Commissione riforme istituzionali: confronto serrato sul ruolo dei Consiglieri
Commissione Consiliare Speciale per le riforme istituzionali
Martedì 17 febbraio 2026, mattina
Nella mattina di martedì 17 febbraio, la Commissione Speciale per le riforme istituzionali si sofferma sull’individuazione di obiettivi di lavoro riguardanti il ruolo del Consigliere e del Consiglio Grande e Generale.
Guerrino Zanotti (Libera) parte dal presupposto che il Consiglio abbia progressivamente perso quella posizione preminente che dovrebbe caratterizzarlo come organo legislatore e di indirizzo dell’Esecutivo e individua alcune criticità strutturali. Sottolinea che il ruolo del consigliere non deve diventare una professione vera e propria, ritenendo che una piena professionalizzazione non sia consona alle dimensioni del Paese, ma evidenzia al tempo stesso la necessità di un supporto tecnico, informativo e formativo più solido, capace di rafforzare la preparazione della classe politica. Secondo Zanotti, occorre anche garantire maggiore autonomia ai consiglieri nell’accesso alle informazioni, perché gli strumenti attuali, come interpellanze e interrogazioni, rischiano di diventare lenti e quindi poco efficaci quando servono risposte rapide. Propone di riformarli ispirandosi, ad esempio, al modello del question time italiano, che consente risposte in tempi molto brevi, e insiste sul potenziamento del lavoro delle Commissioni consiliari permanenti, considerate il vero luogo di formazione e modifica dei testi normativi. In questo quadro chiede di perimetrare con maggiore precisione le deleghe al Congresso di Stato per l’adozione dei decreti delegati, fissando tempi certi e un controllo più strutturato da parte delle Commissioni prima della ratifica finale in Aula. Invita inoltre a migliorare il rapporto tra Congresso di Stato e Consiglio, ipotizzando una delega specifica ai rapporti con l’Aula per rendere più fluido lo scambio informativo sui progetti di legge in preparazione. Tra le suggestioni avanzate vi è anche quella di rendere più snelle alcune fasi dei lavori, come la prima lettura dei progetti di legge, valutando la possibilità di non prevedere il numero legale in assenza di votazioni, così da velocizzare l’iter.
Manuel Ciavatta (PDCS) interviene concentrandosi soprattutto sulle condizioni operative dei consiglieri ricordando le lunghe sedute protratte fino a notte fonda e sottolineando che il ruolo, pur centrale per il Paese, non è strutturato come un lavoro vero e proprio. Condivide l’impostazione di Zanotti nel rifiutare una piena professionalizzazione, affermando di essere convinto che non si debba “farlo diventare un lavoro” per evitare il rischio di attaccamento alla poltrona, ma propone una semiprofessionalizzazione come possibile punto di equilibrio. Nella sua visione ciascun consigliere potrebbe mantenere il proprio impiego, lavorando part-time al mattino e dedicando il pomeriggio in modo strutturato all’attività consiliare, con un’organizzazione più ordinata delle sedute e delle Commissioni. Porta l’esempio di Andorra, dove esiste un modello misto tra parlamentari part-time e full-time, ma mette in guardia dal rischio di ridurre il numero dei membri dell’Aula, perché concentrare il potere in poche mani potrebbe esporre maggiormente a condizionamenti. Per Ciavatta l’obiettivo è trovare una formula che migliori la qualità e la produttività del lavoro consiliare senza stravolgere l’equilibrio istituzionale, superando l’attuale condizione di “pseudo-volontariato” che, a suo giudizio, indebolisce la consistenza reale del ruolo parlamentare rispetto a un Congresso di Stato e a una magistratura che operano a tempo pieno.
Luca Lazzari (PSD) chiarisce subito che il problema non è di rappresentatività, bensì di efficienza e di equilibrio tra poteri. A suo giudizio si è creato uno squilibrio marcato tra Consiglio e Congresso di Stato, aggravato da un’infrastruttura tecnica insufficiente a supportare l’attività legislativa. Lazzari sottolinea che l’Esecutivo può contare sull’apparato amministrativo nella fase di elaborazione dei testi, mentre l’Aula interviene spesso solo alla fine, quando i margini di correzione sono più stretti. Sul versante della decretazione evidenzia deleghe troppo generiche e difficoltà di intervento su decreti già in vigore, proponendo di definire meglio principi e criteri direttivi e di prevedere un parere obbligatorio della Commissione competente prima dell’emanazione definitiva. Insiste inoltre sulla necessità di dare maggiore centralità alle Commissioni, utilizzando più spesso la sede redigente per le leggi tecniche e riservando all’Aula la discussione politica generale e l’approvazione finale. Tocca anche il tema della composizione sociale dell’Aula, osservando che oggi i lavoratori del settore privato risultano penalizzati da compensi bassi e carichi di lavoro elevati, con il rischio di restringere di fatto l’accesso all’esperienza parlamentare.
Fabio Righi (D-ML) condivide l’esigenza di valorizzare le Commissioni, ma osserva che oggi tutta l’attività politica, normativa e perfino il dibattito sull’attualità si concentra esclusivamente nell’Aula, trasformando anche momenti come il comma comunicazioni in lunghi confronti generali. A suo avviso, senza un meccanismo di part-time o una soluzione mediana che consenta a chi fa politica di dedicare tempo reale allo studio e all’elaborazione fuori dalle sedute, la dilatazione dei tempi continuerà. Sottolinea inoltre che la mancanza di confronti preventivi sui provvedimenti costringe a consumare in Aula il tempo di analisi e metabolizzazione politica, con inevitabili rallentamenti. Invita a distinguere il momento del confronto politico da quello strettamente legislativo, anche attraverso strumenti come il question time, e mette in guardia dalla trasformazione del Consiglio in una sorta di talk show. Infine invita alla prudenza su eventuali modifiche numeriche del Consiglio o del Congresso di Stato, ricordando che l’attuale assetto a sessanta membri è frutto di un equilibrio storico.
Denise Bronzetti (AR) parte da un dato che definisce ormai riconosciuto, cioè la perdita di equilibrio tra Consiglio e Congresso di Stato, e invita la Commissione ad arrivare a proposte il più possibile condivise sul ruolo del consigliere. Richiama esplicitamente i rapporti del GRECO, ricordando che per due volte l’organismo internazionale ha scritto che occorre intervenire affinché il ruolo del consigliere diventi un lavoro, e afferma con chiarezza che non si possono evocare gli organismi internazionali solo quando conviene. Condivide l’esigenza di rafforzare le Commissioni ma, rispetto alle richieste di ampliarne i membri, suggerisce piuttosto meccanismi di sostituzione per i gruppi più piccoli, così da evitare vuoti di rappresentanza. Insiste infine su un punto cruciale: il tempo della politica non coincide solo con le ore formali in Aula, ma comprende lo studio e la preparazione, oggi spesso compressi. Sul vincolo di mandato si dichiara contraria a modificarlo, ritenendo che la scelta dei sistemi democratici non sia casuale, pur ammettendo la necessità di riflettere su cosa accade quando un consigliere abbandona il proprio gruppo.
Secondo Mirko Dolcini (D-ML) non è più il caso di chiedersi se la politica debba essere professionalizzata: “per me va professionalizzata”, afferma, lasciando aperta solo la discussione tra forma piena o semiprofessionale. Sostiene che la questione non è solo economica ma di dignità del ruolo e che le regole attuali avevano senso quando il Consiglio si riuniva tre pomeriggi al mese, non con l’intensità odierna. Respinge l’idea che chiedere un emolumento adeguato sia moralmente sospetto e richiama anch’egli il GRECO, evidenziando come la professionalizzazione abbia anche una funzione anticorruzione: riconoscere un compenso congruo non significa distribuire privilegi, ma ridurre rischi e rafforzare le garanzie. Professionalizzare, conclude, non significa solo stipendi più alti ma migliorare la qualità della politica, dedicare più tempo e più cura al lavoro, superando quella che definisce una visione romantica e volontaristica non più aderente alla realtà.
