti per ogni componente del gruppo. Rete, che conta tre consiglieri, avrebbe avuto non nove, ma dieci minuti complessivi: persino un bonus di un minuto. Immaginate che meraviglia. Parliamo tanto del ruolo del consigliere, ma con soli tre minuti su un progetto di legge non si fa in tempo neanche ad accendere il microfono. È positivo che la maggioranza sia tornata indietro, eliminando la proposta dei tre minuti e ripristinando gli attuali sei minuti. Voglio però far presente alla maggioranza che, presi singolarmente, questi interventi possono sembrare piccolezze, ma bisogna considerarne la somma. In prima lettura ogni consigliere avrebbe avuto soltanto tre minuti. In seconda lettura, se non avesse fatto parte della Commissione competente, avrebbe potuto intervenire soltanto nel dibattito generale per otto minuti, senza esprimersi sui singoli articoli, mentre tutto il lavoro sarebbe stato svolto in Commissione. A questo si aggiungeva il vaglio preventivo degli emendamenti da parte della Segreteria istituzionale, per cui non vi sarebbe stata neppure la certezza che gli emendamenti venissero ammessi alla discussione. Infine, era prevista la tagliola dopo un solo giorno di esame dell’articolato: se non si fosse arrivati a una conclusione, la maggioranza avrebbe potuto decidere con un clic di votare tutti gli emendamenti dell’opposizione in un solo battito di ciglia. Questo combinato disposto dimostra che il progetto di legge era stato studiato scientificamente per togliere la parola all’opposizione, altro che ridurre i tempi. Se aveste una minima conoscenza del Regolamento consiliare e delle modalità di lavoro di quest’Aula, sapreste che non era necessario intervenire sulla prima lettura. In quella fase, per una regola non scritta, interviene generalmente un consigliere per ogni gruppo, per un massimo di circa 15 interventi. Nella mia esperienza, salvo i casi più complessi, le prime letture durano al massimo due ore. Poi il dibattito prosegue in Commissione e successivamente in Aula durante la seconda lettura. Intervenire in questo modo sulla prima lettura significa non conoscere lo svolgimento dei lavori. Perdonatemi, colleghi di maggioranza, ma anche chi siede in quest’Aula soltanto da due anni ha visto prime letture concludersi in poche ore. Questa sommatoria di interventi aveva quindi un unico effetto: togliere la parola all’opposizione, probabilmente perché erano arrivati o sarebbero arrivati argomenti scomodi. Il problema non è dell’opposizione se in quest’Aula sono stati affrontati temi scomodi. Sono stati gli atti portati avanti dalla maggioranza e dal Governo a dare all’opposizione l’occasione di svolgere il proprio ruolo. È quindi positivo che siate tornati indietro. Noi continuiamo a chiedere che l’articolo 29 rimanga esattamente com’è oggi, ma il ripristino dei sei minuti rappresenta almeno una parziale rettifica. 

Antonella Mularoni (RF): Anch’io desidero svolgere alcune considerazioni. Condivido integralmente quanto affermato dal consigliere Santi, intervenuto prima di me. Ho sentito diversi esponenti della maggioranza recriminare sul fatto che, a loro giudizio, i consiglieri di opposizione parlino troppo durante la prima lettura. È vero che, diverse legislature fa, la prima lettura si svolgeva praticamente senza interventi dei consiglieri, ma il Regolamento prevede espressamente ciò che stiamo facendo nelle ultime legislature. L’attuale formulazione dell’articolo 29, comma 3, stabilisce infatti che “i consiglieri e i segretari di Stato hanno facoltà di richiedere chiarimenti e formulare considerazioni”. La possibilità di formulare considerazioni già durante la prima lettura è importante e può indirizzare meglio l’esame del progetto di legge in Commissione. Non dimentichiamo che un tempo tutto il lavoro veniva svolto dal Consiglio Grande e Generale. Dagli anni Novanta sono state introdotte le Commissioni e, con questo intervento legislativo, le Commissioni avranno ancora più potere sul piano legislativo rispetto all’intero Consiglio Grande e Generale. L’ulteriore limitazione che volevate introdurre durante la prima lettura era quindi veramente ingiustificabile e lesiva della dignità del consigliere. Non possiamo pensare – e non voglio credere che negli altri partiti, anche se molto più grandi del nostro, funzioni così – che basti far intervenire uno o due consiglieri perché la loro posizione vada bene per tutti. Il ruolo del consigliere, così come quello del parlamentare in tutti i Paesi democratici, si fonda su un mandato personale. Nel nostro ordinamento abbiamo inoltre un collegio unico e gli elettori scelgono singolarmente i propri rappresentanti. Sopprimere di fatto, o limitare fortemente, la possibilità di intervenire durante la prima lettura sarebbe stato ancora più grave considerando che, in seconda lettura, questi consiglieri non potranno più intervenire durante l’esame dell’articolato e che, in Commissione, chi non ne fa parte può tutt’al più partecipare per presentare gli emendamenti. Punto e basta. Sarebbe stata una disposizione realmente lesiva del nostro ruolo. Come ricordava il collega Santi, durante la prima lettura intervengono in molti soltanto quando viene presentato un progetto di legge veramente significativo. In moltissimi casi, le prime letture si concludono in tempi molto limitati. Non è quindi vero che vi sia un abuso delle facoltà attribuite ai membri del Consiglio Grande e Generale dalla normativa e dalle disposizioni costituzionali del Paese, quindi dalla Dichiarazione dei diritti. Queste sono le cose che la maggioranza, più ancora del Governo, ha cercato di far credere, ma non è così. Prendiamo atto con soddisfazione che siete tornati indietro e che, per quanto riguarda la prima lettura, la disciplina rimarrà quella vigente. Anche in questo caso, però, resta il rammarico nel constatare che la maggioranza consideri il tempo impiegato dai consiglieri per prepararsi sui progetti di legge e intervenire offrendo un contributo utile al loro successivo esame come tempo perso: meno si rimane in quest’Aula, meglio è. Concludo ribadendo una cosa che dico spesso. Non vi rendete conto che per noi consiglieri di opposizione è ancora più difficile essere presenti in Aula rispetto a voi consiglieri di maggioranza. Molti consiglieri di maggioranza dispongono di distacchi politici e svolgono quindi attività politica a tempo pieno; hanno inoltre segretari di Stato appartenenti ai propri partiti e vari supporti. Per noi, invece, questo è tutto tempo sottratto ad altre attività. Chiediamo almeno un po’ di rispetto per la funzione che svolgiamo in quest’Aula e per il ruolo che ci è stato attribuito dai cittadini. Spero davvero che in futuro si possa lavorare con maggiore fair play e con una considerazione reciproca dell’importanza del lavoro svolto in Aula, tenendo naturalmente conto della necessità di non abusare delle facoltà riconosciute e di operare affinché il processo legislativo produca le migliori leggi possibili.  

Matteo Zeppa (Rete): La parte che faceva veramente arrabbiare, o quantomeno rammaricare, era quella che prevedeva un monte tempo pari a tre minuti moltiplicati per il numero dei componenti del gruppo, con un minimo di dieci minuti complessivi, lasciando al gruppo consiliare il compito di distribuirlo tra i propri consiglieri. Lo stesso monte tempo sarebbe stato assegnato complessivamente ai segretari di Stato. Chi ha scritto e proposto questa disposizione non ha imparato nulla dalle modifiche introdotte con il Regolamento del 2018. Prima esisteva già un monte tempo assegnato ai gruppi consiliari. Ricordo, ad esempio, che Rete disponeva di 66 minuti. Paradossalmente – ed è accaduto – tutti quei 66 minuti potevano essere utilizzati da una sola persona, mentre gli altri consiglieri rimanevano in silenzio. Quella disciplina, invece di ridurre i tempi, finiva per aumentarli. Nel 2018 venne quindi modificata, eliminando il monte tempo attribuito ai gruppi consiliari. Non contenti delle grandi castronerie contenute nel testo presentato in prima lettura, avete reintrodotto anche questo meccanismo. Si sarebbe quindi tornati al monte ore. Ci siamo già passati tutti e sapete che aumenta i tempi. Oltre a questo, si ledeva un altro diritto fondamentale: il diritto di parola dei singoli consiglieri. Abbiamo assistito, durante il dibattito sulle Istanze d’Arengo dell’Associazione 121, a posizioni divergenti anche all’interno degli stessi gruppi consiliari. È normale che sia così, soprattutto sui temi etici. Non credo che le prime letture abbiano mai prodotto una particolare bagarre. Certamente c’è stato uno scontro politico, ad esempio sulla prima lettura della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, ma è normale. Che cosa vogliamo fare, contingentare i tempi su un tema etico e culturale così rilevante per San Marino? Mi sembrava una disposizione inutile allora e la ritengo inutile oggi. C’è stata battaglia politica anche sulla riforma tributaria del vostro congressista Marco Gatti. Come si poteva non intervenire e non condurre una battaglia politica su quel provvedimento, che poi avete completamente stravolto e riscritto seguendo le indicazioni dei sindacati, dopo due scioperi? Abbiamo però vissuto anche esempi positivi ed eticamente significativi durante questa legislatura. Ricordate la prima lettura del progetto di legge di iniziativa popolare sull’oblio oncologico, presentato dall’associazione? Dal momento che eravamo tutti concordi sulla bontà del progetto, il collega Giovanni Zonzini propose direttamente, senza neppure presentare una mozione, di procedere immediatamente alla seconda lettura. C’era una convergenza generale e così venne fatto. State quindi inventando problemi e cercando soluzioni che, molte volte, risultano peggiori degli stessi problemi che avete creato. 

