San Marino. Michela Pelliccioni agli ex colleghi di DML che l’hanno denunciata: “Io rimango qui, a difendere un concetto di libertà, che deve essere per tutti”
L’intervento della Consigliera Michela Pellicioni in comma comunicazioni, all’apertura del lavori odierni del Consiglio Grande e Generale
Eccellenze,
colleghi Consiglieri,
in primo luogo, mi unisco al cordoglio per la perdita dell’ex Segretario di Stato e Capitano Reggente Matteo Fiornini, un uomo che ha fatto del dialogo e dell’equilibrio il valore aggiunto della politica.
Proprio per l’importanza dell’equilibrio in politica, intervengo oggi su una vicenda che non mi riguarda solo personalmente, perché ciò che sta accadendo pone una questione che riguarda quest’Aula, le sue prerogative e la qualità della nostra democrazia.
Vengo dal mondo bancario. Un mondo che ha vissuto e vive vicende buie. Cito ad esempio il periodo Confuorti, perché quel METODO è già raccontato da relazioni e sentenze: la cosiddetta “cricca” consolidava il potere colpendo chi si opponeva.
Chi diceva no veniva isolato.
Chi non si piegava veniva messo sotto pressione.
Chi rappresentava un ostacolo doveva essere indebolito e privato delle risorse necessarie per resistere.
Le azioni giudiziarie, in quel contesto, diventavano uno strumento di pressione. L’obiettivo era chiaro: chi si opponeva doveva pagare un prezzo. Economico, personale e professionale.
Ed è per questo che oggi non posso guardare con leggerezza a ciò che sta accadendo.
Perché oggi è Domani Motus Liberi ad aver promosso nei miei confronti un’azione giudiziaria, chiedendo 50.000 euro di danni per violazione del vincolo di mandato.
Questa vicenda merita di essere discussa politicamente.
Non chiedo a quest’Aula di sostituirsi al Tribunale. Non chiedo giudizi anticipati. La causa seguirà il suo percorso e io mi difenderò nelle sedi competenti.
Ma una cosa è il piano giudiziario. Altra cosa, completamente diversa, è il giudizio politico che quest’Aula e i cittadini hanno il diritto e il dovere di esprimere.
Ci viene detto: E’ UN RAPPORTO TRA PRIVATI, è regolato da un contratto, è previsto dallo statuto.
Non basta.
Perché qui non parliamo di un normale rapporto tra due soggetti qualsiasi. Parliamo del rapporto tra un partito politico e una persona eletta in quest’Aula. Parliamo di un Consigliere della Repubblica. E della sua possibilità di esercitare il mandato, le proprie scelte, la propria autonomia politica.
Ed è qui il punto più grave.
Quando un Consigliere lascia un partito e si trova davanti una richiesta di 50.000 euro, non possiamo limitarci a dire: “È previsto da un contratto”. Dobbiamo chiederci che cosa significa politicamente. Quale sia l’effetto concreto.
Perché l’effetto economico non arriva un giorno, se e quando ci sarà una sentenza. Inizia immediatamente.
Io ho degli obblighi. Devo fare un bilancio delle entrate politiche e rispettare principi di sana e prudente gestione. Una richiesta di risarcimento di 50.000 euro è un evento che non posso ignorare: da oggi, buona parte delle mie risorse deve essere considerata alla luce di questo rischio.
Chi esercita un mandato istituzionale deve poter programmare la propria attività. Se quelle risorse vengono condizionate da una richiesta di questa portata, l’effetto è reale, immediato e concreto.
Ed è qui che vedo un precedente estremamente pericoloso.
Perché il messaggio che rischia di passare è semplice.
Vuoi opporti? Vuoi dire no? Vuoi lasciare un partito perché non rappresenta più il progetto per il quale sei stato eletto?
Puoi farlo. Ma devi potertelo economicamente permettere.
È davvero questo il messaggio che vogliamo lasciare alle future generazioni di Consiglieri?
La libertà politica non può dipendere dal conto in banca di chi la esercita. Il diritto di dissentire non può essere un privilegio riservato a chi ha le risorse per affrontarne le conseguenze.
La politica deve essere il luogo del confronto. Del dissenso. Anche dello scontro, quando necessario. Ma uno scontro politico: davanti ai cittadini, davanti agli elettori, DENTRO le istituzioni.
