Attualità

Gino Cecchettin agli studenti: “Non mi sono soffermato su quello che avevo perso, ma su quello che avevo avuto”

Angela Venturini

Siede sul palco del teatro Concordia pallido e immobile come una Sfinge, quasi impermeabile ai sentimenti che muovono dagli interventi istituzionali in scaletta prima della sua esposizione. Poi, la sua voce pacata, calda, piena di amore, commuove tutta la platea. Gino Cecchettin sa parlare al cuore, anche di ragazzi giovani e giovanissimi, ai quali spesso sembra non interessare quello che accade nel mondo accanto a loro.

Ma Cecchettin non parla da oratore. Parla da “papà”. Racconta la sua vita, il suo rapporto con i figli, la famiglia, e in particolare parla di sua figlia Giulia, che era una ragazza più o meno dell’età degli studenti in sala.

Ho più domande che risposte – ammette quasi con rammarico – e non voglio parlare del femminicidio, è una brutta parola, perché parla di morte”. Continua: “Quando è successo, ho attraversato un momento di forte instabilità. Giulia mi ha aiutato anche in quel momento: ho imparato che tutte le emozioni servono, anche la rabbia”. E di rabbia ne aveva tanta il papà di Giulia, perché lei era una figlia ideale: studiava, disegnava, sognava di vivere in una brughiera, collezionava scatole e regalava sorrisi dolcissimi. Poi una sera scomparve, inghiottita da una morte assurda, ad opera di un ragazzo giovane quanto lei. Gino venne travolto dal dolore, perché gli era capitata la cosa più brutta che potesse capitare a un padre. Tanto più, a un anno circa della morte di sua moglie.

Non sapevo quanto tutto ciò potesse farmi male, come potere andare avanti dopo uno tsunami che avrebbe potuto portarmi via. Allora ho cercato di dar forma alla rabbia”. Gino Cecchetin racconta che guardava la foto di Giulia, ricordava il suo sorriso, il suo abbraccio quando rientrava in casa, spesso trascinandolo in un ballo, perché in casa c’era sempre musica.

Quel sorriso mi ha aiutato a governare la rabbia. L’amore che vince sul rancore. Sembra retorica, ma retorica non è”. In platea non si sente neanche respirare, l’attenzione è al massimo. Ci sono gli studenti delle ultime classi delle Superiori e del CFP. I loro compagni sono rimasti a scuola, per questioni di capienza del teatro, ma seguono l’evento in streaming. Un’occasione formativa unica, che sa di formazione costruita sulla consapevolezza. La firma la CSU, con il patrocinio della Segreteria di Stato alla Pubblica Istruzione e Cultura e dell’Authority per le pari opportunità.

Si parla di violenza di genere, ma non ci sono parole dure, violente. Si parla invece di relazioni fondate sull’empatia e sul rispetto reciproco, sul maschilismo tossico, sulle limitazioni che ancora le donne subiscono “Non mi sono soffermato su quello che avevo perso, che mi era stato rubato, ma su quello che avevo avuto. Questo mi ha fatto essere più forte, mi ha fatto continuare a lavorare, a gestire la famiglia, ad occuparmi degli altri figli”.  Un padre che sceglie di non stare in silenzio e scrive un libro dal titolo sintomatico: “Cara Giulia. Quello che ho imparato da mia figlia”. Un padre che scegli di parlare ai ragazzi e alle ragazze che spesso non hanno gli strumenti emotivi e psicologici per elaborare le notizie di cronaca.  “Nessuno di noi è immune, perché́ l’idea della pre­varicazione riguarda tutti indistintamente, riguarda il mondo nel quale viviamo”. La speranza è in un cambiamento culturale che dovrà venire proprio dai giovani.