Maria Katia Savoretti (RF): Anch’io vorrei esprimere alcune considerazioni, soprattutto dopo aver ascoltato chi ha presentato gli emendamenti. Devo dire che voi della maggioranza siete veramente fantastici: ora presentate gli emendamenti sostenendo di esservi accorti della presenza di errori. Credo, invece, che gli errori siano cominciati nel momento in cui avete deciso di intervenire a gamba tesa sul Regolamento consiliare. Noi dell’opposizione lo abbiamo detto più volte: si poteva e si doveva procedere diversamente. C’era tutto il tempo necessario per ragionare insieme su ciò che poteva essere migliorato nel Regolamento consiliare. Non era certo questa la maniera corretta di intervenire. Il vostro obiettivo è evidente: tappare la bocca all’opposizione. Eppure abbiamo visto in numerose leggi portate in Consiglio che l’opposizione ha fornito suggerimenti e che, dopo la nostra insistenza, alcuni di questi sono stati anche accolti. Cercare ancora una volta di mettere a tacere l’opposizione non rappresenta assolutamente la strada giusta. Tutti vogliamo lavorare al meglio e non fare le cose in maniera frettolosa. A nostro avviso, il Regolamento consiliare funzionava già o, quantomeno, non esisteva tutta questa urgenza di modificarlo, sulla quale invece continuate a insistere. Nel corso degli anni sono già state apportate diverse modifiche. Adesso volete intervenire in maniera frettolosa e l’obiettivo è chiaro ed evidente. Avete compiuto un passo indietro perché avete capito di aver commesso numerosi errori. Non credo però che questo sia il modo corretto di operare per il bene del Paese. Siamo tutti qui per lavorare e produrre le migliori leggi possibili, ma, a nostro avviso, non è questo il metodo giusto. 

L’emendamento soppressivo delle opposizioni è messo in votazione e respinto

L’emendamento modificativo della maggioranza è messo in votazione e approvato

L’articolo 5 è approvato

Articolo 6 

Emendamento modificativo della maggioranza

Emendamento soppressivo dell’opposizione

Matteo Rossi (PSD): Per quanto riguarda l’emendamento della maggioranza, l’articolo 6 è sostanzialmente il risultato di una profonda riflessione svolta all’interno della maggioranza. Ci siamo resi conto che la proposta iniziale era oggettivamente molto spinta. Credo che quel senso, non dico di frustrazione, ma di volontà di ottimizzare meglio i lavori ci abbia portato anche a formulare una provocazione. Venivamo, se non sbaglio, da una sessione del Consiglio Grande e Generale nella quale avevamo continuato a discutere anche dopo la bocciatura di un articolo e fino al terzo articolo successivo, con tutto ciò che ne consegue per la maggioranza, che durante le seconde letture ha come obiettivo quello di portare a compimento la legge. C’era quindi un senso di frustrazione nel non poter offrire il proprio contributo e nel vedere, dall’altra parte, quello che poteva apparire come un abuso degli strumenti disponibili. Condivido che l’ostruzionismo sia un’altra cosa: ne abbiamo visto nelle precedenti legislature e non parlo quindi di ostruzionismo, ma probabilmente di distorsioni di strumenti che l’opposizione utilizza legittimamente per perseguire i propri obiettivi. Tra la prima e la seconda lettura questa proposta ha prodotto più di una riflessione all’interno della maggioranza. Il primo dato di fatto è racchiuso nella battuta che ci siamo fatti tutti e che anche il collega Venturini aveva espresso durante la prima lettura: oggi siamo in maggioranza, ma probabilmente non lo saremo per sempre. Ci piace quindi pensare che le regole debbano essere eque, indipendentemente dal fatto che ci si trovi dalla parte di chi approva le leggi oppure dalla parte di chi cerca di limitare l’azione della maggioranza e di proporre soluzioni alternative. Abbiamo pertanto deciso di eliminare tutta la parte relativa al vaglio preventivo, che ci sembrava francamente limitativa dell’esercizio del Parlamento stesso. Abbiamo tutti affermato di voler restituire centralità al Consiglio Grande e Generale e al ruolo del consigliere, ma poi ci ritrovavamo a subordinare la presentazione di un emendamento a una serie di verifiche. Probabilmente anche questa previsione risentiva della natura provocatoria del testo presentato in prima lettura. Abbiamo quindi deciso di eliminarla e di reintrodurre le tempistiche attualmente vigenti. Ogni consigliere potrà esprimersi nel dibattito esattamente come accade oggi, fatta salva la questione della sede redigente, della quale abbiamo discusso negli articoli precedenti e che, durante questa fase sperimentale, prevede una diversa applicazione per le leggi ordinarie in seconda lettura. Questa è, per quanto mi sia stato possibile sintetizzarla, la spiegazione dell’articolo che ho appena letto. 

Fabio Righi (D-ML): Come opposizioni abbiamo presentato, in linea con quanto sostenuto fino a questo momento, un emendamento interamente soppressivo. Non necessita di una particolare illustrazione, perché le ragioni sono le stesse già spiegate negli interventi precedenti: non condividiamo la normativa, non condividiamo la sua impostazione e, pertanto, non condividiamo neppure questo articolo. Al tempo stesso, rispetto all’emendamento presentato dalla maggioranza, sul comma 7 è stato individuato un testo condiviso, sempre secondo la medesima logica. Questo non deve essere interpretato come un’accettazione del contenuto complessivo, ma soltanto come una modifica migliorativa. Il comma 7, così modificato, prevede: “Successivamente vengono esaminati gli emendamenti interamente aggiuntivi di articoli. Gli stessi sono esaminati rispettando l’ordine individuato dall’Ufficio di Segreteria, sentita la Segreteria istituzionale, alternando le proposte del Governo, della maggioranza o dei singoli gruppi consiliari di maggioranza a quelle dell’opposizione o dei singoli gruppi consiliari di opposizione, secondo un’equa ripartizione tra gli stessi e seguendo l’ordine di priorità fornito dai medesimi all’Ufficio di Segreteria. L’ordine di cui al presente comma può essere modificato con l’accordo unanime di tutti i gruppi consiliari di maggioranza e di opposizione”. Lo scopo della modifica è prevedere che, nel momento in cui vengono esaminati gli emendamenti aggiuntivi, dopo quelli riferiti agli articoli contenuti nel progetto originario, si proceda in maniera alternata: un emendamento del Governo o della maggioranza e uno dei gruppi di opposizione, secondo le rispettive priorità. Questo dovrebbe garantire un dibattito equo, perché, essendo stato introdotto un termine al quale il confronto deve necessariamente concludersi – la cosiddetta tagliola –, in assenza di una norma di salvaguardia la maggioranza potrebbe esaminare tutti i propri emendamenti ed escludere dal dibattito quelli dell’opposizione. In questo modo cerchiamo di riequilibrare una distorsione potenziale, anzi quasi certa. Deve però essere chiaro e risultare a verbale che non vi è alcuna coincidenza rispetto al contenuto dell’articolo, che contestiamo interamente perché non ne condividiamo l’impostazione. Non avremmo mai previsto una tagliola, perché riteniamo che, prima di introdurre provvedimenti di questo tipo, che consideriamo di antipolitica, debbano prevalere la politica, il dialogo e il confronto. Manteniamo quindi in votazione l’emendamento interamente soppressivo e speriamo che questa sia la direzione scelta dall’intera Aula. 