Trasferire una scelta politica in un’aula di Tribunale è profondamente sbagliato. Soprattutto quando quella scelta riguarda la possibilità di un eletto di interrompere il rapporto con un partito.
Un Consigliere deve poter restare libero.
Libero di cambiare idea. Libero di dissentire. Libero di opporsi. E, soprattutto, libero di lasciare un partito quando ritiene che quel partito non rispetti più il patto politico in base al quale aveva chiesto e ottenuto il consenso dei cittadini.
Ed è esattamente ciò che è accaduto nel mio caso.
Sono uscita da Motus Liberi per l’assoluta incoerenza dimostrata nel percorso europeo. Un partito che ha sostenuto il Governo per completare la chiusura dell’Accordo, per poi metterlo in discussione tentando di rallentarne il percorso con la proposta di un referendum. Proposta che si sono ben guardati dal presentare ai cittadini a cui hanno chiesto il voto. Un partito che ha avuto la responsabilità della Segreteria Industria e che dimentica quanto contino la stabilità, la certezza delle regole e la capacità di dare prospettive al nostro tessuto economico.
E oggi lo dico con ancora maggiore chiarezza: se non fossi uscita un anno fa, sarei uscita oggi da un partito che trascina in tribunale un suo ex esponente. Una scelta politicamente gravissima, che colpisce la libertà e l’autonomia di chi è stato eletto.
Perché Motus Liberi, con questa azione, sta costruendo un precedente. E ogni precedente va guardato per ciò che può produrre domani.
Oggi riguarda me. Domani potrebbe riguardare chiunque.
Quale Consigliere si sentirà libero di dissentire, sapendo che il prezzo del dissenso può essere una causa da decine di migliaia di euro? Quante persone vorranno candidarsi, sapendo che un dissenso profondo può trasformarsi in una battaglia giudiziaria con conseguenze economiche personali?
Sono domande che devono essere poste. E chi siede in quest’Aula in rappresentanza di Motus Liberi non può sottrarsi.
Non esistono distinguo comodi. Chi rappresenta quel partito in quest’Aula rappresenta anche la linea che quel partito ha scelto. E deve spiegare ai cittadini perché ritiene giusto chiedere 50.000 euro a chi ha deciso di interrompere un rapporto politico. Deve spiegare quale messaggio vuole dare a chi, domani, potrebbe decidere di iscriversi, impegnarsi, candidarsi.
E allora mi chiedo: è davvero questo il biglietto da visita con cui vogliamo presentarci all’Europa? Un modello nel quale il dissenso può finire davanti a un Tribunale? Nel quale l’autonomia di un eletto può essere sottoposta a una pressione economica?
Io non posso accettarlo. E lo dico con chiarezza: lo trovo vergognoso.
Non perché qualcuno abbia una posizione diversa dalla mia. Il dissenso è normale, la politica vive di idee diverse. Ma perché è profondamente sbagliato rispondere a una scelta politica con una richiesta economica di 50.000 euro.
Io non ho intenzione di abbassare la testa. Mi difenderò nelle sedi opportune, con gli strumenti previsti dall’ordinamento. Ma soprattutto continuerò a fare politica.
Perché le derive che limitano la libertà di chi ricopre un mandato vanno contrastate oggi, prima che diventino normali. Prima che qualcuno pensi che sia accettabile METTERE UN PREZZO AL DISSENSO.
Io resto qui. Resto in quest’Aula, a testa alta, con la consapevolezza delle mie scelte e la volontà di assumermene la responsabilità.
Ma responsabilità politica non significa rinunciare alla libertà. E la lealtà verso un partito non può significare rinunciare alla propria coscienza e al mandato ricevuto dai cittadini.
La mia battaglia, da oggi, non riguarda soltanto me. Riguarda il principio per cui nessun eletto dovrebbe chiedersi se può permettersi economicamente di dire no.
Perché una democrazia è veramente libera soltanto quando anche il dissenso è libero.
E io, per quanto mi riguarda, non ho intenzione di farmi intimidire.
Continuerò a difendere, qui e nelle sedi competenti, non solo le mie ragioni, ma un principio: che un Consigliere della Repubblica debba essere libero.
Libero di scegliere. Libero di dissentire. Libero di dire no. E libero, quando un patto politico è venuto meno, di andare per la propria strada.
Grazie


