Consiglio Grande e Generale: respinto Odg dell’opposizione sul “piano parallelo”
Consiglio Grande e Generale, sessione 16,17,18,19,20 febbraio 2026
Martedì 17 febbraio 2026, pomeriggio
I lavori del Consiglio Grande e Generale iniziano con un confronto, fuori microfoni, tra maggioranza e opposizione per trovare un accordo sull’ordine del giorno, presentato in seduta notturna, dalle forze di minoranza. Accordo che non si trova. Viene così votato l’odg presentato da Rete, Repubblica Futura e Domani Motus Liberi che chiede l’istituzione di una Commissione d’inchiesta entro fine febbraio. L’odg viene respinto con 20 contrari, 11 favorevoli, 8 astenuti, 1 non votante.
Nelle ultime dichiarazioni di voto, Massimo Andrea Ugolini (Pdcs) ha parlato di “assoluta necessità di una unità nazionale rispetto a fatti di una gravità estrema”, ribadendo “totale vicinanza allo Stato e a tutti i suoi poteri” e il rispetto dell’autonomia della magistratura. “Se in futuro emergeranno elementi tali da giustificare l’attivazione di commissioni di inchiesta – detto anticpidando il voto negativo – la politica valuterà tale opportunità a tempo debito, ma come ha già riferito il segretario Gatti, in questo momento non risultano politici sammarinesi coinvolti in questa indagine”.
Di segno opposto Enrico Carattoni (Rf), che ha denunciato “due pesi e due misure” rispetto al passato e una gestione “governata da una profonda e grande ipocrisia”. “Nel gennaio del 2019 – ha detto – proprio a fronte di un’indagine pendente che aveva già portato a misure cautelari e arresti, nel luglio dello stesso anno venne votato un ordine del giorno e poi una legge per istituire una commissione di inchiesta che lavorasse parallelamente alla magistratura”. L’esponente di minoranza ha anche contestato il “deficit di informazioni” del Governo verso il Consiglio Grande e Generale”.
Si è quindi riaperto il Comma Comunicazioni, non terminato lunedì, in cui Michela Pelliccioni (Indipendente) ha fatto riferimento alla lettera inviata ai gruppi consiliari dal dirigente dello Stato Civile sollecitato un intervento normativo sull’affiliazione nelle coppie omogenitoriali: “Nonostante le dimensioni ridotte del nostro Paese – ha spiegato – abbiamo già sei casi aperti, ognuno con complessità diverse, e in tre situazioni non è possibile trovare soluzione senza un intervento normativo”. Pelliccioni ha posto al centro il “preminente interesse del minore”, principio cardine del diritto internazionale e costituzionale, sottolineando che “il bambino ha il diritto fondamentale di mantenere una relazione con i genitori indipendentemente dal loro sesso”. Senza un intervento legislativo, ha avvertito, si rischiano conseguenze molto concrete: “Se venisse a mancare il genitore biologico, questi minori risulterebbero in stato di adottabilità a prescindere dai legami affettivi esistenti”.
Approvata quindi con 31 voti favorevoli e 1 non votante la ratifica dell’accordo sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica di San Marino e lo Stato di Palestina. Il Segretario di Stato Luca Beccari ha parlato di “passaggio storico”, frutto di una sintesi corale, auspicando “pari dignità” e una prospettiva di pace duratura.
Il cuore politico della seduta è stato però il comma 12, seconda lettura del progetto di legge “Norme relative alla cittadinanza per naturalizzazione”. La relatrice unica Ilaria Bacciocchi (Psd) ha definito la cittadinanza “elemento fondante del rapporto profondo tra individuo e Stato”, spiegando che il superamento della rinuncia non è “una rinuncia ai nostri valori identitari, ma un adeguamento realistico”. Restano requisiti stringenti: residenza effettiva, conoscenza della lingua, della storia e delle istituzioni.
Il Segretario di Stato Andrea Belluzzi ha parlato di “tappa di un percorso più lungo” verso un Testo Unico, sottolineando che l’appartenenza deve essere “un aspetto culturale, sociale e un senso vero di appartenenza”. Matteo Ciacci ha rivendicato l’eliminazione della rinuncia come “scelta realistica che non era più rinviabile”.
Ampio il fronte favorevole. Tomaso Rossini (Psd) ha ricordato le battaglie contro le discriminazioni del passato: “Si può essere legati alle proprie radici e sentirsi parte integrante dello Stato che ci ospita”. Emanuele Santi (Rete) ha parlato di “atto di civiltà atteso da anni”, denunciando l’“ipocrisia” di chi possiede già più passaporti. Mirko Dolcini (D-ML) ha affermato che “la fedeltà non è determinata dal numero di passaporti”, mentre Iro Belluzzi (Libera) ha invitato a “superare l’ipocrisia dilagante”.
Non sono mancate le critiche. Maria Luisa Berti (Ar) ha sostenuto che la naturalizzazione nasceva come “patto di fedeltà esclusiva” e ha denunciato “un errore metodologico grave”. Gian Nicola Berti (Ar) ha parlato di “puro clientelismo politico” e di perdita del principio di unicità. Matteo Casali (Rf) ha avvertito del “pericolo per la futura sovranità e indipendenza” di un microstato enclave. Nicola Renzi (Rf) ha messo in dubbio il metodo, ipotizzando un referendum e denunciando come “illegale” la delibera del Congresso che avrebbe sospeso l’applicazione della normativa vigente.
Gerardo Giovagnoli (Psd) ha ridimensionato la portata rivoluzionaria del provvedimento: “Non sposterà molto dal punto di vista numerico, ma elimina una disparità”. Maria Donatella Merlini (Psd) ha chiarito che non si tratta di “una concessione automatica”, mentre Marinella Chiaruzzi (Pdcs) ha parlato di “passaggio storico”, ribadendo la centralità del giuramento.
Gian Matteo Zeppa (Rete) ha criticato visioni “vetuste” fondate su una presunta “razza unica” e ha sostenuto che l’attaccamento alla Repubblica “si misura sul campo, non sul numero di passaporti”, esprimendo pieno sostegno alla riforma. Denise Bronzetti (Alleanza Riformista) ha ribadito che sarebbe stato preferibile un intervento organico sull’intera normativa, non limitato alla rinuncia. Pur non negando il diritto, ha chiesto “maggiore studio e confronto complessivo”, includendo residenze e permessi di soggiorno.
Fabio Righi ha riconosciuto che la doppia cittadinanza è oggi “ineludibile”, ma ha richiamato la prudenza storica legata alla tutela di un microstato. Pur orientato a sostenere la legge, ha criticato il metodo e chiesto “pesi e contrappesi” su tempi di concessione e residenze, evitando interventi disorganici.
Di seguito un estratto dei lavori
Comma 2: Riferimento del Congresso di Stato in merito alle azioni poste in essere in seguito alle notizie di reato diramate dal Dirigente del Tribunale con la Sua nota datata 6 febbraio 2026
Massimo Andrea Ugolini (Pdcs): Desidero ringraziare profondamente le loro Eccellenze per aver atteso con pazienza lo svolgimento di questo confronto sull’ordine del giorno che è stato presentato dalle forze di opposizione in seguito al dibattito scaturito dal comunicato del dirigente del tribunale Giovanni Canzio. Come maggioranza avevamo preparato un nostro testo autonomo che era ancora in fase di ottimizzazione ieri sera, ma non siamo purtroppo riusciti a depositarlo nei tempi previsti; per questo motivo abbiamo cercato sinceramente di concertare una sintesi comune con l’ordine del giorno delle minoranze, ma questo tentativo non è andato a buon fine. Quello che noi volevamo far emergere con forza come maggioranza è l’assoluta necessità di una unità nazionale rispetto a fatti di una gravità estrema che sono contenuti nel comunicato di qualche settimana fa, in cui si parla esplicitamente di reati come l’attentato contro l’integrità e la libertà della Repubblica, l’attentato contro gli organi costituzionali e la minaccia contro l’autorità. Si tratta di dinamiche che si sono pericolosamente intersecate con il nostro fondamentale percorso di associazione all’Unione Europea, dunque il messaggio che vogliamo trasmettere è di totale vicinanza allo Stato e a tutti i suoi poteri che in questo momento devono essere tutelati rispetto a un’azione che coinvolge interessi pubblici vitali, nonostante tutto sia nato inizialmente da una dinamica di carattere privato. La nostra volontà è quella di trasferire vicinanza a chi deve continuare a svolgere indagini complicate su questi fascicoli, garantendo al tempo stesso la stabilità del nostro paese. Riteniamo che ognuno debba rispettare le proprie competenze e noi rispettiamo profondamente l’autonomia del lavoro dell’autorità giudiziaria; non abbiamo intenzione di innescare critiche o traduzioni improprie rispetto a indagini che il tribunale sta portando avanti con rigore. Se in futuro emergeranno elementi tali da giustificare l’attivazione di commissioni di inchiesta, la politica valuterà tale opportunità a tempo debito, ma come ha già riferito il segretario Gatti, in questo momento non risultano politici sammarinesi coinvolti in questa indagine. Per queste ragioni riteniamo fondamentale dare il massimo sostegno affinché la magistratura possa completare il suo lavoro in maniera serena e dichiaro ufficialmente il voto non favorevole della Democrazia Cristiana all’ordine del giorno presentato dalle opposizioni.
Enrico Carattoni (Rf): Io considero del tutto inaccettabile la contrapposizione che è stata fatta dal capogruppo della Dc tra l’ordine del giorno delle opposizioni e lo svolgimento delle indagini giudiziarie. Trovo che l’intera gestione di questa materia sia governata da una profonda e grande ipocrisia che ho voluto ricordare con forza anche durante il dibattito di ieri. Non posso dimenticare che nel gennaio del 2019, proprio a fronte di un’indagine pendente che aveva già portato a misure cautelari e arresti, nel luglio dello stesso anno venne votato un ordine del giorno e poi una legge per istituire una commissione di inchiesta che lavorasse parallelamente alla magistratura. Vedo chiaramente l’uso di due pesi e due misure a seconda della convenienza politica del momento o dei personaggi coinvolti: quando si tratta di cercare le responsabilità di un avversario politico la commissione si fa subito, mentre in altri casi si sostiene che sia impossibile intervenire. Questo atteggiamento di “doppiopesismo” è per me insostenibile. Noi eravamo persino disponibili a proporre un doppio binario che permettesse di attivare immediatamente una commissione di inchiesta sui fatti che hanno portato ai primi arresti, facendo decorrere solo in un secondo momento l’indagine parlamentare sui fatti più recenti legati al cosiddetto piano parallelo, ma anche questa nostra apertura è stata respinta. Inoltre, voglio dire chiaramente che il fatto che un membro del governo venga qui a dirci che non ci sono politici o membri del parlamento coinvolti nelle indagini a me non basta affatto. Non è accettabile che si mantenga un simile deficit di informazioni verso il Consiglio Grande e Generale, permettendo al governo di occupare una posizione eccessivamente predominante al punto da venire in aula a distribuire pagelle su chi sia coinvolto o meno. Considero questi messaggi inaccettabili e regolerò il mio voto di conseguenza per marcare la mia distanza da questo modo di procedere.
