Consiglio Grande e Generale, via libera al recupero del campo di via Sottomontana e al ritorno del diario scolastico alle medie: respinte le istanze su Totò al Teatro Titano, circo contemporaneo ed educazione affettiva con consenso informato
Consiglio Grande e Generale – sessione 16-17-20-21-22-23-24 luglio 2026
Venerdì 24 luglio 2026
Nella seduta di venerdì 24 luglio 2026, i lavori del Consiglio Grande e Generale ripartono dall’esame delle Istanze d’Arengo.
L’Aula esprime un orientamento unanime a favore dell’Istanza d’Arengo che chiede il ripristino e la riqualificazione del campo sportivo di via Sottomontana, riconoscendo il valore storico e sociale dell’area e la necessità di restituire alla comunità uno spazio oggi in evidente stato di degrado. Matteo Casali (RF) annuncia il sostegno del suo gruppo, ma invita il Governo a evitare interventi estemporanei e a inserire il progetto in una visione complessiva della pianificazione urbanistica e sportiva. Lo stesso consigliere richiama inoltre la necessità di non concentrare tutte le risorse sul calcio, ricordando che occorre preservare anche spazi di aggregazione liberi e accessibili ai giovani. Gian Carlo Venturini (PDCS) ripercorre invece la storia dell’area, ricordando i lavori già eseguiti negli anni passati e spiegando come il progetto sia rimasto incompleto. Ringraziando i cittadini promotori dell’istanza, afferma che “quell’area è di grande valore, va valorizzata” e sottolinea come sia arrivato il momento di “completare quel percorso restituendo dignità e valore a uno dei primi campi da calcio della Repubblica”. In chiusura il Segretario di Stato Rossano Fabbri conferma che il Governo condivide pienamente le finalità dell’istanza e spiega che è già in corso un progetto di riqualificazione complessiva dell’area, con l’affidamento della gestione alla Federazione Sammarinese Giuoco Calcio e la realizzazione, a proprie spese, di nuovi impianti e servizi. “La questione è già stata presa in carico”, afferma il Segretario, evidenziando che il progetto consentirà anche di mettere a disposizione dei cittadini nuovi spazi sportivi ad accesso libero. Al termine del confronto l’Istanza d’Arengo viene approvata all’unanimità.
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Approvata, a maggioranza, l’Istanza d’Arengo “per il ripristino del diario scolastico, del libretto delle comunicazioni/votazioni e l’eliminazione del badge elettronico per gli studenti della scuola media inferiore”. Il Segretario di Stato Teodoro Lonfernini esprime parere tecnico non favorevole all’accoglimento integrale dell’istanza, ma ne condivide “pienamente lo spirito e i presupposti pedagogici”. Annuncia quindi l’avvio di un percorso di revisione delle modalità di utilizzo del registro elettronico insieme al Dipartimento Istruzione e al Consiglio d’Istituto, con l’obiettivo di introdurre un regolamento per disciplinarne l’impiego, mantenere il diario scolastico come strumento educativo e valutare anche l’eliminazione del badge elettronico. Gaetano Troina (D-ML) invita a riflettere sugli effetti della digitalizzazione accelerata dopo la pandemia, ritenendo eccessivo il ricorso agli strumenti elettronici per la gestione quotidiana della scuola. Aida Maria Adele Selva (PDCS) richiama invece il valore educativo della scrittura a mano, sostenendo che il ritorno al diario scolastico possa favorire apprendimento e responsabilizzazione. Donatella Merlini (PSD) evidenzia come la tecnologia debba restare uno strumento al servizio del rapporto educativo, senza sostituire il dialogo tra scuola e famiglia. Matteo Zeppa (Rete) definisce il badge elettronico “una grande assurdità” per ragazzi di undici-quattordici anni e sostiene che la puntualità si insegni con l’esempio, non con strumenti automatici. Matteo Casali (RF) condivide le premesse dell’istanza ma invita a non demonizzare la digitalizzazione, ricordando il ruolo fondamentale svolto durante la pandemia e per gli studenti con bisogni educativi speciali. Fabio Righi (D-ML) amplia la riflessione sostenendo che la questione riguarda il modello di scuola e di società che si vuole costruire, ribadendo che “la tecnologia è uno strumento e non un fine”. Gemma Cesarini (Libera) propone una convivenza tra diario cartaceo e registro elettronico, mentre Giovanna Cecchetti (indipendente) considera il badge superfluo alle scuole medie ma ritiene possibile integrare strumenti tradizionali e innovazione. Michela Pelliccioni (indipendente) richiama l’attenzione sui rischi dell’ipercontrollo e sulla necessità di accompagnare famiglie e studenti nell’uso equilibrato delle tecnologie. Andrea Menicucci (RF) osserva che la sperimentazione digitale ha mostrato l’importanza di preservare la componente umana del rapporto educativo, mentre Dalibor Riccardi (Libera) sottolinea come diario e responsabilizzazione rappresentino passaggi fondamentali nel percorso di crescita dei ragazzi. L’Istanza viene infine approvata a maggioranza.
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Nella prosecuzione dei lavori, il Segretario di Stato Teodoro Lonfernini esprime parere contrario all’accoglimento dell’istanza che propone di intitolare la hall del Teatro Titano a Totò, pur riconoscendo il forte legame dell’artista con la Repubblica di San Marino, testimoniato dalla donazione nel 1962 del pianoforte oggi custodito nel teatro. Sottolinea che il Teatro Titano rappresenta un luogo simbolo della storia civile e istituzionale del Paese e che l’intitolazione permanente di suoi spazi a singole personalità rischierebbe di comprometterne l’identità storica complessiva. L’Istanza viene infine respinta.
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Spazio poi all’Istanza “per il riconoscimento del circo contemporaneo quale attività di rilevante valore culturale, educativo e sociale e per la sua inclusione all’interno del sistema degli Istituti Culturali Pubblici”. Il Segretario di Stato Teodoro Lonfernini, condividendo il riferimento predisposto insieme al Segretario al Territorio Matteo Ciacci, esprime parere favorevole all’accoglimento dell’istanza, riconoscendo il valore culturale, educativo e sociale del circo contemporaneo e il contributo offerto negli ultimi anni alla vita culturale sammarinese. Sottolinea però che l’eventuale individuazione di una sede stabile dovrà essere valutata in base alla disponibilità degli spazi pubblici, alla sostenibilità economica e alle priorità dell’amministrazione, indicando l’accoglimento come un indirizzo politico da sviluppare attraverso soluzioni compatibili. Nel dibattito Tomaso Rossini (PSD) sostiene con convinzione l’istanza, definendo il circo contemporaneo una disciplina educativa e artistica capace di favorire equilibrio, inclusione e crescita personale. Gemma Cesarini (Libera) condivide il parere della Segreteria, ritenendo corretto riconoscere il valore della disciplina demandando poi agli uffici le necessarie valutazioni tecniche. Di segno opposto Maria Luisa Berti (AR), Antonella Mularoni (RF) e Aida Maria Adele Selva (PDCS), che pur riconoscendo il valore dell’attività invitano a privilegiare altre priorità di spesa pubblica e chiedono maggiori approfondimenti sull’impatto economico. Dalibor Riccardi (Libera) replica che l’istanza non implica necessariamente nuovi investimenti onerosi e invita a restare nel merito della proposta. Giulia Muratori (Libera) evidenzia il ruolo del circo contemporaneo come linguaggio artistico e occasione di crescita culturale, proponendo una mediazione attraverso un ordine del giorno. Matteo Zeppa (Rete), infine, critica le divisioni emerse nella maggioranza nonostante il parere favorevole dei Segretari di Stato, sostenendo che realtà come il circo contemporaneo possano rappresentare un valore aggiunto per il Paese. Dopo una sospensione dei lavori per tentare una mediazione, l’ordine del giorno non viene presentato e l’Istanza viene respinta a maggioranza.
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A dividere l’Aula, con sensibilità differenti tra i vari gruppi consiliari, è invece l’Istanza “per l’introduzione del consenso informato preventivo della famiglia per lo svolgimento a scuola di attività afferenti all’educazione sessuale e affettiva”. Il Segretario di Stato Teodoro Lonfernini esprime parere contrario all’istanza, pur riconoscendo l’importanza del rapporto tra scuola e famiglia. Sostiene che il coinvolgimento dei genitori debba essere rafforzato attraverso dialogo, trasparenza e partecipazione, ma ritiene che introdurre un consenso informato obbligatorio per le attività di educazione affettiva e sessuale rischierebbe di limitare l’autonomia della scuola e di compromettere l’uniformità dell’offerta formativa. Nel dibattito emerge una netta contrapposizione. Sandra Stacchini (PDCS) sostiene l’istanza, ritenendo che il consenso informato rafforzi la corresponsabilità educativa tra scuola e famiglia. Donatella Merlini (PSD) difende invece la posizione del Governo, invitando a valorizzare gli strumenti di partecipazione già esistenti senza introdurre nuovi vincoli. Maria Luisa Berti (AR), intervenendo a titolo personale, si dichiara favorevole al coinvolgimento preventivo dei genitori. Fabio Righi (D-ML) sostiene che l’istanza non sia contro l’educazione affettiva e sessuale, ma a favore del coinvolgimento delle famiglie nelle scelte educative più delicate, ribadendo il primato educativo dei genitori. Guerrino Zanotti (Libera) si oppone invece alla proposta, ritenendo che il consenso preventivo rischi di trasformarsi in un veto capace di indebolire la funzione educativa e preventiva della scuola. Antonella Mularoni (RF) difende l’istanza, sostenendo che chieda soltanto maggiore informazione e coinvolgimento dei genitori senza mettere in discussione il ruolo degli insegnanti. Emanuele Santi (Rete) ribadisce la contrarietà del suo gruppo, affermando che educazione affettiva e sessuale debbano essere affrontate dalla scuola fin dall’infanzia con modalità adeguate all’età e in collaborazione con le famiglie, ma senza nuovi vincoli normativi. L’Istanza viene infine respinta con 18 voti favorevoli, 19 contrari e 3 astenuti.
L’Istanza successiva – per l’istituzione del Liceo delle Scienze Umane nel sistema scolastico sammarinese – non viene messa in votazione a causa della mancanza del numero legale. Il Consiglio Grande e Generale termina alle 14.30.
Di seguito un estratto dei lavori
Comma 28 – Istanze d’Arengo
Istanza d’Arengo n.4 del 05-04-2026 – per il ripristino e la riqualificazione del campo sportivo in Via Sottomontana nel Castello di Borgo Maggiore
Matteo Casali (RF): Nulla osta rispetto alla richiesta contenuta nell’istanza d’Arengo. Noi la sosterremo, non per pragmatismo ma con convinzione, e desidero ringraziare gli istanti perché si sono fatti portatori di un sentimento che credo sia estremamente diffuso tra gli abitanti del Castello di Borgo Maggiore, e non solo. L’impianto del campo della Sottomontana, se così si può definire, è sotto gli occhi di tutti ed è in condizioni di degrado da decenni. Pensavo quasi che potesse essere inserito, insieme all’ex Symbol e all’ex conceria, tra i punti degradati previsti dalla nuova legge sulla pianificazione territoriale. Vorrei fare anche una considerazione un po’ polemica. Quella struttura che, da grezza, è ormai diventata quasi fatiscente, cioè i cosiddetti nuovi spogliatoi, non credo sia stata realizzata dallo Stato ma dalla Federazione Gioco Calcio, se non erro. Se così fosse, bisogna chiedersi perché, nel corso di trent’anni, mentre oggi andiamo legittimamente a richiamare i proprietari di immobili degradati nei centri storici, spesso irreperibili, non siamo mai riusciti a richiamare chi aveva il dovere di intervenire e probabilmente anche le risorse economiche per farlo. Ricordo una trattativa riguardante proprio quell’area, relativa alla possibilità di completare l’opera in cambio di una fideiussione per la piantumazione e l’attecchimento delle piante nell’intervento del campo di Acquaviva. Mi chiedo se quella trattativa sia andata a buon fine e se quello scambio sia mai stato concluso. Chi ha disponibilità economiche dovrebbe essere messo nelle condizioni di portare a termine gli interventi necessari, e questo vale per tutti coloro che negli ultimi trent’anni hanno avuto responsabilità di governo, non certo soltanto per l’attuale esecutivo. Per quanto ci riguarda, quindi, nulla osta. L’unico elemento che mi lascia perplesso riguarda la dichiarazione del Segretario Ciacci su una presunta opera importante, con copertura, due campi da futsal e altri interventi. Io noto un certo scoordinamento, perché anche sul tema degli impianti sportivi occorrerebbe affrontare la questione non in maniera estemporanea ma attraverso una vera pianificazione e programmazione, anche in sinergia con il privato. Abbiamo affrontato in Commissione una legge sugli impianti sportivi, abbiamo la legge sulla pianificazione territoriale e c’è l’esigenza di finalizzare in un’unica direzione tutta la programmazione relativa agli impianti sportivi. Serve quindi un coordinamento maggiore. Lo dicevo anche ieri: è una tentazione nella quale cado anch’io quella di fare pianificazione urbanistica in Consiglio Grande e Generale, dove ognuno esprime la propria idea. La pianificazione urbanistica, però, richiede valutazioni attente. Annunciare una copertura sulla Sottomontana è una dichiarazione d’effetto, ma poi ci sono problemi di inserimento ambientale, progettazione e tutela paesaggistica che non possono essere sottovalutati. Come ho già detto parlando dell’intervento a Montegiardino, si tratta di opere a ridosso di aree culturalmente e paesaggisticamente molto delicate. Qualsiasi intervento abbiate intenzione di realizzare, utilizzate pienamente tutti gli strumenti che la normativa mette a disposizione e tutte le necessarie cautele. Mi viene da dire: non come è stato fatto con l’antenna collocata accanto a quello stabilimento, per la quale in Commissione era stato chiesto di ripetere le valutazioni di impatto ambientale, cosa che invece non è stata fatta, preferendo richiamare una vecchia delibera, e il risultato lo abbiamo visto tutti. Un’ultima raccomandazione riguarda proprio il progetto di copertura che ci è stato anticipato. Attenzione perché i punti di aggregazione per i giovani sono anche quelli ad accesso libero e non necessariamente strutture affidate in gestione alle federazioni, che inevitabilmente devono sostenere dei costi. Inoltre, come è stato ricordato anche ieri da altri consiglieri, il calcio non è l’unico sport presente a San Marino. Esistono molte altre discipline, definite minori solo perché hanno meno tesserati o minori disponibilità economiche. Bisogna evitare di concentrare tutto sul calcio e pensare che, accanto a queste strutture, possano trovare spazio anche altri luoghi di aggregazione: sale per la musica, altri spazi dedicati ai giovani, altre attività sportive e punti di incontro che non prevedano necessariamente un accesso a pagamento. Anche il calcio cresce nei campetti aperti e negli oratori, perché l’aggregazione nasce nei luoghi in cui i giovani si ritrovano spontaneamente. Per questo motivo nulla osta all’istanza. Ringraziamo gli istanti, ma chiediamo grande attenzione a chi dovrà darle concreta attuazione.
Gian Carlo Venturini (PDCS): Anch’io desidero fare alcune considerazioni e forse anche qualche precisazione, perché probabilmente il collega che mi ha preceduto non dispone di tutte le informazioni. Innanzitutto voglio ringraziare i cittadini che hanno sollevato questa problematica, evidenziando la situazione di un luogo estremamente importante e significativo, non soltanto per Borgo Maggiore ma per tutto il Paese. Si tratta infatti del primo campo da calcio realizzato a San Marino, che oggi si trova purtroppo nella situazione di degrado più evidente. Ringrazio quindi i firmatari dell’istanza, il Segretario di Stato, la Giunta di Castello e i Segretari competenti, sia quello al Territorio sia quello allo Sport, che esprimeranno parere favorevole all’accoglimento dell’istanza. Questa situazione viene da lontano. Io sono stato Capitano di Castello di Borgo Maggiore negli anni Novanta e già allora mi trovai a leggere lettere che chiedevano la riqualificazione di quell’area. Se ricordate, erano presenti dei capannoni e fu avviata una trattativa lunga e complessa che portò alla loro demolizione, migliorando quell’area destinata all’aggregazione e alle attività ricreative. In quell’occasione fu migliorata anche la viabilità, con la realizzazione della rotatoria e la sistemazione dell’area dell’elettrauto. Quei lavori furono avviati tra il 2009 e il 2010 dalla Segreteria al Territorio e permisero anche di realizzare i nuovi spogliatoi, perché fino a quel momento erano utilizzati dei container, essendo i vecchi spogliatoi degli anni Quaranta ormai inagibili. Si decise quindi di riqualificare tutta l’area, realizzando il parcheggio, demolendo i capannoni e costruendo gli spogliatoi. Mancava però il completamento degli impianti, dell’illuminazione e dei servizi igienici, interventi che avrebbero dovuto essere realizzati dagli organismi competenti e non esclusivamente dallo Stato. Purtroppo, dopo quei lavori conclusi tra il 2011 e il 2012, non è stato fatto più nulla, nonostante il susseguirsi di diverse Segreterie di Stato. Quell’area non è in gestione alla Federazione Gioco Calcio, come ricordava il collega Casali. Per anni è stata gestita in parte dal CONS, poi da alcune federazioni come quella del ciclismo, quindi nuovamente dal CONS, senza che venissero completati gli interventi necessari per valorizzare davvero l’impianto. Oggi so che da mesi la Segreteria allo Sport sta lavorando insieme alla Federazione Gioco Calcio e al Comitato Olimpico per definire la gestione degli impianti sportivi dedicati al calcio e al futsal. Credo che il Segretario Fabri potrà essere più preciso, ma mi risulta che nell’assestamento di bilancio siano stati previsti circa 250 mila euro per la manutenzione dello stadio di Serravalle. Una volta definita quella fase, credo potrà essere conclusa anche la convenzione tra Stato, CONS e Federazione, attraverso la quale verrà trasferita alla Federazione la gestione di quel campo, che oggi non le appartiene, consentendo così di realizzare gli interventi annunciati ieri dal Segretario Ciacci. In quell’area non c’è soltanto il campo da calcio con gli spogliatoi: esistono anche i vecchi campi da tennis e altri spazi che possono essere utilizzati per trovare soluzioni diverse e rispondere alle esigenze della popolazione, creando anche aree di aggregazione non necessariamente gestite dal CONS o dalla Federazione Gioco Calcio. Credo che proprio gli spazi dove un tempo sorgevano i campi da tennis, oggi occupati anche da strutture gonfiabili e utilizzati dalla Giunta di Castello, possano offrire ulteriori opportunità. Dobbiamo però dire le cose come stanno: quell’area è di grande valore, va valorizzata e negli ultimi quindici anni sono già stati realizzati interventi importanti. Oggi occorre completare quel percorso restituendo dignità e valore a uno dei primi campi da calcio della Repubblica, che è diventato purtroppo uno dei più degradati. Esiste la volontà di intervenire da parte della Federazione e delle Segreterie competenti. Per questo motivo rinnovo il ringraziamento ai cittadini che hanno evidenziato questa problematica, molto sentita non soltanto dai borghigiani e da me personalmente, ma da tutta la comunità. Si tratta di un’infrastruttura importante che può essere restituita alla collettività nel modo corretto, nel rispetto degli spazi e del contesto ambientale in cui si trova, essendo anche a ridosso del monte. A nome del nostro gruppo consiliare esprimiamo quindi pieno sostegno a questa istanza d’Arengo.