Iro Belluzzi (Libera) sottolinea che la qualità passa inevitabilmente anche attraverso remunerazioni dignitose, perché altrimenti intere fasce sociali e professionali rinunciano a candidarsi, lasciando il Consiglio privo di competenze preziose. Tuttavia invita a non isolare il tema economico dal quadro generale e richiama l’impostazione di Guerrino Zanotti, ribadendo che ogni nodo deve essere affrontato in modo organico e concatenato. Inserisce la discussione nel contesto più ampio dell’Accordo di associazione con l’Unione Europea e del futuro recepimento delle normative europee, affermando che la qualità del sistema normativo diventa centrale per la credibilità internazionale del Paese. Se il Consiglio rappresenta il potere legislativo, sostiene, allora dignità, strumenti e organizzazione devono essere coerenti con questa responsabilità. La professionalizzazione non è per lui il punto di arrivo ma una componente di un progetto più ampio che riguarda ruolo, funzionalità e qualità della produzione normativa. Avverte che concentrarsi su singoli aspetti senza una visione d’insieme rischia di non produrre risultati concreti e richiama la necessità di una “giusta commisurazione” tra oneri e onori del mandato, così da garantire condizioni effettive di lavoro.
Nel dibattito interviene Emanuele Santi (Rete), che riporta la posizione del suo gruppo partendo da una priorità molto netta: prima ancora di discutere in astratto di status e remunerazione, la Commissione deve intervenire con urgenza sulla decretazione. A suo giudizio è proprio l’uso esteso dei decreti, fondati su deleghe troppo ampie e poco definite, ad aver inciso maggiormente sulla perdita di centralità del Consiglio Grande e Generale. Sul tema della professionalizzazione Santi ricorda che già nel 2013 Rete aveva presentato un progetto di legge, affrontando il tema apertamente e proponendo allora anche la riduzione dei consiglieri da 60 a 30. Oggi però il gruppo ritiene che mantenere il numero a sessanta garantisca maggiore pluralità e renda più difficile il controllo da parte di gruppi di potere, perché “è più semplice controllare 30 persone che 60”. Introduce poi con decisione il tema della rappresentanza sociale, evidenziando come nel Consiglio siano quasi assenti i lavoratori del settore privato: su sessanta consiglieri, sostiene, solo tre provengono da quel mondo, in un Paese che conta migliaia di dipendenti privati. Rete si dichiara favorevole a una semiprofessionalizzazione, ma chiede un’analisi rigorosa dei costi e un principio di neutralità rispetto al bilancio dello Stato. Una semiprofessionalizzazione, nella sua impostazione, dovrebbe servire a garantire maggiore preparazione e qualità, non privilegi. Affronta poi il tema del vincolo di mandato, ritenendo difficile introdurlo, ma segnala una distorsione: oggi il consigliere che lascia il partito porta con sé anche la quota variabile del finanziamento pubblico.
Di seguito una sintesi dei lavori
Comma 1 – Comunicazioni
Presidente della Commissione Filippo Tamagnini: È emerso, a seguito dell’ascolto delle registrazioni e dei trasferimenti dei file che cortesemente ci ha fornito il Commissario Lazzari per conto del lavoro svolto all’interno del proprio gruppo, che diverse di queste registrazioni presentano delle reinterpretazioni probabilmente dovute a strumenti di intelligenza artificiale. Quindi è una valutazione da fare se continuare a utilizzare questi strumenti forniti dal Commissario Lazzari, il che comporterebbe, immagino, un’analisi un po’ più approfondita da parte dell’ufficio che ci sostiene, piuttosto che utilizzare i verbali che sono trascrizioni dell’audizione rese o in terza persona oppure virgolettate e quindi impostate in prima persona. Non so cosa ne pensi il collega, però bisogna capire anche a quali compiti sottoporremo l’ufficio della Sezione Studi Legislativi. Un’ipotesi potrebbe essere quella di utilizzare i verbali, se non vogliamo approfondire ulteriormente questo tema.
Luca Lazzari (PSD): Io ho anche le trascrizioni grezze delle audizioni; quelle hanno subito una leggera revisione per quanto riguarda la punteggiatura e la sintassi. È chiaro che si era detto che ogni relatore avrebbe avuto modo di vagliare il proprio testo. Secondo me quella è già una base un po’ rifinita rispetto a una trascrizione grezza, che richiede un intervento di revisione molto più robusto. Se la trascrizione, anche minimamente rifinita, passa al vaglio del relatore, sarà poi lui a dire se va bene o meno; almeno ha già una forma più compiuta.
Presidente della Commissione Nicola Renzi: Commissario Lazzari, intanto corre l’obbligo di ringraziare per il lavoro che avete fatto. Dall’altro lato forse abbiamo sottovalutato il lavoro di verbalizzazione svolto dagli uffici. Oggi ci troviamo di fronte a questo: gli uffici hanno già fatto non solo un lavoro di trascrizione, ma una trascrizione ragionata, adattata, come avete fatto anche voi. Prima di inviare il vostro materiale, dovremmo ridarlo agli uffici per un’ulteriore elaborazione, perché vi sono imprecisioni non formali ma concettuali. Oggi, per ragioni di economicità, ci troviamo di fronte al lavoro che avete svolto voi e a quello compiuto e controllato dall’ufficio. Il vostro, prima di essere inviato agli altri, dovrebbe essere nuovamente sottoposto ad analisi per verificare eventuali ulteriori criticità. La questione è questa: per economicità potremmo utilizzare il materiale già predisposto dall’ufficio e inviarlo agli altri, piuttosto che revisionare il vostro e poi rinviarlo. Tuttavia ci rimettiamo a quanto diranno i commissari. Tengo però a ribadire, ringraziando per il lavoro svolto sia dagli uni che dagli altri, che qualcuno lo ha fatto in maniera volontaristica come forza politica, qualcun altro per lavoro, ma va riconosciuto l’impegno di entrambi.
Luca Lazzari (PSD): La discussione per me è già risolta. Avevo capito che, poiché l’amministrazione ha difficoltà di accesso agli strumenti tecnologici e non era in uso presso l’Ufficio del Segretario Istituzionale un software per la trascrizione automatica, noi avevamo fatto questo lavoro per uso interno e poi, per agevolare la Commissione, lo avevamo messo a disposizione. Se però l’ufficio ha già provveduto a una propria trascrizione, credo sia giusto e corretto che quella sia la base documentale da utilizzare. Non sapevo che l’ufficio avesse già predisposto una sua trascrizione.
Presidente della Commissione Nicola Renzi: A questo punto, se non vi sono contrarietà da parte degli altri, proseguiamo in questo modo. Gli interventi di riferimento sono quelli che hanno predisposto gli uffici. Ad oggi chiederei, se non è un problema, di dare un attimo la parola agli uffici per specificare dove si trovano queste trascrizioni e come sono attingibili. Dopo che abbiamo spiegato questo aspetto, decidiamo come procedere con la pubblicità di questi materiali, se vogliamo andare verso una pubblicazione e con quali modalità, e poi arriviamo al nodo dei temi della questione di oggi.
Segreteria istituzionale – Paola Marcucci: Nei verbali che vi sono stati trasmessi di volta in volta io e la mia collega ci siamo prese la briga di riascoltare le registrazioni con le cuffie, come diceva il Commissario Lazzari; non abbiamo strumenti, ma abbiamo trascritto a mano intervento per intervento, rielaborandoli. Dove c’era qualche errore ci siamo permesse di aggiustarlo. Nelle trasmissioni e in ogni seduta, nell’area dedicata, trovate il verbale che poi avete approvato in apertura nella seduta successiva ed è direttamente attingibile.