Michela Pelliccioni (Indipendente): Io sarò brevissima telegrafica. Volevo solo annunciare all’aula che per motivi professionali legati all’oggetto dell’ordine del giorno io mi asterrò da questa votazione.
L’ordine del giorno dell’opposizione viene respinto con 20 voti contrari, 11 favorevoli, 8 astenuti e 1 non votante.
Comma 1 – Comunicazioni
Aida Maria Adele Selva (Pdcs): Desidero riprendere il comma comunicazioni portando a quest’aula una bellissima notizia relativa alle recenti giornate del Banco Farmaceutico che si sono svolte la scorsa settimana presso le farmacie della nostra Repubblica. La raccolta si è conclusa con un notevole successo e con dati in crescita rispetto alle passate edizioni, a testimonianza della grande sensibilità dei cittadini sammarinesi verso chi vive in condizioni di povertà sanitaria. Siamo giunti alla sedicesima edizione in territorio e l’anno scorso le nostre farmacie si erano posizionate tra i primi dieci posti su seimila aderenti nel contesto italiano. Come ha ricordato il Santo Padre citando Leone X, aiutare il povero è una questione di giustizia prima ancora che di carità, e questo gesto di donare un farmaco scalda davvero il cuore perché la povertà sanitaria è purtroppo un fenomeno sempre più frequente. Ringrazio la Segreteria per la Sanità, i farmacisti e i settanta volontari che hanno reso possibile questo risultato affinché nessuno debba più trovarsi a scegliere se mangiare o curarsi. Voglio inoltre fare una precisazione riguardo alla votazione sull’accordo di associazione al Parlamento europeo, poiché ho sentito alcuni tentativi di sminuire questo traguardo. I dati ufficiali parlano di 552 voti favorevoli su 651 votanti, con soli 24 contrari e 75 astenuti. Un consenso così ampio non può essere sminuito e, come riportato dalla relatrice, attesta che la Repubblica di San Marino rispetta i principi fondamentali. Anche se qualcuno vuole insinuare dubbi, ritengo che di fronte a numeri così schiaccianti si debba avere l’onestà di riconoscere l’importanza del risultato ottenuto, nel pieno rispetto di ogni opinione ma senza negare l’evidenza di un successo diplomatico straordinario per il nostro paese.
Miriam Farinelli (Rf): Tutto quello che è successo in queste ultime settimane mi ha portato a riflettere molto profondamente sul concetto di diffamazione in politica e sul delicato confine tra la libertà di espressione e la tutela della reputazione. In una democrazia il confronto è necessario, ma quando il dibattito scade in accuse false o non verificabili si entra nel campo della diffamazione con gravi conseguenze sociali. Anche se chi ricopre un ruolo pubblico deve accettare un ampio diritto di critica, questo non può trasformarsi in una licenza di insulto o in attacchi personali gratuiti, un fenomeno che oggi è amplificato dall’aggressività dei social network che rendono difficile il controllo delle informazioni. Accuse di corruzione o conflitti di interesse lanciate senza prove adeguate generano un clima di sfiducia generalizzata verso le istituzioni che alla fine nuoce anche a chi le pratica. La critica politica diventa diffamazione quando si attribuiscono fatti falsi all’avversario con il solo scopo di danneggiarlo e alleggerire la propria posizione. La malafede in politica non è solo mentire, ma è una sorta di autoinganno collettivo che trasforma le persone in strumenti di un copione malevolo. Una democrazia sana non è necessariamente quella dove i politici sono tutti onesti, ma quella in cui le istituzioni rendono la malafede costosa e la trasparenza conveniente. La disinformazione è diventata una tecnica per indebolire gli avversari e alterare la percezione della realtà collettiva, ma noi abbiamo bisogno di un’informazione onesta come dell’aria per respirare. La correttezza in politica non è ingenuità, ma la condizione essenziale affinché le istituzioni mantengano la propria legittimità e la democrazia la sua sostanza, perché quando le regole vengono piegate sistematicamente il vero sconfitto è sempre il paese.
Gemma Cesarini (Libera): Io intervengo per riferire all’aula sui lavori del Forum delle donne parlamentari dell’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo che si è tenuto ad Abu Dhabi a fine gennaio, uno spazio qualificato per rafforzare la cooperazione regionale sulla parità di genere e sui diritti fondamentali. Abbiamo discusso del rafforzamento della leadership femminile nei processi decisionali e del contrasto a ogni forma di violenza, incluse quella domestica e digitale. In molti ordinamenti l’uso delle quote di genere si è rivelato uno strumento efficace per favorire la partecipazione delle donne e rimuovere quegli ostacoli strutturali e culturali che ancora limitano una equa rappresentanza. Particolare attenzione è stata dedicata al ruolo delle donne nei processi di pace, ricordando come donne e bambini siano le principali vittime nei conflitti in Palestina e in Iran. Rafforzare la presenza femminile nelle istituzioni significa migliorare la qualità della democrazia e la capacità dei paesi di prevenire le crisi. La partecipazione di San Marino alla PAM è strategica, anche grazie alla presenza di una sede operativa in territorio che favorisce il dialogo diretto tra parlamentari. Vorrei concludere con una riflessione personale sull’enorme valore sociale, economico e culturale della maternità, che è direttamente collegato all’empowerment femminile. Essere madre non è solo una scelta privata ma un contributo fondamentale alla collettività; in una società colpita dal calo demografico, i figli sono le lavoratrici e i lavoratori di domani e rappresentano una risorsa economica e valoriale preziosa. La maternità non è in contraddizione con la carriera, ma ne costituisce l’espressione più alta quando è libera, scelta e sostenuta. Attraverso la maternità si trasmettono autonomia, responsabilità e cultura del lavoro; è giunto il momento di attribuire a questa risorsa un valore adeguato e concreto in termini economici e di opportunità professionali.
Michela Pelliccioni (Indipendente): Io intervengo per condividere una riflessione su una lettera inviata dal dirigente dello Stato Civile a tutti i gruppi consiliari riguardo al delicato tema dell’affiliazione nelle coppie omogenitoriali. Nonostante le dimensioni ridotte del nostro paese, abbiamo già sei casi aperti di questo tipo, ognuno con complessità diverse che in tre casi non sono risolvibili senza un intervento normativo. Rivolgo un appello al legislatore affinché non lasci questi bambini senza tutela sul nostro territorio. Il nostro ragionamento deve avere come unico centro il preminente interesse del minore, che ha il diritto fondamentale di mantenere una relazione con i genitori indipendentemente dal loro sesso. Mentre in Italia la Corte Costituzionale ha iniziato a disciplinare il riconoscimento per le coppie femminili, rimane apertissima e complessa la questione dei bambini nati all’estero tramite gestazione per altri, specialmente per le coppie maschili. A San Marino siamo in totale assenza di una disciplina che permetta a questi bambini di essere regolarmente iscritti all’anagrafe. Pensate ai problemi pratici: se venisse a mancare il genitore biologico, questi minori risulterebbero in stato di adottabilità a prescindere dai legami affettivi esistenti. Avendo approvato una legge sulle unioni civili, non possiamo ora mettere la testa sotto la sabbia ignorandone gli effetti sulla filiazione. Chiedo alla politica di affrontare questo tema con la stessa maturità dimostrata in passato per il dibattito sull’aborto, perché non si può far finta di niente rispetto a questi minori e al loro diritto di esistere e di avere garanzie legali certe. Spero che questa lettera non rimanga lettera morta e che quest’aula dimostri il coraggio necessario per affrontare questa prova di civiltà.
Comma 3: Presa d’atto degli atti di accertamento adottati dal Collegio per l’esame delle istanze di assunzione della cittadinanza per naturalizzazione ai sensi dell’articolo 2ter, comma 7, della Legge n.114/2000 come introdotto dall’articolo 2 della Legge n.38/2016
Il Consiglio prende atto.
Comma 4: Proposta del Consiglio Giudiziario di avvio della procedura di reclutamento per selezione interna di un Procuratore del Fisco ai sensi dell’articolo 7, commi 1 e 2 della Legge Costituzionale n.1/2021
Segretario di Stato Stefano Canti: Do lettura di quello che è la lettera del dirigente del Tribunale e della relativa delibera del Consiglio giudiziario. “Illustrissimi membri del Consiglio giudiziario, ritengo opportuno rappresentare l’ormai prossimo, seppur non immediato, pensionamento dell’avvocato Roberto Cesarini quale Procuratore del Fisco e la necessità di affiancare per tempo allo stesso un’altra risorsa per l’acquisizione progressiva della necessaria esperienza professionale e per consentire l’ordinato passaggio di consegna. Si è già avuto modo di relazionare circa il significativo incremento dell’attività giudiziaria damandata all’ufficio della Procura fiscale in conseguenza delle varie riforme procedurali che hanno investito il rito penale nei suoi vari nei suoi vari gradi di giudizio e che hanno comportato un carico di lavoro obiettivamente eccessivo per due sole risorse tenuto conto, peraltro, dell’incremento del numero di udienze e dell’organo e che è tenuto a presenziare”. Questa la delibera del Consiglio Giudiziario. “Il Consiglio Giudiziario nella seduta del 15 dicembre 2025 ha adottato la seguente deliberazione. Vista la nota del dirigente in data 9 dicembre 2025 con la quale si segnala necessità dell’avvio della procedura di reclutamento di un procuratore del fisco per carriera interna in ragione dell’ormai prossimo, seppur non immediato pensionamento dell’avvocato Roberto Cesarini quale procuratore del fisco, e la necessità di affiancare per tempo allo stesso un’altra risorsa per l’acquisizione progressiva della necessaria esperienza professionale e per consentire l’ordinato passaggio di consegne. Visti gli articoli 5, 6 e 7 della legge costituzionale numero 1/2021 e l’articolo 20 del regolamento interno del Consiglio Giudiziario, condivise le ragioni rappresentate dal dirigente di quella nota degli atti che deve intendersi richiamata, delibera di avviare la procedura di reclutamento per la selezione interna del procuratore del fisco e chiede al Consiglio Grande e Generale di dar seguito alla procedura per quanto di competenza”.
Antonella Mularoni (Rf): Volevo solo chiedere al Segretario perché si è optato per la selezione interna e non aperta a chi eventualmente avesse la possibilità di concorrere.
Segretario di Stato Stefano Canti: Come ho dato lettura poc’anzi, è il Consiglio Giudiziario che ha ritenuto procedere nelle modalità di cui ho dato conto.
La proposta è approvata con 32 voti favorevoli e 1 non votante.
Comma 5: Presa d’atto del superamento del periodo di prova di Allievi Gendarmi e di Allievi Guardie di Rocca
Il Consiglio prende atto.
Comma 6: Presa d’atto della nomina e dell’avanzamento di grado di Ufficiali dei Corpi Militari
Il Consiglio prende atto.