Segretario di Stato Rossano Fabbri: L’istanza ci consente anche di chiarire meglio il percorso già avviato. Ringrazio inoltre il consigliere Venturini per la ricostruzione che ha fatto, perché effettivamente è in corso un ampio progetto di valorizzazione e riqualificazione del patrimonio sportivo della Repubblica di San Marino, finalizzato a garantire una gestione più efficace ed efficiente degli impianti. In particolare, la zona di Borgo è già oggetto di un articolato percorso che ne prevede la riqualificazione complessiva. La Segreteria condivide quindi pienamente le finalità dell’istanza, riconoscendo l’importanza di garantire a tutta la popolazione spazi sportivi e di aggregazione adeguati, sicuri e funzionali. Del resto siamo già intervenuti con la delibera n. 30 del 26 gennaio 2026 del Congresso di Stato, che consente di delegare al Comitato Olimpico e alla Federazione Sammarinese Giuoco Calcio, per un periodo di vent’anni, la riqualificazione delle aree sportive. Come ha ricordato il consigliere Venturini, anche nella variazione al bilancio di previsione dello Stato e degli enti pubblici per il 2026, già presentata in prima lettura, è previsto uno specifico stanziamento destinato a contributi per la manutenzione delle aree sportive. Per quanto riguarda questa zona, come già evidenziato, essa è stata negli anni gestita dal Comitato Olimpico e da alcune federazioni, ma non è mai stata formalmente assegnata alla Federazione Sammarinese Giuoco Calcio. Il progetto di riqualificazione prevede invece proprio l’assegnazione dell’area alla Federazione, che a propria cura e spese, quindi senza oneri per lo Stato, realizzerà due campi coperti da futsal e provvederà alla riqualificazione di tutti i servizi accessori di proprietà dell’Eccellentissima Camera, con particolare riferimento agli spogliatoi. Questo consentirà di liberare altri due impianti che potranno essere destinati all’utilizzo libero da parte dei cittadini. Oggi, infatti, molti sammarinesi sono costretti a recarsi fuori territorio per praticare attività sportive e, grazie a questo intervento, sarà possibile mettere a loro disposizione nuovi spazi di libero accesso. Nell’area rimarrà inoltre ulteriore spazio destinato ad altre funzioni. Come il Segretario al Territorio mi ha anticipato ieri, e di questo gli sono particolarmente grato, sarà possibile realizzare anche una parte che resterà anch’essa a disposizione della collettività. Si tratta quindi di un’importante opera di riqualificazione che si inserisce in un progetto ancora più ampio. Con la nuova normativa sullo sport, che sarà presto all’attenzione dei gruppi consiliari e dell’Aula, si completerà un ulteriore tassello fondamentale per la valorizzazione degli impianti sportivi, disciplinando anche gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria. Credo che sotto questo profilo vi saranno novità importanti. Concludo quindi ringraziando nuovamente gli istanti e sottolineando che la questione è già stata presa in carico e sta trovando una soluzione che ritengo rappresenti un’ottima roadmap di intervento.
L’Istanza è approvata all’unanimità
Istanza d’Arengo n.3 del 05-04-2026 – per il ripristino del diario scolastico, del libretto delle comunicazioni/votazioni e l’eliminazione del badge elettronico per gli studenti della scuola media inferiore
Segretario di Stato Teodoro Lonfernini: L’istanza chiede il ripristino del diario scolastico e del libretto cartaceo delle comunicazioni e delle votazioni per gli studenti della scuola media inferiore, oltre all’eliminazione del badge elettronico come sistema di rilevazione delle presenze. Mi concentrerò principalmente sui punti richiesti nell’ultima parte dell’istanza, perché sulle premesse dovrei fare alcune considerazioni anche di carattere personale, rivolgendomi ai cittadini e alle famiglie, proprio in funzione di quel rapporto tra Stato, scuola e famiglia che continuo a ritenere fondamentale e che ribadisco in ogni occasione. Alcune affermazioni contenute nelle premesse, a mio giudizio e assumendomene la responsabilità, sono assolutamente aberranti. Detto questo, mi auguro davvero di vedere piazze vive, comunità e rapporti familiari autentici tra genitori e figli, cosa che oggi, sinceramente, non vedo nel nostro territorio. Ma questa è una considerazione personale e ora mi limiterò al riferimento predisposto dalla Segreteria. Gli istanti chiedono il ripristino del diario scolastico e del libretto cartaceo delle comunicazioni, oltre all’eliminazione del badge elettronico per la rilevazione delle presenze nella scuola media. Le istituzioni condividono pienamente le preoccupazioni pedagogiche espresse dai promotori dell’istanza riguardo all’iperconnessione e all’ansia da notifiche che colpiscono gli studenti tra gli undici e i quattordici anni. Su questo tema si potrebbero aprire molte riflessioni, anche leggendo i dati e gli studi delle autorità sanitarie riguardanti le nuove generazioni. Probabilmente emergerebbe con chiarezza che qualcosa manca anche nel rapporto tra genitori e figli e che proprio da lì bisogna ripartire. Per questo si ritiene fondamentale tutelare il dialogo all’interno della famiglia. È preferibile che siano i ragazzi stessi a comunicare i propri voti ai genitori, anziché demandare questo momento alle notifiche automatiche. Questo approccio mira anche a disincentivare la consegna precoce dello smartphone personale ai minori. Allo stesso modo si condivide la volontà di superare l’utilizzo del badge elettronico, ritenendo che la gestione del tempo e della puntualità debba fondarsi non su uno strumento informatico di controllo automatizzato, ma su un percorso di progressiva responsabilizzazione e maturazione personale dello studente, sempre all’interno del rapporto educativo con la famiglia. A testimonianza della complessità e della delicatezza di questa transizione digitale, si evidenzia che anche in Italia, proprio per ragioni analoghe a quelle richiamate dagli istanti, l’introduzione del profilo studente sul registro elettronico è stata rinviata all’inizio delle scuole superiori. Se da un lato si riconoscono queste esigenze di tutela, dall’altro la Direzione scolastica rileva che il registro elettronico si è dimostrato in questi anni uno strumento valido e imprescindibile per l’organizzazione didattica. Esso rappresenta un supporto fondamentale per garantire l’inclusione degli alunni con bisogni educativi speciali, assicurare la continuità del percorso scolastico degli studenti assenti per lunghi periodi di malattia e mantenere un collegamento con quelle famiglie che faticano a conservare un dialogo costante con l’istituzione scolastica. Pur non potendo quindi accogliere l’istanza nella sua formulazione attuale e nella sua interezza, e preciso che il riferimento predisposto dalla Segreteria evidenzia una non accoglibilità tecnica, lasciando naturalmente all’Aula ogni valutazione politica, la Segreteria ne condivide pienamente lo spirito e i presupposti pedagogici e intende attivarsi concretamente. Sarà quindi avviato, in collaborazione con il Dipartimento Istruzione e con il Consiglio d’Istituto, un percorso di revisione delle modalità di utilizzo del registro elettronico, finalizzato all’adozione di uno specifico regolamento che ne definisca criteri e modalità di impiego. Sarà inoltre espressamente previsto che l’utilizzo del registro elettronico non escluda il ricorso al diario scolastico quale strumento educativo, di comunicazione e di responsabilizzazione degli studenti. Nell’ambito dello stesso percorso sarà anche valutata l’eliminazione del badge elettronico per la rilevazione delle presenze degli studenti. Il nuovo regolamento troverà applicazione a decorrere dall’anno scolastico 2027-2028, così da consentire gli eventuali adeguamenti organizzativi e il completamento del processo di riforma della scuola media già in corso, anche in relazione alla riorganizzazione del quadro orario derivante dall’introduzione della cosiddetta settimana corta.
Gaetano Troina (D-ML): Questa istanza affronta alcuni temi che abbiamo discusso anche nei giorni scorsi riguardo all’utilizzo delle tecnologie da parte dei nostri giovani e credo che debba essere ricondotta anche a quella riflessione. Ringrazio quindi gli istanti per aver sollevato questa problematica. Personalmente non ho un’esperienza diretta di familiari o amici con figli che frequentano oggi la scuola media e quindi non conosco nel dettaglio le dinamiche che vivono questi ragazzi. È però indiscutibile che dalla pandemia in poi qualcosa nel rapporto tra scuola, studenti e genitori sia profondamente cambiato e probabilmente non siamo ancora riusciti a valutare fino in fondo le conseguenze di decisioni che allora erano inevitabili. Sono convinto che in quel momento quelle fossero le uniche soluzioni possibili, ma oggi possiamo e dobbiamo interrogarci sulla funzionalità e sull’opportunità di strumenti così invasivi, valutando se sia il caso di rivederne l’utilizzo. A titolo personale, ad esempio, non ritengo sbagliato che i genitori possano conoscere in tempo reale le valutazioni scolastiche dei figli. Siamo stati tutti studenti e sappiamo bene quanto, soprattutto davanti a un brutto voto, fosse difficile comunicarlo in famiglia; talvolta non lo si faceva affatto e i genitori scoprivano determinate situazioni solo durante i colloqui con gli insegnanti. Da questo punto di vista vedo quindi aspetti positivi e negativi e non considero un problema il fatto che i genitori siano informati sull’andamento scolastico dei figli. Condivido invece pienamente le considerazioni degli istanti sull’utilizzo del diario scolastico e sul rapporto quotidiano tra insegnanti e studenti. Ho notato, già a partire dalla scuola elementare, un utilizzo molto intenso degli strumenti elettronici, soprattutto per la gestione dei compiti, che personalmente considero eccessivo. Non credo sia uno sforzo insostenibile tornare a dettare i compiti in classe, come avveniva in passato. Mi è stato infatti riferito che, in alcune occasioni, siano stati aggiunti compiti esclusivamente sul registro elettronico senza che gli studenti ne fossero informati durante le lezioni. Questo genera inevitabilmente una situazione di stress, perché ragazzi e famiglie sono costretti a controllare continuamente il registro elettronico nel timore che possano comparire nuove comunicazioni, integrazioni o modifiche. Questa parte dell’istanza, quindi, mi sento di condividerla pienamente e ritengo che per questo tipo di comunicazioni si possa tranquillamente fare a meno della tecnologia. Considerato che il Segretario di Stato ha annunciato l’avvio di alcune valutazioni, credo che si possa anche individuare una soluzione intermedia, capace di mitigare gli effetti di quella che, dopo la pandemia, è stata una digitalizzazione forse eccessiva. Sappiamo infatti che, soprattutto nell’età dell’adolescenza, il continuo ricorso ai dispositivi, spesso giustificato dalla necessità di consultare il registro elettronico o altre applicazioni scolastiche, finisce poi per tradursi in un utilizzo ancora maggiore di smartphone e tablet. Ben vengano quindi riflessioni in questa direzione e rinnovo il ringraziamento agli istanti per aver posto all’attenzione dell’Aula una questione così importante.
Aida Maria Adele Selva (PDCS): I ringraziamenti, in questo caso, sono davvero sentiti, anche per il lavoro che ho svolto come insegnante. Ringrazio gli istanti per aver riportato ancora una volta questa problematica all’attenzione del Consiglio, perché si tratta di un tema di cui si discute da tempo, sempre più attuale, e sul quale non si è ancora arrivati a una soluzione definitiva, ammesso che una soluzione definitiva possa esistere. Parlare di questi argomenti è già importante, sempre nell’interesse dei ragazzi. Ringrazio anche il Segretario Lonfernini che, pur condividendo pienamente i contenuti dell’istanza, ha chiarito correttamente che dal punto di vista tecnico non è possibile dare piena attuazione alle richieste entro sei mesi, ma che sarà fatto tutto ciò che è possibile affinché le misure possano entrare in vigore dall’anno scolastico 2027-2028. Noi siamo favorevoli all’accoglimento dell’istanza e personalmente voterò a favore. Vorrei però soffermarmi su un aspetto ulteriore rispetto all’utilizzo dei dispositivi elettronici. È importante che, quando il Segretario presenterà entro sei mesi i provvedimenti conseguenti, sia chiaro che l’istanza non è stata disattesa, ma semplicemente che esistono tempi tecnici necessari per la sua attuazione. Sul tema dei dispositivi elettronici e dei social è aperto un dibattito molto ampio. In diversi Paesi del Nord Europa si sta tornando indietro su molte scelte, ma questa non è la sede per approfondire un tema che meriterebbe una discussione specifica anche in Commissione. La scuola, comunque, si interroga da tempo su questi aspetti e l’attenzione non è mai mancata. Ritengo però che l’accelerazione impressa dalla società abbia avuto una conseguenza molto evidente: abbiamo progressivamente abbandonato la scrittura a mano. È proprio questo l’aspetto sul quale vorrei richiamare l’attenzione. Gli istanti hanno evidenziato soprattutto gli effetti negativi dell’utilizzo dei dispositivi elettronici, in particolare rispetto al rapporto tra scuola, famiglia, genitori e figli, ma credo sia fondamentale sottolineare anche il valore educativo della scrittura manuale, in particolare della scrittura in corsivo. La scrittura svolge una funzione essenziale e rappresenta un supporto all’apprendimento di tutte le discipline. Oggi, invece, ricorriamo continuamente alle fotocopie, anche per assegnare i compiti, quando sarebbe importante tornare a far scrivere gli studenti. Numerosi studi dimostrano che la scrittura favorisce lo sviluppo della coordinazione manuale e oculo-manuale, allontana i ragazzi dagli schermi costringendoli a concentrarsi sul foglio di carta, affina il pensiero e il ragionamento. È universalmente riconosciuta la correlazione tra la capacità di scrivere e quella di concettualizzare, studiare e comprendere un argomento. Mentre si scrive, infatti, la mente lavora: non si tratta semplicemente di una tecnica, ma di uno strumento per strutturare il pensiero. Io stesso continuo a scrivere molto a mano, anche questo intervento l’ho preparato così, perché scrivendo consolido le informazioni, memorizzo i concetti e interiorizzo meglio ciò che voglio esprimere. Lo stesso accade ai ragazzi, ed è un aspetto ampiamente documentato. Scrivere mette inoltre in discussione il mito della velocità, richiede silenzio e concentrazione. Mi ha colpito una riflessione letta in un documento di un collega: “A scuola non si scrive solo per essere capiti, ma si scrive per capire”. Credo che questa frase esprima perfettamente il valore della scrittura, motivo per cui la sua didattica assume un ruolo fondamentale sin dal primo ciclo scolastico. La scrittura a mano, e in particolare in corsivo, produce enormi benefici, facilmente riscontrabili anche nella letteratura pedagogica. Per questo, oltre ai contenuti dell’istanza e alle considerazioni condivise dalla Segreteria di Stato e dal Segretario Lonfernini, ho voluto richiamare anche questo aspetto, che forse nello spirito dell’istanza era presente ma non sufficientemente evidenziato. L’utilizzo dei dispositivi elettronici incide inevitabilmente su tutto ciò che è già stato ricordato e che non voglio ripetere. Il ritorno al diario scolastico assume quindi un significato ancora più importante proprio per il valore educativo della scrittura. Ringrazio nuovamente gli istanti, ringrazio la Segreteria e mi auguro che questa istanza venga favorevolmente accolta, pur tenendo conto che, per i motivi tecnici illustrati nel riferimento, non potrà essere attuata integralmente entro sei mesi. Ritengo comunque fondamentale iniziare fin da subito il percorso che consentirà di realizzarne pienamente gli obiettivi.