Presidente della Commissione Nicola Renzi: Visto che sono nell’area riservata, potremmo decidere di agire in questo modo. Riprendendo quanto detto l’altra volta, salvo errore, potremmo inviare i verbali ai singoli relatori per un’ultima approvazione. Dopodiché possiamo già specificare ai relatori che utilizzeremo il materiale ai fini di una pubblicazione, che potrà essere multimediale o cartacea. In questo modo, nel giro di un mese, potremo tirare le fila e avere il materiale da rendere pubblico, in forma multimediale o cartacea, a seconda delle disponibilità. Ulteriore valutazione: alcuni relatori hanno già fatto pervenire un canovaccio, un intervento scritto che poi hanno letto o adattato. Forse anche questi relatori possono essere contattati dall’ufficio chiedendo se preferiscono che venga adottato il verbale così come redatto oppure la loro versione scritta.
Paolo Crescentini (PSD): Solo una premura, forse già esaminata nella seduta scorsa. Parlando di pubblicazione multimediale o cartacea, penso che l’ufficio l’abbia fatto, ma ci siamo premuniti delle liberatorie? È vero che abbiamo i verbali, ma i verbali sono ad uso interno della Commissione; per la divulgazione serve la liberatoria.
Presidente della Commissione Nicola Renzi: Direi che contestualmente alla revisione e all’ok si possa chiedere anche la liberatoria per la pubblicazione, in qualunque modalità essa sia. Rimane un’ultima cosa da stabilire: quale parte dell’audizione vogliamo pubblicare, se solo la parte dell’intervento del relatore oppure anche la parte delle domande e risposte, nella quale a volte sono emersi altri concetti rilevanti. Inviando i verbali abbiamo sia la prima sia la seconda parte. Forse ha senso considerare anche le domande, perché lì si è sviluppata l’interazione fra Commissione e relatore. Esprimiamoci però sul fatto se pubblicare solo la relazione oppure l’intera audizione comprensiva delle domande.
Guerrino Zanotti (Libera): Per quanto ci riguarda, se la pubblicazione delle audizioni dovesse avvenire, sarebbe completa solo includendo anche la parte delle domande e risposte, perché proprio in quell’ambito sono scaturiti concetti molto interessanti. Poi dovrete chiedere anche a noi la liberatoria per pubblicare le domande.
Paolo Crescentini (PSD): Molto velocemente, anche da parte nostra come PSD va benissimo la trascrizione delle domande fatte agli ospiti intervenuti in Commissione.
Manuel Ciavatta (PDCS): Mi unisco ai ringraziamenti, prima di tutto alla Segreteria Istituzionale per il lavoro fatto e anche al PSD per le trascrizioni che ci hanno fornito. È chiaro che la cosa più normale sia che i testi trascritti vengano ritrasmessi ai relatori per avere da loro la liberatoria alla pubblicazione. Sul fatto di pubblicare anche la parte successiva, posto che non credo vi siano contrarietà visto che le sedute sono pubbliche, l’unica valutazione riguarda le pubblicazioni precedenti fatte rispetto alla Commissione Riforme Istituzionali, che mi sembra fossero incentrate più sugli interventi singoli. Occorre quindi valutare se vogliamo dare maggiore rilievo ai relatori sulla base del loro intervento iniziale oppure includere anche gli altri elementi. Per una pubblicazione online non cambia nulla, ma per una pubblicazione cartacea diventerebbe più imponente. Questo va valutato sulla base della finalità. Per il nostro lavoro serve tutto; per lasciare un segno nella storia della Commissione forse potrebbero bastare anche solo gli interventi dei relatori, trattandosi comunque di personaggi di rilievo.
Emanuele Santi (Rete): Anch’io sono d’accordo per pubblicare gli interventi comprensivi delle domande e risposte, perché spesso nel merito delle questioni, che sono quelle che dobbiamo esaminare, i relatori hanno risposto proprio durante le domande. Sarebbe monco pubblicare la relazione senza le risposte. Ribadisco un’altra cosa: sarebbe utile, se non creiamo troppo disagio agli uffici, predisporre un documento interno per noi, magari anche in forma tabellare, per individuare le singole posizioni sui singoli argomenti. Ad esempio, sul Consiglio Grande e Generale, avere indicato chi ha assunto quale posizione. Questo potrebbe esserci utile. Comprendo che sia un lavoro aggiuntivo, ma potrebbe facilitare il nostro lavoro successivo. Credo inoltre che questa documentazione, pur essendo oggi nell’area riservata, debba essere messa a disposizione della cittadinanza perché offre uno spaccato su argomenti che è giusto siano resi pubblici.
Presidente della Commissione Nicola Renzi: Non è affatto inutile, ma per evitare di fare il lavoro due o tre volte dobbiamo procedere con metodo. All’esito dei nostri lavori di indicizzazione, cioè dei temi che vogliamo trattare relativi al Consiglio Grande e Generale, quell’elenco potrà diventare la griglia sulla base della quale chiedere agli uffici di interrogare i singoli interventi per inserire le spunte. Ad esempio, consiglieri professionalizzati o non professionalizzati. Lo faremo però dopo aver deciso quali aspetti vogliamo indagare, altrimenti rischiamo di duplicare il lavoro.
Maria Katia Savoretti (RF): Mi associo ai ringraziamenti per il lavoro di riascolto e trascrizione. Condivido la necessità di procedere con la richiesta delle liberatorie come primo passo verso la pubblicazione. Mi associo anche alla richiesta del Commissario Santi: è un lavoro aggiuntivo, ma potrà agevolare il lavoro successivo quando affronteremo le varie tematiche trattate da più autorità nelle audizioni. Ben venga anche la proposta del Presidente Renzi come metodo.
Mirko Dolcini (D-ML): Mi associo alla proposta del Presidente Renzi e nessun problema, anzi ben venga la trascrizione comprensiva delle domande rivolte ai relatori auditi.
Presidente della Commissione Nicola Renzi: Faccio un veloce riassunto. L’ufficio invierà nei prossimi giorni a tutti i relatori il materiale che ha sbobinato e trascritto, comprensivo degli interventi e delle domande e risposte, con richiesta di validazione del testo, eventuali modifiche o correzioni e, come diceva il consigliere Crescentini, con la specifica che il materiale sarà finalizzato a una pubblicazione, multimediale o cartacea, con relativa richiesta di liberatoria. Ci diamo due o tre settimane per completare questa fase. Intanto tutti sappiamo che nell’area riservata sono già accessibili tutti gli interventi. Una volta terminato il nostro lavoro di indicizzazione degli elementi da affrontare, ci fermeremo un attimo per consentire agli uffici di lavorare su quanto detto dai vari intervenuti, seguendo anche la richiesta del consigliere Santi e del consigliere Savoretti, al fine di predisporre uno schema, una tabella semplice che riassuma, per ciascun argomento individuato come focale, le posizioni dei singoli relatori in un quadro sinottico.