Comma 7: Ratifica, ai sensi dell’art.1, ultimo comma, della Legge n.13/1979 così come modificato dall’art.1 della Legge n.100/2012, dell’Accordo sullo stabilimento delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica di San Marino e lo Stato di Palestina, concluso mediante scambio di note rispettivamente il 6 e il 20 ottobre 2025
Segretario di Stato Luca Beccari: Oggi portiamo a termine un iter che sul piano politico ha trovato la sua massima affermazione nel riconoscimento dello Stato di Palestina, mediante la dichiarazione effettuata all’Assemblea Generale di New York. Questo atto formale conclude un percorso amministrativo derivante dalle numerose deliberazioni del Consiglio Grande e Generale, approvate sempre all’unanimità, e dai conseguenti atti del governo. Sono molto fiero di questo passaggio storico perché la Repubblica di San Marino ha saputo trovare una sintesi corale che molti altri Stati non hanno saputo individuare. In questa legislatura, la nostra compagine esecutiva e parlamentare è riuscita a compiere un passo concreto che per anni è stato solo oggetto di grandi slogan e proclami sulla necessità della soluzione dei due Stati. Questa generazione politica è riuscita a trasformare quelle affermazioni in un risultato tangibile di cui tutti dobbiamo andare fieri. Sono convinto che tale scelta contribuirà alla formazione di un popolo che da anni è confinato in una dimensione di vita sociale e politica ormai storica e non più al passo con i tempi. Le tensioni nell’area potranno trovare una risoluzione definitiva solo nel momento in cui i popoli che la vivono abbiano pari dignità all’interno di un concetto di reciproco riconoscimento statale, garantendo finalmente una prospettiva di pace duratura, di stabilità e di convivenza civile.
L’accordo è ratificato con 31 voti favorevoli e 1 non votante.
Comma 8: Nomina di un membro supplente designato dalle Associazioni rappresentative dei datori di lavoro in seno al Comitato per i Progetti di Sviluppo ai sensi dell’articolo 3 del Decreto Delegato 13 giugno 2019 n.100
Unas indica Pio Ugolini. L’Aula approva con 31 voti favorevoli.
Comma 9: Nomina della Commissione di Disciplina ai sensi dell’articolo 13 della Legge 21 ottobre 2022 n.145
Il Congresso di Stato ha designato l’avvocato Giovanna Crescentini e il dott. Francesco Giovanni Giacomini, membri effettivi, l’avv. Silvia Rossi e l’avv. Silvia Ricci, membri supplenti, e la signora architetto Lucia Mazza quale membro supplente del direttore della funzione pubblica che è membro ex legge e presiede la commissione stessa. La CDLS ha designato Gianluigi Giardinieri membro effettivo e quale membro supplente Daniele Gatti, USL ha designato quale membro effettivo Simona Mazza, quale membro supplente Monica Casadei, la CSDL ha designato quale membro effettivo Antonio Baciocchi e quale membro supplente Vanessa Caligari.
Le nomine sono approvate con 28 voti favorevoli.
Comma 10: Dimissioni della Signora Patrizia Pellandra da membro della Commissione per le Pari Opportunità e sua sostituzione
Rf nomina come sostituta Milena Ercolani. L’aula approva con 39 voti favorevoli.
Comma 11: Nomina di un membro della Corte per il Trust ed i Rapporti Fiduciari ai sensi dell’articolo 1 della Legge Costituzionale 26 gennaio 2012 n.1 e dell’articolo 3 della Legge Qualificata 26 gennaio 2012 n.1
L’Ufficio di Presidenza ha designato Francesco Armando Shurr. L’aula approva con 38 voti favorevoli
Comma 12: Progetto di legge “Norme relative alla cittadinanza per naturalizzazione” (presentato dalla Segreteria di Stato per gli Affari Interni) (II lettura)
Relatrice unica Ilaria Bacciocchi (Psd): Eccellentissimi Capitani Reggenti, onorevoli membri del Consiglio Grande e Generale, mi trovo oggi a relazionare su un progetto di legge che interviene su una materia di straordinario rilievo istituzionale e civile, ovvero quella della cittadinanza. Siamo tutti consapevoli che la cittadinanza non rappresenti soltanto uno status giuridico formale, ma costituisca un elemento fondante del rapporto profondo tra l’individuo e lo Stato, incidendo direttamente sul senso di appartenenza, sulla partecipazione attiva alla vita democratica e sulla coesione della nostra intera comunità. Proprio per questa ragione, ritengo che ogni intervento legislativo in tale ambito richieda un approccio estremamente prudente e responsabile, capace di armonizzare sensibilità culturali e politiche differenti. Questo progetto di legge nasce a seguito dell’accoglimento di un’istanza d’Arengo da parte di questo Consiglio e si inserisce in un contesto di forte attenzione pubblica e di dibattito diffuso nel Paese. Durante l’esame approfondito in Commissione è emersa con chiarezza la necessità di evitare interventi frammentari, scegliendo quindi di circoscrivere l’intervento alla sola naturalizzazione e rimandando a un momento successivo una riforma organica complessiva dell’intera disciplina. La nostra finalità principale è quella di coniugare apertura e rigore, eliminando previsioni normative che nel tempo hanno generato criticità e potenziali discriminazioni, senza tuttavia indebolire il valore intrinseco della cittadinanza sammarinese. Il punto cardine della proposta riguarda il superamento dell’obbligo di rinuncia alla cittadinanza d’origine, un vincolo che trae origine da una concezione storica di appartenenza esclusiva ormai superata dall’evoluzione dei contesti sociali e dalla mobilità internazionale. Spesso tale obbligo si è tradotto in un ostacolo oggettivo all’acquisto della cittadinanza, non per mancanza di volontà di integrazione, ma per impedimenti legali negli ordinamenti stranieri di provenienza che non consentono la rinuncia. Il superamento di questo ostacolo non configura una rinuncia ai nostri valori identitari, ma un adeguamento realistico e responsabile dell’ordinamento: la fedeltà alle istituzioni non deriva dalla recisione obbligatoria di legami precedenti, bensì dalla partecipazione consapevole alla vita del Paese e dall’adesione ai suoi principi fondamentali. Per garantire il corretto equilibrio tra apertura e tutela dell’identità, introduciamo nuovi requisiti come l’accertamento della conoscenza della lingua italiana, della nostra storia e delle istituzioni di San Marino. Inoltre, razionalizziamo la disciplina sostituendo il riferimento alla dimora con quello di residenza anagrafica ed effettiva, riconducendo le categorie a criteri coerenti con il nostro ordinamento. Prevediamo infine norme transitorie per sanare situazioni di incertezza e potenziale ingiustizia emerse nell’applicazione delle vecchie norme, permettendo il reinserimento di chi è stato cancellato dai registri negli ultimi ventiquattro mesi. Questo intervento mirato fornisce una risposta concreta e pone le basi per la redazione di un futuro Testo Unico, come confermato dall’approvazione in Commissione senza alcun voto contrario.
Segretario di Stato Andrea Belluzzi: Io ritengo che sia sicuramente doveroso non solo fare un riferimento, ma svolgere anche alcune considerazioni su questo progetto che giunge in aula per la sua tappa conclusiva dopo un viaggio lungo e articolato. Fin dall’anno scorso mi sono impegnato e speso per sottolineare l’importanza del lavoro in commissione e voglio ringraziare tutti i commissari per la relazione unica prodotta, un dato affatto scontato che dimostra come l’intera commissione si sia riconosciuta in un unico lavoro. Questa è solo una tappa di un percorso più lungo; il progetto di legge che viene in aula è sicuramente migliorato grazie allo sforzo di equilibrio e bilanciamento che tiene conto anche di chi ha opinioni differenti. Dal 2000 a oggi le norme sulla cittadinanza hanno avuto dodici interventi stratificandosi in modo disordinato, rendendo difficile la lettura dell’impianto esistente, perciò è giunto il momento di avviare un confronto per pervenire a un testo unico. La commissione ha dato l’indirizzo di aprire una stagione di confronto e audizioni con esperti e giuristi per confrontarsi sulle pratiche degli altri paesi e acquisire dati statistici, considerando che in prospettiva San Marino sarà una realtà come l’Irlanda, dove i cittadini residenti sono meno dei cittadini residenti all’estero. Il tema della cittadinanza negli anni è mutato non solo per questioni giuridiche, ma per questioni culturali ed etiche: l’appartenenza non deve più essere solo un aspetto giuridico, ma deve essere un aspetto culturale, sociale e un senso vero di appartenenza. Occorre un ruolo attivo dello Stato e delle istituzioni per creare quell’insieme di valori che sono alla base della nostra comunità, che si riassume nella parola libertas ma anche nel termine inclusione, un elemento del DNA che ci caratterizza. Questo progetto introduce il tema della formazione e della verifica della conoscenza della storia sammarinese e della lingua; ho già trasmesso a tutti i capigruppo la bozza del regolamento che la legge richiama per potersi confrontare prima dell’emissione definitiva. Ci sono ancora questioni aperte, come il diritto richiesto da alcuni concittadini di acquisire la cittadinanza del coniuge non sammarinese, un tema che abbiamo rinviato alla riorganizzazione del testo unico per trovare un punto di equilibrio. Teniamo aperto il confronto in commissione incasellando nei posti giusti i temi relativi allo status della cittadinanza e quelli dell’esercizio del diritto di voto attivo e passivo, che possono essere oggetto di approfondimento. Da parte mia il messaggio è quello di tenere una porta aperta per tenere in considerazione tutti gli aspetti connessi in maniera diretta con la cittadinanza.
Segretario di Stato Matteo Ciacci: Io ringrazio il collega per l’esposizione e per il lavoro di sintesi prodotto, perché arrivare al traguardo dell’eliminazione della rinuncia alla cittadinanza originaria è un merito che va riconosciuto, essendo un tema di cui si parlava da anni senza mai concretizzarlo in maniera compiuta. Apprezzo che la relazione sia stata condivisa da tutto l’arco della Commissione e sottolineo che questo percorso non si esaurisce oggi; grazie all’ordine del giorno approvato ci impegniamo a far sì che questo intervento non resti isolato ma porti a rivedere la normativa in ambito unitario con un testo unico, un elemento di chiarezza necessario per chi ci guarda da fuori. Il nostro paese deve accrescere le proprie competenze e stimoli culturali anche attraverso il percorso di politica estera dell’accordo di associazione europea, e io penso che l’eliminazione della rinuncia alla cittadinanza originaria non significhi affatto indebolire il valore della cittadinanza sammarinese. Essa si inserisce invece nell’evoluzione dei contesti sociali e nella crescente mobilità delle persone, in una realtà internazionale dove la pluralità delle cittadinanze è ampiamente riconosciuta. Non mettiamo in discussione i valori identitari, ma creiamo un adeguamento realistico al passo coi tempi volto a riconoscere gli anni di residenza e la consapevolezza di far parte di una grande comunità. Consentiremo a un cittadino di giurare davanti alla Reggenza dopo aver superato un esame di conoscenza della storia e dell’identità della Repubblica, proprio al fine di raggiungere il punto di equilibrio tra l’apertura necessaria e la tutela dell’identità storica del nostro paese. Rafforziamo la dimensione civica dei cittadini naturalizzati mantenendo comunque delle salvaguardie a livello istituzionale, come il fatto che solo i cittadini originari possano essere eletti Capitani Reggenti. Questo è un approccio deciso verso una scelta realistica che non era più rinviabile; io stesso depositai una delle prime leggi in merito nel 2012 e mi fa piacere oggi vederla in discussione come membro del governo. Non minimizziamo questo passaggio che ritengo storico e identitario per la crescita della nostra comunità. Se oggi abbiamo già cittadini sammarinesi con più cittadinanze, non capisco perché chi risiede qui da quindici anni, lavora e fa famiglia nel nostro contesto non possa essere autorizzato a mantenere la cittadinanza originaria. Questo è un valore aggiunto e i percorsi di integrazione devono essere portati avanti con forza perché la nostra sovranità, autonomia e indipendenza non si garantiscono attraverso forme egoistiche, ma nel confronto e nel rispetto degli altri.
