TURNER. L’incanto del lago di Como e del paesaggio italiano
«… uno svolazzo casuale del pennello intinto nell’acquerello, su carta umida o bagnata, si approssimerà meglio alla verità e alla trasparenza di questo azzurro lavato dalla pioggia di un’intera giornata di fatiche con i colori a olio; e la purezza e la felicità di alcuni dei cieli acquerellati da Cox e Tayler, cosi dolci, cosi disinvoltamente aggraziati, possono certo renderci schizzinosi nel giudicare di questo genere di effetti. Tuttavia, è solo nei disegni di Turner che questa trasparenza e variazione dell’azzurro sono rese insieme a una forma perfetta e meditata. In Tayler e Cox le forme sono sempre parzialmente casuali, e non meditate, spesso sostanzialmente sbagliate, e sempre incomplete: in Turner il tocco del pennello obbedisce sempre, fin nel tratto piu minuto, al pensiero e al sentimento; tutto ciò che fa è perfetto, e non se ne potrebbe alterare un capello senza danneggiarlo; per di più, usa un trattamento e un’esecuzione particolari per ottenere una certa qualità del colore, tecniche totalmente diverse dai procedimenti di tutti gli altri artisti; e nessuno, che abbia speso anche un’ora sola della propria vita sui suoi disegni, potrà mai scordare quei brevi squarci di sognante azzurro, attraversati da mille delicate, tenere forme nevose, che, occhieggiando nella loro paziente speranza di tra i turbamenti della tormentata nuvola temporalesca, si disciolgono sempre più lontani nelle profondità del cielo, finché l’occhio si stupisce, e il cuore si perde, nell’intensità della loro pace. Io non dico che questo sia bello, non dico che sia ideale o raffinato, io vi chiedo solo di osservare il primo aprirsi delle nuvole, dopo la prossima pioggia venuta dal sud, e di dirmi poi se non sia vero.»
John Ruskin, Pittori moderni, Vol. 1 A cura di Giovanni Leoni, Einaudi
Nell’estate del 1819 Joseph Mallord William Turner attraversò la Svizzera diretto verso sud e per la prima volta mise piede in Italia, un Paese che da tempo abitava la sua immaginazione attraverso dipinti e incisioni, ma anche grazie alla poesia e alla letteratura di viaggio conosciute in Inghilterra. Molto prima di vedere la Penisola con i propri occhi, l’artista si era già formato un’immagine vivida dei cieli luminosi, delle architetture classiche e dei ripidi monti a picco sopra acque immobili che caratterizzano i laghi dell’Italia settentrionale, come quello di Como.
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Turner fissò le sue impressioni in una serie di acquerelli realizzati nei dintorni di Menaggio, con lo sguardo rivolto verso la riva opposta, in direzione di Bellagio, a circa quattro chilometri di distanza. In primo piano compaiono barche ed edifici, mentre pendii boscosi e montagne lontane si dissolvono sull’acqua in morbide gradazioni tonali. Più che ai dettagli minuziosi, il suo interesse si rivolgeva agli effetti della luce sul paesaggio. Gli elementi in primo piano stabiliscono un senso di scala prospettica, consentendo alla composizione di accentuare l’ampiezza della veduta, mentre lo sguardo è attratto verso la zona centrale del lago, dove i contrasti di luce e ombra rendono il progressivo allontanarsi di terra e acqua. Queste opere attestano un primo avvicinamento al paesaggio italiano, pienamente in linea con gli orientamenti della sua ricerca artistica.
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Pur osservando con grande attenzione la conformazione dei luoghi, Turner sviluppò un linguaggio pittorico che andava ben oltre le convenzioni della descrizione topografica. Il suo intento non era limitarsi a registrare l’aspetto visibile del mondo naturale, infatti, solo di rado traspose direttamente uno schizzo in un’opera finita; piuttosto, rielaborava il materiale raccolto durante i suoi viaggi, combinando elementi tratti da studi diversi e adattandoli alle esigenze della composizione. In questo processo, i luoghi visitati diventavano il punto di partenza per la realizzazione di opere costruite fondendo il ricordo soggettivo e l’osservazione diretta, sempre con profondo rispetto per la tradizione e un audace talento per l’invenzione pittorica. Questa sintesi fu ampiamente riconosciuta dai contemporanei e lo consacrò come uno dei maggiori pittori britannici.
Nel suo immaginario l’Italia aveva un duplice ruolo: da un lato era un paesaggio da osservare e registrare nei suoi album di schizzi, dall’altro era un luogo immerso nella storia, nel mito e nella cultura classica. Grazie a questa doppia dimensione il suo lavoro entrò in dialogo con la lunga tradizione paesaggistica italiana, in cui la pittura si intreccia strettamente con la storia, l’immaginazione poetica e la cultura visiva dell’antichità.
Elizabeth Brooke, curatrice della mostra