Comma 2. Individuazione obiettivi di lavoro sul ruolo del Consigliere e del Consiglio Grande e Generale
Presidente della Commissione Filippo Tamagnini: L’oggetto del nostro lavoro riguarda il ruolo del consigliere del Consiglio Grande e Generale, che è il primo focus che ci siamo dati sin dall’inizio nell’elenco degli argomenti da trattare in questa Commissione. L’idea era quella di raccogliere i temi per non disperdere poi il lavoro successivo nell’ambito della scrittura di bozze o proposte. Ci eravamo dati dei compiti a casa, quindi lascio la parola a chi vuole intervenire per iniziare con l’elenco dei suggerimenti
Guerrino Zanotti (Libera): Il compito che ci eravamo assegnati era quello di individuare quelli che secondo l’opinione e il sentito di ciascuno di noi potessero essere indicati come criticità nel dare il giusto peso e la giusta centralità al Consiglio Grande e Generale, che oggi è venuta a mancare. Per quanto riguarda noi, Libera, abbiamo individuato alcuni punti che secondo noi sono alla base del fatto che il Consiglio oggi si trova in una posizione non proprio preminente per quanto riguarda il suo ruolo di legislatore, di controllo del Governo e di indirizzo all’Esecutivo. Quello che abbiamo valutato è il fatto che, non essendo un ruolo svolto in modo professionale, riteniamo che trasformare il ruolo del consigliere in un ruolo professionalizzato possa non essere consono per un Paese delle nostre dimensioni. Riteniamo però che per l’attività del consigliere sia necessario fornire un supporto di carattere tecnico, informativo, formativo e professionale da parte di organismi o organi dello Stato in grado di fornire questo tipo di supporto, per dare maggiore peso alla preparazione della classe politica e di chi rappresenta il ruolo del consigliere. Accanto a questo, crediamo sia necessario dare maggiore autonomia alla figura del consigliere anche in termini di accesso alle informazioni e alla documentazione, perché oggi è vero che il consigliere ha a disposizione lo strumento dell’interpellanza e dell’interrogazione per accedere a una serie di informazioni, però riteniamo che questo strumento stia segnando delle difficoltà e dei rallentamenti e rischi di renderlo non tanto inefficace quanto inattuale, perché quando si verifica la necessità di accedere ad alcune informazioni anche di carattere urgente i tempi si allungano e questo vanifica in parte la portata e l’efficacia dello strumento. Si potrebbe quindi dare maggiore libertà di movimento rispetto all’accesso alle informazioni senza dover ricorrere in assoluto agli strumenti di cui abbiamo parlato. La riforma dell’istituto dell’interpellanza e dell’interrogazione potrebbe essere un’idea, magari mutuando pratiche e prassi utilizzate in altri consessi, come nel Parlamento italiano con il question time, dove vi è la possibilità di interrogare su specifici argomenti e avere risposta, se non immediata comunque in brevissimo tempo, dal segretario competente sulle varie materie. Questo servirebbe a dare maggiore efficacia all’ambito del reperimento delle informazioni. Crediamo poi che si debba potenziare il lavoro svolto dalle Commissioni consiliari permanenti, perché abbiamo visto nel tempo che questo è uno dei punti focali del lavoro di legislatore che svolge il Consiglio Grande e Generale. È in quell’ambito che vengono presentati gli emendamenti per le leggi che hanno prima lettura in Commissione in sede referente o redigente e poi seconda lettura in Consiglio. In quei casi il lavoro di formazione, modifica ed emendamento dei testi di legge avviati all’iter consiliare subisce lì la sua formazione. Riteniamo quindi che le Commissioni debbano essere potenziate anche qualora si tratti di ratifica dei decreti delegati. Su questo argomento crediamo si debba intervenire perimetrando bene quelli che sono gli obblighi per il Congresso di Stato, intanto nella delega, chiarendo molto meglio le deleghe inserite nei testi di legge per creare dei paletti e un perimetro ben definito, con tempi certi per l’emissione dei decreti. Una volta emesso il decreto delegato, sarebbe chiamata la Commissione competente per materia a esaminarlo e a emendarlo e si potrebbe pensare che il Consiglio Grande e Generale intervenga solo per la ratifica finale mediante votazione del decreto delegato. Questo potrebbe rendere più efficaci ed efficienti i lavori del Consiglio Grande e Generale. In questo caso si tratterebbe di intervenire anche con una norma che stabilisca con maggiore precisione le caratteristiche della delega che il Consiglio conferisce al Congresso di Stato per l’emissione dei decreti. Crediamo anche si debba migliorare il rapporto fra Congresso di Stato e Consiglio Grande e Generale. Potrebbe essere definito meglio il rapporto, magari affidando una delega specifica a un Segretario di Stato, ad esempio agli Affari Interni, con una delega ai rapporti con il Consiglio Grande e Generale, per sviluppare rapporti comunicativi e informativi più strutturati, in modo che qualsiasi gruppo consiliare possa essere reso dotto dei lavori e della formulazione di progetti di legge futuri sui quali il Congresso sta lavorando. Un’altra suggestione riguarda il fatto che l’impegno all’interno del Consiglio Grande e Generale impedisce a molte categorie di lavoratori, in particolare ad alcune categorie che per la natura del lavoro svolto sono impossibilitate a un impegno politico. Si potrebbe pensare, per alcuni passaggi delle convocazioni del Consiglio Grande e Generale, di non prevedere il numero legale per la validità delle sedute. Per esempio nella prima lettura dei progetti di legge, dove non sono previste votazioni ma vi è la presentazione del progetto e la possibilità di intervento dei consiglieri. In questo senso si potrebbe pensare a sedute che velocizzino l’iter dei progetti di legge, che oggi purtroppo spesso subiscono rallentamenti. Ovviamente ogni gruppo sarà rappresentato; qui magari possiamo pensare che ci sia almeno un rappresentante per ogni gruppo consiliare e in questo caso si potrebbe pensare di snellire i lavori e velocizzarli. Questo potrebbe valere anche per il question time, qualora si decidesse di introdurlo.
Manuel Ciavatta (PDCS): Chiaramente qui ci sarebbe bisogno probabilmente anche da parte delle forze politiche di un confronto più approfondito al proprio interno, ma penso che sia una condizione che può emergere anche mano a mano che i lavori proseguono. Ieri siamo stati in Consiglio dalle 9:00 fino all’1:00 di notte, sostanzialmente per alcuni ininterrottamente. Capite bene che rimanere qua dentro quindici ore di fila, oltre a non fare bene a nessuno, non fa bene alle famiglie. È una condizione lavorativa, e non è un lavoro, perché oggi ciascuno ha il proprio lavoro al di fuori del Consiglio. Il Consiglio è veramente, e questo anche per la cittadinanza è utile capirlo, quasi una forma, non dico di volontariato, ma poco di più. Percepiamo un gettone, quindi non è gratuito, però rispetto a tutte le ore impegnate non è la retribuzione che spinge noi ad essere consiglieri. È evidente che nessuno ci ha obbligati a candidarci, ma resta il fatto che lo svolgimento di questo ruolo, che io credo abbia un’importanza prioritaria per il Paese, se viene fatto bene richiede condizioni dignitose. Per questo condivido la linea del Commissario Zanotti quando dice che non dobbiamo professionalizzare e non dobbiamo farlo diventare un lavoro. Sono convinto che ognuno debba continuare ad avere il proprio lavoro, perché se fare il consigliere diventa un lavoro primario finisce che si attacca alla poltrona. Però credo che una forma di semiprofessionalizzazione possa essere una strada. Questa è la mia posizione personale, nel nostro partito ci sono anche posizioni differenti. Una semiprofessionalizzazione in cui ognuno ha il proprio lavoro, lo svolge la mattina part-time e il Consiglio viene svolto nel pomeriggio in maniera strutturata potrebbe essere una formulazione. Oggi ci sono già distacchi politici dal pubblico e dal privato per il part-time; lo stipendio verrebbe formulato sulla base dei due lavori, ma finita la legislatura ognuno tornerebbe al proprio lavoro. In questa maniera non si sclerotizza la presenza di una persona in Consiglio, ma si lavora non la sera, non la notte, salvo casi eccezionali. Lo dico anche perché siamo stati recentemente ad Andorra. Lì hanno fatto una scelta di semiprofessionalizzazione: quasi tutti i parlamentari hanno un part-time; alcuni, scelti dai partiti, lavorano a tempo pieno. Il Parlamento si riunisce qualche pomeriggio al mese e parte del lavoro viene fatto in Commissione. Ci dicevano che il parlamentare full time percepisce circa 4.000 euro al mese, il part-time circa 2.000 euro al mese. Noi qui, tra Commissioni e Consiglio, per un dipendente privato o un libero professionista si arriva a 1.000-1.200 euro al mese, più o meno. Non sono cifre che si distanziano molto e che potrebbero, probabilmente senza aggravare la spesa parlamentare e la spesa del Palazzo, consentire una diversa organizzazione. Fare le sedute serali significa maggior lavoro per la Segreteria Istituzionale, la presenza delle Guardie Nobili, un costo per tutta la struttura. Una formulazione di questo genere potrebbe essere una via mediana da provare: strutturare il Consiglio magari lungo il mese solo al pomeriggio, oppure due settimane al mese dedicate al pomeriggio e due settimane alle Commissioni. È un sacrificio stare qua dentro, è un onore ma è anche un onere. Certo, va valutata la qualità del lavoro e la presenza, ma già oggi la qualità è poco valutabile. Credo che permetterebbe una condizione lavorativa migliore e quindi una produttività migliore di quest’aula. Andrebbero però ridotti anche significativamente i tempi, perché spesso ci ripetiamo. Una cosa che invece ritengo problematica di Andorra è che il Parlamento è composto da 28 parlamentari. Anche se le dimensioni sono simili alle nostre, dimezzare il numero crea un rischio di concentrazione di potere. È più facile condizionare 14-15 persone che 60. È vero che siamo molti in proporzione alla popolazione, ma questo garantisce una libertà dai condizionamenti esterni molto più forte. Per questo preferirei, in caso di semiprofessionalizzazione, un livello retributivo più basso rispetto ad Andorra ma mantenendo il numero attuale, perché questo salvaguarda la nostra Repubblica. Se rimaniamo in questa forma di pseudo-volontariato rischiamo di non dare mai consistenza reale al ruolo del parlamentare. Nell’equilibrio dei poteri, il tribunale ha giudici a tempo pieno e il Congresso di Stato, una volta nominato, fa quello come lavoro. Il congressista è un lavoro. L’unico che non è un lavoro è il parlamentare. Per me non deve diventarlo, ma un part-time e un’organizzazione oraria simil-lavorativa possono favorire il lavoro e la produttività di quest’aula.