Gemma Cesarini (Libera): Desidero esprimere un sentito ringraziamento al segretario Belluzzi e al relatore di maggioranza, il consigliere Baciotti, per i riferimenti puntuali forniti su questo progetto di legge che considero di straordinaria importanza, poiché il superamento dell’obbligo di rinuncia alla cittadinanza d’origine per chi acquisisce quella sammarinese per naturalizzazione tocca un tema fondante della nostra sovranità. Io affermo con convinzione che la cittadinanza non deve essere percepita come un mero atto amministrativo o una pratica burocratica, ma rappresenta l’appartenenza piena a una comunità e il riconoscimento reciproco tra la persona e lo Stato, definendo quel patto civico di diritti e doveri su cui si regge la nostra Repubblica. Questa modifica nasce dall’accoglimento di un’Istanza d’Arengo alla quale la commissione si è rigorosamente attenuta, rispettando gli strumenti di partecipazione diretta previsti dal nostro ordinamento, ma al contempo siamo consapevoli che la materia meriti una riflessione ancora più ampia, organica e profonda. Io credo sia fondamentale dare valore a chi vive quotidianamente la nostra realtà, a chi ha qui la propria famiglia, i propri affetti e i propri interessi, scegliendo consapevolmente di radicare la propria vita nel nostro territorio; in questo senso, la cittadinanza è il compimento di un reale percorso di integrazione e partecipazione attiva. Essa è identità perché racchiude la nostra storia e le nostre tradizioni, ma è anche responsabilità verso le istituzioni. Per tutelare questo valore, abbiamo ritenuto essenziale prevedere un esame relativo alla storia e alle istituzioni di San Marino, oltre a una verifica della lingua italiana per chi non la conosce, al fine di coniugare apertura e radicamento. Il percorso che intendiamo avviare per pervenire a un Testo Unico dovrà essere serio e non ideologico, capace di rafforzare il senso di comunità e la solidità della nostra Repubblica in vista anche della futura integrazione europea.
Tomaso Rossini (Psd): Io ritengo che la cittadinanza sia prima di tutto un sentimento di appartenenza a uno Stato, con la sua storia passata e il suo presente, e ricordo che San Marino è sempre stato un paese caratterizzato da inclusione e accoglienza. Io non posso dimenticare le dure battaglie portate avanti per vent’anni dalle donne sammarinesi per non perdere la propria cittadinanza in caso di matrimonio con stranieri; all’epoca esisteva una discriminazione profonda rispetto agli uomini che siamo riusciti a sanare solo nel 2000 grazie all’impegno della sinistra. Oggi, dopo altri venticinque anni, riportiamo finalmente questo tema in aula consapevoli che esso tocca la sensibilità di moltissime persone che vivono e lavorano nel nostro territorio portando un contributo quotidiano essenziale. Io sostengo che concedere la cittadinanza a chi ha i requisiti sia un atto dovuto per uno Stato solidale, e tale concessione non può più essere subordinata alla rinuncia della cittadinanza d’origine, poiché si può essere profondamente legati alle proprie radici e contemporaneamente sentirsi parte integrante dello Stato che ci ospita. La doppia cittadinanza è d’altronde parte della nostra stessa storia migratoria: molti nostri connazionali sono stati accolti all’estero e, tornando con un’altra cittadinanza, hanno riportato in Repubblica ricchezza e cultura. Io vedo nel confronto internazionale un valore aggiunto per un paese piccolo come il nostro e trovo che imporre la scelta tra due cittadinanze sia un dolore inutile, poiché in molti ordinamenti rinunciare alla propria origine significa perdere il diritto di rientrare nel proprio paese o abbandonare legami affettivi primari. Accogliendo chi sceglie di diventare sammarinese senza recidere il passato, rendiamo San Marino più internazionale e permettiamo a nuovi cittadini di restituire alla Repubblica quanto hanno ricevuto attraverso una partecipazione attiva alla vita pubblica.
Enrico Carattoni (Rf): Intervengo in questo dibattito parlando fuori da ogni ipocrisia, portando la posizione del mio gruppo consiliare che, come è noto, non è stata affatto uniforme a causa delle diverse opinioni e sensibilità che convivono al nostro interno. Io riconosco che il tema della cittadinanza a San Marino non è mai indolore e rappresenta spesso una ferita aperta nella carne viva delle persone, come abbiamo visto nelle storiche battaglie femminili. Il progetto di legge odierno vuole superare il vincolo che impediva ai naturalizzati di detenere una seconda cittadinanza, permettendo loro di mantenere quella d’origine, ma io sento il dovere di sollevare alcuni appunti critici sul metodo seguito dal governo. Mi risulta che nella scorsa legislatura il percorso fosse stato caratterizzato da numerosi incontri e riunioni per coinvolgere la cittadinanza su un tema così percepito, mentre in questa legislatura ho notato accelerazioni e arresti improvvisi che non abbiamo gradito, con incontri ridotti all’osso. Io credo che in passaggi così delicati il metodo sia una caratteristica fondamentale della buona politica e trovo paradossale che il progetto di legge sia stato prima portato in aula, poi assegnato in seconda lettura al Consiglio e infine rinviato forzatamente in commissione, segno evidente di discussioni irrisolte persino dentro la maggioranza. Pur avendo io una posizione personale nota, devo confrontarmi con le preoccupazioni di molti cittadini che sono confluite anche in un comitato per il no; io non condivido nel merito le loro opinioni, ma voglio ringraziare pubblicamente chi ha avuto il coraggio di metterci la faccia e di prendere una posizione pubblica in un paese dove purtroppo accade troppo raramente. La cittadinanza è un tema che attraversa trasversalmente tutte le appartenenze politiche e merita un rispetto che vada oltre le logiche di schieramento.
Gaetano Troina (D-ML): Esprimo la mia soddisfazione per il fatto che questo progetto di legge arrivi finalmente in seconda lettura dopo un lungo percorso di confronti e prese di posizione che hanno visto molti concittadini intervenire personalmente sui mezzi di stampa. Io ammetto che si tratti di un tema delicato e divisivo, carico di sfumature pro o contro la doppia cittadinanza a seconda delle storie personali di ciascuno, ma la mia posizione personale si basa su un dato di fatto oggettivo: l’attuale obbligo di rinuncia crea disparità di trattamento inaccettabili. Gli studi condotti dimostrano che questa problematica colpisce quasi esclusivamente i cittadini italiani, verso i quali esiste un interscambio veloce che porta alla cancellazione immediata, mentre altri paesi non rispondono alle richieste di San Marino o non prevedono affatto la possibilità di rinuncia, permettendo a quei cittadini di mantenere di fatto entrambe le cittadinanze. Io trovo profondamente ingiusto che a un genitore venga imposto di scegliere tra la propria origine e lo Stato dove risiede, mentre i suoi figli possono godere della doppia cittadinanza senza alcun vincolo; è una discriminazione enorme che grava su una singola generazione. Io considero la scelta di eliminare la rinuncia come la decisione più giusta per risolvere un problema noto da tempo, pur consapevole che si creerà un ulteriore paradosso verso chi ha già rinunciato in passato e oggi si sente penalizzato per averlo fatto. Io non credo sia corretto legare la cittadinanza a un concetto di fedeltà esclusiva, poiché nel mondo globale di oggi a nessun cittadino verrà mai chiesto di scegliere militarmente tra San Marino e l’Italia, e sono certo che chi è nato e cresciuto in un territorio farà sempre del proprio meglio per quel paese. Io riconosco al segretario il coraggio di aver portato questa discussione in aula e sostengo convintamente questo passo avanti.
Maria Luisa Berti (Ar): Io intendo ribadire con estrema chiarezza la posizione di Alleanza Riformista e la mia personale su un tema così sentito, precisando innanzitutto al segretario che la commissione non ha affatto votato all’unanimità il progetto in prima lettura, poiché vi sono state astensioni, tra cui la mia. Io non nascondo che, a mio avviso, togliere l’elemento della rinuncia nella naturalizzazione vada a snaturare profondamente questo istituto, che era nato come una concessione dello Stato basata su una scelta di fedeltà esclusiva e su un senso di appartenenza totale alla Repubblica. Io dissento da chi mi ha preceduto: il valore forte della naturalizzazione risiedeva proprio in questo patto di fedeltà dirompente da parte di chi decideva di diventare sammarinese recependo pienamente l’identità dello Stato. Io temo che in questa vicenda si sia cercato più di assecondare l’onda di qualche associazione esterna o logiche elettorali di breve respiro, piuttosto che ponderare la materia a trecentosessanta gradi come la sua complessità richiedeva. Io denuncio un errore metodologico grave: si è intervenuti normativamente sulla naturalizzazione senza fare un’analisi complessiva degli effetti e delle ricadute, creando nuove discriminazioni tra chi ha già rinunciato e chi non dovrà farlo. Mi rammarica profondamente che non si sia avuto il coraggio di affrontare temi cruciali come l’impatto sull’elettorato passivo e sulle rappresentanze istituzionali in un paese di piccolissime dimensioni dove queste scelte hanno riflessi diretti sull’amministrazione. Infine, io trovo inaccettabile e stigmatizzo la delibera del Congresso di Stato che ha dato disposizioni per non rispettare le leggi vigenti sulle cancellazioni anagrafiche; la legge si deve sempre rispettare e questo atto di imperio rappresenta per me un precedente molto grave che non posso condividere.
Emanuele Santi (Rete): Io ricordo che il dibattito sulla rinuncia alla cittadinanza d’origine parte da molto lontano e il mio gruppo ha sempre mantenuto una posizione di assoluta coerenza e chiarezza, sostenendo la necessità di eliminare questa discriminazione. Abbiamo inserito questo obiettivo nel nostro programma di governo del 2024 perché vogliamo onorare gli impegni presi con i cittadini, evitando le ipocrisie di chi in pubblico si dice favorevole ma poi nelle stanze della politica fa rete di mercanti per bloccare tutto. Io rivendico con forza il merito politico di RETE: se a dicembre 2024 non avessimo presentato quegli emendamenti alla legge di sviluppo per togliere la rinuncia, scatenando un tumulto in maggioranza, probabilmente oggi non saremmo qui a discutere di questo progetto di legge portato poi dal governo in fretta e furia. Io riconosco che la legge sulla cittadinanza meriterebbe una revisione organica, ma non possiamo ignorare il dato politico immediato: obbligare chi vive qui da quindici anni, ha famiglia e lavora, a rinunciare alle proprie radici è un’azione che va contro i diritti fondamentali della persona. Dobbiamo guardare in faccia la realtà dei numeri, poiché oggi a San Marino abbiamo almeno quindicimila o ventimila persone che detengono già due, tre o quattro cittadinanze per origine; parlare di cittadinanza unica oggi è pura ipocrisia, un discorso che andava fatto quarant’anni fa quando la popolazione era la metà. Io chiedo perché dovremmo continuare a imporre questo sacrificio a cittadini che sono sammarinesi di fatto, quando la maggior parte della popolazione gode già del doppio passaporto. Io esprimo la piena soddisfazione del mio gruppo per il traguardo odierno, che considero un atto di civiltà atteso da anni da organismi come il Comites e da moltissimi residenti, e confermo il nostro pieno sostegno convinto a questo provvedimento che finalmente sana una ingiustizia storica.