Donatella Merlini (PSD): Desidero innanzitutto ringraziare gli istanti che hanno presentato questa richiesta, nata da una preoccupazione concreta e comprensibile: il progressivo ingresso degli strumenti digitali nella vita scolastica dei ragazzi e, di conseguenza, anche nel rapporto tra scuola e famiglia. L’istanza chiede il ripristino del diario scolastico e del libretto cartaceo delle comunicazioni e delle valutazioni, insieme all’eliminazione del badge elettronico utilizzato per registrare le presenze nella scuola media. Comprendo pienamente le motivazioni che hanno portato alla presentazione di questa richiesta. Non credo si tratti di una posizione contraria alla tecnologia o del tentativo di tornare al passato. Piuttosto, mi sembra la volontà di interrogarsi sul modo in cui la tecnologia viene utilizzata e sulle conseguenze che può produrre nei rapporti educativi. Gli strumenti informatici possono certamente semplificare molte procedure, ma quando vengono utilizzati in maniera eccessiva o automatica rischiano di allontanare le persone, di ridurre il senso di responsabilità dei ragazzi, di allontanare i genitori dalla quotidianità scolastica dei figli e di rendere più distante il rapporto tra scuola e famiglia. Un voto comunicato direttamente da un figlio ai propri genitori non rappresenta soltanto un’informazione, ma costituisce anche un’occasione di confronto, di responsabilizzazione e di dialogo. Lo stesso vale per il diario scolastico: non è soltanto un’agenda sulla quale annotare i compiti, ma uno strumento attraverso il quale il ragazzo impara a organizzarsi, a ricordare gli impegni e a gestire con maggiore autonomia il proprio percorso. La risposta della Segreteria riconosce espressamente queste preoccupazioni, richiamando i rischi dell’iperconnessione e dell’ansia da notifiche nei ragazzi tra gli undici e i quattordici anni. Sottolinea inoltre l’importanza che siano gli studenti stessi a comunicare i propri voti in famiglia, evitando che questo momento venga completamente affidato alle notifiche automatiche. Condivido anche il ragionamento relativo al badge elettronico. La puntualità e il rispetto degli orari devono certamente essere controllati, ma dovrebbero rappresentare soprattutto il risultato di un percorso educativo e di una progressiva assunzione di responsabilità da parte dello studente, piuttosto che l’effetto di un sistema automatizzato di rilevazione. Allo stesso tempo comprendo la posizione espressa dalla Segreteria e dalla Direzione scolastica circa l’impossibilità di accogliere integralmente l’istanza nella sua formulazione attuale. Il registro elettronico ha infatti assunto un ruolo importante nell’organizzazione didattica, nell’inclusione degli studenti con bisogni educativi speciali, nel sostegno agli alunni assenti per lunghi periodi e nel mantenimento del rapporto con quelle famiglie che incontrano maggiori difficoltà nel dialogare con la scuola. La vera domanda che, a mio avviso, dovremmo porci è come utilizzare questi strumenti digitali senza indebolire il rapporto educativo, senza deresponsabilizzare i ragazzi e senza sostituire il dialogo tra scuola e famiglia. Per questo considero positivo l’impegno della Segreteria a predisporre, insieme al Dipartimento Istruzione e al Consiglio d’Istituto, un regolamento vincolante sull’utilizzo del registro elettronico nella scuola media. Mi auguro tuttavia che questo regolamento non rappresenti un punto di arrivo, ma l’inizio di una riflessione più ampia. Sarebbe opportuno proseguire il confronto con le direzioni scolastiche dei diversi ordini, ascoltando docenti, studenti e soprattutto le famiglie, per capire dove la digitalizzazione costituisca realmente un aiuto e dove invece sia possibile recuperare strumenti tradizionali, momenti di confronto diretto e percorsi di maggiore autonomia e responsabilizzazione. La tecnologia deve rimanere uno strumento al servizio della comunità scolastica e non diventare il luogo esclusivo nel quale si svolge il rapporto tra scuola, studenti e famiglie. Per queste ragioni, pur comprendendo i motivi per cui l’istanza non possa essere accolta integralmente, condividiamo pienamente il senso e i principi che essa intende affermare. Sarà poi compito delle strutture tecniche tradurre questi indirizzi nelle scelte più opportune.
Matteo Zeppa (Rete): Vorrei fare un piccolo preambolo. Stiamo parlando di una fascia d’età estremamente delicata, quella tra gli undici e i quattordici anni, un periodo fondamentale nel percorso di crescita, autodeterminazione e acquisizione della consapevolezza dei ragazzi. È un’età nella quale devono poter sbagliare, gioire per un bel voto, rammaricarsi per uno negativo e imparare gradualmente ad assumersi le proprie responsabilità. Successivamente la consapevolezza è già diversa. Parlo anche per esperienza personale: i miei figli oggi sono grandi e mi rendo conto ancora di più dell’importanza di quella fase della vita. Anch’io, come molti miei coetanei, sono un nostalgico del diario scolastico. Per noi rappresentava l’inizio dell’anno scolastico, era quasi un’estensione della nostra personalità. Era la prima cosa che si acquistava e aveva anche un valore affettivo. Negli ultimi anni, invece, ho assistito a una volontà quasi esasperata di digitalizzare ogni aspetto della scuola e ritengo che questo sia stato deleterio. Il badge elettronico, almeno per la scuola media, l’ho sempre considerato una grande assurdità e non ne ho mai condiviso l’introduzione. Parliamo di ragazzi che arrivano direttamente dalle scuole elementari, accompagnati dai genitori o dai servizi di trasporto. Non ho mai compreso la necessità di introdurre un sistema elettronico di rilevazione delle presenze in quella fascia d’età e continuo a non comprenderla oggi. Per questo condivido pienamente la richiesta degli istanti di eliminarlo almeno alle scuole medie. Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a una spinta fortissima verso la digitalizzazione e oggi siamo costretti a fare un passo indietro perché parliamo continuamente di iperconnessione, sia dei giovani sia degli adulti. Basta guardare quante volte, nell’arco di una giornata, tocchiamo lo schermo del cellulare per renderci conto di quanto siamo diventati dipendenti da questi strumenti. È vero che nel frattempo sono cambiate molte abitudini, ad esempio leggiamo sempre meno giornali cartacei e sempre più contenuti online, ma questa iperconnessione finisce inevitabilmente per ridurre le relazioni tra le persone e, nel caso specifico, anche quelle tra genitori e figli. Io a scuola sono stato una vera peste, me ne inventavo di tutti i colori. Quando mia madre andava ai colloqui usciva sempre sconvolta, perché io cercavo di minimizzare tutto quello che combinavo. Poi, crescendo e cambiando percorso scolastico, ho imparato a studiare seriamente. Però proprio per questo mi viene da dire che, se davvero il badge serve soltanto a garantire la puntualità, allora dovremmo introdurlo anche qui, in Consiglio Grande e Generale. Se sosteniamo che sia importante rispettare gli orari, dovremmo essere i primi a dare l’esempio. Io sono cresciuto con l’idea che agli appuntamenti si debba arrivare dieci o quindici minuti prima e detesto far aspettare le persone. Ma se veniamo in Aula a sostenere che il badge è indispensabile per educare alla puntualità, dobbiamo essere coerenti e riconoscere che siamo proprio noi, troppo spesso, a iniziare le sedute con mezz’ora, quaranta minuti o anche un’ora di ritardo. La puntualità non la insegna un badge, ma la cultura del rispetto degli orari. Sul posto di lavoro timbriamo il cartellino a cinquant’anni; non possiamo pretendere che ragazzi di undici o dodici anni vengano trattati allo stesso modo degli adulti. Dobbiamo essere coerenti e, prima di parlare di responsabilità, guardare al nostro comportamento. Io interpreto questa istanza come un invito a fare un passo indietro consapevole. La fascia d’età tra gli undici e i quattordici anni è quella che forma la persona, insegna il rispetto degli orari e costruisce il senso di responsabilità. Tutti coloro che hanno figli sanno bene quante volte, soprattutto con il sistema digitale, emergano compiti aggiunti o comunicazioni arrivate successivamente. Ho avuto anche una brutta esperienza con mia figlia, che frequentava il liceo linguistico a Rimini: tre anni dopo il Covid, i colloqui con gli insegnanti continuavano a svolgersi online. Mi è capitato di parlare con professori che guidavano l’automobile o stavano cucinando. Mi è sembrata una situazione assurda. Certo, in quel caso si parlava di studenti maggiorenni ed è un contesto diverso, ma resta il segno di una digitalizzazione eccessiva. Questa istanza, invece, chiede un passo indietro consapevole, che restituisca responsabilità agli studenti, alle famiglie, ai docenti e a tutto il personale scolastico. È molto più semplice affidarsi a un sistema elettronico che registra tutto automaticamente, ma è molto più importante costruire un percorso educativo condiviso. Per queste ragioni Rete voterà convintamente a favore dell’istanza. È necessario ridurre l’impatto dell’ipertecnologia almeno nelle fasce d’età più giovani, perché applicare ai ragazzi di undici o quattordici anni gli stessi strumenti utilizzati dagli adulti non è corretto. Non si tratta di essere contrari alla tecnologia, ma di utilizzarla in modo equilibrato e realmente funzionale. Ringrazio quindi gli istanti e confermo il voto favorevole del nostro gruppo
Matteo Casali (RF): Credo che le premesse dell’istanza siano pienamente condivisibili e penso che chiunque abbia un figlio in età scolare si sia riconosciuto nelle situazioni descritte dagli istanti. Devo dire che non ho compreso, probabilmente per un mio limite, l’indignazione che quelle premesse sembrano aver suscitato nel Segretario di Stato. Magari avrà modo di spiegarmela, ma non è questo l’aspetto principale. È assolutamente vero che una digitalizzazione spinta contribuisce a raffreddare ulteriormente il rapporto tra genitori e figli. È vero che genera ansia da iperconnessione ed è altrettanto vero che costringe le famiglie a dotare i figli di dispositivi elettronici già in età molto giovane, indipendentemente dalle proprie scelte educative. Da questo punto di vista le premesse dell’istanza sono pienamente condivisibili. Allo stesso tempo, però, non dobbiamo demonizzare la digitalizzazione. Vorrei ricordare almeno due aspetti. Il primo è già stato richiamato da altri colleghi, certamente con maggiore competenza: la digitalizzazione ha consentito di superare difficoltà importanti, ad esempio permettendo anche agli studenti con particolari esigenze di accedere ai compiti e alle comunicazioni scolastiche. Non dobbiamo quindi condannare uno strumento che, se utilizzato correttamente, può facilitare il percorso di chi altrimenti rischierebbe di rimanere indietro. Il secondo aspetto riguarda la pandemia. Molti insegnanti ci hanno ricordato che proprio la digitalizzazione, avviata fortunatamente prima dell’emergenza sanitaria, ha rappresentato il pilastro che ha consentito alla scuola di continuare la propria attività durante quel periodo. Senza il registro elettronico e gli strumenti digitali già esistenti sarebbe stato molto più difficile garantire la continuità della didattica. Per questo motivo la digitalizzazione non va demonizzata. Resta però il fatto che le premesse dell’istanza sono condivisibili. Un ragazzo che entra alle scuole medie esce dal contesto della scuola elementare e si trova improvvisamente inserito in un ambiente molto più impersonale. Ricordo che vedere mia figlia timbrare il badge già alle scuole medie mi dava la sensazione di una società che educasse precocemente i ragazzi a diventare semplicemente un numero. Per queste ragioni siamo favorevoli all’accoglimento dell’istanza. Condividiamo anche il percorso prospettato dal Segretario di Stato, che appare più articolato e ragionato rispetto a un semplice accoglimento formale dell’istanza. Tuttavia riteniamo che l’approvazione dell’istanza possa rappresentare un segnale positivo e un punto di partenza per il percorso che il Segretario ha annunciato. Quanto alla questione dei sei mesi e alle preoccupazioni espresse da alcuni colleghi, mi colpisce il fatto che esistano molte istanze d’Arengo per le quali questo termine non è stato rispettato, mentre quando non si vuole accogliere un’istanza si richiama puntualmente il vincolo dei sei mesi. Da parte nostra garantiamo che, vista la complessità della materia, qualora l’istanza venga accolta ci accontenteremo di ricevere entro quel termine un riferimento sul lavoro svolto, senza andare a contestare il mancato completamento di un percorso che, evidentemente, richiede tempi più lunghi. Per questo motivo esprimeremo voto favorevole, ringraziando gli istanti per aver posto all’attenzione del Consiglio una questione tanto attuale e condividendo il percorso di approfondimento annunciato dalla Segreteria di Stato.
Fabio Righi (D-ML): Credo che questa istanza, il cui titolo potrebbe far pensare a qualcosa di apparentemente banale, in realtà ci ponga davanti a una domanda molto più profonda: quale idea di scuola vogliamo costruire e quali limiti intendiamo porre rispetto a un mondo che sta cambiando. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una progressiva digitalizzazione di ogni aspetto della vita scolastica. Una digitalizzazione che ha certamente portato vantaggi organizzativi, ma che non può essere considerata un valore in sé. La tecnologia, infatti, è uno strumento e non un fine: il suo valore dipende dall’uso che se ne fa. Per questo ritengo che questa istanza meriti un’attenzione ben maggiore rispetto a quanto il titolo possa far pensare. Condivido il principio secondo cui la scuola debba contribuire a formare persone autonome e responsabili. Il diario cartaceo non è soltanto un supporto sul quale annotare i compiti, ma è uno strumento educativo che insegna organizzazione, pianificazione e responsabilità personale. Allo stesso modo, il rapporto quotidiano tra genitori e figli non dovrebbe essere sostituito da una notifica sullo smartphone. Il tema non riguarda semplicemente gli strumenti, ma i valori che vogliamo porre alla base del nostro sistema scolastico e della nostra società e il modo in cui questi valori devono essere declinati nel mondo di oggi. C’è poi un passaggio dell’istanza che considero particolarmente importante: il diritto dei ragazzi alla disconnessione. Oggi viviamo in una società caratterizzata da una connessione continua, non solo per i giovani ma per tutti. Chiediamo costantemente ai ragazzi di limitare l’utilizzo degli schermi e, allo stesso tempo, costruiamo una scuola che li obbliga a utilizzare dispositivi digitali anche per le attività più semplici. Questa è una contraddizione evidente, rispetto alla quale è necessario assumere una posizione chiara. Detto questo, sarebbe però un errore affrontare il tema con un approccio ideologico. Non credo che la soluzione sia demonizzare il registro elettronico o rifiutare la tecnologia. Dobbiamo piuttosto chiederci se oggi il rapporto tra strumenti digitali e strumenti tradizionali sia realmente equilibrato. Forse non è necessario scegliere tra carta e digitale. Noi riteniamo, ad esempio, che il diario cartaceo possa convivere con un registro elettronico destinato prevalentemente alle funzioni amministrative. Le comunicazioni più importanti possono continuare a essere digitali senza rinunciare ai momenti di responsabilizzazione diretta degli studenti. Anche sul badge elettronico credo sia doverosa una riflessione. La scuola, e in particolare la scuola media, non è un aeroporto né un’azienda. L’appello dell’insegnante rappresenta anche un momento educativo e relazionale, un’occasione di contatto diretto tra docente e studente che oggi rischia di andare progressivamente perduta. Non è un tema limitato alla scuola media: è la stessa differenza che esiste tra seguire una lezione attraverso uno schermo e frequentare un’aula universitaria, vivendo il rapporto diretto con il docente. È proprio quella relazione a costituire il vero valore educativo. Dobbiamo quindi domandarci se uno strumento tecnologico che non produce un reale miglioramento del servizio sia davvero necessario. Fare transizione digitale non significa affidarsi automaticamente alla tecnologia. In conclusione, credo che questa istanza abbia il merito, al di là delle richieste specifiche e del suo eventuale accoglimento, di riportare al centro del dibattito politico un principio fondamentale: non tutto ciò che è digitale è automaticamente migliore né rappresenta necessariamente ciò di cui la nostra società ha bisogno. Se la nostra idea di società, come nel caso della nostra forza politica e credo anche di altre presenti in quest’Aula, si fonda su valori ben precisi, allora la scuola deve educare persone libere, consapevoli e responsabili. Per questo ritengo che l’istanza meriti un voto favorevole e soprattutto che apra una riflessione più ampia sul modello educativo che vogliamo costruire per le nuove generazioni. Quando uno strumento digitale incide sul processo educativo, inteso come formazione della persona e trasmissione dei valori fondamentali della nostra società, allora non stiamo più parlando di evoluzione o sviluppo, ma di un possibile arretramento. Su questo credo che tutti noi dovremmo interrogarci.
Gemma Cesarini (Libera): Desidero innanzitutto ringraziare gli istanti per aver portato all’attenzione dell’Aula un tema che merita una riflessione approfondita sotto diversi aspetti. Condivido quanto è stato detto da chi mi ha preceduto: la tecnologia non deve essere demonizzata, ma allo stesso tempo gli istanti hanno evidenziato criticità reali che oggi non possiamo ignorare. Come gruppo riteniamo che il diario cartaceo favorisca l’autonomia, la memoria, il rapporto con i genitori e la responsabilizzazione dei ragazzi in una fase della crescita particolarmente importante, nella quale l’apprendimento raggiunge livelli fondamentali. D’altra parte, però, il registro elettronico garantisce una precisione e un controllo che il diario cartaceo, da solo, non può assicurare. I ragazzi possono dimenticare di annotare un compito o farlo in modo incompleto. Per questo motivo credo che la soluzione migliore sia quella di utilizzare entrambi gli strumenti in maniera complementare. Il diario cartaceo dovrebbe rimanere lo strumento principale per la pianificazione e la responsabilizzazione degli studenti. Attraverso di esso il ragazzo impara anche a condividere con i genitori sia i successi, come un bel voto, sia gli insuccessi, assumendosi la responsabilità di comunicarli. Il registro elettronico potrebbe invece rappresentare uno strumento di verifica finale. Penso, ad esempio, ai compiti: è giusto che il ragazzo non viva nell’ansia di controllare continuamente il registro, ma potrebbe comunque consultarlo per verificare di aver annotato correttamente ciò che è stato assegnato. In questo modo si riuscirebbe a coniugare responsabilità ed efficienza. Per queste ragioni ritengo che vi siano le condizioni per accogliere l’istanza e integrare i due strumenti, al di là delle tempistiche previste dalle procedure per l’attuazione delle istanze d’Arengo. Credo che le criticità evidenziate dagli istanti meritino un approfondimento e una risposta concreta.
Giovanna Cecchetti (indipendente): Anch’io desidero intervenire su questa istanza soffermandomi principalmente sui punti oggetto della richiesta. Premetto di non essere contraria né alla digitalizzazione né al registro elettronico. Il mondo evolve e dobbiamo evolvere con esso. Ricordo che, quando ero giovane, venivano demonizzati il computer e perfino la televisione, come se dovessero compromettere la capacità di pensare delle nuove generazioni. Oggi i ragazzi hanno strumenti diversi che, da un lato, sono estremamente utili, ma dall’altro comportano anche dei rischi. Poiché stiamo parlando di studenti della scuola media, tra gli undici e i quattordici anni, credo sia fondamentale che questi strumenti vengano utilizzati nel modo corretto, con un ruolo educativo condiviso tra scuola e famiglia. Allo stesso tempo ritengo che il diario continui a rappresentare uno strumento molto importante proprio per responsabilizzare i ragazzi. Devono essere loro a tenere aggiornati i propri impegni, a organizzare lo studio, a ricordare interrogazioni e compiti. Per quanto riguarda il badge, invece, lo considero superfluo in questa fascia d’età. Forse potrebbe avere un senso in contesti diversi, ma alle scuole medie mi sembra eccessivo. Ricordo che anche le piccole marachelle fanno parte del percorso di crescita. Così come il diario non svolge soltanto una funzione scolastica, ma custodisce anche il mondo personale di un ragazzo durante l’anno scolastico, rappresentando quasi uno spazio privato nel quale il genitore non entra direttamente. Proprio per questo il ragazzo si assumeva la responsabilità di annotare i compiti e comunicare i voti. Credo comunque che i due strumenti possano convivere. Da una parte il registro elettronico rappresenta un valido supporto, come abbiamo visto anche durante la pandemia, dall’altra possiamo continuare a utilizzare strumenti tradizionali che aiutano i ragazzi a crescere in autonomia e responsabilità.