Luca Lazzari (PSD): Noi quello che abbiamo capito è che non c’è un problema di legittimità del Consiglio Grande e Generale, ma semmai un problema di funzionalità. C’è un regolamento che disciplina in modo preciso tutti gli aspetti dell’attività consiliare, però si è rilevato uno squilibrio importante tra il Consiglio e il Congresso di Stato. Si è rilevata un’infrastruttura tecnica del Consiglio insufficiente a supporto dell’attività stessa, un utilizzo non ottimale delle Commissioni, una dilatazione dei tempi assembleari, una scarsa sistematicità nella produzione normativa e anche una preparazione insufficiente all’impatto che avrà l’integrazione europea. Su questo dovremo dare risposta in tempi rapidi. Per quanto riguarda l’infrastruttura tecnica del Consiglio, il problema che emerge è che oggi, seppur esercitiamo formalmente la funzione legislativa, non disponiamo di un servizio legislativo autonomo nostro, non disponiamo della possibilità di avere analisi di impatto sulle leggi che produciamo e non disponiamo neanche di un centro di coordinamento legislativo. C’è uno squilibrio rispetto all’Esecutivo, perché mentre l’Esecutivo elabora i testi con il supporto dell’amministrazione, il Consiglio interviene spesso solo nella fase finale e per questa ragione la qualità legislativa ne risente. Una proposta potrebbe essere istituire un servizio legislativo proprio del Consiglio, una struttura alle dipendenze del Consiglio con competenze in tecnica normativa, coordinamento legislativo, analisi di impatto economico-finanziario, diritto costituzionale comparato, diritto europeo, sistematizzazione e riordino delle fonti, attribuendo a questa struttura una serie di funzioni di supporto stabile. Per quanto riguarda la qualità della legislazione e il sistema delle fonti, è emersa una preoccupazione sulla stratificazione normativa, sulla sovrapposizione di norme, sulla carenza di abrogazioni esplicite, che crea un’incertezza interpretativa sempre più forte, come ci è stato detto anche dal tribunale. Si potrebbe pensare, per ogni progetto di legge, all’introduzione di una clausola sistematica di abrogazione espressa delle norme incompatibili o di coordinamento formale dei testi modificati. Si potrebbe pensare a un piano pluriennale di riordino dei testi unici settoriali, all’abrogazione delle norme obsolete e a una raccolta organica delle leggi vigenti. Per quanto riguarda il riequilibrio tra Consiglio e Congresso di Stato, parlo della decretazione. Anche se il regolamento prevede la ratifica entro tre mesi, la possibilità di scorporo e la disciplina degli emendamenti, ci sono criticità rispetto alle deleghe, che spesso sono troppo generiche, alla difficoltà di modificare un decreto già in vigore e alla concentrazione politica delle ratifiche. Si potrebbe rafforzare la legge che disciplina le deleghe, definendo meglio principi e criteri direttivi e delimitando l’oggetto. Si potrebbe prevedere un parere obbligatorio della Commissione competente sugli schemi di decreto prima dell’emanazione definitiva e vietare contenuti eterogenei nei decreti. C’è poi un altro aspetto che interviene indirettamente nel rafforzamento del Consiglio, cioè una distinzione più netta tra funzione politica e funzione amministrativa del Congresso di Stato. Se il Congresso trasferisse in maniera graduale ai dirigenti gli atti gestionali, i ricorsi amministrativi, eccetera, e si concentrasse sull’indirizzo politico e sul coordinamento, indirettamente il Consiglio si rafforzerebbe nel suo ruolo. Per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro consiliare, si potrebbe dare più centralità alle Commissioni. La sede redigente potrebbe diventare la regola per le leggi tecniche o di recepimento e riservare all’aula solo la discussione politica generale o l’approvazione finale. Sulla razionalizzazione dei tempi, il regolamento disciplina i tempi dei singoli interventi ma non il tempo complessivo del dibattito, e questo porta a una dilatazione enorme, a una somma cumulativa che crea una deriva e ci obbliga a stare qui per tanto tempo senza riuscire a produrre granché in termini legislativi. Si potrebbe pensare a un contingentamento complessivo del tempo per ciascun comma con una ripartizione proporzionale tra gruppi, a una programmazione trimestrale dell’attività consiliare dando priorità ai progetti di legge piuttosto che ai dibattiti generali e, come diceva il Commissario Zanotti, anche all’eliminazione del numero legale in alcune fasi. C’è poi un tema che riguarda la composizione sociale dell’aula. Oggi ci sono molti dipendenti pubblici o parastatali. I lavoratori del settore privato sono moltissimi, ma non sono rappresentati in proporzione. Si crea una discriminazione molto forte nel mondo del lavoro, perché il compenso dei consiglieri è troppo basso e il carico di impegno è talmente enorme che diventa difficile conciliare il mandato con un lavoro nel settore privato. Questa idea del consigliere completamente immerso nella sua dimensione lavorativa è bella, ma non dobbiamo creare un dualismo tra un consigliere agganciato alla realtà e uno che vive solo di quello. Si può trovare un equilibrio che riapra le porte dell’esperienza parlamentare a tutti quelli a cui sono state di fatto chiuse in questi anni.