Silvia Cecchetti (Psd): Io ritengo che oggi l’aula stia affrontando una modifica che, pur essendo tecnicamente semplice, possiede un significato politico e civile estremamente rilevante, ovvero l’eliminazione dell’obbligo di rinuncia per chi ottiene la cittadinanza sammarinese per naturalizzazione. Io considero questa una scelta di maturità istituzionale, poiché fino ad oggi abbiamo imposto a persone perfettamente integrate, che pagano le tasse e costruiscono famiglie a San Marino, un passaggio eccessivamente gravoso e simbolicamente punitivo. Io affermo che la cittadinanza sammarinese deve essere una scelta piena che non comporti alcuna perdita, una visione coerente con l’evoluzione del diritto contemporaneo e con la nostra realtà sociale. Io non credo che l’identità di uno Stato si difenda attraverso privazioni, ma piuttosto attraverso la forza delle istituzioni e la capacità di integrare chi dimostra nei fatti di appartenere alla nostra comunità. In un momento storico segnato dalla crisi demografica, San Marino ha bisogno di cittadini che scelgano di mettere radici profonde nel nostro territorio per garantire la sostenibilità economica e sociale dei prossimi decenni; rendere la Repubblica attrattiva e credibile per chi già la vive è una scelta pragmatica fondamentale. Io sottolineo con orgoglio che questa è una riforma sostenuta da anni dal mondo riformista, da PSD e Libera, basata su un’idea di Repubblica aperta e moderna. Voglio ringraziare il segretario Belluzzi e i partner di maggioranza, inclusi gli amici democristiani, per aver compiuto lo sforzo di trovare una sintesi e un equilibrio su questa legge, dimostrando che questa maggioranza, quando lavora con dedizione e confronto continuo, è capace di produrre risultati concreti e crescita per l’intero Paese.
Segretario di Stato Alessandro Bevitori: Intervengo in questo dibattito ricordando innanzitutto che questo provvedimento nasce da un’Istanza d’Arengo della scorsa legislatura, e credo sia superfluo sottolineare che quest’aula ha il dovere di legiferare in conformità a quanto deliberato dai cittadini attraverso i nostri strumenti democratici. Io ritengo che stiamo compiendo un fondamentale passo in avanti sulla strada della civiltà e del riconoscimento dei diritti della persona, e trovo che le preoccupazioni di chi teme un pregiudizio per l’identità sammarinese siano eccessive e dettate da una premura non necessaria. Al contrario, io credo che l’ammodernamento dei nostri diritti sia un requisito essenziale per chi vuole investire a San Marino e per il nostro percorso di internazionalizzazione legato all’accordo di associazione con l’Unione Europea. Io non voglio dare a questa legge una bandiera di partito, ma considerarla un salto di qualità dell’intero Consiglio Grande e Generale, poiché i benefici saranno evidenti per tutti coloro che potranno evitare un atto forte e traumatico come la rinuncia alla cittadinanza d’origine. Rinunciare alla propria origine non è una mera pratica amministrativa da sbrigare in un ufficio anagrafe, ma è un atto che in alcuni paesi è percepito addirittura come un tradimento e lascia ferite profonde per tutta la vita. Io invito tutti a togliere il velo di ipocrisia: molti di noi seduti in quest’aula godono già della doppia cittadinanza e questo dovrebbe indurci a una riflessione onesta sulla bontà del provvedimento. Voglio ringraziare il collega Belluzzi per la determinazione e per aver condotto l’iter senza fughe in avanti, garantendo tutti gli approfondimenti e gli incontri necessari per arrivare a questa conclusione che proietta San Marino in una dimensione di civiltà adeguata agli standard che meritiamo.
Gian Nicola Berti (Ar): Mi pongo in quest’aula come una delle poche voci iper-critiche sia sul metodo che sulla natura stessa di questo provvedimento, che non dimentichiamolo nasce da un’Istanza d’Arengo votata in periodo pre-elettorale da pochissimi consiglieri presenti. Io affermo senza mezzi termini che ci troviamo nel campo del puro clientelismo politico, volto ad assecondare i desideri di molte persone interessate ad acquisire la cittadinanza sammarinese mantenendo le altre due o tre che già possiedono. Io mi chiedo seriamente se, approvando questa legge, stiamo onorando il giuramento di fedeltà alla Repubblica e il dovere di custodia della nostra storia che ognuno di noi ha assunto. San Marino è un paese talmente piccolo e intercluso che ha bisogno dell’unicità della cittadinanza per riaffermare la propria connotazione identitaria; perdere questo principio è un peccato perché la fedeltà dei cittadini allo Stato è ciò che ha permesso di superare i momenti più difficili delle varie epoche. Io credo che non si possa risolvere un problema complesso ricorrendo a uno “escamotage” che somiglia alla solita pezza che la politica sammarinese mette sui problemi invece di risolverli alla radice. Io denuncio la mancanza di coraggio di questa maggioranza nel riformare organicamente l’intero impianto della cittadinanza e della residenza, che oggi presenta distorsioni inaccettabili dove chi vive all’estero da generazioni è cittadino, mentre chi lavora qui ogni giorno incontra ostacoli insormontabili. Io ritengo che dovremmo decidere chiaramente se basare la nostra appartenenza sulla discendenza o sul legame temporale con il territorio, ma queste scelte vanno fatte a monte e non attraverso interventi frammentari. Inoltre, io ricordo che ai diritti dovrebbero corrispondere i doveri, e chi detiene più cittadinanze ha obblighi verso paesi che hanno una capacità di imposizione molto superiore alla nostra. Come Alleanza Riformista ci opporremo a questa scelta che riteniamo sbagliata, convinti che la riflessione debba essere più profonda e svolta nelle sedi competenti per le riforme istituzionali.
Oscar Mina (Pdcs): Io ritengo che questo progetto di legge, che nasce da un’Istanza d’Arengo molto circoscritta, rivesta un particolare rilievo civile e istituzionale in un ambito nel quale da tempo si è determinata una stratificazione normativa non sempre di immediata comprensione. Proprio per questa ragione, ogni intervento legislativo in questa materia ha richiesto un approccio molto prudente e responsabile per tenere insieme sensibilità culturali e politiche differenti. In commissione si è articolato un dibattito che ha evidenziato come la materia della cittadinanza susciti posizioni talvolta trasversali, toccando temi ideali come partecipazione, appartenenza, eguaglianza e responsabilità verso la comunità, ma anche condizioni concrete giuridiche e sociali. Metto in evidenza che nella votazione finale non vi sono stati voti contrari, il che conferma una modalità di confronto intensa e costruttiva nella ricerca di soluzioni equilibrate. Le astensioni registrate non sono state una mera contestazione nel merito, ma uno stimolo a proseguire un percorso di approfondimento per una revisione organica di tutta la materia. L’obbligo di rinuncia rappresentava in molti ordinamenti stranieri un ostacolo oggettivo all’acquisizione della cittadinanza per naturalizzazione, non per mancanza di volontà di integrazione, ma perché tale pratica non veniva nemmeno autorizzata. Questo progetto rimuove tale criticità ridefinendo i presupposti dell’accesso senza imporre la rinuncia ad altre cittadinanze possedute. Il superamento dell’obbligo di rinuncia riconosce che il senso di appartenenza e la fedeltà alle istituzioni derivano dalla partecipazione consapevole alla vita del paese e dall’adesione ai suoi principi fondamentali. Discipliniamo inoltre la posizione dei cittadini naturalizzati cancellati dai registri nei ventiquattro mesi precedenti, prevedendo la possibilità di reinserimento su richiesta. Auspico che questo progetto si inserisca in una prospettiva di riforma più organica, in conformità all’ordine del giorno approvato in commissione lo scorso dicembre, che impegna il governo alla redazione di un testo unico in materia di cittadinanza tenendo conto dei principi costituzionali, degli obblighi internazionali e delle migliori pratiche comparate relative allo status dei cittadini con più cittadinanze.
Riccardi Dalibor (Libera): Io credo che due parole siano doverose rispetto a questo provvedimento che finalmente vede la seconda lettura in aula e voglio congratularmi col segretario di Stato Belluzzi e con tutti i commissari per il lavoro fatto, specialmente perché la commissione si è fatta promotrice di una relazione comune. Questo è un tema dibattuto da diversi anni che ha ricevuto un importante stimolo dalla cittadinanza stessa attraverso l’approvazione di un’Istanza d’Arengo; è stata la cittadinanza a sollecitare un dialogo rispetto a questa materia. Grazie al lavoro della Segreteria e delle forze politiche, siamo riusciti oggi a trovare un testo che possa proiettare il nostro paese in una dinamica ormai consolidata in tanti altri stati. Legare la cittadinanza alla residenza effettiva in un territorio, alla conoscenza della lingua italiana e alla storia delle istituzioni di un paese significa fare un passo verso sistemi molto solidi. Indipendentemente dalle varie sensibilità politiche, abbiamo fatto uno sforzo importante per andare incontro a una richiesta della cittadinanza che talvolta, come già successo per l’interruzione di gravidanza, si dimostra più avanti della politica stessa. Ascoltare la cittadinanza è fondamentale su temi che toccano le corde dell’etica o delle proprie ragioni personali. Questo sforzo è importante ma rappresenta solo un primo passo e non l’ultimo, perché rimangono ancora molte situazioni da indicare con le giuste traiettorie, come ad esempio la tutela dei minori che è stata menzionata anche nel comma comunicazioni. Dobbiamo sforzarci collettivamente per trovare soluzioni anche quando il legislatore decide di prendersi ulteriore tempo per approfondimenti necessari. Questo provvedimento era atteso non solo in quest’aula ma soprattutto al di fuori, da parte di un paese che deve sforzarsi di essere sempre più protagonista e progressista, anche quando sussistono delle differenze. Questo è lo sforzo che la politica deve compiere e mi riservo di intervenire ancora durante l’esame dell’articolato.
