Undici sorelle, il nuovo romanzo di Piernicola Silvis ambientato a Rimini
Rimini, 1988. Nella notte di Natale, dopo la Messa nel Duomo, Giacomo e Giuliana Santarcangelo tornano a casa per fare gli auguri alle figlie. Ma Sofia, la minore, quindicenne, non è rientrata dalla festicciola prenatalizia a casa di un’amica. Non rientrerà̀ più̀. Il giorno dopo, i genitori ne denunciano la scomparsa. Ad accoglierli è Caterina Barone, giovane poliziotta siciliana del commissariato di Rimini. Di Sofia si perdono le tracce, ma un anno e mezzo dopo un’intera famiglia viene sterminata. D’istinto, Caterina collega quella strage alla scomparsa della ragazza. Nel gennaio del ’91, una nuova vittima. Un’altra donna. Ormai è chiaro: in zona c’è un killer che si aggira nell’ombra. Sceglie con cura le prede, tutte donne. Nei deliranti messaggi che invia alla stampa si firma “il Figlio del Tempo di Dopo”. È colto, calcolatore, invisibile.
Abbiamo intervistato l’autore per voi.
– Questo romanzo attraversa dodici anni cruciali della storia italiana: perché ha scelto proprio l’arco temporale 1988–2000 come cornice narrativa?
“Un’indagine così ossessiva e difficile come questa del romanzo non è rara, e mentre le attività investigative si susseguono il Paese cambia faccia. Secondo me, l’arco temporale 1988 – 2000 è il più significativo del dopo guerra. Alla fine degli anni ’80 ci lasciamo alle spalle gli anni di piombo e ci affacciamo alla possibilità di sostituire una politica vecchia e corrotta con una moderna e vivace. Il 2000 arriva con la Seconda Repubblica ben radicata, ma intanto le illusioni si sono spente. Nel frattempo, le stragi di Cosa nostra e della Uno Bianca si susseguono drammaticamente. Era un periodo inquietante e simbolico, perfetto per collocarvi questa lunga indagine”.
– Da dove nasce l’immagine perturbante del “Figlio del Tempo di Dopo”, un nome che ha una forte carica simbolica oltre che narrativa?
“Il personaggio del “Figlio del Tempo di Dopo” nasce da una considerazione. In tutti i romanzi, ma nei thriller in particolare, il o la protagonista deve necessariamente agire all’interno di un contrasto potente, e non c’è niente di più violentemente alieno dell’attività di un serial killer. È la perfetta antitesi dell’eroe poliziesco, e utilizzarne uno come protagonista negativo consente all’autore di scavare a fondo nella sua psiche. Detto ciò, per il Figlio del Tempo di Dopo mi sono ispirato a un vero serial killer americano, che oggi è rinchiuso nelle prigioni statunitensi. Padre di famiglia, persona insospettabile, assassino spietato di donne. Per quanto riguarda il nome, che in effetti crea una sinistra fascinazione, mi è venuto di getto scrivendo, senza alcuna ricerca. Spesso, ma non credo di essere l’unico, le invenzioni creative mi arrivano quando meno me le aspetto”.
– La scomparsa di Sofia avvia una storia che è insieme noir, thriller psicologico e romanzo civile. Quando ha capito che non stava scrivendo solo un giallo?
“In realtà l’ho sempre saputo. La scomparsa di Sofia è il pretesto per dare al lettore il brivido del thriller, ma anche per consentirgli di entrare nelle menti dei protagonisti e nelle dinamiche della psicologia di massa, mentre il Paese lentamente si trasforma. Nessuno dei miei dieci romanzi è un giallo tout court, sono tutti calati nella società civile”.
– Il tempo è uno dei veri protagonisti del libro: il tempo dell’attesa, della frustrazione, della trasformazione. Quanto è stato centrale nella scrittura?
“La paura dell’inesorabile passare del tempo è la peggiore ossessione dell’essere umano, anche se spesso non ce ne rendiamo conto. In questo come in altri miei romanzi il tempo è il vero protagonista, anche perché una delle regole di base di un romanziere è che, se si vuole creare ansia nel lettore, bisogna fare sì che questi ingaggi una corsa contro il tempo”.