Michela Pelliccioni (indipendente): Ringrazio innanzitutto gli istanti perché questa istanza ci consente di riflettere su un tema molto importante e attuale, che non riguarda soltanto la digitalizzazione, ma più in generale gli strumenti necessari per affrontare un mondo che è già cambiato e continuerà a cambiare. È difficile immaginare un ritorno al passato, ma dobbiamo interrogarci sul modo in cui gestire questo cambiamento. La questione non riguarda semplicemente il controllo della presenza scolastica o delle attività degli studenti, ma investe una riflessione molto più ampia. Condivido le argomentazioni degli istanti perché il venir meno del diario scolastico comporta anche la perdita di una parte importante della creatività e della responsabilizzazione personale nella gestione degli impegni quotidiani, elementi che almeno la mia generazione era abituata a coltivare. Allo stesso tempo non possiamo ignorare che gli strumenti digitali consentono ai genitori, oggi spesso impegnati nel lavoro molto più che in passato, di avere un accesso immediato alle informazioni scolastiche e di gestire con maggiore facilità gli impegni dei figli. Tuttavia, quando parlavo della necessità di essere preparati a vivere in un mondo che cambia, mi riferivo soprattutto alla capacità di sviluppare gli strumenti culturali e personali per affrontare questo cambiamento in modo equilibrato. Un ragazzo costantemente monitorato può vivere situazioni di ansia e, quando il controllo diventa eccessivo, questo può produrre effetti negativi. Entrare nella sfera educativa delle famiglie è sempre delicato, perché ogni situazione è diversa, ma credo sia importante fornire ai genitori gli strumenti per comprendere anche i possibili rischi dell’ipercontrollo. Non mi riferisco soltanto all’attività scolastica: oggi ciascuno di noi dispone di uno smartphone con cui può controllare continuamente dove si trovano i propri figli. Quando questa possibilità viene utilizzata senza equilibrio, rischia di diventare un problema. Credo quindi che si debba intervenire su due fronti. Da un lato occorre creare una soluzione intermedia che consenta ai ragazzi delle scuole medie di mantenere spazi di autonomia, anche attraverso il diario cartaceo, senza rinunciare ai vantaggi della tecnologia, alla quale è comunque necessario adeguarsi. Dall’altro ritengo fondamentale accompagnare famiglie e studenti con strumenti formativi e conoscitivi che li aiutino a gestire gli effetti psicologici e relazionali della digitalizzazione. Per questo ringrazio ancora gli istanti e credo che la strada giusta non sia rinunciare né al vecchio né al nuovo, ma accompagnare con equilibrio il passaggio tra strumenti tradizionali e innovazione tecnologica attraverso un adeguato percorso educativo e formativo.
Andrea Menicucci (RF): Parto da una considerazione che ho ascoltato qualche anno fa da una mia insegnante della scuola superiore. Diceva che la scuola serve soprattutto a imparare a fare fatica. Imparare a fare fatica significa imparare a studiare, acquisire un metodo di studio, imparare a scrivere, a gestire i rapporti umani e la comunicazione attraverso quei rapporti. Credo che questa riflessione si inserisca perfettamente nello spirito di questa istanza. Siamo abituati a vedere il susseguirsi delle generazioni come un percorso nel quale quelle precedenti cercano di agevolare le successive rispetto alle difficoltà che hanno vissuto. Credo che proprio questa sia stata la logica che ha portato all’introduzione nelle scuole della Repubblica di San Marino di strumenti come il registro elettronico e il badge per la rilevazione delle presenze. Oltre alla volontà di dotare la scuola di strumenti informatici e tecnologici e di concentrare in un’unica piattaforma la gestione delle presenze, del carico di studio e delle valutazioni, c’era anche l’intenzione di agevolare il lavoro degli studenti sia durante l’attività scolastica sia nello studio a casa. Tuttavia credo che alcune questioni debbano essere affrontate. L’introduzione di questi strumenti è stata una sperimentazione che ci ha fatto comprendere come la nostra scuola abbia bisogno di un supporto tecnologico integrato, ma ci ha anche mostrato che una parte della componente umana del rapporto tra studenti, insegnanti e famiglie è venuta meno. Da qui nasce questa istanza, della quale condivido pienamente tutte le premesse. Mi auguro soltanto che si possa realizzare il percorso richiesto senza dimenticare che la scuola deve continuare a progredire e non può restare ancorata a modelli ormai superati. Se esiste la possibilità di integrare la tecnologia con l’attività didattica tradizionale, io sono favorevole, purché questo avvenga sempre nel rispetto delle relazioni umane, del dialogo tra ragazzi e famiglie e tra studenti e insegnanti, senza creare storture e senza perdere quell’equilibrio che nella scuola considero fondamentale. Ho vissuto sia la scuola cosiddetta analogica sia quella digitale e mi sono reso conto che, se da un lato il registro elettronico e le comunicazioni digitali erano spesso molto comodi, dall’altro presentavano anche diversi aspetti negativi. Mi è capitato di vedere attività caricate fuori dall’orario scolastico e insegnanti che, non avendo particolare dimestichezza con la tecnologia, faticavano a utilizzare il registro elettronico. Credo quindi che questa istanza richieda una valutazione complessiva e mi auguro che venga accolta, trovando un seguito concreto nella direzione indicata dagli istanti. Concludo, Eccellenza, osservando che, al di là del numero ridotto dei presenti in Aula, vedo diminuire anche l’interesse e la volontà di intervenire su questo tema.
Dalibor Riccardi (Libera): Ho deciso di intervenire dopo il dibattito che si è sviluppato in Aula. Desidero innanzitutto ringraziare gli istanti perché, sollevando un tema così sentito dalla cittadinanza e da quest’Aula, hanno dato l’opportunità di svolgere una riflessione utile per sviluppare una maggiore consapevolezza critica e valutare nel modo migliore questa istanza. Mi collego a quanto diceva il collega che mi ha preceduto: la scuola è una grande palestra nella quale si impara, oltre che la cultura, anche a fare fatica. Sono i primi passi che consentono al ragazzo di comprendere il significato della responsabilità all’interno del proprio percorso scolastico e culturale. Allo stesso tempo, la politica, la famiglia e le istituzioni devono sempre mantenere un equilibrio delicato tra la tutela del minore e la sua crescita. Questo equilibrio deve essere funzionale alla formazione del bambino e dell’adolescente, aiutandolo anche ad affrontare gli inevitabili momenti di difficoltà, come un brutto voto o altre esperienze che contribuiscono alla crescita personale. L’istanza affronta questioni molto concrete. Il ripristino del diario scolastico e l’eliminazione del badge elettronico rappresentano strumenti che, se da un lato rispondono a un’evoluzione tecnologica della scuola, dall’altro rischiano di deresponsabilizzare il ragazzo nel proprio percorso di crescita, anche perché questi strumenti finiscono inevitabilmente per coinvolgere direttamente le famiglie, alterando quell’equilibrio educativo di cui parlavo. Per quanto riguarda invece la terza proposta contenuta nell’istanza, ritengo che sia necessario svolgere una riflessione ancora più approfondita. L’abuso degli strumenti tecnologici può certamente indebolire il rapporto educativo, ma non è l’unica causa della progressiva disconnessione all’interno delle famiglie. Condivido quindi la lettura proposta dal Segretario di Stato, che ha indicato percorsi virtuosi capaci di aiutare i genitori a educare i propri figli attraverso responsabilità, indicazioni corrette e anche la possibilità di sbagliare e rialzarsi. Le istanze che oggi discutiamo incidono direttamente sul percorso di crescita dei nostri giovani. Ricordiamoci sempre che i ragazzi che oggi frequentano le scuole medie, le superiori e le elementari saranno la futura classe dirigente del nostro Paese. Per questo condividiamo quanto espresso dalla collega Cesarini: accoglieremo l’istanza, sottolineando però quanto sia importante che il bambino possa crescere sviluppando responsabilità personale, curiosità e capacità di affrontare anche gli inevitabili insuccessi che contribuiscono a formare il carattere. Ringraziamo nuovamente gli istanti per aver presentato questa proposta e per averci consentito di sviluppare una riflessione che riteniamo utile per l’intero sistema scolastico.
L’Istanza è approvata a maggioranza
Istanza d’Arengo n.40 del 05-04-2026 – affinché la hall del Teatro Titano sia dedicata al “Principe Antonio Focas de Curtis di Bisanzio, in arte Totò”
Segretario di Stato Teodoro Lonfernini: L’istanza numero 40 propone di dedicare al principe Antonio Focas De Curtis di Bisanzio, in arte Totò, la hall del Teatro Titano. L’istante, il cittadino sammarinese Lino Cenci, motiva la richiesta ricordando il particolare legame che Totò ebbe con la Repubblica di San Marino, alla quale donò nel 1962 un pianoforte da concerto. Totò, oltre a essere uno dei più grandi attori del teatro e del cinema italiano, coltivò una profonda passione per la musica, partecipando anche a prestigiose giurie di concorsi canori e componendo brani di successo. Il rapporto con il Titano fu suggellato anche dal conferimento dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Equestre di Sant’Agata. Il pianoforte, un tre quarti di coda, ha avuto nel tempo diverse collocazioni sul territorio sammarinese e, dopo un lungo periodo di inutilizzo dovuto alla rottura di una gamba, nel 2013 è stato restaurato grazie all’intervento dell’Ufficio Attività Sociali e Culturali e al sostegno di SIT Group, tornando così a essere pienamente utilizzabile. L’istanza propone quindi di intitolare a Totò la hall del Teatro Titano, luogo che oggi ospita lo strumento donato dall’artista. Nel riferimento predisposto dalla Segreteria si riconosce pienamente il valore storico e affettivo del gesto compiuto da Totò nei confronti della Repubblica. Tuttavia si evidenzia come il Teatro Titano rappresenti un edificio dalla storia plurisecolare, profondamente legato alle vicende civili, storiche e politiche del Paese. Dalla progettazione alla fine del Settecento, all’inaugurazione nel 1809, passando per la ricostruzione degli anni Trenta, l’utilizzo come sede militare durante la Seconda guerra mondiale e il recupero degli anni Ottanta, il teatro è diventato un simbolo della vita pubblica sammarinese, ospitando spettacoli ma anche importanti celebrazioni civili e istituzionali. Proprio in virtù di questa identità collettiva, gli interventi di intitolazione degli spazi del teatro dovrebbero preservarne la memoria storica complessiva, evitando di legare in maniera permanente i suoi ambienti principali a singoli eventi o personalità, pur prestigiose. Per queste ragioni si propone di non accogliere l’istanza nella forma presentata. Al tempo stesso, per valorizzare adeguatamente il dono di Totò, si propone di predisporre una targa commemorativa da collocare accanto al pianoforte, affidando agli Istituti Culturali il compito di realizzarla quanto prima affinché possa raccontare ai visitatori la storia del prezioso strumento custodito nel Teatro Titano. È stato inoltre acquisito il parere della Giunta di Castello della Città di San Marino, che riconosce il valore artistico della figura di Totò e il suo legame con la Repubblica, ma ritiene opportuno demandare ogni valutazione agli organi competenti. La Giunta evidenzia inoltre che, qualora si intendesse procedere a future intitolazioni, sarebbe preferibile orientarsi verso cittadini sammarinesi scomparsi che abbiano avuto un rapporto significativo con il Teatro Titano e con la vita culturale della Repubblica. Anche alla luce di tale parere confermo quindi l’indicazione di non accoglimento dell’istanza.
Tomaso Rossini (PSD): Intervengo brevemente per sottolineare il particolare legame che Totò, il principe De Curtis, ebbe con la Repubblica di San Marino. È sicuramente motivo di orgoglio poter annoverare tra il nostro patrimonio il pianoforte che l’artista donò al Paese. Ritengo tuttavia che la risposta della Segreteria di Stato e degli Istituti Culturali sia condivisibile. Il Teatro Titano rappresenta un luogo simbolico della storia della Repubblica e, già osservando il frontone dell’edificio, si percepisce come esso custodisca la memoria dell’intera comunità sammarinese. È quindi giusto preservarne questa identità. Condivido invece pienamente la proposta di collocare una targa che ricordi il dono di Totò e chiederei agli Istituti Culturali di individuare una posizione quanto più visibile possibile, poiché il pianoforte oggi si trova dietro le quinte del teatro e può essere visto soltanto da chi accede alle aree riservate. Per queste ragioni, anche come gruppo PSD, condividiamo l’indicazione della Segreteria di Stato
Gaetano Troina (D-ML): Intervengo molto brevemente. Ringraziamo innanzitutto l’istante per aver portato all’attenzione dell’Aula un episodio della nostra storia recente che, personalmente, non conoscevo. Condivido però pienamente il ragionamento della Segreteria di Stato e ritengo appropriata la proposta di valorizzare il gesto di Totò attraverso una targa commemorativa, da collocare sul pianoforte stesso oppure in un punto del Teatro Titano facilmente visibile ai visitatori. Mi sembra una soluzione più adeguata e maggiormente rispettosa del contesto storico e culturale del Teatro Titano. Per queste ragioni condividiamo l’impostazione della Segreteria di Stato e ringraziamo ancora l’istante per aver contribuito a valorizzare questo significativo episodio della storia della Repubblica.
L’Istanza è respinta
Istanza d’Arengo n.43 del 05-04-2026 – per il riconoscimento del circo contemporaneo quale attività di rilevante valore culturale, educativo e sociale e per la sua inclusione all’interno del sistema degli Istituti Culturali Pubblici
Segretario di Stato Teodoro Lonfernini: L’istanza chiede che il circo contemporaneo venga riconosciuto quale attività di rilevante valore culturale, educativo e sociale, prevedendo adeguate forme di sostegno normativo ed economico e l’individuazione di una sede stabile destinata allo svolgimento delle attività circensi, eventualmente inserita nel sistema degli Istituti Culturali come spazio polifunzionale aperto alla cittadinanza. Gli istanti ricordano l’esperienza sviluppata dal 2019 nella Repubblica di San Marino, sottolineando come questa realtà abbia arricchito l’offerta culturale attraverso corsi, laboratori, spettacoli ed eventi rivolti a bambini, giovani e famiglie. Evidenziano inoltre il valore educativo e inclusivo del circo contemporaneo, il riconoscimento internazionale ormai acquisito da questa disciplina, gli esempi normativi presenti in altri ordinamenti e la mancanza, sul territorio sammarinese, di una struttura coperta adeguata a ospitare attività performative di media dimensione. Il riferimento è stato predisposto congiuntamente con il Segretario di Stato per il Territorio, Matteo Ciacci. L’amministrazione riconosce il valore dell’esperienza maturata negli anni nella Repubblica di San Marino e il contributo che essa ha dato all’offerta culturale del Paese attraverso iniziative rivolte ai giovani, alle scuole e alla cittadinanza. Le attività promosse hanno dimostrato significative ricadute educative, sociali e culturali, valorizzando il circo contemporaneo quale forma di espressione artistica capace di favorire inclusione, crescita personale e partecipazione della comunità. Si riconosce inoltre che il circo contemporaneo abbia ormai acquisito piena dignità artistica e culturale anche a livello internazionale e rappresenti un settore che merita attenzione nell’ambito delle politiche di promozione culturale, anche sotto il profilo normativo. Per quanto riguarda la richiesta di individuare una sede stabile, occorre tuttavia evidenziare che la realizzazione di una nuova infrastruttura richiederebbe investimenti molto rilevanti sia nella fase di costruzione sia nella successiva gestione. Tale prospettiva dovrà quindi essere valutata nell’ambito delle priorità complessive dell’amministrazione, tenendo conto della necessità di destinare le risorse disponibili anche alla riqualificazione delle principali strutture culturali pubbliche. Nonostante ciò, l’amministrazione ritiene opportuno proseguire il confronto e si impegna, in collaborazione con le Giunte di Castello e con i soggetti interessati, a individuare soluzioni operative sostenibili che consentano lo sviluppo delle attività circensi, valorizzando, ove possibile, spazi già esistenti o altre modalità organizzative compatibili con le esigenze del settore. Per queste ragioni, riconoscendo il valore culturale, educativo e sociale del circo contemporaneo, si esprime parere favorevole all’accoglimento dell’istanza, precisando che l’individuazione di una sede stabile dovrà essere oggetto delle necessarie valutazioni sull’idoneità degli spazi, sulle compatibilità tecniche, organizzative ed economiche, sulle priorità di investimento e sulla disponibilità del patrimonio immobiliare pubblico. L’accoglimento costituisce quindi un indirizzo politico volto a perseguire gli obiettivi indicati dagli istanti, demandando all’amministrazione l’individuazione delle modalità più idonee e sostenibili per la loro concreta attuazione.
Tomaso Rossini (PSD): Intervengo su questa istanza perché, negli ultimi anni, ho avuto modo di avvicinarmi a questa disciplina. Ringrazio gli istanti per averla portata all’attenzione del Consiglio. Così come ieri parlavamo della riqualificazione del campo sportivo di Borgo Maggiore, oggi abbiamo l’opportunità di riconoscere il valore di un’altra importante disciplina, che considero completa sotto molti punti di vista. Il circo contemporaneo parla di equilibrio, di disciplina, di capacità di superare i propri limiti. Sono convinto che i ragazzi che si avvicineranno a questa realtà ne trarranno un grande beneficio. Inoltre rappresenta anche un’importante occasione di apertura verso il mondo. Esistono numerose scuole di circo, anche molto prestigiose, come quella di Torino, dalla quale sono usciti artisti che oggi portano la loro arte nei principali contesti internazionali. Perché il circo contemporaneo non è soltanto una disciplina sportiva, ma è anche una forma d’arte. Accogliamo quindi con convinzione l’indicazione favorevole espressa dalla Segreteria di Stato, soprattutto per quanto riguarda la ricerca di spazi adeguati a ospitare questa attività. Mi auguro che questa possa diventare un’ulteriore opportunità non solo per i ragazzi, ma anche per gli adulti, perché il circo contemporaneo comprende discipline e attività accessibili a tutte le età. Ritengo che uno degli aspetti più importanti sia proprio la ricerca dell’equilibrio: che si tratti di mantenersi su una corda, su un tessuto o sopra un’altra persona, ogni esercizio diventa anche un percorso di concentrazione, respirazione e consapevolezza. Per questo sono davvero contento che questa istanza sia arrivata in Consiglio e ancora di più che la Segreteria di Stato abbia espresso un orientamento favorevole.