Maria Donatella Merlini (Psd): La Commissione consiliare competente ha concluso l’esame del progetto di legge sulla modifica delle norme relative alla cittadinanza per naturalizzazione approvandolo senza voti contrari, un dato politicamente e istituzionalmente significativo che testimonia una larga condivisione su un tema identitario per la nostra Repubblica. Questo provvedimento nasce dall’accoglimento di un’Istanza d’Arengo e si occupa in maniera circoscritta dell’eliminazione dell’obbligo di rinuncia alla cittadinanza di origine. Voglio chiarire che non si tratta di una norma permissiva o di una concessione automatica, poiché il testo mantiene criteri ben definiti come il requisito linguistico, la conoscenza della storia e delle istituzioni e un percorso di residenza qualificato. La cittadinanza continua a essere considerata un traguardo consapevole e non un mero atto amministrativo, ma un valore che parla di appartenenza e doveri. Il comitato contrario alla legge ha espresso timori relativi alla perdita di identità data la ridotta dimensione del paese, preoccupazioni che meritano rispetto ma che non tengono conto del fatto che San Marino è terra di confine dove i matrimoni misti incrementeranno inevitabilmente i doppi cittadini. Il fenomeno delle cittadinanze multiple è già diffuso poiché siamo stati terra di emigrati rientrati con doppie cittadinanze o rimasti all’estero mantenendo la propria. Io sono convinta che l’identità non si tuteli attraverso vincoli formali o imponendo rinunce alla propria storia personale, bensì sentendosi parte della comunità di cui si condividono i valori. Questa legge ci inserisce in una dimensione europea dove molti stati hanno superato l’obbligo di rinuncia riconoscendo che l’appartenenza può essere plurale senza essere conflittuale. Racconto la mia esperienza personale: acquisii la naturalizzazione a ventotto anni rinunciando alla cittadinanza di origine senza sofferenza perché non sentivo di appartenere a nessun altro paese se non a quello in cui sono nata, e anni dopo riacquisii la cittadinanza materna che mia madre aveva perso per matrimonio. Questo intervento mirato pone le basi per un futuro testo unico che riordini un quadro normativo complesso.
Marinella Chiaruzzi (Pdcs): Considero questo un tema molto caro personalmente e alla Democrazia Cristiana, che al suo interno ospita tante sensibilità differenti e spesso combattute. Ritengo che questa normativa sulla naturalizzazione rappresenti un passaggio storico, paragonabile a quanto fu la legge sulla matrilinearità all’inizio degli anni duemila. Certe asserzioni ascoltate in aula mi riportano a rivivere i conflitti di allora per far comprendere ai cittadini il valore del diritto materno. Credo che non richiedere più la rinuncia della cittadinanza d’origine sia un passo maturato all’interno della cittadinanza in questo periodo storico. Il fatto che in commissione non vi siano stati voti contrari è un segnale tangibile della volontà di tutte le forze politiche di compartecipare a questo argomento, seppur con diversi distinguo. Non ritengo che la normativa precedente sulla rinuncia fosse una vera e propria discriminazione, ma piuttosto il frutto dei suoi tempi. Oggi viviamo un momento storico particolare, maturato soprattutto dai cittadini più giovani che percepiscono i confini del territorio in modo diverso, con sensibilità nuove ma non meno affezione. Questo tema tocca diritti, identità, sovranità e coesione sociale, perciò è stato necessario un lungo confronto anche con i comitati nati per opporsi alla legge. Alcune loro osservazioni sono state accolte, mentre su altre l’aula ha fatto scelte differenti per rispondere alle esigenze degli anni duemilaventi in avanti. L’impegno che emerge dall’ordine del giorno è di non fermarsi qui e di approfondire la materia della cittadinanza in senso lato, come ci chiedono i residenti e i sammarinesi all’estero. Voglio specificare che il concetto del giuramento rimane forte e non è stato abrogato, ma anzi è stato affiancato da passaggi culturali di conoscenza della lingua e del paese per rendere più consapevole chi sceglie di abbracciare la nostra Repubblica ed entrare a pieno titolo nelle nostre istituzioni.
Matteo Casali (Rf): Non condivido il giubilo espresso per l’approdo in seconda lettura dell’abolizione della rinuncia alla cittadinanza di origine, un entusiasmo che trovo fuori luogo e talvolta strumentale alla ricerca di consenso politico nel breve termine piuttosto che alla ricerca di soluzioni strutturate per il paese. Repubblica Futura si asterrà dal voto poiché riteniamo che, di fronte a una normativa stratificatasi disorganicamente nel tempo, sia giunta l’ora di affrontare la questione della cittadinanza nel suo complesso coinvolgendo politica e società civile. Ogni scatto in avanti come quello odierno costituisce un passo inopportuno e potenzialmente pericoloso. Questo paese rischia di avere in prospettiva un numero di cittadini residenti inferiore a quelli all’estero e la maggioranza dei residenti sarà titolare di doppia cittadinanza, prevalentemente italiana. Io sono convinto che per un microstato enclave come il nostro sia grave non percepire il pericolo di questa evidenza per la futura sovranità e indipendenza della Repubblica. Non deve passare la narrazione che chi esprime queste preoccupazioni sia retrogrado o sovranista; il tema doveva essere affrontato in maniera generale chiamando al confronto l’intera comunità seguendo il motto animo inconsulendo liber. Il governo ha affrontato il tema con disarmante dilettantismo, dalla confusione nel percorso di legge alla delibera di Congresso per bloccare la norma vigente, fino al rifiuto di una revisione complessiva preventiva. Vedo una gestione incoerente, come dimostra l’inquietante vicenda del sindaco di Montegrimano che riveste cariche politiche contemporaneamente in Italia e a San Marino. Ci troviamo di fronte a un’occasione persa perché le implicazioni legate alle cittadinanze multiple e all’esercizio dei diritti e doveri andavano approfondite subito a causa della portata potenzialmente esiziale per il paese. Sento il peso di 1725 anni di storia e temo che scelte sbagliate ci porteranno a dover rendere conto di quanto fatto o non fatto davanti alle future generazioni della Repubblica.
Miriam Farinelli (Rf): Ritengo che la cittadinanza rappresenti uno dei concetti fondamentali dell’organizzazione politica e sociale moderna, incarnando il legame giuridico e identitario fra un individuo e lo Stato. Essere cittadini significa assumersi responsabilità verso la collettività e vigilare sulla Repubblica, anteponendo l’interesse generale a quello particolare attraverso l’impegno civico e la partecipazione. Oltre alle norme, la cittadinanza è un fattore di identità collettiva che crea legami di solidarietà e fratellanza, spingendosi fino al sacrificio personale per la difesa del paese. Oggi viviamo la sfida della cittadinanza moderna dove le forme multiple mettono in discussione l’appartenenza esclusiva a un solo stato, come avviene con la cittadinanza europea. La doppia o tripla cittadinanza è una condizione sempre più diffusa che comporta diritti ma anche precisi doveri verso entrambi gli stati, come gli obblighi fiscali o la leva militare ancora presente in alcuni paesi. Se da un lato offre vantaggi in termini di mobilità e opportunità lavorative, dall’altro richiede una consapevolezza approfondita degli obblighi verso due nazioni. Per San Marino, che è un microstato enclave nello stato italiano, la cittadinanza esclusiva è stata finora un elemento essenziale per preservare l’unicità culturale e istituzionale. La mia posizione include preoccupazioni relative alla lealtà civica, poiché una cittadinanza unica rafforza il senso di responsabilità verso le istituzioni mentre la doppia cittadinanza potrebbe creare conflitti di interesse. Dobbiamo chiederci se la modernizzazione e l’apertura internazionale siano compatibili con la salvaguardia del nostro microstato. La scelta che compiamo oggi avrà implicazioni profonde per il futuro della nostra piccola Repubblica e per la definizione stessa di cosa significhi essere sammarinesi nel ventunesimo secolo. È una questione di grande rilevanza per l’identità nazionale che richiede di bilanciare i diritti individuali con la tutela della nostra unicità.
Mirko Dolcini (D-ML): Ammetto che questo sia un tema delicato e che la scelta di votare a favore o contro non sia facile, poiché si toccano principi vissuti in maniera viscerale. Nutro rispetto per chi è contrario alla doppia cittadinanza ma non riesco a condividerne i principi fino in fondo, perciò voterò a favore di questa legge. È un male di questo Consiglio agire talvolta sulla base di emozioni piuttosto che ragionare con il tempo dovuto, ma in questo momento storico la legge è qui per essere votata. Ho sentito argomentazioni estreme sulla fedeltà in caso di guerra, ma credo che il problema si risolva dando preferenza al paese in cui si risiede con la propria famiglia, cercando semmai la pace tra i due stati di cui si porta la cittadinanza. Il cittadino naturalizzato è il miglior ambasciatore di San Marino all’estero e viceversa. Ricordiamoci che organismi internazionali come l’ECRI sollecitano il riconoscimento della doppia cittadinanza per evitare la violenza di dover scegliere di rinunciare alla propria origine. Alcuni temono che non esisterà più il sammarinese doc, ma la doppia cittadinanza è un destino inevitabile a causa dei matrimoni misti e della cittadinanza per discendenza, a meno di non voler imporre di sposare solo sammarinesi. Comprendo il tema della fedeltà esclusiva sollevato da Maria Luisa Berti, ma ritengo che la fedeltà non sia determinata dal numero di passaporti, bensì dal buon senso e dall’amore per il paese in cui si risiede; molti naturalizzati sono più fedeli dei sammarinesi d’origine. Non credo che avere due cittadinanze sdoppi o spacchetti l’amore per un paese; è come l’amore per i figli, se ne hai due o tre l’amore non si divide ma semplicemente raddoppia o triplica. Per me la doppia cittadinanza non rappresenta una perdita di valore ma semmai un valore aggiunto per la nostra comunità.
Iro Belluzzi (Libera): Desidero unirmi con profonda convinzione al ringraziamento rivolto al segretario Belluzzi e a tutta la commissione che ha elaborato con dedizione il presente testo di legge, affrontando un tema di cui si discute ormai da oltre un decennio senza aver mai trovato soluzioni concrete. Da quando sono entrato a far parte del Consiglio Grande e Generale ho visto il tema della rinuncia alla cittadinanza per i naturalizzandi tornare ciclicamente nelle nostre aule, e sono sempre stato favorevole a una modifica che eliminasse tale obbligo, perché non ritengo affatto che la cittadinanza d’origine sia l’unico elemento di garanzia a tutela della nostra Repubblica. Dobbiamo avere il coraggio di superare l’ipocrisia dilagante: abbiamo visto nel tempo tantissimi cittadini originari, tra cui politici e imprenditori di vario tipo, che hanno letteralmente distrutto l’immagine di San Marino con le loro condotte scellerate, mentre molti cittadini residenti, pur attendendo tempi lunghissimi per la naturalizzazione, hanno mostrato una fedeltà e una lealtà esemplari verso le nostre istituzioni. Non dobbiamo obbligare chi ha scelto il nostro territorio come sede della propria vita e dei propri affetti a tradire o abbandonare la cittadinanza di origine, alla quale si può essere egualmente legati. Respingo fermamente l’idea che mantenere il doppio passaporto significhi tenere il piede su due staffe; chi imposta qui la propria vita lavorativa e le proprie amicizie difficilmente abbandonerà la Repubblica. Questo è un passaggio di civiltà che noi forze riformiste, come ricordato anche dalla compagna Silvia Cecchetti, abbiamo sempre auspicato per trattare tutti con pari dignità. Tuttavia, per tutelarci come Paese, dobbiamo rivedere velocemente la normativa sulle residenze, intervenendo su quelle atipiche che spesso non sono effettive, e affrontare con onestà il tema del voto estero. Presto gli elettori fuori territorio supereranno i residenti e, pur senza inibire il diritto di voto, dobbiamo pensare a seggi specifici come elemento di garanzia della rappresentanza, affinché il Parlamento sia espressione di chi vive e conosce le dinamiche quotidiane della Repubblica, arricchendosi al contempo del contributo di chi risiede fuori ma vuole partecipare all’evoluzione del nostro Stato verso l’Unione Europea.