Nicola Renzi (RF): Non torno sull’argomento generale, del quale abbiamo già dibattuto molto. Noto soltanto che nell’articolo 6, che modifica l’articolo 30, al comma 4 compare una formula alla quale siete particolarmente affezionati, ma che, a mio avviso, in questa modalità non dovrebbe trovare spazio nel Regolamento. Scrivete: “Gli emendamenti comportanti, rispetto alla legge di bilancio, nuove o maggiori spese o una diminuzione delle entrate devono indicare puntualmente i mezzi per la necessaria copertura finanziaria”. Questa previsione è fortemente penalizzante per l’opposizione. Innanzitutto, non contiene alcun riferimento al pareggio o al mantenimento dei saldi invariati. Ci dite che bisogna trovare la copertura, ma in quale modo e salvaguardando quale saldo? Quando il Governo predispone lo schema di bilancio e iscrive, ad esempio, 500.000 euro per le trasferte, non precisa che quelle risorse provengono dall’IGR o da una specifica entrata, ma le ricava dall’ammontare complessivo delle risorse dello Stato. Lo stesso avviene quando vengono stanziati cinque o dieci milioni di euro per i lavori pubblici: non si indica che provengono da introiti specifici. Questa formulazione, quindi, complica semplicemente le cose. È chiaro che una forza politica, quando presenta una proposta di legge, debba spiegare che cosa vuole fare e quanto intende stanziare, magari indicando un limite massimo o individuando uno specifico capitolo di spesa. Queste sarebbero formulazioni accettabili. Diverso sarebbe prevedere che tutto avvenga a saldi invariati: se l’ammontare complessivo delle spese è già stabilito, per finanziare una nuova misura bisognerebbe togliere, ad esempio, 300.000 euro dalle trasferte. A quel punto, però, potremmo diventare tutti provocatori e proporre di lasciare dieci euro nei capitoli delle consulenze o delle trasferte e utilizzare tutte le altre risorse per finanziare le nostre proposte. Ma questa non è buona politica. Scritta così, la disposizione è una semplice enunciazione di principio e mi chiedo come potrà trovare concreta applicazione. La vedo molto difficile. Dico fin da ora che non dovrà diventare uno strumento per dichiarare preventivamente inammissibili gli emendamenti dell’opposizione. L’opposizione non dispone del cordone della borsa: presenta le proprie proposte e le risorse devono essere reperite attraverso la fiscalità generale e il conto economico complessivo. Non possiamo essere noi a individuare esattamente la provenienza degli introiti necessari a finanziare quelle spese. 

Emanuele Santi (Rete): Manteniamo l’impostazione dell’emendamento abrogativo per una ragione molto semplice. Buona parte della riscrittura dell’articolo 30 disciplinava quanto previsto dall’articolo 1, cioè la pronuncia sull’ammissibilità degli emendamenti, indicando tutte le caratteristiche delle quali avrebbe dovuto tenere conto chi era chiamato a decidere se ammetterli oppure no. Venendo meno l’articolo 1, anche l’articolo 6 è stato completamente modificato. La seconda parte della disposizione, e in particolare il comma 7, cerca invece di disciplinare e porre un argine alle distorsioni dell’articolo successivo, quello sulla tagliola. Inizialmente la tagliola sarebbe scattata durante il secondo giorno di esame; adesso la maggioranza propone di fissare un termine calcolato in ore, del quale discuteremo successivamente. Con il comma 7 abbiamo cercato di prevedere che le proposte del Governo, della maggioranza e dei singoli gruppi consiliari, sia di maggioranza sia di opposizione, ricevano un’equa ripartizione, seguendo l’ordine delle priorità comunicato all’Ufficio di Segreteria. Che cosa significa? Con il meccanismo originario, trascorse le ore destinate alla discussione dell’articolato, gli emendamenti aggiuntivi dell’opposizione avrebbero potuto trovarsi tutti in fondo. Si sarebbero discussi soltanto quelli della maggioranza e, una volta esaurito il tempo, la maggioranza avrebbe potuto dichiarare concluso il dibattito e respingere con un clic tutti gli emendamenti dell’opposizione. Se la tagliola deve esserci – e ribadisco che siamo fortemente contrari, anche perché oggi siete voi in maggioranza, ma domani le parti potrebbero invertirsi e allora vedremo che cosa direte –, almeno bisogna garantire un’equa ripartizione degli emendamenti. Durante le ore dedicate all’esame dell’articolato dovranno essere discussi sia quelli della maggioranza sia quelli dell’opposizione. È un palliativo, diciamocelo chiaramente, ma almeno va nella direzione di assicurare uno spazio adeguato a tutti i gruppi durante il dibattito. La tagliola sarà utilizzata principalmente per la legge di bilancio. Ripeto che siamo contrari e molto contrariati da questa scelta. Tuttavia, se questa può rappresentare una linea di demarcazione per garantire uno spazio equo alle diverse proposte, almeno sarà possibile discutere anche gli emendamenti dell’opposizione. Ribadisco comunque la nostra contrarietà alla nuova formulazione: si tratta soltanto di un palliativo. Il Regolamento, rispetto a questa modalità, funzionava bene così com’era e non aveva bisogno di cambiamenti. Spiegheremo ulteriormente le nostre ragioni durante l’esame dell’articolo successivo.  

Antonella Mularoni (RF): Come hanno già detto i colleghi di opposizione che mi hanno preceduto, non riteniamo che l’attuale formulazione dell’articolo 30 del Regolamento consiliare debba essere modificata. Il testo portato in seconda lettura è certamente migliore rispetto a quello presentato in prima lettura, che era inguardabile e improponibile. Sfido chiunque a immaginare quanti emendamenti sarebbero mai potuti arrivare in Aula attraverso tutte le tagliole che avevate previsto. Per una migliore produzione legislativa, in futuro bisognerebbe però intervenire anche sui testi che arrivano in prima lettura dalle Segreterie di Stato. In questa legislatura, ad esempio, abbiamo introdotto numerosi articoli del Codice penale relativi alla tutela dei cani – disposizioni condivisibili – all’interno di un progetto di legge che non aveva nulla a che fare con quella materia. Lo ha fatto la maggioranza. Decidiamo quindi insieme un modo ordinato per scrivere i progetti di legge. Sarebbe opportuno che le Segreterie di Stato, che presentano il maggior numero di progetti, sottoponessero preventivamente i testi alla Sezione Studi legislativi prima di portarli in prima lettura. Uno dei problemi che noi consiglieri affrontiamo è che tra la prima e la seconda lettura i testi cambiano anche per numerose modifiche tecniche. Ricordo uno dei primi progetti di legge arrivati in Aula per il recepimento dell’acquis comunitario relativo al legno: alla fine gli emendamenti erano più numerosi degli articoli, perché la Sezione Studi legislativi aveva proposto o richiesto di modificare quasi tutto il testo. È vero che dobbiamo darci tutti un po’ più d’ordine, ma non possiamo neppure accettare che la maggioranza concepisca progetti di legge costruiti per creare il maggior numero possibile di problemi all’opposizione. Rispetto alla parte del comma 4 evidenziata dal capogruppo Renzi, nella quale si stabilisce che gli emendamenti comportanti nuove o maggiori spese o una diminuzione delle entrate debbano indicare puntualmente i mezzi per la necessaria copertura finanziaria, formulo una richiesta precisa. Dal momento che immagino, purtroppo, che la maggioranza approverà questa disposizione, chiedo formalmente al Governo e alla maggioranza di indicare quali uffici saranno messi a disposizione dell’opposizione per predisporre gli emendamenti prima del deposito della legge finanziaria in seconda lettura. A questo punto dobbiamo assolutamente poter contare sul supporto degli uffici. Non può passare l’idea che gli emendamenti possano essere presentati soltanto dalla maggioranza e che nessuno di quelli dell’opposizione sia ammissibile perché privo dell’indicazione precisa della diminuzione delle entrate, delle nuove o maggiori spese, della copertura finanziaria o dei capitoli di bilancio sui quali intervenire. Questo rappresenta il minimo indispensabile. Diversamente, soltanto il Governo, che mantiene un rapporto quotidiano con gli uffici dell’amministrazione competenti in materia di spesa pubblica, e di conseguenza la maggioranza, potrà presentare emendamenti. Una simile situazione sarebbe assolutamente inaccettabile. Chiedo quindi formalmente che venga comunicato all’opposizione quali uffici saranno disponibili nel periodo di predisposizione degli emendamenti alla legge di bilancio. 