– Il ritmo narrativo alterna accelerazioni improvvise e lunghe fasi di attesa. Come ha lavorato sulla gestione della suspense?
“Diciamo che per due terzi del romanzo la polizia subisce il killer e tenta disperatamente di fermarlo, ma senza riuscirci. Nell’ultimo terzo, invece, l’azione diventa via via sempre più frenetica. Nella realtà è assolutamente così, il romanzo ne è uno specchio fedele. La gestione della suspense la gestisco in questo modo: assegno più o meno un capitolo a Caterina e quello successivo al Figlio del Tempo di Dopo. In questo modo il killer vive la sua vita commettendo omicidi, mentre la protagonista tenta di fermarlo. Alla fine di ogni capitolo inserisco il cosiddetto gancio, che nel lettore genera una curiosità che però non potrà soddisfare subito, perché nel capitolo successivo troverà l’altro personaggio. Andando avanti così si porta il lettore fino a quando, come dico io, il romanzo mette il turbo. Inoltre, c’è un altro piccolo segreto: quando nella trama si prospetta qualcosa di positivo, occorre creare qualcosa che ne impedisca lo sviluppo immediato. In un thriller, più si rimanda, meglio è”.
– Ha scelto di ambientare il romanzo in una Rimini lontana dall’immaginario turistico. Che ruolo gioca la città nella costruzione dell’atmosfera?
“Enorme. Amo quella zona, amo la Romagna, e Rimini mi crea delle suggestioni lontane nel tempo. Fellini, i film, le volte in cui da piccolo ci andavo con la mia famiglia, l’atmosfera internazionale, la Prima Torre di San Marino lungo l’autostrada, le balere… Fred Bongusto… Adoro il mare d’inverno, e disegnare Rimini con le spiagge vuote e fredde a gennaio è stato bellissimo”.
– Il romanzo incrocia la cronaca nera degli anni più bui della Repubblica. Come ha lavorato per intrecciare Storia e finzione senza sovrapporle?
“Non è stato facile. Il rischio era di inserire troppi eventi dettagliandoli, ma in questo modo avrei rallentato la trama thriller. Allora ho dovuto selezionare gli eventi da citare e li ho inseriti con brevi spot. Il lettore doveva percepire lo scorrere degli anni, ma senza avere l’impressione che ciò fosse solo un modo per gestire il tempo. Doveva sembrare tutto naturale, spero di esserci riuscito”.
– Se dovesse riassumere questo romanzo in una sola parola, quale sceglierebbe — e perché?
“Per ciò che ho detto prima, lo definirei “un’ossessiva corsa contro il tempo”. E se si vuole conoscere Caterina, nella pagina Amazon del romanzo è possibile leggere un lungo estratto della parte iniziale. È un personaggio che adoro”.
PIERNICOLA ANTONIO SILVIS: per trentasei anni è stato funzionario e poi dirigente della Polizia di Stato. Ha partecipato e diretto molte indagini, fra cui quella che ha portato alla cattura, nel settembre del 1992 a Vicenza, del numero due della cupola di Cosa nostra (e vice di Salvatore Riina) Giuseppe “Piddu” Madonia, coimputato di molte stragi, fra cui quelle di Falcone e Borsellino. Alla carriera in Polizia, Silvis ha affiancato quella di autore di thriller. Nel 2006 ha pubblicato “Un assassino qualunque” (Fazi), cui hanno fatto seguito “L’ultimo indizio” (Fazi), e, per SEM, “La rete Ksenofont”, “Formicae”, “La Lupa”, “Gli Illegali” (Premio Selezione Bancarella 2020), “Storia di una figlia”, “La Pioggia” e nel 2023 “L’errore”. Nel 2022 ha pubblicato il saggio “Capire la mafia”, edito dall’università Luiss. Nel 2026, nella nuova veste di autore indipendente, ha pubblicato il thriller “Undici sorelle”. È Cavaliere O.M.R.I. e ha insegnato criminalità organizzata al master in criminologia della facoltà di Giurisprudenza dell’università di Teramo. Grazie agli anni trascorsi nella Polizia di Stato e alle molte indagini cui ha partecipato, Silvis scrive thriller psicologici estremamente realistici.
Katiuscia Tomei
– Curatrice, P.R., press officer, event planner nel mondo dell’arte e della cultura –