Antonella Mularoni (Rf): Io sento il dovere di dichiarare apertamente che non aderisco affatto al coro di applausi e di encomi sperticati rispetto all’attività della segreteria interni, poiché il mio gruppo è estremamente critico su come è stato condotto questo intero percorso legislativo. Pur rispettando profondamente le posizioni di chiunque e le storie personali che ogni consigliere porta legittimamente in quest’aula, recrimino con forza il fatto che non sia stato svolto un approfondimento adeguato e rigoroso rispetto alle conseguenze profonde che l’abolizione dell’obbligo di rinuncia comporterà per l’identità e la sopravvivenza del nostro Paese. È vero che la strada verso la pluralità delle cittadinanze è ormai tracciata e che la maggioranza dei membri di questo Consiglio possiede già un secondo passaporto, ma stiamo cambiando radicalmente una posizione secolare necessaria alla difesa di un microstato. Tradizionalmente lo ius sanguinis è stato il pilastro della nostra esistenza, poiché i piccoli Paesi, a differenza delle grandi nazioni che cercavano popolamento, hanno sempre avuto bisogno di un nucleo di cittadini con un senso di appartenenza esclusivo. In un sistema dove si vedono moltissimi diritti e ben pochi doveri, temo che la cittadinanza sammarinese venga cercata anche per meri vantaggi pratici, come la facilità di viaggio nel territorio comunitario. La responsabilità di questa deriva ricade sulla politica che in passato ha cercato potenziali cittadini in tutto l’orbe terraqueo, invitando persone che avevano dimenticato le proprie radici a prendere il passaporto per fini elettorali. La soluzione non può essere solo farli votare dove risiedono, poiché questo amplificherebbe il problema; bisognerebbe invece limitare i collegi esteri a un massimo di due seggi per bilanciare l’incidenza sulla politica interna. Mi addolora vedere la mancanza di rispetto verso chi in passato ha rinunciato onestamente alla propria origine e stigmatizzo duramente il pressapochismo del Congresso di Stato che, attraverso delibere segretate o ritardi ingiustificati, ha impedito l’applicazione delle leggi vigenti creando disagi enormi a molte famiglie. Questa materia è troppo delicata per essere gestita con tale superficialità e dilettantismo, ignorando che la cittadinanza non c’entra nulla con il percorso di associazione europea.
Michele Muratori (Libera): Io desidero condividere con i colleghi dell’aula alcune brevi ma sentite considerazioni su un progetto di legge a cui teniamo particolarmente e che ha saputo suscitare un dibattito molto appassionato, sia tra i favorevoli sia tra chi esprime perplessità. Ritengo che ogni voce meriti il massimo rispetto e attenzione, incluse le istanze della cittadinanza espresse privatamente nelle sedi dei partiti o attraverso i mezzi di stampa. Noi siamo sempre stati convintamente favorevoli a rimuovere l’obbligo di rinuncia alla cittadinanza d’origine perché costringere qualcuno a tale scelta può essere vissuto come un alto tradimento in determinati Paesi, arrivando persino a impedire il rientro sul territorio d’origine per visitare i propri familiari. Non posso accettare che persone che risiedono e lavorano onestamente nella nostra Repubblica da oltre venti o venticinque anni siano considerate meno sammarinesi solo perché non possono recidere i legami con le proprie radici. Io parlo da persona che possiede un unico passaporto sammarinese per origini familiari complete e non ho alcun interesse personale diretto in questa vicenda, ma proprio per questo credo di poter affermare che la samarinosità si esprime su vari livelli e non si misura certo con il possesso di un doppio passaporto. Mi sento di respingere con forza le critiche di chi sostiene che questa legge sia stata votata sbadatamente o per fare un dispetto politico alla fine della scorsa legislatura; la nostra è stata una scelta estremamente ponderata e coerente con la volontà popolare espressa attraverso l’istanza d’arengo del 2024. Portare avanti questo progetto è un atto di normalità democratica e un dovere di coerenza verso quanto deliberato dai cittadini prima dello scioglimento del Consiglio. Questo provvedimento costituisce solo la prima parte di una revisione necessaria e organica di tutta la normativa sulla cittadinanza, volta a correggere diverse criticità segnalate anche dagli uffici competenti. Il testo è uscito notevolmente migliorato dal confronto in commissione e ringrazio il segretario Belluzzi e tutti i commissari per aver reso possibile questo fondamentale passo in avanti di civiltà e di accresciuta appartenenza per i nuovi cittadini che entreranno a far parte della nostra comunità.
Giovanna Cecchetti (Indipendente): Io considero oggi un momento di straordinaria importanza poiché ci troviamo finalmente a discutere il progetto di legge sulla cittadinanza per naturalizzazione, un tema che deriva dall’accoglimento di un’istanza d’arengo del 2024 ma che da sempre attraversa il dibattito politico della nostra Repubblica. Si tratta di una materia estremamente delicata e strategica per il nostro futuro, poiché tocca direttamente i diritti, l’identità, la sovranità e la coesione sociale di San Marino, e per questo deve essere affrontata con massima serietà e responsabilità. Stiamo dando una risposta concreta a una richiesta che la cittadinanza avanzava da anni, pur consapevoli che in futuro la normativa dovrà essere rivista in modo ancora più organico e complessivo. Ho sempre affrontato questo tema con franchezza, ricordando le battaglie fatte in passato affinché le donne sammarinesi non dovessero più rinunciare alla propria cittadinanza in caso di matrimonio con stranieri. Io credo fermamente che obbligare qualcuno a rinunciare alla propria cittadinanza d’origine significhi chiedergli di rinunciare alla propria storia e al proprio passato, un atto che non aggiunge nulla al senso di appartenenza ma anzi toglie valore all’individuo. Questo progetto modernizza il nostro ordinamento tutelando al contempo la nostra specificità demografica e l’equilibrio istituzionale attraverso il superamento dell’obbligo di rinuncia. È una scelta che risponde a esigenze reali di integrazione e stabilità personale, ma che deve essere accompagnata da regole rigorose come il mantenimento di requisiti stringenti di residenza effettiva e la verifica dell’onorabilità, perché la cittadinanza è un patto di responsabilità reciproca tra lo Stato e la persona. La nostra società è cambiata e ignorare la realtà di chi lavora qui, contribuisce alla nostra crescita e si sente parte integrante della comunità significherebbe rendere il nostro sistema non più aderente ai tempi. La doppia cittadinanza non deve essere un tabù, ma uno strumento governato con equilibrio. Rispetto le preoccupazioni di alcune associazioni, ma questo progetto non mette in discussione la nostra sovranità, bensì la rafforza riconoscendo situazioni consolidate. Abbiamo anche introdotto una norma transitoria per tutelare i cittadini sammarinesi per origine che rischiavano di perdere la cittadinanza per non aver dichiarato di volerla mantenere entro i sette anni dal compimento della maggiore età. Ringrazio la commissione per aver saputo produrre una relazione unica nonostante le diverse posizioni di partenza.
Giovanni Francesco Ugolini (Pdcs): Io rilevo che il testo di legge oggi in discussione è stato elaborato in seguito all’approvazione di un’istanza d’arengo dell’ottobre 2023, accolta da questo Consiglio con una chiara maggioranza. Consentire ai cittadini naturalizzati di non dover più rinunciare alla cittadinanza di origine rappresenta un passo in avanti fondamentale che va riconosciuto come tale, poiché permette a San Marino di recepire e difendere il diritto di nascita come aspetto essenziale dei diritti della persona. Con questo provvedimento andiamo a sancire un pieno diritto civile in un mondo contemporaneo caratterizzato da mobilità e identità plurali che non si escludono ma si arricchiscono a vicenda. Chiedere oggi a una persona di recidere formalmente il proprio passato per entrare nella nostra comunità appare sempre meno giustificabile. Questa riforma rafforza l’idea di una cittadinanza basata sull’inclusione, sulla partecipazione e sulla condivisione di valori universali piuttosto che su un out-out identitario, riconoscendo che si può essere sammarinesi a pieno titolo senza dover rinnegare le proprie radici. La doppia cittadinanza garantisce alle persone una maggiore libertà di movimento in un mondo globalizzato e si inserisce coerentemente nel percorso dell’accordo di associazione con l’Unione Europea, favorendo opportunità professionali, scolastiche e di lavoro per i nostri giovani. Certamente ogni ampliamento dei diritti comporta delle responsabilità e sarà nostro compito vigilare affinché il patto di cittadinanza resti serio, consapevole e rispettato. Il segnale politico che diamo oggi è chiaro: San Marino sceglie di aprirsi e di evolvere come una repubblica moderna e coerente con i principi di civiltà giuridica europea. Oltre agli aspetti pratici, sottolineo l’importanza della dignità della persona, impedendo che qualcuno debba cancellare la propria identità o debba subire l’umiliante sensazione di vivere da straniero nel Paese che ha scelto come casa. Questo intervento normativo merita dunque pieno riconoscimento come tappa cruciale nel percorso di aggiornamento e ammodernamento del nostro Stato.
Maria Katia Savoretti (Rf): Io lamento apertamente, come già espresso durante la prima lettura e i lavori in commissione, l’approccio parziale che il governo e la maggioranza hanno adottato su un tema così sensibile e delicato come quello della cittadinanza per naturalizzazione. Ci saremmo aspettati una ponderazione molto più profonda, mentre invece questo progetto di legge è rimasto chiuso in un cassetto per circa un anno, periodo durante il quale avremmo potuto lavorare insieme, maggioranza e opposizione, per produrre una riforma a trecentosessanta gradi. Invece, alla fine del 2025, vi siete svegliati e avete portato il testo in aula in fretta e furia, senza cercare alcun tipo di confronto reale con le forze di opposizione. Durante i lavori della commissione abbiamo evidenziato che i contenuti dell’ordine del giorno presentato dalla maggioranza erano sì condivisibili, ma avrebbero dovuto essere messi in pratica prima di affrontare la legge stessa. Voi stessi avete ammesso per iscritto che l’attuale quadro normativo presenta una stratificazione che rende necessaria una revisione organica e sistematica, dunque era opportuno acquisire prima un quadro aggiornato dei dati demografici e dei pluricittadini presenti in Repubblica e all’estero. Avete fatto il passo più lungo della gamba portando un progetto incompleto che, invece di eliminare le discriminazioni, rischia di crearne delle altre, generando ulteriori scontenti tra i cittadini. Non è sufficiente giustificarsi dicendo che il provvedimento nasce da un’istanza d’arengo per procedere con interventi a spot; sarebbe stato più saggio fermarsi e ragionare insieme, rispettando le diverse posizioni che esistono anche all’interno dei singoli partiti. Il tema della cittadinanza tocca la sfera personale e il percorso di vita di ognuno di noi e le opinioni divergenti avrebbero potuto aiutarci a trovare la soluzione migliore per il bene del Paese. Per noi rimane fondamentale che ogni intervento legislativo in materia sia finalizzato primariamente alla tutela dell’identità della nostra Repubblica, un obiettivo che non si raggiunge con la fretta ma con un lavoro di squadra che purtroppo in questa occasione è mancato del tutto.