Matteo Casali (RF):  Condivido pienamente gli interventi dei miei colleghi di partito e, in particolare, richiamo quanto avevo già affermato durante il dibattito generale. La formulazione finale del comma 4 consentirà di fatto soltanto al segretario di Stato alle Finanze di presentare emendamenti, perché è l’unico ad avere una conoscenza sufficientemente precisa delle diverse poste e dei capitoli di bilancio. Concordo quindi con quanto appena sostenuto dalla consigliera Mularoni: bisognerà precisare fin da subito quali siano gli strumenti e i limiti entro i quali sarà possibile muoversi, per evitare sorprese durante l’esame del bilancio. Vorrei però stigmatizzare anche il modo in cui è stato presentato questo articolo. Per l’ennesima volta ci viene detto: “Eravamo un po’ frustrati perché non riuscivamo a portare a termine gli ordini del giorno e abbiamo commesso un fallo di frustrazione, non di reazione. Venivamo addirittura da una Commissione nella quale avete osato discutere fino al secondo articolo dopo averci bocciato il primo, quindi dovete capirci”. Da questa frustrazione sarebbe nata la formulazione presentata in prima lettura. Se questo è il livello di maturità con cui si affrontano temi e provvedimenti così importanti, c’è veramente da preoccuparsi. Sentiamo spesso lamentare che la minoranza non avanza proposte: “Dove sono le vostre proposte? Presentate soltanto emendamenti abrogativi e quindi non avete idee”. Si dimentica però che, pur essendo anche compito della minoranza avanzare proposte, è responsabilità primaria della maggioranza sottoporre iniziative al Parlamento. Quando poi le proposte le facciamo e osiamo, magari perché siamo un po’ frustrati, discutere in Commissione anche il secondo articolo dopo aver bocciato il primo, la maggioranza si indispettisce e corre a scrivere un Regolamento di ripicca. Un Regolamento di ripicca che poi, in seconda lettura, viene in larga parte stralciato con un generale invito a volerci bene, dopo aver fatto perdere sei mesi all’Aula. Altro che discussioni sul minutaggio: questo progetto ha bloccato per sei mesi la Commissione per le riforme istituzionali. Adesso ci venite a dire tranquillamente: “Ragazzi, abbiamo scherzato. È stato un fallo di frustrazione. Ci siamo resi conto che oggi bastonavamo voi perché siete in minoranza, ma domani la ruota potrebbe girare e potremmo ricevere anche noi le stesse bastonate”. Pensate se questa possa essere la mentalità alla base della formulazione di un Regolamento, quando si dovrebbe parlare di equità, pesi e contrappesi. Qui invece il ragionamento è: oggi le diamo e domani le prendiamo. Questa modalità mi sconcerta, perché stiamo parlando delle istituzioni e delle regole che ne disciplinano il funzionamento. Non possiamo presentarci davanti ai cittadini dicendo: “Oggi le diamo e domani le prendiamo”. È un livello del dibattito sinceramente imbarazzante. 

Matteo Zeppa (Rete): Mi metto nei panni della maggioranza: probabilmente è stato difficile persino emendare il vostro stesso testo, perché, nell’insieme di tutto il gravame che si è affastellato, di tutte le posizioni irricevibili, avete avuto difficoltà a intervenire su un testo che, a mio avviso, è persino disallineato rispetto alla Dichiarazione dei diritti. I colleghi di Repubblica Futura hanno svolto una disamina del comma 4, che recita: «Gli emendamenti comportanti, rispetto alla legge di bilancio, nuove o maggiori spese o una diminuzione delle entrate devono indicare puntualmente i mezzi per la necessaria copertura finanziaria». Abbiate pazienza: siccome la maggioranza non risponde dei propri emendamenti perché non ne ha contezza, questo diventa un problema. Prima è stato presentato un ordine del giorno dal collega Mina, con il quale si rinviava a diciotto mesi la valutazione dell’esito della riforma relativa alle commissioni permanenti. Questo è un problema perché non viene specificato come debba funzionare il meccanismo. Tutti siamo stati in maggioranza e abbiamo partecipato alle riunioni, soprattutto a quelle sul bilancio, nelle quali i segretari arrivano con i capitoli di spesa, si illustrano spese e costi e si devono far quadrare i conti. Noi non siamo costituzionalmente garantiti nella possibilità di presentare emendamenti se la maggioranza e il Governo non chiariscono la parte finale del comma 4, perché quella disposizione rappresenta potenzialmente un’ulteriore tagliola. Qualcuno della maggioranza, che ha avuto la brillante idea di presentare in prima lettura un progetto osceno, deve spiegare come siano garantite, ai sensi della Dichiarazione dei diritti, le posizioni dell’opposizione rispetto alla parte finale del comma 4. La conoscenza dei capitoli di spesa appartiene esclusivamente alla maggioranza e ai segretari di Stato. È grave che non abbiate presentato un emendamento o un ordine del giorno per dirimere la questione, perché potremmo trovarci a presentare emendamenti e sentirci rispondere che non sono ammissibili in quanto non abbiamo indicato puntualmente i mezzi necessari alla copertura finanziaria. L’opposizione conosce i dati nella fase del rendiconto dello Stato, ma non nel previsionale. Non abbiamo contezza delle intenzioni del Governo, com’è anche comprensibile sotto un certo profilo, ma mettere nero su bianco una disposizione del genere crea il presupposto per dichiarare inammissibili gli emendamenti dell’opposizione. Bisogna specificarlo. Avete eliminato tante parti del testo: presentate un emendamento per togliere anche questa, perché è molto grave. Forse non vi rendete conto della gravità di ciò che avete emendato e di ciò che avete lasciato. Non siamo in una democrazia? 

Manuel Ciavatta (PDCS): L’attuale regolamento consiliare, all’articolo 27, comma 3, stabilisce che «le proposte di legge che comportano spesa debbono prevedere la relativa copertura finanziaria». Il regolamento, quindi, lo prevede già. Noi lo abbiamo specificato; se volete, possiamo anche riscriverlo nella formulazione attuale, ma la disposizione esiste già. Il problema è che non la applichiamo. Non si tratta di voler introdurre delle tagliole, ma del fatto che il regolamento non viene rispettato. È vero quanto affermato dal consigliere Renzi: per l’opposizione non è facile individuare la copertura finanziaria, tanto che abbiamo sempre accettato tranquillamente gli emendamenti anche quando non la specificavano. Continuerà a essere così. Credo però che non possiate attribuirci la responsabilità di una disposizione che esiste già. L’abbiamo riportata anche nell’articolo 3 dell’articolato depositato e qui l’abbiamo nuovamente specificata. Non c’è nulla di drammatico e non abbiamo introdotto alcuna innovazione. L’unica questione è che questa norma dovrebbe essere applicata. Normalmente non lo facciamo, ma sarebbe utile riuscire, almeno in alcuni articoli o emendamenti, a indicare la copertura finanziaria. Altrimenti è facile presentare emendamenti con finalità di propaganda elettorale. Quando, invece, si propongono interventi sostenibili dal bilancio, è molto più semplice. Tutti vorremmo, per esempio, garantire gratuitamente la scuola ai nostri cittadini o azzerare le rette degli asili, ma occorre che il bilancio sia in grado di sostenerlo. Possiamo sostenere soltanto ciò che il nostro bilancio consente. 

Carlotta Andruccioli (D-ML): Molto brevemente, non si contesta il fatto che nelle proposte avanzate, soprattutto nell’ambito della legge finanziaria ma anche più in generale, debba essere perseguito l’equilibrio di bilancio. Seguire annualmente, nel previsionale, l’obiettivo del pareggio di bilancio rappresenta un obbligo per il parlamentare. Non è questo il punto. Credo che la discussione apertasi richieda una riflessione molto più ampia, perché chiedere a un parlamentare di indicare puntualmente i capitoli o gli altri riferimenti di bilancio significa domandare a un consigliere, che non svolge professionalmente l’attività parlamentare, di compiere un lavoro tecnico per il quale occorrono strumenti, informazioni e competenze specifiche che oggi non possiede. Se dispone del supporto del Governo, il consigliere di maggioranza ha una tutela ulteriore. Il consigliere di opposizione, invece, non dispone di quel sostegno. Se il parlamentare avesse uno staff o una struttura amministrativa adeguata ad assisterlo anche sotto questo profilo, il problema non si porrebbe. Al di là delle polemiche su questo articolo e, più in generale, sull’intero progetto di legge, che a mio avviso è piuttosto storto, il ragionamento di fondo è un altro. Ci riempiamo la bocca affermando che occorre restituire dignità al ruolo del consigliere, ma il consigliere, soprattutto se appartiene all’opposizione, non dispone degli strumenti e del supporto necessari per rispettare una disposizione come questa. È vero che essa era già parzialmente prevista dal regolamento vigente, ma l’interrogativo riguarda il modo in cui intendiamo valorizzare concretamente il ruolo del consigliere. Con questi emendamenti non lo si valorizza; al contrario, si crea una disparità significativa tra gli strumenti disponibili per i consiglieri di maggioranza e quelli a disposizione dei consiglieri di opposizione. 