Gemma Cesarini (Libera): Desidero esprimere innanzitutto apprezzamento per il parere formulato dalla Segreteria di Stato, perché rappresenta una sintesi equilibrata tra le finalità dell’istanza e le concrete esigenze dell’amministrazione. L’istanza richiama un tema importante, chiedendo che il circo contemporaneo venga riconosciuto per il suo valore culturale, educativo e sociale e che si lavori per individuare una sede stabile quale punto di riferimento per queste attività. Riconosciamo pienamente il valore del percorso sviluppato fino a oggi, ma riteniamo altrettanto necessario valutare con senso di responsabilità le criticità esistenti, in particolare la disponibilità degli spazi pubblici, l’idoneità delle strutture esistenti, le compatibilità tecniche, organizzative ed economiche e le priorità di investimento che l’amministrazione è chiamata a definire. Il significato dell’istanza non è quello di individuare immediatamente un immobile specifico, ma di assumere un impegno a riconoscere il valore di questa realtà, demandando poi all’amministrazione le valutazioni tecniche necessarie. Esprimo quindi soddisfazione per il parere favorevole della Segreteria di Stato e auspico che queste attività possano continuare a trovare nelle istituzioni un interlocutore attento e disponibile a valorizzarne il ruolo culturale, educativo e sociale.
Maria Luisa Berti (AR): Desidero chiarire fin da subito che non ho alcuna contrarietà nei confronti dell’attività circense e ne riconosco pienamente il valore culturale, educativo e sociale. Tuttavia devo ammettere di avere alcune perplessità sull’istanza. Mi pare infatti di comprendere che gli istanti chiedano la destinazione di una struttura pubblica a favore dell’attività circense, inserendola stabilmente all’interno del sistema pubblico. Se questa è l’impostazione, ritengo che sia indispensabile svolgere anche una valutazione di carattere economico sugli interventi richiesti. Per questo motivo inviterei a una maggiore prudenza prima di esprimere un’accoglienza così ampia dell’istanza. Esistono infatti numerosi altri settori che richiedono interventi e investimenti per essere valorizzati, potenziati e resi maggiormente funzionali e sicuri per la collettività. Penso, ad esempio, alle strutture scolastiche pubbliche, che a mio avviso rappresentano una priorità. Ribadisco che il mio intervento non vuole essere in alcun modo una critica verso chi svolge con passione, impegno e dedizione questa attività, della quale riconosco pienamente il valore culturale, sociale e didattico. Ritengo però che, prima di assumere impegni di questo tipo, sia necessario valutare attentamente l’impatto economico e collocare gli interventi all’interno di una scala di priorità complessiva dell’amministrazione. Per queste ragioni non voterò favorevolmente l’istanza.
Antonella Mularoni (RF): Credo certamente che il circo sia un’arte nobile e che coloro che sono appassionati di quest’arte abbiano tutto il diritto di essere rispettati. Quando però si tratta di devolvere risorse pubbliche per determinati interventi, penso che tutti noi dovremmo interrogarci su quali siano le priorità del Paese. Da tempo, come gruppo, diciamo ripetutamente in quest’aula che, a nostro avviso, non vengono dedicate risorse sufficienti a interventi che riteniamo fondamentali. Penso, ad esempio, alla sistemazione delle nostre scuole, che deve avvenire in tempi rapidi. Il Segretario Ciacci ci dice che si è cominciato, ma ancora poco tempo fa è stato evidenziato che nelle scuole manca persino l’aria condizionata. Al di là di questo, resta il problema di edifici ormai molto vecchi, costruiti decenni fa, quando magari non si faceva debito ma si trovavano comunque le risorse per investire nelle scuole. Abbiamo poi segnalato altre priorità, a partire dal costo della vita. Il problema del caro vita, anche nel nostro Paese, con la necessità di sostenere maggiormente le famiglie più deboli, secondo noi non viene affrontato in maniera adeguata. Non è una difficoltà che riguarda solo San Marino, ma anche i Paesi vicini. Tuttavia, proprio perché siamo un piccolo Stato che si vanta di stare bene anche economicamente, riteniamo che questa dovrebbe essere una delle principali preoccupazioni dell’esecutivo e della maggioranza. C’è poi la legge sul diritto allo studio. Dall’inizio della legislatura ripetiamo che una normativa ormai datata, con importi rimasti sostanzialmente invariati, non è più sufficiente a sostenere realmente le famiglie che hanno bisogno. Un tempo frequentare l’università costava molto meno; oggi aumentano le spese per alloggi, iscrizioni, libri e tutto ciò che ruota attorno al percorso universitario. Corriamo il rischio che alcune famiglie sammarinesi non riescano più a mantenere i propri figli agli studi perché il sostegno dello Stato non è adeguato. Inoltre, con l’introduzione dell’ICEE, temiamo che gli aiuti possano diminuire. Abbiamo chiesto più volte se gli eventuali risparmi derivanti dai nuclei che non avranno più diritto ai contributi saranno destinati alle famiglie più bisognose oppure ad altre finalità, ma non abbiamo ancora ricevuto risposta. Potrei citare molte altre situazioni nelle quali riteniamo che le famiglie più fragili non siano adeguatamente sostenute. Penso anche alla politica della casa. Con tutto il rispetto per il Segretario Ciacci, che ha cercato di fare qualcosa, probabilmente anche lui si è reso conto che quanto realizzato è ben poco rispetto ai bisogni reali di tante famiglie. C’è poi il tema dell’ospedale di Stato. Abbiamo speso risorse per consulenze nelle legislature precedenti, ma i risultati non si vedono. Del nuovo ospedale si torna a parlare soltanto quando si affaccia qualche potenziale investitore, poi tutto si ferma. Le risorse pubbliche non ci sono, ogni tanto riemerge l’ipotesi della finanza di progetto, poi si parla di qualche cavaliere bianco e infine il tema scompare di nuovo. Intanto abbiamo un ospedale costruito molti anni fa, quando il debito pubblico veniva contratto per realizzare investimenti strutturali e non per finanziare la spesa corrente, come purtroppo avviene oggi. Prima ancora di progettare un nuovo ospedale dovremmo però decidere quale idea di sanità vogliamo per il futuro. Solo dopo aver definito un progetto sanitario e un modello di sviluppo possiamo pensare alla progettazione della struttura. Oggi, invece, continuiamo a sentire parlare genericamente di nuovo ospedale senza avere ancora compreso quale sia il progetto sanitario del Paese. Anche noi, come tanti altri Stati, siamo alle prese con la carenza di medici, che spesso lasciano San Marino perché non trovano sufficienti incentivi per restare. Tutto questo rende evidente la difficoltà della nostra sanità nel tenere il passo. Di fronte a questa situazione, che certamente non è rosea, e a fasce della popolazione sempre più in difficoltà, riteniamo che quanto proposto nell’istanza d’Arengo, pur rispettandone pienamente i promotori, non rappresenti una priorità per il nostro Paese. Mi piacerebbe poter dire che abbiamo risorse sufficienti per finanziare anche il circo, ma non è così. Continuiamo ad aumentare il debito pubblico persino per finanziare la spesa corrente e ora dovremmo trovare fondi anche per questo. Francamente mi sembra davvero fuori luogo. Non possiamo continuare con la logica del passato, approvando istanze sapendo che poi finiranno nel cimitero delle istanze d’Arengo accolte e mai realizzate. Io ormai mi sono abituata al rumore di quest’aula e continuo a parlare soprattutto per chi ci ascolta da fuori, perché chi vorrebbe seguire il dibattito spesso non riesce nemmeno a sentire. Mi avvio alla conclusione. Ho l’impressione che a volte non ci rendiamo conto di ciò che sta accadendo nel Paese, delle vere priorità, dei bisogni concreti e della necessità di intervenire. A breve, immagino, anche l’Italia agirà sul tema del costo dei carburanti e credo che dovremo farlo anche noi. Dobbiamo mettere in campo politiche che aiutino maggiormente le fasce di popolazione in difficoltà, senza limitarci a considerare che l’aumento del prezzo dei carburanti possa garantire maggiori entrate allo Stato. Esiste infatti il rovescio della medaglia: ci sono famiglie che hanno bisogno di essere sostenute. Per questo mi domando quale valutazione abbia fatto il Governo in termini di priorità decidendo di sostenere questa istanza. Ribadisco il massimo rispetto nei confronti di chi considera il circo una priorità culturale e ritiene che meriti il sostegno dello Stato, ma credo sinceramente che questo non sia il momento storico in cui il nostro Paese possa permetterselo.
Dalibor Riccardi (Libera): Non avevo intenzione di intervenire su questa istanza. Ringrazio comunque i promotori per averla portata all’attenzione dell’aula e per aver consentito un dibattito. Tuttavia, dopo aver ascoltato la collega che mi ha preceduto, sento il dovere di intervenire. Se ho ben compreso le parole del Segretario, il riferimento è semplicemente all’individuazione di uno spazio, che potrebbe essere anche un parco o un’area già esistente e che non richieda interventi onerosi. Per questo motivo non condivido la strumentalizzazione che è stata fatta dell’istanza. Le priorità del Governo, delle Segreterie di Stato e della maggioranza sono sempre orientate all’interesse della cittadinanza e in questi anni abbiamo dimostrato che le priorità vengono individuate e realizzate, a differenza di quanto accadeva in passato quando spesso rimanevano solo sulla carta. Ritengo che tirare in ballo tutti i problemi del Paese davanti a un’istanza di questo tipo non sia corretto né nei confronti della cittadinanza né dell’aula. Possiamo discutere del valore che ciascuno attribuisce all’attività circense, ma condivido l’intervento del collega Rossini quando afferma che il circo contemporaneo può rappresentare un’importante opportunità culturale e di crescita, soprattutto per le giovani generazioni. Inoltre, non è affatto detto che sia necessario investire ingenti risorse pubbliche. Lo abbiamo detto anche in altre occasioni: non esiste soltanto il calcio e non esistono soltanto alcune discipline sportive. Per questo motivo preferisco rimanere nel merito dell’istanza e confrontarmi su opinioni diverse, purché riguardino effettivamente il contenuto della proposta.
Aida Maria Adele Selva (PDCS): Anch’io esprimo alcune perplessità. Credo che siamo tutti d’accordo nel riconoscere il valore culturale, educativo e sociale del circo contemporaneo e, a mio avviso, questo riconoscimento esiste già nella società. Tuttavia l’istanza non si limita a questo, ma chiede anche l’individuazione di un’area dedicata e adeguate forme di sostegno normativo ed economico. Proprio su questi aspetti nutro delle riserve. Sarebbe necessario conoscere quale impatto economico comporterebbe una simile scelta e quali sarebbero le effettive ricadute positive sulla collettività. Non metto in discussione il valore culturale dell’attività, né la possibilità di svolgerla. Anzi, ritengo che potrebbero essere utilizzati anche edifici già esistenti. Proprio perché occorre stabilire delle priorità nell’interesse pubblico, credo che questa valutazione debba essere approfondita. Non voglio fare una graduatoria tra ciò che è più o meno importante, perché la società è composta da molte esigenze diverse. Tuttavia non ritengo possibile approvare integralmente questa istanza. Mi chiedo se non sia invece possibile trovare una sintesi attraverso un ordine del giorno che sostenga l’attività e favorisca l’utilizzo di una sede già esistente. In questo modo si chiarirebbe che nessuno mette in discussione il valore educativo, sociale e culturale del circo contemporaneo, ma semplicemente si ritiene opportuno procedere con modalità, tempi e strumenti più adeguati. Se questa soluzione non sarà percorribile, anticipo che il mio gruppo non è favorevole all’accoglimento integrale dell’istanza.
Giulia Muratori (Libera): Mi unisco innanzitutto ai ringraziamenti rivolti agli istanti per aver portato all’attenzione dell’aula un tema che, probabilmente, non è ancora conosciuto da tutti, ma che merita di essere affrontato senza pregiudizi. Quando si parla di circo si rischia di fermarsi all’immagine tradizionale del circo con gli animali o di un semplice passatempo. L’istanza, invece, riguarda il circo contemporaneo e chiede che venga riconosciuto come attività di valore culturale, educativo e sociale, con l’individuazione di una sede stabile e adeguate forme di riconoscimento. Ritengo che queste richieste meritino attenzione. Il punto centrale non è tanto il circo in sé, quanto capire se questa disciplina debba essere considerata parte integrante delle politiche culturali del Paese. Personalmente, e come gruppo, riteniamo positiva questa prospettiva. Investire nella cultura è sempre un investimento utile. Il circo contemporaneo non è soltanto spettacolo, ma rappresenta un linguaggio artistico che unisce teatro, danza, musica e movimento, con una forte componente educativa e inclusiva. In molti Paesi europei questo è ormai un dato acquisito. Basti pensare alla Francia, dove il circo contemporaneo è pienamente sostenuto dalle politiche culturali, oppure al Belgio, che ospita una delle principali scuole europee di arti circensi. Anche a San Marino questa esperienza ha prodotto risultati positivi, coinvolgendo bambini, giovani, famiglie e scuole e offrendo occasioni di crescita, aggregazione e partecipazione. Quel percorso si è interrotto bruscamente a causa del tragico evento del dicembre 2023. Non è venuta meno soltanto una struttura, ma si è interrotto un progetto che riguardava l’intero Paese. Oggi il tema non è semplicemente ricostruire un tendone o sostenere una singola realtà, ma decidere se vogliamo continuare a dare spazio a un’esperienza culturale che ha dimostrato di funzionare. Naturalmente tutto questo deve avvenire con equilibrio e tenendo conto dell’interesse pubblico. Condivido quindi il parere espresso dal Segretario Lonfernini, che riconosce il valore di parte dell’istanza ma richiama giustamente la necessità di valutare attentamente gli spazi disponibili, l’interesse pubblico e la sostenibilità del progetto. Qualcuno ha parlato di stanziamenti pubblici, ma mi sembra che né il parere del Segretario né l’orientamento della maggioranza vadano in questa direzione. Piuttosto si parla della possibilità di riconoscere questa disciplina e, qualora vi siano spazi pubblici disponibili, di destinarli attraverso le procedure previste, come un bando pubblico. Da parte nostra c’è la volontà di trovare una sintesi, anche valutando un ordine del giorno condiviso. Investire nella cultura non produce soltanto benefici sociali, ma può generare anche ricadute economiche. Una realtà stabile potrebbe attrarre spettacoli, compagnie, eventi e collaborazioni internazionali, contribuendo ad arricchire l’offerta culturale e turistica della Repubblica. Per un piccolo Paese come San Marino, differenziarsi anche attraverso iniziative culturali di qualità rappresenta un’opportunità. Per queste ragioni chiediamo una breve sospensione dei lavori per verificare la possibilità di elaborare un ordine del giorno condiviso e concludo ringraziando ancora una volta gli istanti per aver sollevato un tema che invita tutti noi a riflettere sul ruolo della cultura nel nostro Paese.
Matteo Zeppa (Rete): È curioso vedere la maggioranza che arriva quasi a strapparsi le vesti su un’indicazione espressa da due Segretari di Stato favorevoli all’accoglimento dell’istanza. Anche in questo caso, però, si finisce per distorcere la realtà. In precedenza è stato detto che il Segretario non poteva assumersi l’impegno di dare attuazione entro sei mesi perché la legge lo prevede. Qui, invece, abbiamo due Segretari di Stato che esprimono un’indicazione positiva e, personalmente, condivido questa posizione. Permettetemi un paragone forse azzardato e lontano dalla nostra realtà, ma che riguarda comunque un’attività culturale e di comunità. Mi riferisco a Mutonia, la realtà nata a Santarcangelo di Romagna grazie ad artisti inglesi arrivati negli anni Novanta. All’inizio veniva considerata quasi un’esperienza naïf, qualcosa che non si comprendeva bene. Dopo anni di discussioni, durante i quali si è perfino valutata la possibilità di eliminarla, il Comune di Santarcangelo ha deliberato di riconoscere Mutonia come patrimonio della città. Questo per dire che realtà piccole, come quella del circo contemporaneo, possono inizialmente non essere comprese. Non fanno clamore, se non perché il tendone era visibile a chi passava lungo la strada, ma rappresentano comunque un valore culturale diverso dal circo tradizionale con gli animali. Mi rivolgo quindi ai colleghi della maggioranza. Quando noi eravamo in maggioranza, sulle istanze d’Arengo c’era sempre un confronto preventivo. Si chiedeva il parere dei Segretari di Stato e, se emergevano criticità, si trovava una soluzione attraverso un ordine del giorno. Se un’istanza viene accolta integralmente, è evidente che comporta delle implicazioni. Posso anche condividerle personalmente, ma poi non può accadere che due consiglieri della maggioranza dicano improvvisamente che così non va bene, adducendo varie motivazioni, e si inizi a girare attorno al problema. Anche per evitare una figura poco dignitosa, visto che non era un solo Segretario ma ben due ad aver espresso parere favorevole all’accoglimento dell’istanza, sarebbe opportuno che la maggioranza si assumesse le proprie responsabilità. Prima c’era il blocco compatto dei Segretari, oggi invece basta che qualcuno abbia un mal di pancia o, più semplicemente, non abbia letto con attenzione il contenuto dell’istanza, cosa che può anche succedere, e allora si arriva a proporre un ordine del giorno. Benissimo, non ho alcun problema su questo, ma dovreste essere voi, come consiglieri di maggioranza, a prendervi la responsabilità politica di ciò che accade. Non si può dire, nell’istanza precedente, che non si può accogliere perché la legge obbliga ad attuare entro sei mesi e poi usare un criterio diverso in questa circostanza. Politicamente mi sembrate un po’ annacquati e credo che una riflessione andrebbe fatta. Non voglio entrare nel merito di altri temi, come la scuola o altre priorità, perché sono questioni diverse. È evidente che esistono priorità e problemi da affrontare, ma le istanze d’Arengo sono uno strumento attraverso il quale anche un solo cittadino può avanzare una proposta. Ricordo, ad esempio, che anni fa arrivò perfino un’istanza d’Arengo, firmata da un unico cittadino, che chiedeva di rendere nuovamente operativo il partito fascista. Questo dimostra quanto ampio sia lo spettro delle richieste che possono essere presentate. Successivamente esiste un vaglio da parte delle Segreterie competenti: se un’istanza è ammissibile viene discussa, altrimenti no. Non è pensabile arrivare in aula con due Segretari di Stato favorevoli e poi assistere al caos provocato dalla stessa maggioranza. Le istanze vanno lette prima. Per quanto mi riguarda, ribadisco che realtà piccole come quella del circo contemporaneo possono rappresentare un valore aggiunto per la società sammarinese, così come Mutonia è diventata un patrimonio per Santarcangelo dopo un lungo e complesso percorso amministrativo. Credo quindi che abbiamo il dovere di ampliare la nostra visione e comprendere che non esiste soltanto il calcio, che viene sempre portato come termine di paragone. Esistono anche altre realtà sportive che, con molte meno risorse, hanno portato perfino medaglie olimpiche. Dovremmo quindi favorire anche altre discipline, consentendo loro di svilupparsi e di poter accedere alle risorse del CONS. Qui esco dal tema dell’istanza, ma il principio resta lo stesso. Ancora una volta emerge la necessità che le istanze vengano lette attentamente, che si chiedano prima i pareri ai Segretari di Stato e che eventuali problemi vengano affrontati senza trasformare il dibattito pubblico in un lavaggio dei panni sporchi all’interno della maggioranza. Mi sembra francamente inopportuno. Questo è quanto.