Gerardo Giovagnoli (Psd): Io credo che il tema della cittadinanza ci interroghi costantemente su principi, valori e tradizioni che sono in continuo cambiamento, come dimostra il fatto che abbiamo messo mano a questa normativa per ben cinque o sei volte negli ultimi quarant’anni. Non esiste un manuale fisso della cittadinanza, nemmeno per un piccolo Paese con una forte identità come il nostro, e i richiami alla samarinosità pura sono spesso già stati superati nei fatti dai cambiamenti legislativi che abbiamo introdotto per eliminare vecchie discriminazioni, specialmente quelle contro le donne. Il progetto di oggi, nato da un’istanza d’arengo, affronta il principio del superamento della rinuncia alla cittadinanza d’origine. Sebbene altri Paesi mantengano ancora l’impossibilità del doppio passaporto, io ringrazio il segretario Belluzzi e il governo per aver portato questa riforma che coglie l’evoluzione dei rapporti sociali. Molti di noi sono già cittadini sammarinesi per origine e possiedono contemporaneamente un’altra cittadinanza, come quella italiana nel mio caso, senza che ciò venga percepito come un problema; non vedo quindi perché chi diventa sammarinese per naturalizzazione debba essere trattato diversamente. Consentire il mantenimento della cittadinanza d’origine non sposterà molto dal punto di vista numerico o civile, ma rappresenta un avanzamento che elimina una disparità tra cittadini che vivono nello stesso contesto. Non parlerei di una conquista dolorosa o di un diritto violato in precedenza, poiché chi intraprendeva il percorso di naturalizzazione conosceva le regole e sceglieva volontariamente di rinunciare, ma certamente oggi facciamo un passo avanti che risponde a esigenze reali. In prospettiva, con l’ingresso nel mercato unico europeo, il rapporto tra residenza e cittadinanza cambierà ulteriormente e la differenza tra le due condizioni si assottiglierà sempre di più, riducendosi probabilmente al solo diritto di voto. Questa modifica, pur non essendo radicale, coglie aspetti importanti sollevati dai cittadini e toglie una discriminazione che molti di noi non hanno mai dovuto subire. È un piccolo passo in un percorso che richiederà ulteriori affinamenti man mano che San Marino si integrerà maggiormente con l’Unione Europea, mantenendo sempre alta l’attenzione sulla nostra specificità.
Nicola Renzi (Rf): Io mi chiedo seriamente se il Consiglio Grande e Generale sia la sede migliore per risolvere una questione così lacerante che riguarda l’appartenenza profonda al corpo civico, o se non sarebbe stato meglio interpellare direttamente i cittadini con un referendum, proprio come si discute di fare per l’accordo di associazione europea. All’interno della mia forza politica abbiamo affrontato questo dibattito con grande maturità, ascoltando storie diverse: da un lato i sammarinesi “doc” che vedono nella doppia cittadinanza un rischio per il Paese, dall’altro i sammarinesi acquisiti per i quali la rinuncia alle proprie origini rappresenta una vera e propria violenza. Affrontare il tema in modo riduttivo, come stiamo facendo oggi, è un errore poiché manchiamo di dati certi sull’impatto del fenomeno e di proiezioni a lungo termine sulla nostra realtà tra dieci o quindici anni. Personalmente non credo che la doppia cittadinanza sia un pericolo mortale per la Repubblica, ma guardo con rispetto a modelli come quello di Andorra che mantengono il principio della cittadinanza esclusiva. Non possiamo far finta che questa scelta sia come bere un bicchier d’acqua; bisogna sviscerare ogni aspetto del mantenimento e della perdita della cittadinanza. Inoltre, denuncio come illegale il metodo seguito dal Congresso di Stato che, attraverso una delibera, ha chiesto a un ufficio pubblico di non rispettare una legge vigente; questo modo di procedere inficia il traguardo stesso che si vuole raggiungere. Negli anni il legislatore ha continuato ad abbassare i tempi per la naturalizzazione sostenendo che vi fosse il contrappeso della rinuncia; ora che la rinuncia viene tolta, avremmo dovuto rimettere in discussione tutto l’impianto, compresi gli anni di residenza necessari. Non sono un passatista, ma credo che dovremmo lavorare più intensamente sulla nostra coscienza civica. Essere sammarinesi è un privilegio immenso che ci dà molto di più di quanto riceveremmo in altri Paesi, e per questo dobbiamo essere consapevoli delle nostre tradizioni e dei nostri valori. Ogni sammarinese dovrebbe sentire il dovere di restituire qualcosa a questo Paese che ci ha dato tanto, coltivando un senso di appartenenza che va oltre il semplice possesso di un documento o di un passaporto.
Gian Matteo Zeppa (Rete): Io mi sento un po’ frastornato rispetto a certi interventi uditi in quest’aula e, personalmente, mi sento quasi un meticcio, poiché pur essendo cittadino sammarinese e avendo rinunciato volutamente alla cittadinanza italiana per vivere qui, sono il primo Zeppa della Repubblica e non porto un cognome tradizionale. Trovo sgradevole sentire discorsi sull’appartenenza che lasciano trasparire il messaggio strisciante di una razza primaria rispetto a un’altra, specialmente in un contesto che dovrebbe volgere all’apertura mentale necessaria per il negoziato con l’Europa. Questo Paese è strano: oggi ci poniamo questioni sulla doppia cittadinanza quando solo pochi anni fa si negava il diritto alle donne di trasmettere la propria cittadinanza ai figli se sposate con un meticcio. Mi fa schifo dover ancora parlare nel 2026 di concessione verso il diritto delle donne; ricordo che mia madre perse la cittadinanza sammarinese perché sposò un italiano e persino membri della mia famiglia votarono contro la possibilità di riprenderla. Rispetto i comitati nati in questi mesi, ma rivendico il diritto di replicare a chi ha una visione totalmente vetusta e settecentesca della cittadinanza, basata sulla salvaguardia di una presunta razza unica che non esiste. È vero che mancano i dati, ma dobbiamo fare pace col cervello: abbiamo segretari particolari dei segretari di stato che sono contemporaneamente sindaci in comuni italiani con doppia cittadinanza e nessuno dice nulla. Ricordo quando la naturalizzazione era un atto di mera volontà del Congresso di Stato senza tempistiche certe; quella sì che era una pratica clientelare. La nostra discussione interna è stata franca e siamo tutti a favore del progetto Belluzzi, perché se una legge va verso il rispetto e l’acquisizione di ulteriori diritti per chi vive nella nostra realtà, non vedo il problema. La politica sta tirando una riga e io non sarò mai a favore di chi distingue la bontà di un cittadino in base al numero di cittadinanze che possiede, poiché l’attaccamento alla terra si misura sul campo, come dimostra lo sciatore norvegese che ha vinto l’oro per il Brasile grazie alla doppia cittadinanza. Segretario Belluzzi, lei ha fatto bene, questo è un punto di partenza necessario per superare mentalità che non appartengono più all’oggi.
Denise Bronzetti (Ar): Concordo sul fatto che questo sia un tema assolutamente lacerante che scuote profondamente le coscienze del Paese in ogni tappa in cui il Parlamento interviene per modificare le norme sulla cittadinanza. La posizione di Alleanza Riformista, pur accogliendo sensibilità diverse, è sempre stata chiara: avremmo preferito intervenire in maniera più compiuta e complessiva sull’intero corpo normativo, anziché limitarci unicamente al tema della rinuncia. Questo argomento è difficile perché contrappone non solo valutazioni teoriche ma vissuti personali e modi diversi di sentire il legame con il territorio e le proprie radici. Bisogna tenere conto di chi vive costantemente e da lungo tempo nella nostra Repubblica, ma servirebbero dati alla mano per rassicurare chi teme che queste concessioni possano sbilanciare l’originarietà, che in un Paese piccolo come il nostro non è affatto una cosa qualunque. Ritengo che servisse un intervento globale che includesse anche la disciplina del rilascio dei permessi di soggiorno e delle residenze, poiché i permessi a lungo andare si trasformano in residenza e queste danno diritto alla naturalizzazione. Non credo che con la contrapposizione si portino a casa buoni risultati, ma il Parlamento deve comunque fare il suo lavoro. Riguardo alla delibera del Congresso di Stato che ha in un qualche modo imposto quanto per legge non era previsto, Alleanza Riformista ha preso una posizione chiara segnalando la criticità, anche perché in quel momento ricoprivo la massima carica dello Stato e se ne è discusso parecchio in Congresso. A maggior ragione, questo tema avrebbe avuto bisogno di maggiore studio, calma e un confronto complessivo che andasse oltre la singola norma. Personalmente non mi sento di negare questo diritto alle persone interessate da questo provvedimento, ma mi auguro che in futuro si reintervenga con una disciplina organica che riguardi anche le modalità di acquisizione e perdita della cittadinanza, oltre a una regolamentazione più stretta sui permessi di soggiorno per fare un lavoro davvero migliore per la Repubblica.
Fabio Righi (D-ML): Io credo che stiamo trattando un tema estremamente importante e comprensibilmente divisivo, poiché tocca da vicino il percorso di vita di singoli cittadini che hanno fatto scelte precise. Come aula parlamentare abbiamo la necessità di fare valutazioni più approfondite e alte, cercando di agire indipendentemente dalle pressioni o dalle sensibilità individuali. La mia forza politica ha piena consapevolezza delle esigenze di una San Marino proiettata all’internazionalizzazione e alla globalizzazione, dinamiche che rendono oggi ineludibile il tema della doppia cittadinanza. Tuttavia, dobbiamo interrogarci sul perché i nostri vecchi abbiano avuto per anni una prudenza particolare su questa materia: non era per il desiderio di creare un club elitario o una razza pura, ma per una preoccupazione strettamente legata alla nostra nazionalità e alla sopravvivenza di un piccolo Stato circondato da nazioni geograficamente e numericamente più grandi. Sono temi complessi che non possono essere ridotti a una semplice scelta tra sì o no. Pur sostenendo probabilmente il provvedimento perché coglie un’esigenza reale del Segretario, critico il fatto che non si sia proceduto con quell’approccio organico che era stato promesso. Un’apertura in questa direzione rischia di essere pericolosa se non adeguatamente controbilanciata da interventi sui tempi di concessione della cittadinanza, sulla rivisitazione dei permessi di soggiorno e delle residenze; senza questi pesi e contrappesi, rischiamo di non tenere conto delle peculiarità del nostro Stato. Non possiamo ignorare il travagliato percorso di questa normativa, caratterizzato da passaggi poco chiari come il cambio di commissione, che qualcuno ha definito addirittura illegittimo e che rischia di inficiare il risultato finale. Esprimo inoltre forte preoccupazione affinché queste tematiche non vengano affrontate in modo disorganico solo per la necessità di rincorrere il consenso elettorale attraverso i voti esteri. Fino a quando la politica non si riapproprierà di una certa moralità, permettendo a tutte le forze di interagire paritariamente con le comunità all’estero senza delegazioni privilegiate collegate alle segreterie, mettere mano a questi argomenti rischia di alterare l’ordine democratico. Dobbiamo agire con estrema attenzione per evitare deviazioni di strumenti che partono come positivi.
La seduta è sospesa alle 20:00 e ripartirà domattina alle 9:00