Matteo Rossi (PSD): Come ha giustamente osservato il collega Ciavatta, molto spesso ci troviamo di fronte alla mancata applicazione di disposizioni già vigenti, perché talvolta riproduciamo nei nostri regolamenti o nel nostro ordinamento modelli applicati nei grandi parlamenti. Tuttavia, non disponiamo delle strutture e delle articolazioni di supporto presenti in quei parlamenti, soprattutto nelle materie economiche e di bilancio. Pertanto, abbiamo sempre ragionato secondo buon senso e continueremo a farlo, senza lasciare intendere che vi sia una maggioranza intenzionata a impedire ai gruppi di minoranza di esprimere le proprie opinioni e presentare i propri emendamenti, cosa che devono assolutamente poter fare. La maggioranza, però, ha l’obbligo di approvare le leggi e di far quadrare i conti. Il correttivo che le garantisce di evitare l’esercizio provvisorio sarà affrontato nel successivo articolo, quello relativo alla cosiddetta tagliola. Faccio un esempio: nella scorsa legge finanziaria è stato presentato un ottimo emendamento che prevedeva il dimezzamento delle rette dei centri estivi. Credo sia stato un ottimo risultato dell’opposizione, in particolare di Repubblica Futura. Naturalmente anche tutti i gruppi di maggioranza avevano pensato a interventi di questo genere, perché tutti vorremmo offrire ai nostri concittadini servizi migliori e meno costosi. È però evidente che noi, dovendo far quadrare i conti, abbiamo obblighi che l’opposizione non ha, potendo quest’ultima dedicarsi maggiormente all’iniziativa politica. Un ragionamento sulla sostenibilità dei conti andava dunque compiuto. Abbiamo comunque preferito mantenere la formulazione attuale ed evitare le strumentalizzazioni secondo le quali saremmo una maggioranza autoreferenziale e indisponibile al dibattito. Per queste ragioni sosterremo convintamente l’emendamento proposto. 

Antonella Mularoni (RF): Approfitto della replica per precisare un punto. Non possiamo fare affidamento sulla promessa verbale del consigliere Ciavatta secondo cui questa parte del comma 4 continuerà a non essere applicata, così come non è stata applicata negli ultimi anni la disposizione attualmente vigente. Se non intendete applicarla, visto che avete eliminato molte parti del testo, sarebbe bastato togliere anche queste ultime tre righe e mezzo. Sappiamo tutti che questo regolamento è stato introdotto innanzitutto perché volete inserire una tagliola per le leggi di bilancio: questo è il punto. Non possiamo escludere che domani, visto l’orientamento già emerso, questa disposizione venga interpretata e applicata diversamente, proprio in forza del regolamento. Quello che ho chiesto, e che ribadisco, è di cominciare a ragionare sulla disponibilità degli uffici pubblici. Non ho sostenuto che l’unica soluzione sia eliminare la disposizione: certamente questa sarebbe una possibilità, ma, se volete mantenerla, l’opposizione deve avere la garanzia che, quando dovrà predisporre gli emendamenti alla legge di bilancio, il ragioniere generale dello Stato o comunque gli uffici competenti siano a sua disposizione. Abbiamo bisogno di presentare emendamenti coerenti con le disposizioni che emergeranno dalla legge finanziaria e dalla legge di bilancio, informazioni che sono conosciute soltanto dal segretario di Stato per le Finanze, dal ragioniere generale dello Stato e da pochi altri. Dobbiamo essere messi, come consiglieri di opposizione, nella condizione di poter lavorare. Ritengo che questo debba rappresentare un impegno vincolante, perché altrimenti, già alla prima legge di bilancio che saremo chiamati a esaminare, nasceranno inevitabilmente nuovi contrasti, e non credo che sia opportuno. 

L’emendamento soppressivo è messo in votazione e respinto

L’emendamento modificativo della maggioranza è messo in votazione e approvato

L’articolo 6 è approvato

Articolo 7

Emendamento modificativo della maggioranza

Emendamento soppressivo delle opposizioni

Emendamento modificativo delle opposizioni

Michele Muratori (Libera): Abbiamo presentato un emendamento modificativo dell’articolo 7 che, al di là di alcuni miglioramenti lessicali, contiene un punto sostanziale: proponiamo di eliminare la dicitura «secondo giorno». Dopo un ampio confronto informale con i gruppi di opposizione, si è ritenuto di raggiungere una mediazione su questo aspetto. Il secondo giorno era effettivamente un termine piuttosto stringente e quella che è stata definita la “tagliola” è stata particolarmente attenuata, introducendo il limite di venticinque ore dalla fine del dibattito generale e dall’inizio dell’esame dell’articolato. La ratio della proposta iniziale e della successiva modifica è quella di evitare, come spesso accade durante l’esame delle leggi finanziarie, perché questo articolo può essere ricondotto soprattutto a una legge articolata come quella di bilancio, il rischio di arrivare all’esercizio provvisorio. Negli ultimi anni siamo spesso arrivati a ridosso delle festività natalizie perché l’esame dell’articolato si è protratto eccessivamente. Vorrei anche smentire la lettura dell’opposizione: non vogliamo toglierle la parola. Durante l’esame delle ultime finanziarie noi consiglieri di maggioranza abbiamo evitato completamente di intervenire sui diversi emendamenti, sia su quelli dell’opposizione sia su quelli presentati dal Governo e dalla maggioranza, proprio per non prolungare ulteriormente l’esame della legge e dell’articolato. Osservato da un altro punto di vista, questo strumento tutela non soltanto la maggioranza, ma anche l’opposizione, consentendo un corretto esercizio e restituendo dignità a un progetto di legge che dovrebbe rappresentare la legge centrale dell’anno. Molte volte abbiamo assistito a una vera e propria trattativa tra maggioranza e opposizione: al secondo giorno ci si incontra per contrattare quali emendamenti portare avanti e quali bocciare. Vorremmo restituire dignità al progetto di legge, restringendo anche parzialmente i tempi 

Emanuele Santi (Rete): Siamo nel cuore di questo provvedimento. L’articolo 7 proposto dalla maggioranza introduce un istituto oggi non previsto, ossia la limitazione della durata dell’esame dell’articolato. È un articolo completamente nuovo: si tratta della famosa “tagliola”. Nella prima stesura la maggioranza prevedeva che il dibattito non potesse protrarsi oltre il secondo giorno; ora il limite non viene più espresso in giorni, ma in venticinque ore, corrispondenti più o meno a tre o quattro giornate, a seconda della durata delle sedute. Tengo a precisare che su questo articolo non vi è stata alcuna mediazione. Abbiamo compreso che la maggioranza intendesse procedere comunque e abbiamo proposto di allungare almeno un po’ i tempi, ma restiamo completamente contrari all’articolo. Non è affatto vero che tutto rimarrà come prima e che questo strumento restituirà dignità al consigliere. L’articolo offrirà alla maggioranza uno strumento attraverso il quale potrà sapere esattamente dopo quanto tempo la legge finanziaria sarà approvata. Cosa accadrà durante la prossima finanziaria? Probabilmente gli emendamenti dell’opposizione non verranno neppure discussi. Si porterà avanti un dibattito di quattro giorni nel quale tutto verrà respinto, perché la maggioranza saprà che, anche se avremo presentato altri cento emendamenti, con un solo voto potrà bocciarli tutti, interrompere il dibattito e approvare la legge finanziaria. Qual era la forza dell’opposizione durante l’esame della finanziaria? Non quella di presentare cento emendamenti a caso, ma quella di avanzare proposte concrete che negli anni voi non avete mai formulato. Permettetemi di dirlo: le uniche proposte sensate di questa legislatura sono state avanzate dall’opposizione. Faccio un esempio riferito alla legge finanziaria dello scorso anno, la Legge n. 8 del 2025. Eravamo arrivati a un punto in cui la maggioranza sapeva che la discussione si sarebbe protratta ben oltre Natale, forse fino alla Befana, perché avevamo presentato numerosi emendamenti e le idee erano molte. A quel punto maggioranza e opposizione si sono sedute intorno a un tavolo e la maggioranza ha chiesto quali fossero le proposte che ritenevamo indispensabili, spiegando che avrebbe voluto bocciarle tutte, ma che avrebbe potuto accoglierne alcune. Nella scorsa legge di bilancio sono stati così approvati l’articolo 7, con il dimezzamento delle rette dei centri estivi proposto dai colleghi di Repubblica Futura; l’articolo 8, sulla segnalazione dei contributi non pagati, proposto da Repubblica Futura e Rete; l’articolo 9, con l’adeguamento degli assegni familiari all’inflazione, proposto da Rete; l’articolo 10, con l’esenzione dalle imposte per i contratti di locazione delle giovani coppie, presentato da D-ML; l’articolo 18, con 150.000 euro destinati alle borse di studio per la ricerca universitaria; e l’articolo 19, con 50.000 euro destinati a consentire al Tribunale di accedere a servizi integrati e a una banca dati per lo svolgimento delle indagini. Questi risultati sono stati ottenuti per il Paese, non per l’opposizione, perché altrimenti la maggioranza non avrebbe concluso l’esame della finanziaria nei tempi utili. Quello era uno strumento nelle mani dell’opposizione, perché il segretario Gatti non avrebbe mai accolto spontaneamente quelle proposte. Adesso magari fate anche i post per celebrare il dimezzamento delle rette dei centri estivi, quando invece è stata l’opposizione a ottenerlo. Il punto è che avrete nelle mani uno strumento grazie al quale saprete di poter concludere la finanziaria in tre o quattro giorni. Le proposte dell’opposizione verranno cassate e la finanziaria diventerà uno strumento esclusivamente nelle mani della maggioranza. Si smetterà di fare politica. Quelle riunioni non rappresentavano una perdita di tempo: lì si faceva politica. Voi non siete più capaci di farla e volete ridurre i tempi perché non intendete più confrontarvi politicamente in quest’Aula, ma soltanto imporre la vostra politica. 