Fabio Righi (D-ML): Il tema è questo: l’impegno richiesto è enorme, occupa molti giorni all’interno dei lavori consiliari e non ci sono altri luoghi in cui svolgere effettivamente attività di produzione normativa o di elaborazione dei decreti. Anche il tema di dare maggiore importanza alle commissioni lo condividiamo, ma oggi tutta l’attività politica – compresa quella della politica pura, del dibattito politico – è concentrata unicamente nell’aula consiliare. Non solo il confronto sulla normativa o sui decreti delegati, ma anche il dibattito sull’attualità finisce qui dentro. Questo inevitabilmente dilata profondamente i tempi. Basti pensare al comma comunicazioni, che dovrebbe essere un semplice resoconto, e invece si trasforma spesso in un dibattito politico generale. Se non prevediamo un meccanismo di una sorta di part-time, una posizione mediana anche sperimentale, che dia risorse a chi è impegnato nell’attività politica affinché possa esserlo effettivamente al netto delle riunioni del Consiglio Grande e Generale, e quindi creare parallelamente contesti di confronto politico esterni all’aula, è evidente che i tempi continueranno a dilatarsi. Parto dal tema della remunerazione perché è vero che nessuno è obbligato a candidarsi, ma è altrettanto vero che l’impegno richiesto oggi è enorme. Noi sacrifichiamo famiglia, lavoro, libera professione per dare un contributo al Paese. Il livello di complessità delle materie trattate oggi è tale che il gettone di presenza non è più sufficiente. Inoltre si è creata una situazione paradossale: il compenso fisso alle forze politiche e i gettoni di presenza hanno generato una sperequazione. Di fatto esiste chi fa politica in modo professionale, perché distaccato e ben remunerato, e chi invece deve fare salti mortali per stare sul pezzo su tutto. Quando si va a chiedere la fiducia alla popolazione, questo che effetto produce? Se si può scegliere tra chi lo fa ventiquattro ore su ventiquattro e chi lo fa quasi a tempo perso, dove si ripone maggiore fiducia? Questo meccanismo va corretto. Non dico che sia stato creato con volontà distorsiva, ma nei fatti questa è la situazione. Una volta data struttura alle forze politiche e a chi ha un ruolo istituzionale, bisogna razionalizzare i lavori dell’aula, distinguendo il momento politico dal lavoro legislativo vero e proprio. Esistono strumenti: in Italia c’è il question time, momento di confronto politico separato dal lavoro normativo. Se la politica si riappropriasse del suo spazio e se vi fossero riunioni preventive per analizzare provvedimenti e documenti, dando tempo alle forze politiche di approfondire e studiare, gran parte del dibattito oggi svolto in aula potrebbe trovare una dimensione diversa. In questa legislatura, ad esempio, non siamo mai stati chiamati a un tavolo per l’analisi preventiva dei documenti e delle normative depositate. Se si scopre un provvedimento poco prima dell’Ufficio di Presidenza, è inevitabile che tutto il tempo di metabolizzazione e confronto avvenga in aula, dilatando i tempi. Con un confronto preventivo, le forze politiche avrebbero tempo di esprimere le proprie posizioni anche pubblicamente, senza intasare il lavoro del Consiglio. Per quanto riguarda i prodotti legislativi, crediamo sia fondamentale dare maggiore dignità alle commissioni. Oggi il Consiglio Grande e Generale è stato in parte trasformato in una sorta di talk show, anche per effetto della diretta radio, che talvolta incentiva interventi orientati all’audience. Nelle commissioni, per riduzione dei numeri e per natura più tecnica del lavoro, si può ottenere un confronto meno spettacolarizzato. Tuttavia, anche la composizione delle commissioni va rivista. Le forze più piccole devono poter avere almeno due membri, perché se uno ha un impegno lavorativo o un problema di salute non si crea un vuoto di rappresentanza. C’è poi il tema dei gruppi consiliari e del vincolo di mandato. Che dignità si dà al gruppo consiliare? Se si chiede fiducia su una linea politica e poi qualcuno esce dal gruppo, come funziona la rappresentanza? Oggi il gruppo strutturato ha risorse, mentre il singolo può arrivare a percepire somme rilevanti tra fisso e gettoni. È un sistema che presenta evidenti contraddizioni e su cui il regolamento consiliare deve intervenire. Anche il tema dei tempi va affrontato. Non è scandaloso ragionare di contingentamento del dibattito e dei tempi di votazione. È romantico pensare che tutti intervengano su tutto, ma non è realistico. Con un sistema di presenze minime e trasparenza, sarà poi la cittadinanza a valutare il lavoro svolto. Infine, sul tema della composizione del Consiglio Grande e Generale e del Congresso di Stato, invito alla prudenza. Il numero dei sessanta non è casuale, ma frutto di un equilibrio storico. Prima di intervenire sui numeri, proviamo a migliorare il funzionamento con strumenti che rendano il dibattito più efficiente e il lavoro più snello. Anche sul Congresso di Stato: tornare a tre segretari sarebbe, a mio avviso, un errore. Oggi le materie sono complesse e richiedono responsabilità chiare. Una gestione con capofila per materia, all’interno di una geometria variabile ben strutturata, può garantire maggiore efficacia senza incidere sull’assetto storico delle istituzioni.
Denise Bronzetti (AR): È ormai riconosciuto lo squilibrio tra potere legislativo ed esecutivo e questa è la prima questione su cui occorre riflettere. La Commissione dovrà arrivare a proposte il più possibile condivise su come sistemare il ruolo del consigliere. Ho ascoltato con attenzione gli interventi dei colleghi e condivido molte delle considerazioni fatte, sia nei focus aperti dal collega Lazzari sia in alcune osservazioni del consigliere Righi. Mi preme però ricordare un elemento che troppo spesso non viene richiamato: il GRECO, in due rapporti consecutivi, ha sottolineato la necessità di intervenire affinché il ruolo del consigliere diventi un lavoro. Non possiamo richiamare gli organismi internazionali solo quando ci è utile. Se il GRECO scrive nero su bianco che il Consiglio Grande e Generale deve sistemare questa questione, io mi sento chiamata a farlo. Poi discuteremo le modalità, ma il tema non può essere ignorato. A mio avviso ci sono due piani che devono necessariamente viaggiare in parallelo se vogliamo trovare una soluzione sostenibile: da un lato la definizione del ruolo del consigliere, compresa la questione retributiva, dall’altro l’organizzazione dei tempi dei lavori consiliari. La politica ha dei costi, è inutile negarlo. Se riusciamo a ottimizzare i lavori del Consiglio Grande e Generale e delle Commissioni, probabilmente possiamo liberare risorse economiche che consentano di trattare meglio anche la posizione remunerativa del consigliere. Come Reggenza pro tempore avevamo spinto affinché l’Ufficio di Presidenza potesse intervenire già sul regolamento consiliare, in attesa di una riforma più complessiva dell’impianto istituzionale. Sono convinta che non sarebbe così difficile intervenire sui tempi della politica: quanto devono durare le sedute, quanto devono durare gli interventi, sia in Consiglio sia in Commissione. Questo è forse l’aspetto più semplice da sistemare. E una volta fatto questo lavoro, si può ragionare in modo più concreto sulla posizione istituzionale e retributiva del consigliere, anche in base alle risorse che eventualmente si liberano. C’è però un punto delicato. Se ciascuno di noi parte dalla propria posizione lavorativa e familiare, difficilmente troveremo una sintesi. Chi oggi può fare politica a tempo pieno fatica a comprendere le esigenze di chi non può farla a tempo pieno. È stato proposto, ad esempio, il solo pomeriggio come possibile formula di part-time, anche per contemperare tempi di lavoro e tempi familiari. Ma non è così semplice. Penso anche alla rappresentanza femminile in Consiglio, che è sempre molto scarsa. Una donna impegnata la mattina al lavoro e il pomeriggio fino a sera in Consiglio, senza una rete familiare di supporto, come fa a conciliare tutto? Se partiamo ciascuno dalla propria esperienza, non troviamo un equilibrio. Se invece sistemiamo prima i tempi di lavoro e di presenza all’interno del Consiglio e delle Commissioni, quell’equilibrio diventa forse più raggiungibile. Sul tema delle Commissioni, condivido la difficoltà evidenziata per i gruppi più piccoli nel garantire sempre la presenza. Tuttavia non credo che la soluzione sia aumentare continuamente il numero dei membri. Potrebbe essere più efficace prevedere la possibilità di sostituzioni, almeno per i gruppi sotto una certa soglia numerica, in modo da non creare vuoti di rappresentanza quando vi sono impedimenti oggettivi. È una riflessione ancora aperta, ma certamente il problema va affrontato. C’è poi il tema del tempo della politica, che non può coincidere solo con le ore formali dei lavori parlamentari. Serve tempo per la preparazione e per lo studio. Oggi spesso questo tempo non esiste, e questo è un problema serio. Il cittadino vota un consigliere confidando nella sua capacità di approfondire le questioni, ma se non si creano le condizioni strutturali e temporali per farlo, quella fiducia rischia di essere mal riposta non per mancanza di competenze, ma per mancanza di tempo. Per questo ritengo necessario affiancare a una diversa organizzazione dei tempi anche una struttura di supporto dedicata al Consiglio Grande e Generale, con funzionari che aiutino nel lavoro di studio e approfondimento. Ma, parallelamente, deve esistere tempo effettivo per studiare. Altrimenti si continua a correre da un impegno all’altro senza la possibilità reale di approfondire, e questo non è sano per un sistema democratico. Sul vincolo di mandato, invece, sono contraria a modificarlo. Non è un caso che i sistemi democratici abbiano fatto questa scelta. Diverso è il ragionamento su cosa accade quando un consigliere decide di abbandonare il proprio gruppo durante la legislatura. Questo può essere oggetto di confronto, cercando soluzioni garantiste per tutti, sia per la posizione di partenza sia per quella di arrivo.