I lavori vengono sospesi per consentire l’elaborazione di un ordine del giorno. Nonostante i tentativi di mediazione, l’ordine del giorno non viene presentato
L’Istanza è respinta a maggioranza
Istanza d’Arengo n.44 del 05-04-2026 – per l’introduzione del consenso informato preventivo della famiglia per lo svolgimento a scuola di attività afferenti all’educazione sessuale e affettiva
Segretario di Stato Teodoro Lonfernini: gli istanti chiedono, come emerge dalla lettura, l’introduzione di disposizioni legislative che prevedano, con riferimento alle attività scolastiche inerenti all’educazione affettiva e sessuale, l’avvio della trattazione di tali materie a partire dalla scuola secondaria di primo grado, l’acquisizione del consenso informato preventivo dei genitori per la partecipazione degli alunni alle relative attività formative, nonché il coinvolgimento degli organismi scolastici di partecipazione nella valutazione dei materiali didattici e dei testi concernenti tali tematiche. È indubbio che il rapporto tra scuola e famiglia rappresenti uno degli elementi fondamentali del sistema educativo e che il coinvolgimento dei genitori nei percorsi formativi dei figli costituisca un valore da promuovere e rafforzare. Parimenti, le tematiche dell’educazione affettiva, relazionale e sessuale richiedono particolare sensibilità e un contesto di dialogo tra istituzioni scolastiche, famiglie e comunità educante, affinché possano essere affrontate in modo equilibrato, rispettoso delle diverse sensibilità culturali e coerente con le finalità educative della scuola e con gli indirizzi generali volti alla tutela del benessere psicofisico e relazionale dei ragazzi. Sottolineo il benessere psicofisico e relazionale dei ragazzi. Tuttavia, l’introduzione di una disciplina legislativa che subordini in via generale lo svolgimento di tali attività al consenso preventivo dei genitori non appare, e ribadisco non appare, la soluzione più idonea. L’autonomia scolastica e la responsabilità educativa delle istituzioni scolastiche, esercitate nel rispetto delle disposizioni normative vigenti, tra cui la citata legge numero 95 del 2019, e dei programmi formativi approvati, sono già accompagnate da strumenti di partecipazione e di informazione delle famiglie che consentono un confronto costante sulle attività didattiche e progettuali. L’introduzione di un meccanismo autorizzativo generalizzato rischierebbe di compromettere l’uniformità dell’offerta formativa e di incidere sul diritto degli studenti ad accedere a percorsi educativi che concorrono allo sviluppo armonico della persona. L’educazione affettiva e relazionale, infatti, non costituisce un insegnamento autonomo, ma rappresenta un insieme di contenuti trasversali finalizzati a promuovere il rispetto della persona, la consapevolezza delle relazioni interpersonali, la prevenzione dei comportamenti discriminatori e violenti, nonché la tutela della salute e del benessere degli studenti, in piena sintonia con gli obiettivi definiti nell’ambito del tavolo Salute e Scuola, tutte realtà già esistenti all’interno del nostro Paese e del nostro sistema scolastico. Tali finalità rientrano pienamente nella funzione educativa della scuola e devono essere perseguite attraverso modalità didattiche adeguate all’età degli alunni e nel rispetto dei principi di pluralismo, imparzialità e libertà di insegnamento. Anche con riferimento alla selezione dei materiali didattici e delle iniziative formative, l’ordinamento già attribuisce specifiche responsabilità agli organi competenti delle istituzioni scolastiche, prevedendo forme di partecipazione delle diverse componenti della comunità scolastica. L’introduzione di ulteriori vincoli legislativi rischierebbe di irrigidire processi che richiedono, invece, competenza professionale e capacità di adattamento alle esigenze educative delle singole realtà scolastiche e ai bisogni evolutivi dei giovani. L’azione pubblica appare pertanto più efficace se orientata a rafforzare il dialogo tra scuola e famiglia, aggiungerei tra Stato, scuola e famiglia, garantendo la massima trasparenza sui contenuti dei percorsi educativi, promuovendo occasioni di confronto preventivo con i genitori e valorizzando gli strumenti di partecipazione e i tavoli di lavoro interistituzionali già previsti nell’ordinamento, piuttosto che introducendo obblighi generalizzati di consenso preventivo o ulteriori procedure autorizzative. Alla luce di quanto esposto, si comunica l’indicazione di non accoglimento dell’istanza, ritenendo maggiormente rispondente all’interesse degli studenti e al buon funzionamento del sistema scolastico proseguire nel rafforzamento degli strumenti di informazione, partecipazione e dialogo già previsti dal nostro ordinamento, senza introdurre vincoli legislativi che possano limitare l’autonomia educativa delle istituzioni scolastiche.
Sandra Stacchini (PDCS): Innanzitutto ringrazio gli istanti, perché il tema che siamo oggi chiamati a valutare è delicato e di grande rilevanza educativa: il rapporto tra scuola e famiglia nell’ambito dei percorsi di educazione affettiva e sessuale. La Segreteria di Stato evidenzia come il sistema scolastico sammarinese disponga già di strumenti di partecipazione, dialogo e informazione delle famiglie. Tuttavia ritengo che l’obiettivo dell’istanza non sia quello di mettere in discussione il ruolo della scuola né tantomeno la professionalità degli insegnanti. Al contrario, essa intende rafforzare quel principio di corresponsabilità educativa tra scuola e famiglia che tutti diciamo di voler promuovere. Se il rapporto tra scuola e famiglia è davvero un valore fondamentale, come riconosce la stessa Segreteria di Stato, allora è coerente riconoscere ai genitori un ruolo effettivo quando si affrontano temi che coinvolgono la sfera più intima della crescita dei figli. Il consenso informato non rappresenta una censura né un ostacolo all’attività didattica. È uno strumento di trasparenza e di fiducia reciproca. Informare preventivamente le famiglie sui contenuti, sulle modalità e sugli esperti coinvolti significa rafforzare la credibilità dell’istituzione scolastica e prevenire incomprensioni e conflitti. Anche in Italia il legislatore ha progressivamente rafforzato il principio della partecipazione delle famiglie. Dal 7 luglio il consenso informato è diventato legge. La recente normativa sull’educazione alla sessualità prevede infatti che le scuole informino preventivamente le famiglie sulle attività programmate e acquisiscano il consenso informato per la partecipazione degli studenti alle iniziative svolte da soggetti esterni. Ciò dimostra come trasparenza e consenso possano convivere perfettamente con l’autonomia scolastica senza compromettere le finalità educative. Non si tratta quindi di una richiesta isolata o ideologica, ma di una riflessione presente anche negli ordinamenti più vicini al nostro. Nessuno propone che ogni attività scolastica sia subordinata all’autorizzazione dei genitori. Tuttavia, quando si affrontano temi eticamente sensibili, che possono coinvolgere differenti convinzioni culturali, religiose e morali delle famiglie, appare ragionevole prevedere una forma di consenso informato, analoga a quella già adottata per molte altre attività extracurricolari o affidate a soggetti esterni. L’autonomia scolastica è certamente un valore, ma non può trasformarsi in autoreferenzialità. Deve convivere con la trasparenza, con il dialogo e con il diritto delle famiglie di essere pienamente coinvolte nell’educazione dei propri figli. Accogliere questa istanza non significa limitare la libertà d’insegnamento né impoverire l’offerta educativa. Significa invece costruire un’alleanza educativa più forte, fondata sulla fiducia reciproca e sul rispetto dei ruoli. Per queste ragioni ritengo che il Consiglio Grande e Generale debba esprimersi favorevolmente sull’istanza, impegnando il Governo a predisporre una disciplina equilibrata che garantisca sia l’autonomia della scuola, sia il diritto delle famiglie a essere pienamente informate e coinvolte nelle attività riguardanti l’educazione affettiva e sessuale dei propri figli. Una comunità educativa funziona meglio quando tutti i soggetti coinvolti collaborano nella piena consapevolezza dei rispettivi ruoli.
Donatella Merlini (PSD): Ritengo importante ribadire un principio: la scuola e la famiglia non devono essere considerate realtà contrapposte, ma parti della stessa comunità educativa. La crescita dei ragazzi richiede collaborazione, fiducia reciproca e soprattutto dialogo. La famiglia conserva un ruolo fondamentale nell’educazione dei figli, mentre alla scuola compete il compito di garantire una formazione completa, fondata sulle conoscenze, sul rispetto della persona e sulla capacità di vivere consapevolmente nella società. Questi due compiti non si escludono, ma devono integrarsi. Proprio per questo il nostro ordinamento scolastico prevede organismi e momenti di partecipazione attraverso i quali le famiglie possono essere informate, ascoltate e coinvolte: gli incontri con gli insegnanti, le assemblee, i rappresentanti dei genitori, gli organi collegiali e il confronto con le direzioni scolastiche. Sono questi gli strumenti che dobbiamo valorizzare e rendere sempre più efficaci. Il dialogo non può limitarsi a una comunicazione formale o successiva alle decisioni, ma deve essere costante, trasparente e preventivo, soprattutto quando vengono affrontati temi delicati che riguardano la crescita personale, emotiva e relazionale degli studenti. Informare le famiglie sui contenuti, sugli obiettivi e sulle modalità delle attività proposte aiuta a evitare incomprensioni e preoccupazioni. Allo stesso tempo, però, occorre preservare l’autonomia educativa e professionale della scuola e garantire a tutti gli studenti opportunità formative adeguate. La risposta, quindi, non dovrebbe essere quella di introdurre meccanismi che rischiano di dividere le classi o di trasformare ogni attività educativa in un terreno di contrapposizione. La strada più utile è rafforzare il confronto attraverso gli organismi già previsti e, dove necessario, migliorarne il funzionamento. Una scuola che ascolta le famiglie è una scuola più forte. Una famiglia che dialoga con la scuola contribuisce a costruire un ambiente educativo più sereno e consapevole. Ritengo che le motivazioni espresse dalla Segreteria siano condivisibili e che il vero obiettivo debba essere quello di rafforzare l’alleanza educativa tra scuola, famiglia e istituzioni nell’interesse prioritario dei nostri ragazzi. Per questo motivo il PSD voterà per il non accoglimento dell’istanza.
Maria Luisa Berti (AR): Intervengo a titolo personale, perché questa istanza d’Arengo richiama valutazioni che ciascuno di noi compie anche sulla base della propria sensibilità etica e personale. Non intervengo quindi a nome di Alleanza Riformista. Ho ascoltato gli interventi che mi hanno preceduto e condivido alcune considerazioni sulla necessità che, su tematiche come l’educazione affettiva e sessuale, così come su altre materie scolastiche, esista una forte alleanza e una forte collaborazione tra le strutture educative e, soprattutto, con le famiglie. Questa alleanza deve essere sempre più rafforzata. Proprio alla luce di questa esigenza, ritengo, a titolo strettamente personale, che l’orientamento corretto sia quello dell’accoglimento dell’istanza d’Arengo. Il consenso informato preventivo è stato recentemente introdotto anche in Italia con la legge n. 104 del 2026. Non si tratta quindi di qualcosa di estraneo all’impianto normativo della realtà che ci circonda. È una scelta che evidenzia come non possa esistere una prerogativa assoluta delle strutture scolastiche rispetto al ruolo educativo delle singole famiglie. Non penso che si possa delegare completamente queste valutazioni alla scuola. Ritengo invece necessaria una condivisione e una valutazione prioritaria da parte dei genitori. Gli istanti fanno riferimento esclusivamente all’ambito didattico che riguarda i minori e, quando si parla di minori, il coinvolgimento di chi esercita la responsabilità genitoriale diventa una priorità anche sotto il profilo giuridico. Proprio in virtù di questa necessaria alleanza tra scuola e famiglia, che rappresenta sempre più un’esigenza anche per affrontare i disagi dei nostri ragazzi, ritengo che il consenso informato sia pienamente coerente con un rapporto di collaborazione. Non vedo nulla di negativo nell’introdurlo a livello normativo o, comunque, attraverso un’altra forma di regolamentazione del nostro ordinamento scolastico. Ciò che conta è rafforzare sempre di più l’alleanza tra scuola e famiglia. Quando si affrontano materie tanto sensibili e delicate come l’educazione affettiva e sessuale, il coinvolgimento dei genitori è, a mio avviso, assolutamente doveroso.
Fabio Righi (D-ML): Riteniamo che questa istanza d’Arengo meriti di essere accolta. Voglio però chiarire subito un punto: non perché qualcuno voglia negare l’importanza dell’educazione affettiva o della corretta educazione alla sessualità. Credo che su questo non vi siano particolari dubbi. Il tema è un altro. La scuola pubblica ha il compito di trasmettere conoscenze, sviluppare il senso critico, educare al rispetto della persona e prevenire discriminazioni e violenze. Deve però svolgere questa funzione mantenendo una posizione di equilibrio, senza trasformarsi nel luogo in cui vengono proposte come verità determinate impostazioni culturali, filosofiche o antropologiche che appartengono legittimamente al dibattito pubblico ma incidono inevitabilmente sulla sfera educativa. Quando si affrontano temi che coinvolgono profondamente la formazione della persona, il rapporto con la famiglia, l’identità e la visione dell’essere umano, il coinvolgimento dei genitori non può essere considerato un semplice fastidio burocratico, ma rappresenta un principio di responsabilità educativa. Non possiamo dimenticare che la nostra tradizione giuridica, così come le principali convenzioni internazionali, riconosce che il primo diritto-dovere educativo appartiene alla famiglia. Questo valore, dal nostro punto di vista, non può essere depotenziato. La scuola non sostituisce la famiglia, ma la affianca nel percorso educativo. Per questo riteniamo ragionevole la richiesta contenuta nell’istanza, che non mira a negare il pluralismo formativo, bensì a chiedere maggiore trasparenza, maggiore informazione e un maggiore coinvolgimento dei genitori quando vengono affrontati temi particolarmente delicati, che possono incidere sulla crescita dei ragazzi in una fase della vita nella quale è possibile generare confusione. Viviamo un periodo storico in cui il confronto pubblico su queste materie è molto acceso e spesso anche confuso. Esistono sensibilità e convinzioni differenti e non spetta alla scuola scegliere quale visione debba prevalere. Non mi riferisco in particolare alla scuola sammarinese, ma più in generale al fatto che, in alcuni contesti, la posizione dell’insegnante viene talvolta utilizzata per veicolare determinate impostazioni culturali, non solo sulla sfera sessuale ma anche su altri temi, perfino politici. Crediamo che questo non debba accadere. È necessario mantenere una netta distinzione tra ciò che costituisce conoscenza scientifica, educazione, rispetto e prevenzione dei comportamenti discriminatori e ciò che invece appartiene al campo delle convinzioni etiche, filosofiche e antropologiche. Su questo lo Stato deve mantenere una posizione di neutralità. L’istanza non è contro qualcuno, non è contro il rispetto della persona, né contro la lotta alle discriminazioni o un’educazione seria, responsabile e pluralista. È invece a favore di un principio molto semplice: quando si parla della crescita educativa dei figli, la famiglia, che ancora oggi rappresenta il centro dell’educazione, deve essere parte del percorso e non una semplice spettatrice. La scuola pubblica deve rimanere la casa di tutti e non può diventare il luogo nel quale vengono veicolate, direttamente o indirettamente, derive culturali o posizioni ideologiche che una parte significativa delle famiglie potrebbe non condividere. Garantire il pluralismo dell’informazione e il rispetto di principi che appartengono non solo alla tradizione sammarinese ma anche a quella europea e internazionale significa rispettare tutte le persone, ma anche il diritto delle famiglie a essere coinvolte nelle scelte educative più delicate. Troppo spesso, invece, chi sostiene determinati valori viene quasi considerato incompatibile con il rispetto e la tolleranza. Io credo che il rispetto della persona passi proprio attraverso l’equilibrio tra le diverse posizioni e che la scuola debba essere il luogo in cui questo equilibrio trovi la sua massima espressione. La richiesta contenuta nell’istanza non mira a negare alcunché, ma semplicemente a garantire che le famiglie siano adeguatamente informate, perché sull’educazione dei propri figli devono poter scegliere i genitori.