Nicola Renzi (RF): Questo articolo rappresenta sostanzialmente ciò che rimane dell’enorme bozza presentata inizialmente e ci tengo a ribadire tale questione. Il consigliere intervenuto prima di me ha elencato i risultati che siamo riusciti a ottenere durante la discussione della finanziaria, strappando l’approvazione di alcuni emendamenti. Successivamente abbiamo dovuto assistere anche a conferenze stampa nelle quali alcune forze politiche di maggioranza si attribuivano il merito di quei risultati. Mi ha particolarmente colpito quanto accaduto con i centri estivi: il dimezzamento delle rette e l’avvio dei centri subito dopo la conclusione della scuola erano misure che proponevamo da anni e che erano sempre state bocciate. Sono state accolte soltanto perché era necessario raggiungere un accordo, altrimenti probabilmente la finanziaria non sarebbe stata approvata nei termini. Abbiamo poi visto forze politiche di maggioranza vantarsi di quella misura. Prima, però, erano state respinte molte altre proposte. Noi le avevamo raccolte in un vero e proprio “pacchetto famiglia”: almeno altre dieci proposte di Repubblica Futura, tra cui i permessi retribuiti per i genitori che accompagnano i figli minori alle visite mediche, erano state bocciate perché discusse quando vi era ancora tempo per approvare la legge finanziaria. Alcune sono state successivamente riprese nella cosiddetta legge sulla famiglia, approvata durante questa sessione. Poi ci chiedete perché non abbiamo votato quella legge: semplicemente perché conteneva alcuni emendamenti, peraltro formulati anche meglio, che proponevamo almeno dalla legislatura precedente e che voi avevate sempre bocciato. Sulla segnalazione dei contributi non versati abbiamo rasentato il ridicolo. Dopo aver proposto quella misura almeno tre volte, durante la discussione della cosiddetta legge sviluppo ci siamo sentiti rispondere dal segretario Gatti che era tecnicamente impossibile introdurre un sistema di allerta per il lavoratore al quale non fossero stati versati i contributi per almeno tre mesi. Poi, magicamente, un anno dopo, davanti alla necessità di approvare la legge di bilancio, avete dovuto accogliere quell’emendamento. In quel momento abbiamo fatto politica. L’opposizione ha utilizzato gli unici strumenti di cui disponeva per forzare la maggioranza, la quale, come contropartita, ha ottenuto l’approvazione dell’intero provvedimento finanziario. Siamo arrivati a una mediazione politica che prevedeva sostanzialmente l’accoglimento di due emendamenti per ciascuna forza politica. Da oggi questo non esisterà più, perché la tagliola consentirà alla maggioranza di approvare da sola la legge finanziaria e di utilizzare i numeri soverchianti di cui dispone per bocciare tutte le proposte dell’opposizione. Voi lo considerate un passo avanti; noi lo consideriamo un passo indietro per il Paese. Abbiamo portato esempi concreti: i due risultati ottenuti da Repubblica Futura non sarebbero stati raggiunti con questo nuovo meccanismo. Vedremo cosa accadrà tra pochi mesi, durante l’esame della prossima finanziaria.  

Matteo Zeppa (Rete): Non ribattezzerei questo comma “tagliola”. Potremmo chiamarlo “comma yogurt”, perché ha una data di scadenza. È limitante persino pensare di dover discutere con persone che hanno concepito una disposizione del genere: è estremamente limitante e avvilente. Ma voi avete scritto: «Qualora l’esame dell’articolato di un progetto di legge si protragga oltre le venticinque ore dalla chiusura del dibattito generale». Penso, per esempio, alla riforma dell’IGR o alla legge sull’interruzione volontaria di gravidanza. Voi circoscrivete verbalmente questa disposizione alla finanziaria, ma in realtà potrete applicarla a qualsiasi progetto di legge, perché nel testo non viene specificato diversamente. Ricordo la prima finanziaria dell’attuale Governo e la questione di San Marino Mediterranea. Eravamo a ridosso di Natale e l’allora segretario Celli chiese all’opposizione di limitare gli interventi, assicurando che ne avremmo parlato successivamente, perché rischiavamo di entrare in esercizio provvisorio. La liturgia della finanziaria, che il collega Muratori ha tentato di sminuire, non consiste nel mercanteggiare. Significa portare idee diverse da quelle del Governo. Non si può parlare di mercanteggiamento degli articoli e degli emendamenti: è un’espressione intellettualmente disonesta. Quando esistono dei problemi, si affrontano. Dopo due o tre giorni di dibattito si tenevano degli incontri: «Quali proposte ritenete prioritarie? Quali avete intenzione di portare avanti?». Non era mercanteggiare, ma ascoltare anche le valutazioni del Governo. Questo articolo non serve soltanto a evitare l’esercizio provvisorio, perché è applicabile a tutti i progetti di legge. Lo avete scritto voi. Paradossalmente, se per recepire tutto l’acquis comunitario arrivassero progetti di legge che richiedessero più di venticinque ore di dibattito, cosa fareste? Applichereste la tagliola anche a quelli, nonostante si tratti di una questione sistemica? La formulazione stessa di questo emendamento è limitante e dimostra l’inconsistenza intellettuale di chi lo ha scritto. 

Gaetano Troina (D-ML): Condivido le riflessioni dei colleghi su questo articolo, perché limitare il dibattito parlamentare su una legge a un determinato numero di ore, indipendentemente dal tipo di provvedimento e dal tema affrontato, rischia oggettivamente di creare paradossi dei quali inevitabilmente dovremo accorgerci se procederemo in questa direzione. Ringrazio i colleghi per avere compiuto una disamina completa degli esempi relativi all’ultima legge di bilancio, perché in realtà, per quanto ricordo, in occasione di tutte le sessioni di dicembre dedicate al bilancio dello Stato, attraverso il confronto tra maggioranza e opposizione sono sempre stati raggiunti risultati normativi utili e condivisibili per entrambe le parti. Comprendo che in quel contesto si sviluppi un braccio di ferro per dimostrare la propria forza politica, ma nessuno può sostenere che gli emendamenti dell’opposizione accolti in quelle occasioni siano stati dannosi o abbiano messo in difficoltà il Paese. Al contrario, spesso hanno prodotto risultati positivi e introdotto articoli o commi capaci di risolvere problemi concreti della cittadinanza. Ringrazio il collega Santi per avere ricordato una delle nostre proposte. È stata accolta anche la riduzione dell’imposta di registro sulla prima casa per le famiglie ricomposte, misura tutt’altro che irrilevante, considerando quante famiglie ricomposte esistono nella nostra Repubblica. Detto questo, il tempo per discutere l’articolo è pochissimo. Viene innanzitutto da chiedersi perché sia stato scelto proprio il limite di venticinque ore, come se, allo scoccare della venticinquesima ora, la clessidra esaurisse il suo ultimo granello di polvere e la discussione dovesse terminare immediatamente. Voglio inoltre segnalare che, a mio avviso, il comma 1 e il comma 2 non sono coerenti tra loro. Si stabilisce che, una volta trascorse venticinque ore dall’inizio dell’esame della legge, la maggioranza assoluta dei consiglieri possa depositare una mozione per porre in votazione la serie di emendamenti che ritiene di non voler sostenere. Il comma 1 afferma quindi che gli emendamenti vengono messi immediatamente in votazione. Il comma 2, invece, dispone che, dopo la presentazione della mozione, si svolgano dichiarazioni di voto di quindici minuti per ciascun gruppo e che, se la mozione viene approvata, ciò comporti il definitivo rigetto degli emendamenti elencati, mentre l’esame dell’articolato prosegue per quelli restanti. Non è dunque chiaro cosa accada concretamente: una volta approvata la mozione, gli emendamenti non sostenuti dalla maggioranza vengono effettivamente votati, come sembra prevedere il comma 1, oppure decadono automaticamente, come sembra indicare il comma 2? Per come è scritto, non si comprende. Sarà interessante assistere alla prima applicazione di questo articolo, per capire come intendiate interpretarlo. 