Mirko Dolcini (D-ML): Faccio una premessa. Io chiederei, nel limite del possibile, sempre parlando di professionalizzazione della politica, di rispettare anche ciò che è previsto dall’ordine del giorno del Consiglio Grande e Generale. Sono previste due mattinate libere, il martedì e il giovedì, proprio per permettere, visto che non siamo professionisti, di andare a lavorare o di occuparci degli impegni familiari. Eppure anche questa mattina siamo qui, quindi quella mattinata di libertà non è tale. Per questo motivo io mi dico che forse non è neanche più il caso di chiedersi se la politica vada professionalizzata o meno. Per me va professionalizzata. Possiamo discutere se debba essere semiprofessionale o completamente professionale, ma non possiamo più far finta di niente. Non è soltanto un aspetto di sussistenza economica, è anche un aspetto di dignità. Una volta il Consiglio Grande e Generale si riuniva tre pomeriggi al mese e le regole attuali avevano un senso in quel contesto. Oggi quelle stesse regole non possono più avere senso, perché lavoriamo con un’intensità completamente diversa. E sembra quasi che chiedere un emolumento che garantisca sussistenza e dignità sia considerato qualcosa di moralmente sospetto. Ma stiamo scherzando? Non possiamo affrontare questi temi in questa maniera. Inoltre non è solo una nostra riflessione interna: ce lo chiedono anche organismi internazionali. Il GRECO chiede la professionalizzazione della politica, e non lo fa per distribuire soldi ai consiglieri, ma perché ci sono motivazioni precise. Riconoscere un emolumento adeguato ha anche una funzione anticorruzione. I magistrati, ad esempio, hanno stipendi elevati anche per ridurre il rischio di essere corruttibili. Noi abbiamo un codice etico, ma raramente affrontiamo il tema nei suoi risvolti pratici. È chiaro che una persona onesta non ha bisogno di uno stipendio alto per non essere corrotta, ma viviamo nel mondo reale. Se vogliamo prevenire certi fenomeni, dobbiamo considerare anche questi aspetti. Poi servono moralità, deontologia e persone serie, ma non possiamo ignorare il contesto. C’è anche un profilo di uguaglianza costituzionale. Se un consigliere, per il lavoro che svolge, può essere presente senza sacrificare la propria sussistenza economica, mentre un altro per essere presente deve rinunciare alle proprie entrate, non siamo più uguali nell’esercizio della funzione pubblica. O torniamo a un Consiglio che si riunisce tre volte al mese, e allora si può ragionare in quei termini, oppure, se lavoriamo come lavoriamo oggi con impegno e dedizione, è necessario un riconoscimento economico adeguato. Professionalizzare la politica non significa solo riconoscere uno stipendio, significa migliorare la politica e dedicare più tempo e più qualità al lavoro. Queste sono considerazioni personali, ma riguardano molte persone. Non possiamo continuare a fare gli eroi della morale romantica secondo cui chi viene in Consiglio lo fa solo per spirito volontario. Il mondo non funziona più così. Serve riconoscere dignità al ruolo e garantire sussistenza, anche e soprattutto per principi costituzionali.
Iro Belluzzi (Libera): Comprendo pienamente la posizione, quasi lo sfogo, del collega Dolcini, perché sembra ormai irrinunciabile, o comunque un elemento che deve essere seriamente pensato, quello della professionalizzazione del ruolo del consigliere e della politica in generale. Devo però dire che mi lascia perplesso rispetto ai costi che questo comporterebbe, soprattutto in un momento come quello che stiamo vivendo, in cui la politica sta dando risultati non particolarmente brillanti al Paese. Andare a rivedere il costo generale della politica in questa fase è certamente un tema delicato, ma è un tema che va affrontato. La qualità si ottiene anche attraverso percorsi che inevitabilmente portano a remunerazioni dignitose, perché altrimenti determinate fasce sociali e professionali preferiscono fare altro piuttosto che stare all’interno del Consiglio Grande e Generale con tutti gli oneri, i pesi e gli obblighi che comporta. Vorrei però tornare a una modalità di lavoro che ci consenta di rendere funzionale il Consiglio Grande e Generale e di ridare dignità al consigliere, anche in funzione delle sfide che dobbiamo affrontare. Mi riferisco a quanto diceva il collega Zanotti quando ha richiamato una serie di punti che devono essere necessariamente concatenati e sviluppati in modo organico. Ogni tema dovrebbe essere articolato in sottoclassi, in approfondimenti specifici, per chiarire a cosa ci si riferisce quando parliamo, ad esempio, di gerarchia delle fonti, di produzione normativa, di modalità di svolgimento delle attività legislative all’interno delle Commissioni o di delimitazione dell’ambito di intervento dei decreti legge. Tutto questo deve essere letto alla luce del momento storico che stiamo attraversando. Torniamo quindi al tema centrale che la politica sammarinese sta affrontando, cioè l’Accordo di associazione con l’Unione Europea, il recepimento delle normative europee e la qualità della nostra produzione normativa. Qui è tutto concatenato. Il Consiglio Grande e Generale, e quindi il consigliere, rappresentano il potere legislativo. Questa funzione risiede in quest’aula e nelle nostre mani. È quindi evidente che il ruolo, la dignità e gli strumenti per esercitarlo devono essere coerenti con questa responsabilità. La professionalizzazione non è il tema centrale in sé, anche se è comprensibile che rientri in questo ragionamento. Tutto è parte dello stesso progetto e delle stesse necessità. Ogni tema che abbiamo affrontato ha una forte pregnanza rispetto ai lavori che stiamo svolgendo. Ogni scelta che facciamo incide sul ruolo del Parlamento, sul ruolo dei consiglieri, sulla modalità con cui può essere espletata la funzione legislativa e sulla qualità della produzione normativa. Un Paese che vuole collocarsi con autorevolezza nel contesto internazionale deve avere un sistema normativo efficace, semplice e razionale. Se ci concentriamo solo su alcuni elementi isolati, rischiamo di non ottenere il risultato che ci proponiamo. Certamente esistono onori e oneri nell’esercizio del mandato, ed è giusto che vi sia una giusta commisurazione tra i due, in modo da garantire sostanza e possibilità concreta di lavorare ai consiglieri. Prima di entrare pienamente nell’attività operativa della Commissione, credo sia necessario sviscerare tutto ciò che è legato al tema fondante che dobbiamo affrontare, cioè il ruolo del Consiglio, del consigliere e la funzionalità dei lavori di questo luogo. Solo così potremo portare un contributo reale. Probabilmente occorre iniziare a pensare alla creazione di sottogruppi di lavoro o comunque a un supporto strutturato da parte delle strutture già presenti all’interno del Consiglio Grande e Generale, come l’Ufficio Studi Legislativi, la Segreteria Istituzionale e i professionisti che vi operano, per cominciare a scrivere qualcosa che dia risposte concrete. Altrimenti continueremo ad avere un confronto sicuramente proficuo, ma poco efficace, limitandoci a esprimere frustrazioni senza arrivare a soluzioni operative.