Guerrino Zanotti (Libera): Prima di entrare nel merito dell’istanza credo sia assolutamente necessaria una premessa su quello che è il valore dell’educazione affettiva e sessuale all’interno della didattica del nostro sistema scolastico, perché è proprio da lì che discende la posizione di Libera, contraria a questa istanza d’Arengo. L’educazione affettiva e sessuale non è una materia ideologica aggiuntiva rispetto al resto della didattica, ma uno strumento di prevenzione e di cittadinanza. Le evidenze raccolte a livello internazionale, comprese le linee guida delle agenzie delle Nazioni Unite, indicano che percorsi strutturati di conoscenza del corpo, delle relazioni e del consenso riducono i comportamenti violenti tra pari, il bullismo omofobico, gli abusi non riconosciuti, le gravidanze indesiderate e le malattie sessualmente trasmissibili in età adolescenziale. Da qui il principio: più educazione, meno violenza. Non si tratta quindi di una scelta valoriale di parte sostenuta da qualcuno perché ideologicamente schierato, ma di un investimento sulla sicurezza e sulla maturazione dei ragazzi, tanto più necessario quanto più la famiglia, per condizioni diverse, non è sempre in grado di fornirlo da sola. È su questa premessa che il gruppo di Libera valuta l’istanza e, per questo, esprime un parere contrario. La prima obiezione riguarda la natura reale dello strumento proposto. Il consenso informato viene presentato come una garanzia neutra, cioè come la possibilità per una famiglia di scegliere se consentire o meno al proprio figlio di partecipare ai percorsi di educazione affettiva e sessuale. In realtà, dalle esperienze maturate anche in Italia emerge che spesso questo consenso funziona come un veto selettivo: le scelte di una minoranza finiscono per bloccare percorsi già valutati dalla scuola e scoraggiano a monte le direzioni didattiche dal proporli. Il consenso informato rischia quindi di diventare una clava ideologica più che uno strumento di trasparenza, come invece viene indicato nell’istanza d’Arengo. La seconda obiezione riguarda l’equità. Proprio i ragazzi che vivono in contesti familiari più fragili, per i quali la scuola rappresenta spesso l’unico presidio sul rispetto del corpo, dei confini personali e sul riconoscimento degli abusi, rischiano di restare esclusi da questi percorsi, perché è proprio in quei contesti che il consenso ha meno probabilità di arrivare. Il risultato non sarebbe una scuola più rispettosa delle famiglie, ma una scuola meno capace di raggiungere chi avrebbe più bisogno di questi strumenti. Un’altra obiezione riguarda il divieto assoluto previsto per la scuola dell’infanzia e la scuola primaria. L’istanza lo giustifica sostenendo che in quella fascia d’età non vi siano esigenze formative oltre alla biologia, ma è proprio nei primi anni che si costruiscono, con strumenti adeguati all’età, le basi del riconoscimento dei confini corporei e della prevenzione degli abusi. Un divieto totale eliminerebbe quindi uno strumento di protezione invece di rafforzarlo. Un’ulteriore obiezione riguarda la sottoposizione preventiva dei testi presenti nelle biblioteche scolastiche. Anche in questo caso le esperienze maturate nella vicina Italia insegnano che una richiesta di screening preventivo dei libri che affrontano temi come l’identità sessuale o i modelli familiari non tradizionali si traduce spesso in tentativi mirati alla loro rimozione, trasformando una procedura di partecipazione in un controllo dei contenuti. Un’ultima osservazione riguarda i principi richiamati dalla stessa istanza. L’articolo 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani riconosce ai genitori una priorità nella scelta educativa, ma nello stesso comma afferma anche che l’istruzione deve promuovere comprensione e tolleranza. Questa priorità non è mai stata interpretata come un diritto di veto assoluto su ogni contenuto riguardante identità, corpo e famiglia. Lo Stato mantiene infatti un interesse autonomo nella protezione dei minori, soprattutto di quelli meno tutelati nell’ambito domestico. Per tutte queste ragioni, per il valore preventivo dell’educazione affettiva, per l’effetto di veto ideologico che il consenso rischierebbe di produrre, per la disparità che colpirebbe i minori più vulnerabili, per l’eliminazione di strumenti fondamentali di protezione nei primi anni di scuola e per il rischio di censura dei testi presenti nelle biblioteche, il gruppo di Libera invita il Consiglio a respingere l’istanza d’Arengo così come formulata.
Antonella Mularoni (RF): Innanzitutto faccio presente che voterò assolutamente a favore di questa istanza d’Arengo. Devo dire che, ascoltando gli interventi di chi mi ha preceduto, in particolare quello della collega Merlini, mi è sembrato di capire che la motivazione del voto contrario sia la stessa espressa dal Governo: queste cose si fanno già e quindi non si comprende per quale ragione gli istanti abbiano sentito la necessità di presentare questa istanza d’Arengo. Evidentemente i genitori che l’hanno sottoscritta hanno verificato che così non è, o comunque che in alcuni casi questo non si verifica. Preciso inoltre che il campo di intervento riguarda esclusivamente il tema dell’educazione affettiva e sessuale, una materia particolarmente delicata perché il livello di crescita dei figli può essere molto diverso: ci sono ragazzi di undici anni già molto avanti rispetto a queste tematiche e altri che, alla stessa età, sono ancora bambini. I primi a conoscere i propri figli sono i genitori. Ritengo quindi infondata la preoccupazione espressa dal collega Zanotti secondo cui questa istanza vorrebbe escludere tali materie dal curriculum scolastico. Nell’istanza questo non è scritto. I genitori chiedono semplicemente che, nelle scuole dell’infanzia e primarie, questi temi siano affidati principalmente alla famiglia, perché si tratta ancora di bambini, e che possano vivere pienamente la loro infanzia almeno fino ai nove o dieci anni. Per quanto riguarda invece le scuole medie inferiori e superiori, dove si parla comunque di minorenni, ai cui genitori viene ormai richiesto il consenso informato o una liberatoria per qualsiasi attività, chiedono che anche su queste materie siano preventivamente informati sulle modalità con cui si intende procedere. Se davvero esiste, come si dice, un forte patto educativo tra scuola e famiglia, non riesco a comprendere perché si voglia escludere i genitori dalla possibilità di sapere in anticipo come verranno affrontati questi argomenti. Questo è ciò che chiedono, anche perché ci sono ragazzi che sono rimasti scioccati dalle modalità con cui alcune lezioni si sono svolte. Se siamo tutti convinti che debba esistere un forte patto educativo, perché dire di no? Perché dovrebbe prevalere la volontà di qualcuno di insegnare queste materie in un certo modo senza coinvolgere le famiglie? Se questa non è l’intenzione, allora si precisi chiaramente che su questi temi il consenso informato deve esserci ed essere espresso in maniera chiara. Del resto esistono convenzioni internazionali che lo prevedono. L’articolo 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani stabilisce che i genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai propri figli. Inoltre il Protocollo addizionale alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, all’articolo 2, afferma che lo Stato, nell’esercizio delle funzioni che assume nel campo dell’educazione e dell’insegnamento, deve rispettare il diritto dei genitori di provvedere a tale educazione e a tale insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche. Si tratta quindi di obblighi internazionali ai quali dobbiamo adeguarci, ci piaccia oppure no. Per questo non comprendo la preoccupazione manifestata nei confronti di questa istanza, che non chiede di eliminare queste materie dalle scuole medie inferiori e superiori, ma soltanto che i genitori possano esprimere un consenso informato sulle modalità con cui esse vengono insegnate. Gli istanti chiedono anche che gli organismi scolastici di partecipazione, nei quali sono presenti anche i rappresentanti dei genitori, vengano informati dei testi inseriti nelle biblioteche scolastiche quando trattano questi argomenti, perché evidentemente sono stati introdotti libri che alcuni genitori hanno scoperto solo successivamente e che hanno creato difficoltà rispetto al percorso di crescita dei propri figli e a tematiche strettamente collegate a quelle di cui stiamo discutendo. Anche su questi aspetti è importante che la scuola rispetti le convinzioni religiose e filosofiche delle famiglie. Questo è ciò che semplicemente chiedono gli istanti. Mi auguro che questa istanza venga accolta perché non contiene nulla di stravolgente. Qualora invece, seguendo l’indicazione del Governo, dovesse essere respinta, cosa che non auspico, chiedo che la Segreteria di Stato per l’Istruzione e la Cultura effettui un monitoraggio affinché, se davvero queste procedure vengono già adottate come è stato affermato, ciò avvenga concretamente in tutte le scuole. Ribadisco infatti che, se tanti genitori hanno sentito il bisogno di presentare questa istanza d’Arengo, significa che in alcuni casi queste garanzie non esistono o non vengono applicate. Siccome tutti abbiamo a cuore i nostri ragazzi e vogliamo che possano crescere nel modo migliore possibile, all’interno di un forte patto educativo tra scuola e famiglia, ritengo che proprio su queste materie sia necessaria un’attenzione particolare.
Giovanna Cecchetti (indipendente): Sto ascoltando questo dibattito e, sinceramente, a volte mi sembra anche un po’ surreale. Lo dico perché molte volte ci troviamo in quest’aula a parlare di violenza sessuale e violenza di genere e, da tutte le parti, sentiamo dire che dobbiamo fare tutto il nostro dovere, compresa la scuola, soprattutto a supporto di quei ragazzi, di quei giovani e anche di quei bambini che, per svariati motivi, purtroppo non riescono ad avere una corretta educazione all’interno della famiglia. In questi casi la scuola interviene proprio a sostegno dell’educazione affettiva e sessuale. Oggi invece sento parlare di bambini scioccati e di genitori che vogliono controllare preventivamente i contenuti, sapere come sarà il programma e come verranno affrontati questi temi. Allora questo dovremmo farlo per tutte le materie. Capisco che questi argomenti possano creare imbarazzo quando i bambini tornano a casa e fanno domande ai genitori, ma vorrei ricordare che nella scuola ci sono professionisti che insegnano queste materie. Quando si parla di bambini scioccati, spesso si tratta semplicemente di bambini che arrivano a casa dopo aver sentito una parola nuova e fanno una domanda a cui magari il genitore non sa rispondere. Si richiama poi il consenso informato come avviene per l’insegnamento della religione, ma lì si insegna una specifica religione, quella cattolica, e non tutte le religioni. Quello che mi preoccupa sinceramente è questa ingerenza nella scuola, perché scuola e famiglia devono lavorare insieme, affiancarsi, ma nessuno può sovrapporsi al ruolo dell’altro o mettere in dubbio il lavoro degli insegnanti, se non quando esistono motivazioni concrete o si è verificato qualcosa durante l’insegnamento. In quel caso si denuncia, ma non si può fare di tutta l’erba un fascio e parlare in generale. Questa materia è importante perché aiuta i nostri giovani a maturare sul piano dell’affettività e della sessualità e serve proprio a contrastare tutte quelle violenze che ogni giorno leggiamo e viviamo. Per questo invito chi oggi sostiene il contrario a non tornare poi in quest’aula a dire che la scuola deve essere di supporto ai ragazzi, perché queste affermazioni sono in contraddizione con una totale ingerenza da parte degli adulti. Vorrei aggiungere un’ultima considerazione. Qui si vorrebbe impedire l’insegnamento di queste materie ai bambini della scuola dell’infanzia e della primaria. È evidente che questi temi vengono affrontati in modo diverso a seconda dell’età. Ma davvero pensiamo che i bambini piccoli non possano vivere determinate situazioni? Proprio questo insegnamento serve anche a prevenire gli abusi e ad aiutare i bambini a riconoscere ciò che accade in casa, ciò che succede intorno a loro e quando un adulto assume comportamenti inappropriati. Io sono mamma di due figlie e da quando sono nate insegno loro questi valori. Non mi aspetto che sia la scuola a fare tutto, ma la scuola serve anche a quei bambini che questo tipo di educazione non la ricevono in famiglia. Mi fermo qui, perché potrei diventare molto più dura.
Michela Pelliccioni (indipendente): Credo che questo sia un tema che inevitabilmente scalda l’aula e le sensibilità ed è normale che sia così. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che l’educazione sessuale è un tema molto ampio e va affrontato sotto tutti i suoi aspetti. È indubbio che, dal punto di vista culturale, siano stati compiuti passi avanti molto importanti e che oggi bambini e ragazzi siano molto più preparati ad accogliere ciò che è diverso, anche in tema di sessualità. Proprio per questo il tema è complesso. A mio avviso ci sono due punti fondamentali che devono guidare il ragionamento. Il primo riguarda la maturità psicologica dei minori rispetto agli stimoli che ricevono. Studi scientifici e psicologici affermano che la maturità sessuale si raggiunge al termine dell’adolescenza. Il secondo riguarda il patto di responsabilità tra genitori e scuola, che dovrebbe essere sempre più forte. Ci sono aspetti che meritano approfondimenti. Faccio un esempio concreto. Durante il percorso delle scuole medie una bambina di undici anni ha dichiarato di sentirsi maschio. Genitori e studenti sono stati invitati a chiamarla con un nome maschile. La scuola ha seguito questo percorso e non intendo criticare il modo in cui è stato gestito. Tuttavia quella situazione ha generato molta confusione tra i compagni, perché alcune bambine volevano fidanzarsi con quello che consideravano un bambino, mentre in realtà era una bambina. I ragazzi non erano pronti a comprendere fino in fondo quella situazione. Successivamente, terminata la scuola media, quella stessa persona ha deciso di tornare a identificarsi come bambina. Mi domando quindi se quella formalizzazione sia stata davvero utile oppure se abbia contribuito a creare ulteriore confusione. Non ho una risposta, perché non sono un tecnico ma un politico. Credo però che la scuola debba interrogarsi anche sugli impatti psicologici che determinate scelte possono avere. Per questo non sono contrario al fatto che questi temi vengano approfonditi e che si presti particolare attenzione alla preparazione psicologica dei ragazzi e al coinvolgimento delle famiglie. Nessuno meglio dei genitori conosce i propri figli e, sotto questo aspetto, il rapporto scuola-famiglia dovrebbe essere rafforzato. È vero che questa istanza contiene alcuni passaggi che possono lasciare perplessi, soprattutto quelli relativi alla didattica e alla scelta dei libri, ma il tema non è affatto irrilevante. Ritengo quindi che meriti un serio approfondimento e che si possa valutare di rivedere gli aspetti più critici, mantenendo però alta l’attenzione sul coinvolgimento dei genitori e sulla maturità psicologica dei ragazzi.
William Casali (PDCS): Vorrei partire da alcuni principi che sono alla base di questa istanza. Il primo è il primato educativo della famiglia, riconosciuto anche dalla legislazione sammarinese. Il secondo è il principio contenuto nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, secondo cui i genitori hanno diritto di priorità nella scelta dell’educazione da impartire ai figli. Il terzo è quello affermato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che riconosce il diritto dei genitori a un’istruzione conforme alle proprie convinzioni religiose e filosofiche. Dobbiamo quindi chiederci se condividiamo questi principi, che pongono la famiglia come nucleo fondamentale della nostra società. Gli istanti non chiedono di sostituirsi alla scuola né di definire i programmi didattici. Chiedono semplicemente un consenso informato e una maggiore attenzione su un tema delicato. Personalmente non vedo alcuna mancanza di fiducia nei confronti del sistema scolastico. Vedo piuttosto un richiamo alla collaborazione tra scuola e famiglia. Parlo anche da genitore e da persona che ha partecipato per molti anni agli organismi scolastici. Ho sempre visto la scuola impegnata a mantenere vivo il rapporto con le famiglie, chiedendo spesso la loro collaborazione, che non sempre è facile ottenere. In questo caso, invece, ci troviamo di fronte a famiglie che chiedono di partecipare e di essere informate sulle attività riguardanti l’educazione dei propri figli. Non mi sembra una richiesta eccessiva. Comprendo perfettamente che queste iniziative abbiano finalità di prevenzione del bullismo e della violenza e condivido pienamente questi obiettivi. Ma mi chiedo se davvero si pensi che anche i genitori non abbiano la stessa sensibilità nell’educare i propri figli contro il bullismo e la violenza di genere. Forse sarebbe più utile trovare un punto d’incontro e affrontare insieme questi temi in modo ancora più efficace. Io vedo negli istanti una volontà sincera di affrontare un problema reale nel rispetto dei principi del nostro ordinamento e del ruolo centrale della famiglia. Per questo motivo ritengo questa istanza pienamente condivisibile e ringrazio gli istanti per averla presentata.
Gaetano Troina (D-ML): Credo che quanto sta emergendo da questo dibattito dimostri una cosa che Domani Motus Liberi sostiene da tempo: su questi temi si è perso completamente il buon senso. Se il buon senso fosse rimasto, molte delle situazioni descritte oggi non si sarebbero verificate e non ci troveremmo a discutere con questi presupposti. Ringrazio sinceramente gli istanti per aver portato all’attenzione del Consiglio questa problematica, perché hanno consentito di far emergere uno spaccato molto delicato che non può essere sottovalutato. Capisco che qualcuno faccia fatica a non affrontare questi argomenti in chiave ideologica, ma gli istanti pongono una questione molto concreta, richiamando sia riferimenti normativi sia situazioni ben precise. Ritengo più che ragionevole non affrontare, soprattutto nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria, tematiche legate alla sessualità, perché non esiste ancora una maturità sufficiente per comprenderle. Il rischio, a mio avviso, è quello di suscitare curiosità verso argomenti che i bambini non sono ancora in grado di capire fino in fondo, spingendoli magari a confrontarsi tra loro o a cercare informazioni sui social. Personalmente mi è capitato più volte di sentire bambini delle scuole elementari parlare di questi temi, raccontando di aver chiesto spiegazioni agli insegnanti e di aver ricevuto risposte che non hanno compreso, probabilmente proprio perché non avevano ancora gli strumenti per farlo. L’istanza non dice che di questi temi non si debba parlare mai. Qui entra in gioco il buon senso. Chiede semplicemente che vengano affrontati con particolare sensibilità e che gli approfondimenti più complessi siano rinviati a quando i ragazzi avranno raggiunto una maggiore maturità. È evidente che il primo compito educativo spetta alle famiglie e che non tutto può essere delegato alla scuola. Allo stesso tempo non è giusto che i genitori si trovino in difficoltà perché determinati argomenti sono stati introdotti prematuramente e poi i figli cercano ulteriori informazioni attraverso gli strumenti digitali e i social network. È un tema strettamente collegato anche all’utilizzo delle nuove tecnologie. Ritengo quindi assolutamente ragionevole quanto chiedono gli istanti e credo che oggi sia necessaria una maggiore attenzione nel trattare questi argomenti, perché ormai si parla di tutto, a qualsiasi età e senza alcun filtro. Questo non può essere considerato normale. Ogni età ha i propri tempi e ogni argomento deve essere affrontato nel modo più adeguato al livello di crescita dei bambini e dei ragazzi.