Gian Nicola Berti (AR): Vorrei ringraziare il consigliere Zeppa, che ci ha accusato di disonestà intellettuale. Forse un po’ di disonestà intellettuale la mette anche lui quando, come accaduto sull’articolo precedente, interviene senza avere neppure letto il regolamento consiliare vigente. Ciò posto, credo che non si possa presentare una narrazione delle finanziarie approvate negli anni nella quale si consideri normale tenere sedute plenarie che durano giorno e notte. Siamo arrivati addirittura a settantadue ore consecutive e mi chiedo quale possa essere il prodotto normativo elaborato da persone che rimangono settantadue ore in quest’Aula e che finiscono per votare più per sfinimento che per convinzione o per libera determinazione. È un problema serio. Il consigliere Zeppa ha sostenuto che si tratti di una prassi ricorrente durante tutte le finanziarie. Io credo che non debba essere così e che possano esistere modalità diverse. Esiste un sistema poco conosciuto in quest’Aula, chiamato dibattito parlamentare, insieme alle regole proprie delle democrazie parlamentari. In Parlamento esistono maggioranze che potrebbero anche esprimere preventivamente il proprio dissenso. Se in un’Aula composta, per esempio, da sessanta persone, trenta o trentuno fossero assolutamente contrarie a esaminare centocinquanta emendamenti presentati dall’opposizione, oppure mille dei millecinquecento depositati, potrebbero decidere di non affrontarli, abbreviando e sintetizzando i lavori e concentrandosi soltanto sulle proposte che, attraverso la discussione, l’esame congiunto e la riflessione, potrebbero produrre un risultato positivo. Credo che questo debba essere valutato semplicemente come un approccio normativo utile a qualificare e rendere più produttivo il lavoro parlamentare. Non so se si possa definire “legge tagliola”, espressione che suggerisce il taglio di qualcosa di importante. Forse è una legge che libera il Parlamento dai ricatti di chi può presentare millecinquecento, duemila o tremila emendamenti, impedendo a una maggioranza di approvare una legge finanziaria, magari attraverso proposte che con essa non hanno nulla a che vedere. Credo che dovremmo tornare a una dialettica più rispettosa gli uni degli altri. Quando si parla di disonestà intellettuale, consigliere Zeppa, mi consenta di precisare che vado fiero della mia onestà intellettuale e non le permetto di insinuare che io sia disonesto. Gli altri colleghi, se vorranno, risponderanno per sé. 

Matteo Casali (RF): Ho poca esperienza parlamentare, ma vorrei rivolgere una domanda a chi parla di onestà intellettuale: quando mai sono stati presentati tremila emendamenti alla legge finanziaria? Anche solo cento, quando sono stati presentati? Il tema è completamente diverso. Siccome qualcuno non ha la capacità di fare politica, e la politica è anche mediazione, confronto e compromesso nel senso più nobile del termine, la soluzione più semplice diventa quella di troncare la discussione. Su questa tagliola ne abbiamo sentite di tutti i colori. Mi verrebbe da definirla una tagliola “bilancio-oriented”, perché è una norma orientata soprattutto alla legge di bilancio. Peraltro, le tagliole sono due: la commissione in sede redigente costituisce già una tagliola ed è forse persino più grande di questa. Abbiamo dunque un effetto bilama: la prima lama solleva il pelo e la seconda lo taglia, come recitava una vecchia pubblicità. Qualcuno ha osservato che un istituto simile esiste in tutti gli ordinamenti e si chiama voto di fiducia: a un certo punto il Governo pone la fiducia e si decide se andare avanti oppure no. Ci si dimentica però di precisare che, in caso di voto negativo, il Governo deve dimettersi. Anche negli esempi, quindi, viene praticato il cosiddetto “cherry picking”. Si continua inoltre a paventare il rischio dell’esercizio provvisorio e a presentare questa norma come uno strumento per evitarlo. Anche qui occorrerebbe onestà intellettuale: quante volte, negli ultimi trent’anni, si è entrati in esercizio provvisorio a causa della discussione sulla finanziaria? La responsabilità dei lavori appartiene tanto alla maggioranza quanto all’opposizione. Il proponente ha espresso preoccupazione perché la discussione si svolge a ridosso delle festività. Più che una norma “salva esercizio provvisorio”, questa mi sembra una norma “salva panettone”, perché qualcuno teme di dover trascorrere qualche ora in più, durante le feste, a discutere della legge forse più importante dello Stato. Quanto ai tempi, siamo passati, bontà vostra, da due giorni a venticinque ore, che equivalgono sostanzialmente a tre giorni. Non avete dunque concesso chissà quale respiro in più. Il punto è che l’opposizione, durante la finanziaria, aveva la possibilità di far approvare alcune delle proprie proposte: quelle proposte che voi sostenete non presentiamo mai, salvo poi cancellare sistematicamente tutte le occasioni nelle quali potremmo formularle, compresa la legge finanziaria. Avete affermato che in passato vi siete dovuti limitare negli interventi. Con questa riforma, invece, vi vedremo intervenire in continuazione proprio per far trascorrere le famose venticinque ore. Vedremo come andrà a finire, con l’orologio in mano. 

Guerrino Zanotti (Libera): Credo che siano evidenti le ragioni di chi sostiene che questo provvedimento possa garantire l’approvazione della legge di bilancio entro la scadenza necessaria affinché possa entrare in vigore con l’inizio dell’esercizio, cioè dal primo gennaio. Attraverso questo strumento e l’organizzazione dei tempi del dibattito si può garantire il rispetto di quella scadenza. Per quanto riguarda invece le garanzie legittimamente richieste dall’opposizione, mi sarei aspettato una richiesta volta a tutelare il confronto preventivo rispetto all’arrivo in Aula della legge di bilancio. Lo sostengo da tempo, anche se probabilmente è un tema che non interessa particolarmente, ma ci tengo a ribadirlo. Apro una parentesi: questa disposizione non riguarda soltanto la legge di bilancio. Tuttavia, una volta introdotta la sede redigente per tutte le altre leggi che seguono l’iter composto da prima lettura, esame in commissione e seconda lettura, il problema non si porrà, perché in seconda lettura non vi sarà più la discussione degli emendamenti in Aula. Se non esistono le condizioni per istituzionalizzare un confronto preliminare sull’arrivo in Aula della legge di bilancio o della variazione di bilancio, credo debba esserci uno sforzo da parte della maggioranza e, soprattutto, del Governo per garantire uno spazio di confronto preventivo sul testo. Tale confronto dovrebbe riguardare anche gli emendamenti che saranno presentati dal Governo o dalla maggioranza e, preferibilmente, le proposte provenienti dall’opposizione, in modo da disporre del tempo necessario per esaminare anticipatamente quelle che potrebbero incontrare il favore di tutti i gruppi consiliari o, comunque, della loro parte maggioritaria. Credo che questa sia una richiesta che possa essere accolta, sempre che vi sia effettivamente interesse a farlo. 

Antonella Mularoni (RF): Sulla scia dell’intervento del collega Zanotti, ritengo necessario un confronto vero sulla legge di bilancio, perché quasi sempre il testo presentato in prima lettura è molto scarno. Fra la prima e la seconda lettura, invece, in quest’Aula, ma anche da parte del Governo e della maggioranza, arriva di tutto e di più. Per noi diventa difficile lavorare in questo modo, soprattutto quando veniamo convocati il giorno prima dell’inizio dell’esame in seconda lettura e ci troviamo davanti una grande quantità di materiale da analizzare all’ultimo momento. Concordo con il consigliere Zanotti: per il bene del Paese, sulle leggi di bilancio dovremmo individuare una modalità di lavoro diversa. Riconosciamo, e ci mancherebbe altro, le legittime esigenze del Governo e della maggioranza, ma non si può continuare a presentare in seconda lettura gli emendamenti più sostanziosi o disposizioni che non hanno nulla a che vedere con la legge di bilancio vera e propria, approfittando del treno che passa per inserirvi di tutto. È accaduto anche durante l’esame delle leggi di assestamento degli anni scorsi. Il collega Zanotti siede in quest’Aula da molti anni, come me, e conosce bene questa situazione. Mi auguro che il suo invito venga accolto e trasmesso in tempi brevi al segretario Gatti, affinché, qualora intenda presentare prossimamente una legge di assestamento di bilancio, avvii un confronto al quale noi non ci siamo mai sottratti. Per noi è però importante anche quanto affermato in precedenza: dobbiamo poter contare sul supporto degli uffici dello Stato. Se vogliamo presentare degli emendamenti, dobbiamo avere la possibilità di confrontarci con queste persone e ricevere assistenza, perché le nostre proposte potrebbero prevedere l’incremento dei fondi di un capitolo di spesa per finanziare determinate politiche e, di conseguenza, la riduzione delle risorse destinate ad altri capitoli. Successivamente discuteremo nel merito. Senza questo supporto, essendo completamente estranei alla struttura della Segreteria di Stato per le Finanze e agli uffici a essa afferenti, e senza l’autorizzazione a metterci formalmente in contatto con tali uffici, incontriamo grandi difficoltà nell’elaborazione degli emendamenti. Sono la prima a riconoscere che le modalità di lavoro sulle leggi di bilancio potrebbero essere notevolmente migliorate. Anch’io auspico che, prima di Natale, non sia necessario rimanere in Aula per giorni e giorni, ma credo che, attraverso un dibattito politico serio e rispettoso, questo obiettivo possa essere raggiunto. Aggiungo una frase che potrà anche suscitare un sorriso, ma non è soltanto una battuta: l’esercizio provvisorio potrebbe non rappresentare una tragedia, perché magari il Governo spenderebbe un po’ meno. Anche osservando le delibere del Congresso di Stato, abbiamo infatti l’impressione che, siccome la liquidità è disponibile, si tenda intanto a spendere il denaro, rinviando le valutazioni al futuro. Scherzi a parte, auspico anch’io una modalità diversa di lavorare sulle leggi di bilancio. Se esiste rispetto reciproco, credo che si possano raggiungere tempi contenuti. 