Nicola Renzi (RF): Cerco di enucleare alcuni punti ulteriori rispetto al dibattito che si è svolto. Da quello che mi sono annotato, qualcuno ha parlato della possibilità di inserire un question time. Si è parlato del numero dei consiglieri, se debbano rimanere quelli attuali o se debbano essere modificati. Si è discusso delle modalità di calendarizzazione dei lavori del Consiglio, quindi di un’organizzazione non più concentrata su una sola settimana ma distribuita su tempi più dilatati, con le Commissioni collocate in altri momenti. Mi sembra che il consigliere Lazzari abbia toccato aspetti relativi al supporto del lavoro del consigliere che sarebbero molto utili se riuscissimo a schematizzarli, così da inserirli in un quadro complessivo. Ad esempio, il tema dei cosiddetti assistenti parlamentari o legislativi. Dobbiamo decidere se li vogliamo o no e, nel caso, come organizzarli. C’è poi la questione del part-time, del tempo pieno o del mantenimento dello status quo, che è centrale. È stato evocato anche il tema della fiducia nel tempo, cioè modalità che introducano una scansione più chiara del rapporto fiduciario, così come è stato richiamato il tema della cosiddetta tagliola, quindi la previsione di un termine certo agli interventi. Si è parlato della calendarizzazione dei voti in alcune circostanze, cioè della possibilità di stabilire che il dibattito si svolga entro certi tempi e che a una determinata ora si proceda comunque alla votazione. C’è poi il tema dello status del consigliere. Credo sia necessaria una riflessione non solo sul Consiglio come potere dello Stato, ma proprio sul ruolo del consigliere: quali sono i suoi doveri e quali sono le sue garanzie. Oggi esistono reali garanzie per i consiglieri? Sostanzialmente no, o comunque in misura molto limitata. Non so se sia eccessivo mettere sul tavolo anche le modalità logistiche, cioè il luogo in cui si tiene il Consiglio Grande e Generale. Forse non è competenza di questa Commissione, ma intanto lo inseriamo e poi valuteremo se depennarlo. È stato poi richiamato il tema del vincolo di mandato, sollevato dal consigliere Bronzetti, e quindi anche questo va analizzato. Così come è stato affrontato il tema della decretazione e del modo in cui regolamentarla. Questo è un riassunto che ho provato a fare al fine di predisporre uno schema di lavoro, che poi potremo integrare o modificare in base alle scelte che faremo.
Emanuele Santi (Rete): Faccio una premessa, portando la posizione di Rete. A nostro avviso uno degli interventi più urgenti che questa Commissione deve affrontare riguarda la decretazione. Oggi la decretazione, cioè i decreti emessi su deleghe troppo ampie e non ben definite, rappresenta un problema serio. Abbiamo iniziato questa legislatura con circa 80 decreti già in essere e molti di questi andavano a toccare materie molto varie, con deleghe imprecisate. Il primo intervento deve riguardare deleghe ben circoscritte, su ambiti definiti con precisione. Ma soprattutto – e qui occorrerà fare una ricognizione seria – i decreti dovrebbero diventare effettivi dal momento della ratifica. Non può succedere che un decreto rimanga tre mesi in vigore, poi non venga portato in aula, venga reiterato, scada e venga riemesso, producendo effetti per cinque, sei, otto mesi senza che nessuno lo abbia votato. Magari viene emesso a fine legislatura, nel pieno di dinamiche politiche e di corsa alle bandierine, e rimane in vigore producendo effetti senza ratifica. Per questo, a mio avviso, il primo grande intervento deve essere sulla decretazione. Parliamo sempre di riappropriarci del ruolo del consigliere e della centralità del Consiglio Grande e Generale, ma poi abbiamo leggi che producono effetti per mesi senza essere votate da nessuno. Sul tema del ruolo del consigliere, ricordo che nel 2013 presentammo come Rete un progetto di legge sulla professionalizzazione. Abbiamo avuto il coraggio di affrontare il tema. All’epoca proponemmo anche di ridurre i consiglieri da 60 a 30. Oggi, però, riteniamo che mantenere il numero a 60 garantisca una maggiore pluralità di accesso al Consiglio Grande e Generale. Ridurre a 30 potrebbe facilitare dinamiche di controllo da parte di gruppi di potere, perché è più semplice controllare 30 persone che 60. C’è poi un problema enorme di partecipazione e rappresentanza sociale. Guardiamoci intorno: siamo dipendenti pubblici, liberi professionisti, dipendenti di partito. Mancano i lavoratori del settore privato. Li ho contati: sono tre su 60. In un Paese con 12.000 o 15.000 lavoratori del settore privato, averne tre in Consiglio è una disparità evidente. Per chi lavora nel privato, il Consiglio è di fatto precluso. Se un’azienda ha bisogno di 40 ore settimanali, come può assumere qualcuno che chiede di lavorare la metà del tempo perché deve stare due settimane al mese tra Consiglio e Commissioni? Sulla semiprofessionalizzazione, noi ci siamo. Ma bisogna fare un’analisi seria dei costi e della situazione attuale. Oggi la politica costa circa un milione e mezzo di euro per il finanziamento pubblico ai partiti. Il 25% viene distribuito in parti uguali ai partiti rappresentati in Consiglio e il restante 75% viene suddiviso proporzionalmente al numero dei consiglieri. Se si arrivasse a una forma di professionalizzazione o semiprofessionalizzazione, si potrebbe pensare di destinare parte della quota variabile del finanziamento pubblico a coprire il costo di questa riforma. Non possiamo parlare di professionalizzazione e poi raddoppiare o triplicare i costi. Bisogna mantenere un’incidenza sul bilancio dello Stato pressoché invariata. Oggi parliamo di una media di 1000-1200 euro al mese di gettoni per chi lavora nel privato. Se una persona guadagna 2000 euro e perde due settimane di lavoro, perde 1000 euro. In queste condizioni è evidente che manca il tempo per approfondire i temi. Spesso si arriva in aula senza preparazione adeguata perché il tempo non c’è. Una semiprofessionalizzazione garantirebbe maggiore approfondimento e qualità del lavoro, che oggi manca. Sul vincolo di mandato, ritengo difficile introdurlo. Se un consigliere decide di lasciare la propria forza politica, impedirglielo sarebbe complicato. Tuttavia oggi c’è un elemento distorsivo: il consigliere che esce dal partito porta con sé la quota variabile del finanziamento. A mio avviso, quella parte dovrebbe rimanere al partito, perché il consigliere entra in Consiglio grazie a una lista, a un gruppo di almeno 12 persone, a un’organizzazione che gli ha consentito di candidarsi. È giusto che sia libero di uscire, ma senza portare con sé la quota economica. Il punto è che bisogna affrontare il tema con trasparenza e senza battibecchi, perché altrimenti diventa impossibile ragionare in modo costruttivo. Il senso del mio intervento è questo: prima di tutto interveniamo sulla decretazione, poi affrontiamo con serietà la questione della semiprofessionalizzazione e della redistribuzione delle risorse, garantendo equità tra pubblico e privato, maggiore qualità del lavoro e reale centralità del Consiglio Grande e Generale.