Enrico Carattoni (RF): Per me è chiaro che questa istanza d’Arengo, come del resto tutte le istanze d’Arengo, presupponga un grande equivoco di fondo: che si debba votare favorevolmente o contrariamente all’intero testo, senza distinguere i singoli punti. In questo caso l’istanza contiene tre richieste. Io sono d’accordo, e l’ho detto chiaramente, sul fatto che le attività di educazione all’affettività debbano ottenere il preventivo consenso della famiglia, perché possono esserci situazioni, soprattutto nella preadolescenza, che richiedono una valutazione da parte dei genitori. Sono infatti la famiglia e gli insegnanti a conoscere il grado di maturità del singolo bambino o ragazzo rispetto a questi temi e possono quindi scegliere un percorso alternativo oppure decidere di posticiparlo se ritengono che il ragazzo non sia ancora pronto. Allo stesso tempo, però, ciò che mi porta a votare contro questa istanza riguarda il punto C, cioè la possibilità che organismi composti anche dai genitori possano scegliere o decidere quali libri possano essere messi a disposizione dei bambini e dei ragazzi nelle biblioteche scolastiche. Non voglio negare che possano esserci state delle distorsioni e che, se ci sono state, vadano corrette. Tuttavia ritengo che dirigenti scolastici e insegnanti abbiano la sensibilità e la competenza necessarie per valutare quali testi siano adatti a una determinata fascia d’età e quali invece non lo siano. Per questo motivo anticipo che voterò contro questa istanza d’Arengo.
Emanuele Santi (Rete): Su questi temi è naturale che l’Aula si animi e si divida, perché sono temi divisivi. Come Rete ribadiamo con chiarezza che non accoglieremo questa istanza. Voglio però sottolineare di aver apprezzato il parere del Segretario alla Cultura, che ringrazio per l’equilibrio dimostrato e perché ha colto quella che ritengo essere la reale necessità della questione. Abbiamo visto che anche all’interno della Democrazia Cristiana ci sono state posizioni differenti. Noi non accogliamo questa istanza innanzitutto perché, già nel 2020, prima del referendum sull’IVG, Rete aveva depositato un progetto di legge sull’educazione sessuale e sull’educazione all’affettività. Il punto è che siamo convinti che nel nostro Paese sembri si possa parlare di tutto, di vita e di morte, ma non di sesso e di sessualità. Oppure si sostiene che ci sia un’età giusta per affrontare questi argomenti e un’età in cui non se ne possa parlare. Noi crediamo invece che, con le parole e i modi adeguati all’età, gli stessi temi possano essere affrontati fin dall’infanzia, facendo diventare la sessualità un argomento normale. Veniamo da una cultura nella quale il sesso era un tabù: non se ne parlava in famiglia e quel poco che si imparava arrivava spesso dai social o da messaggi distorti. Anche oggi molti bambini vengono a conoscenza di certe cose in questo modo. Invece dobbiamo affrontare questi temi apertamente già dalla scuola primaria. È evidente che a un bambino di sei anni si parlerà con parole adatte alla sua età, ma è giusto che se ne parli. Mia figlia ha quindici anni e già dalle elementari, con il linguaggio appropriato, le sono stati spiegati questi aspetti. Naturalmente è importante che le famiglie svolgano il proprio ruolo. I genitori devono essere coinvolti e scuola e famiglia devono fare squadra, ma se alcuni genitori evitano di affrontare questi argomenti perché li considerano ancora un tabù, allora il problema resta. Oltre alla sessualità, per noi è ancora più importante l’educazione all’affettività. Troppo spesso assistiamo a un approccio sbagliato all’affetto e alla sessualità, anche a causa di messaggi distorti. Una maggiore libertà per la scuola di affrontare questi temi e di rafforzare il lavoro che già oggi svolge può contribuire a normalizzare un argomento che non deve più essere trattato come un tabù. L’educazione sessuale, l’educazione affettiva, i rapporti interpersonali fanno parte dell’educazione civica e devono diventare un elemento normale della formazione dei ragazzi. Per questo voteremo contro l’istanza.
Dalibor Riccardi (Libera): Credo sia doveroso dare il proprio contributo su un’istanza che porta inevitabilmente a una riflessione importante all’interno dell’Aula. Dico subito che il mio partito e io personalmente non accoglieremo questa istanza. Condivido molto dell’intervento del collega Santi. Ritengo fondamentale un’educazione all’affettività che insegni a riconoscere emozioni e situazioni. Trovare il modo corretto di comunicare con bambini e adolescenti significa contribuire a costruire una società fondata sul rispetto, sulla capacità di riconoscere l’affettività e di gestire correttamente le emozioni. Purtroppo la storia, anche del nostro territorio, è piena di episodi nei quali la mancanza di conoscenza, di rispetto e di capacità di affrontare determinate situazioni ha portato a gravi tragedie, fino agli omicidi. Molte persone non sono riuscite a distinguere il confine tra gelosia e rispetto. Per questo ritengo che la scuola, come prima palestra educativa, debba trasmettere messaggi corretti. Condivido anche la riflessione del collega Caratoni sul tema del controllo dei libri. Ritengo che la responsabilità di scegliere i testi da proporre ai ragazzi debba restare agli adulti che svolgono professionalmente questo compito. Questo non significa sminuire il ruolo della famiglia, che resta fondamentale anche nell’educazione affettiva. Tuttavia, se da una parte chiediamo ai ragazzi di diventare sempre più consapevoli delle proprie emozioni e delle proprie responsabilità, dall’altra non possiamo continuare a credere che limitarli o proibire loro determinate cose significhi automaticamente fare il loro bene. Io credo nell’educazione, nella costruzione di una coscienza critica e nella bellezza della conoscenza, anche quando viene trasmessa al di fuori della famiglia. Per queste ragioni non accoglierò questa istanza. Questo, però, non significa sminuire il ruolo e le responsabilità delle famiglie nei confronti dei propri figli. Come abbiamo detto anche in altre occasioni, quando si parla della tutela dei bambini e dei giovani bisogna trovare un equilibrio tra i limiti che un genitore deve porre e quelli che, a sua volta, deve rispettare.
Aida Maria Adele Selva (PDCS): Il tema richiederebbe molto più tempo di quello a disposizione. Ritengo che ci siano motivazioni valide sia da una parte sia dall’altra, ma per me prevale il primato educativo della famiglia, che è il primo luogo dell’educazione. La scuola deve essere una grande alleata della famiglia. L’educazione all’affettività viene già svolta perché educare al rispetto delle relazioni è un’attività continua, sia in famiglia sia a scuola. Nessuno dice ai bambini che sia giusto essere violenti: al contrario, il rispetto viene insegnato quotidianamente. È vero che quello che vediamo oggi nella società dimostra che probabilmente ciò che abbiamo fatto finora non ha dato tutti i risultati sperati, né in famiglia né a scuola, e questo ci deve portare a riflettere. Dobbiamo però continuare a mettere al centro l’interesse dei ragazzi, che per me parte dall’educazione familiare. A scuola si studiano la biologia e le scienze, quindi alcuni aspetti della sessualità vengono naturalmente affrontati. Il problema nasce perché ci sono state delle distorsioni. È stato ricordato il tema della disforia di genere: non possiamo far credere a ragazzi molto giovani, che non hanno ancora completato il proprio sviluppo fisico e psicologico, che debbano già prendere decisioni così importanti. Occorre invece accompagnarli nel loro percorso di crescita, affinché possano maturare pienamente e poi decidere con consapevolezza. Comprendo molte delle motivazioni emerse nel dibattito e credo che questo confronto abbia offerto spunti utili per affrontare un tema tanto delicato. L’educazione all’affettività viene fatta normalmente già dal momento in cui un insegnante entra in classe e saluta i propri studenti: anche il rispetto passa da questi gesti quotidiani. Capisco anche le difficoltà tecniche evidenziate dal Segretario rispetto all’attuazione di alcune richieste. Personalmente continuo a ritenere fondamentale il primato educativo della famiglia e considero il consenso informato non un aggravio burocratico, ma uno strumento utile per aiutare a educare meglio i nostri ragazzi.
Segretario di Stato Andrea Belluzzi: Ho ascoltato con interesse il dibattito e, se mi è consentito, vorrei esprimere il mio apprezzamento per l’intervento del collega. Dal confronto è emersa una riflessione che ritengo importante. Ci sono fenomeni sociali che non possiamo arginare semplicemente con un divieto. La scuola, come agenzia educativa, svolge un ruolo fondamentale nella nostra società proprio perché è un luogo di vita quotidiana. Fin dalla scuola dell’infanzia, bambini e bambine imparano a relazionarsi tra loro e con gli insegnanti. La famiglia ha certamente un ruolo fondamentale, ma dal momento in cui inizia il percorso scolastico non possiamo nasconderci dietro un dito: un bambino trascorre una parte molto significativa della propria settimana a scuola. Quello è uno spazio educativo importantissimo e non possiamo riempirlo di barriere o di divieti. In quello spazio la scuola sta già svolgendo un lavoro prezioso e gli insegnanti e gli educatori lo portano avanti con grande professionalità. Ritengo che aggiungere ulteriori divieti, anziché favorire una maggiore partecipazione sui temi che la scuola già affronta bene, sia il percorso sbagliato. Non mi piace la contrapposizione che nasce in Aula su questo tema. Pur non votando sull’istanza, ringrazio sempre chi la presenta perché genera un confronto democratico. Tuttavia la scuola è già in grado di dare molte delle risposte richieste dall’istanza, perché esistono già dinamiche di confronto e partecipazione tra genitori e insegnanti. Inserire ulteriori vincoli rischia di irrigidire un dialogo che oggi, invece, ha la necessaria elasticità per adattarsi alle diverse situazioni, classe per classe. Lascio naturalmente all’Aula la decisione se introdurre questi limiti oppure valorizzare ulteriormente il rapporto tra famiglie e scuola. Il ruolo della scuola nei confronti dei genitori è importante e quello degli insegnanti è un ruolo nobile e prezioso che va sostenuto, soprattutto su temi così delicati. Se un bambino pone una domanda durante le lezioni, cosa facciamo? Rimandiamo la risposta perché bisogna attivare procedure, percorsi e confronti? Il bambino quella risposta la chiede in quel momento e la scuola deve essere pronta a darla. Io so che la scuola è in grado di farlo. Dobbiamo lavorare su questo, comprendendo le dinamiche che già esistono. Il consigliere Pelliccioni ne ha accennato alcune, ma proprio perché queste dinamiche esistono la scuola deve essere presente ogni giorno, non con barriere o imposizioni, ma con dialogo e comprensione. Spesso si tratta di situazioni di disorientamento e non possiamo pensare di affrontarle imponendo divieti. L’orientamento non nasce dall’imposizione.
Matteo Zeppa (Rete): Mi ritrovo pienamente nelle parole del segretario Belluzzi, così come in quelle del collega Santi, mentre non condivido l’impostazione di questa istanza d’Arengo, che considero profondamente arretrata. Ritengo che alcuni firmatari abbiano voluto mettere in discussione l’operato degli insegnanti e degli operatori scolastici. Credo che il tema vada affrontato al di là delle appartenenze politiche, etiche o religiose. Pochi mesi fa le organizzazioni sindacali e la scuola hanno promosso un incontro con il padre di Giulia Cecchettin. Seguendo la logica dell’istanza, anche per un momento come quello sarebbe stato necessario chiedere preventivamente il consenso informato dei genitori. Eppure stiamo parlando di un fatto di cronaca drammatico, che purtroppo non è stato il primo e temo non sarà l’ultimo, perché la cultura patriarcale continua a esistere. Invito anche a leggere i commenti comparsi sui social relativi a quell’iniziativa: sono aberranti. Noi dovremmo avere una mentalità molto più aperta. Introdurre nella legislazione disposizioni vincolanti che impongano il consenso informato preventivo per trattare questi temi rappresenta, a mio avviso, un attacco frontale alla scuola e ai professori. È come dire che non ci fidiamo del loro operato. Anzi, è un modo per aggirare il ruolo educativo della famiglia, delegando alla scuola responsabilità che invece spettano ai genitori. Questo non lo posso accettare. Da rappresentante dei consigli scolastici dei miei figli ho sempre visto che il confronto tra famiglie e insegnanti esiste già. Quando accadono fatti di cronaca gravi, anche a San Marino, ci ritroviamo a parlare di cyberbullismo e di nuove leggi, ma non possiamo da una parte chiedere alla scuola di educare e dall’altra limitarne continuamente gli strumenti. La famiglia deve esserci sempre, ma il percorso educativo richiede anche la responsabilità e la sensibilità degli insegnanti. Continuare a dire alla scuola cosa può o non può fare sull’educazione all’affettività e alla sessualità significa affrontare questi temi con una mentalità ormai superata. Sembra quasi che la parola “sesso” faccia ancora paura. A casa mia ho sempre parlato serenamente di sessualità con i miei figli. Comprendo che qualcuno possa avere difficoltà, ma quel disagio non può trasformarsi in una responsabilità della scuola. Altrimenti si finisce per spostare il problema dalle famiglie agli insegnanti e poi accusare la scuola quando affronta questi argomenti. È un circolo vizioso che non condivido. San Marino si definisce la più antica terra della libertà e credo che su questi temi dovrebbe dimostrarlo. Le nuove generazioni avranno inevitabilmente una mentalità più aperta e mi auguro che istanze di questo tipo non vengano più riproposte. Il problema non può essere demandato alla politica o scaricato sulla scuola per colmare ciò che alcune famiglie non affrontano in casa. Per queste ragioni voteremo secondo l’indirizzo espresso dal segretario Lonfernini, che ringrazio per la chiarezza del suo intervento.
Carlotta Andruccioli (D-ML): Intervengo brevemente perché ritengo sia necessario chiarire alcuni aspetti emersi nel dibattito. In realtà questa istanza sostiene esattamente il contrario di quanto è stato detto. Non afferma che i genitori vogliano delegare alla scuola l’educazione affettiva e sessuale, ma ribadisce che il ruolo educativo principale su questi temi spetta alla famiglia. Ho sempre cercato di mantenere una posizione moderata e apprezzo chi riesce a farlo anche in quest’Aula. Mi infastidiscono invece le estremizzazioni e le banalizzazioni. Per sostenere posizioni legittime si è fatto passare un messaggio sbagliato: qui nessuno sostiene di essere contrario all’educazione affettiva o sessuale nelle scuole e nessuno afferma che il consenso informato debba privare l’intera classe di queste attività. Questo è il messaggio che state facendo passare voi. Mi sono sentita definire, anche fuori microfono, retrograda e addirittura matta, e questo non lo accetto. Non si sta mettendo minimamente in discussione la professionalità degli insegnanti né l’importanza dell’educazione affettiva e sessuale nelle scuole. Ricordo anzi che nel 2018, quando la mia forza politica non era ancora presente in Consiglio, presentammo un’istanza d’Arengo per introdurre l’educazione civica nelle scuole, specificando espressamente che comprendesse anche l’educazione affettiva e sessuale. Quell’istanza fu respinta dalla maggioranza e un esponente di SSD arrivò a definirla addirittura di retaggio fascista. Questo ci venne detto allora. Mi dispiace che oggi le posizioni vengano strumentalizzate a seconda della convenienza politica. Nessuno sta contestando l’importanza dell’educazione affettiva e sessuale nelle scuole. Si sta semplicemente affermando che il principale soggetto educativo su questi temi deve rimanere la famiglia. Io rispetto le vostre idee e chiedo altrettanto rispetto quando esprimiamo le nostre.
L’Istanza è respinta con 18 voti favorevoli, 19 contrari, 3 astenuti
Istanza d’Arengo n.54 del 05-04-2026 – per l’istituzione del Liceo delle Scienze Umane nel sistema scolastico sammarinese
Segretario di Stato Teodoro Lonfernini: L’istanza chiede l’istituzione del Liceo delle Scienze Umane nel sistema scolastico sammarinese. Posso dire molto brevemente che ciò che viene richiesto è già stato realizzato. Le finalità contenute nell’istanza hanno infatti già trovato piena attuazione attraverso la delibera del Congresso di Stato n. 31 del 26 maggio 2026 e il successivo decreto-legge n. 74 del 28 maggio 2026, che ha istituito ufficialmente il Liceo delle Scienze Umane nella scuola superiore e ha previsto la deroga ai requisiti numerici minimi per la costituzione delle classi. Si tratta di un intervento definitivo e non sperimentale, che amplia l’offerta formativa del nostro sistema scolastico introducendo un nuovo indirizzo volto a colmare una lacuna storica. Il Liceo delle Scienze Umane integra la tradizione umanistica con lo studio delle discipline pedagogiche, psicologiche, sociali e relazionali, offrendo agli studenti strumenti culturali e metodologici per comprendere i fenomeni educativi e sociali e la complessità delle relazioni umane. L’introduzione di questo percorso amplia concretamente le possibilità di scelta e di orientamento degli studenti, consentendo loro di seguire un percorso coerente con le proprie inclinazioni e con gli sbocchi universitari e professionali nei settori dell’educazione, della formazione, della comunicazione e del sociale. Inoltre rafforza il ruolo della scuola come luogo di crescita culturale e civile, promuovendo competenze critiche, relazionali e di cittadinanza attiva. La deroga ai requisiti numerici minimi permette inoltre di garantire l’effettiva attivazione del nuovo indirizzo anche in un contesto demografico caratterizzato da numeri contenuti, tutelando il diritto degli studenti ad accedere a una più ampia pluralità di percorsi formativi e assicurando la sostenibilità dell’intervento. Per queste ragioni riteniamo che l’istanza debba considerarsi già pienamente accolta, in quanto gli obiettivi che propone sono già stati integralmente realizzati.
L’Istanza non viene messa in votazione a causa della mancanza del numero legale. Il Consiglio Grande e Generale termina alle 14.30.