Manuel Ciavatta (PDCS): Intervengo soltanto per precisare due aspetti. Il primo riguarda il passaggio dalle venti ore previste inizialmente alle venticinque ore. È vero che non vi è stata una vera e propria mediazione, ma abbiamo cercato di andare incontro alla proposta dell’opposizione, che chiedeva cinque giorni. Tale indicazione era però difficilmente quantificabile, perché, con sedute come quella odierna, della durata di sei ore, dalle 14 alle 20, cinque giorni corrisponderebbero a trenta ore. Chiedo pertanto che venga precisato almeno a verbale, perché questo era l’intendimento, che, terminato il dibattito generale, debbano decorrere venticinque ore di convocazione dedicate all’esame dell’articolato. In questo modo il punto risulta chiaro. Devo poi replicare brevemente all’ultima osservazione della consigliera Mularoni. In realtà, almeno nelle ultime due finanziarie, se ricordo bene, dalle quali è scaturita la cosiddetta legge sviluppo, il Governo e la maggioranza non hanno presentato quasi alcun emendamento rispetto al testo depositato in prima lettura. L’opposizione, invece, ha depositato cento o centocinquanta emendamenti, gran parte dei quali riproponeva contenuti già presentati l’anno precedente o persino negli anni ancora precedenti. Con il regolamento e le tempistiche attuali, per ogni articolo e per ogni emendamento sono previsti cinque minuti per il presentatore e quattro minuti per ciascun consigliere. Lo ricordo anche per spiegare ai cittadini di che cosa stiamo parlando. Con quindici o sedici consiglieri di opposizione, quattro minuti moltiplicati per sedici significano più di un’ora per ogni articolo. Se gli articoli aggiuntivi sono centoventi, possono diventare centoventi ore di dibattito. Per un Consiglio che lavora, in condizioni normali, dieci ore al giorno, servirebbero dieci o dodici giorni soltanto per esaminare una legge. Questo è il problema reale ed è da qui che nasce il meccanismo della tagliola. L’idea è che, terminato il dibattito generale e trascorse venticinque ore di esame dell’articolato, durante le quali vengono alternati gli articoli e gli emendamenti della maggioranza o del Governo con quelli dell’opposizione, ciascuna parte abbia la possibilità di presentare e discutere un numero ragionevole di proposte. Mi aspetto quindi che d’ora in avanti vi siano forse meno articoli da discutere, ma che siano strutturati meglio. Mi auguro che questo intervento produca una maggiore qualità normativa, non soltanto una riduzione dei tempi, che certamente vi sarà. 

Maria Katia Savoretti (RF): Ringrazio chi mi ha preceduto perché ha svolto una disamina molto chiara. Vorrei però ricordare al consigliere Ciavatta che l’emendamento presentato dalla maggioranza consentirà, in sostanza, di bocciare tutto ciò che l’opposizione potrà proporre, perché siete voi ad avere i numeri necessari per respingere le nostre proposte. Vi ricordo inoltre che spesso anche voi, come è già stato osservato, presentate in prima lettura leggi di bilancio estremamente scarne e composte da pochi articoli, per poi depositare una grande quantità di emendamenti. L’opposizione, invece, non potrà fare altrettanto, perché anche quando presenterà interventi di sostanza voi, attraverso questo emendamento, potrete bocciarli tutti a priori. Anche in questo caso si parla sempre di democrazia, ma di democratico non c’è assolutamente nulla. La volontà è chiaramente quella di limitare l’opposizione, quando invece, come è accaduto fino a oggi, essa presenta spesso proposte molto importanti. Voi non volete ascoltarla e preferite tapparle la bocca. Mi dispiace perché, se vogliamo parlare di un lavoro qualificante, temo che se ne vedrà ben poco. Voi potrete fare tutto ciò che volete, mentre l’opposizione non potrà fare altrettanto. Anche se riterrà necessario presentare diversi emendamenti per introdurre interventi utili al Paese, non potrà farlo concretamente, perché avete i numeri per tapparle la bocca. 

Michele Muratori (Libera): Il collega Zanotti ha sollevato un tema importante. Le proposte dell’opposizione possono essere già state presentate in precedenti esercizi finanziari, ma alcune di esse sono state accolte. Penso, per esempio, alla questione dei centri estivi. Il riferimento riguardava un comunicato diffuso all’epoca da Libera: abbiamo votato quel provvedimento e riconosciuto che l’emendamento era stato presentato da Repubblica Futura e che rappresentava un miglioramento. Il collega Zanotti ha invitato ad anticipare il confronto. Credo che questo possa essere un esercizio funzionale anche alla nostra maturità e al ruolo che stiamo svolgendo: promuovere incontri preparatori sulla legge finanziaria, dando all’opposizione la possibilità di presentare anticipatamente i propri emendamenti e cercando di verificarne il possibile accoglimento prima di arrivare alla discussione in Aula. Da questa modalità potrebbero nascere delle opportunità. Alcuni colleghi di opposizione hanno inoltre osservato che questa norma non riguarderà esclusivamente la finanziaria. Va però considerato che, con il passaggio dalla sede referente alla sede redigente, la maggior parte del lavoro verrà svolta nelle commissioni e sarà quindi difficile superare le venticinque ore. Come già spiegato dal collega Ciavatta, si intendono venticinque ore di convocazione, non venticinque ore effettive al netto dei ritardi. Credo che questo possa rappresentare un passo avanti. In ogni legislatura sono state ciclicamente apportate modifiche al regolamento. Qualora emergessero delle difficoltà, saremo certamente pronti ad avviare nuove riflessioni e a migliorare il testo. Nulla è perfetto e tutto è perfettibile. Ritengo però che questo regolamento consentirà di ottimizzare i lavori, con benefici anche per la qualità di ciò che quest’Aula offre alla cittadinanza 

Emanuele Santi (Rete): Qualcuno ha sostenuto che si rischi l’esercizio provvisorio. Seguo il Consiglio da molti anni e siedo in quest’Aula da almeno otto: non siamo mai ricorsi all’esercizio provvisorio, per una ragione molto semplice. La maggioranza faceva la maggioranza, aveva il polso della situazione e convocava l’opposizione che, in tutte le legislature e durante tutte le finanziarie, ha sempre presentato emendamenti. Si tenevano riunioni preventive, successive o durante i lavori e, per chiudere il confronto, alcune proposte dell’opposizione venivano accolte. Si faceva politica, molto semplicemente. Con questo emendamento avete rinunciato a fare politica, perché saprete che dopo tre o quattro giorni tutto finirà, le proposte dell’opposizione rimarranno sulla carta e il bilancio sarà esclusivamente quello della maggioranza. Non è vero che le proposte dell’opposizione sarebbero state accolte ugualmente. Ricordiamo tutti che, in quest’Aula, il segretario Marco Gatti non voleva la trasparenza sui contributi, non voleva altre misure e non voleva la riduzione delle rette. È inutile che adesso vi attribuiate dei meriti sostenendo che avreste comunque appoggiato quelle proposte. Il segretario Gatti ha sempre detto di no a tutto. Dovreste essere proprio voi della maggioranza, se aveste la necessità di portare avanti politiche sociali, a voler mantenere il regolamento nella sua formulazione attuale. Ve lo dico chiaramente: nella prossima finanziaria non si riuscirà a ottenere nulla, neppure interventi in campo sociale. Tutto verrà cassato. Avete rinunciato a fare politica. Questo emendamento rappresenta la tagliola, il silenziamento dell’opposizione, la rinuncia a fare politica in quest’Aula e il pieno mandato al Governo di fare ciò che vuole. Come se il Governo non avesse già provocato abbastanza danni attraverso scelte scellerate, ora gli concedete anche carta bianca. 

Gli emendamenti delle opposizioni sono respinti

L’emendamento della maggioranza è approvata

L’articolo 7 è approvato